Archivio | maggio, 2017

TESSERE RELAZIONI

31 Mag

CXnZzE2WQAAgLdM

Dopo aver chiarito che è serio chiamare nuove tecnologie quelle che veramente lo sono e non l’informatica in generale e che i nativi digitali spesso sono solo smanettoni, dobbiamo insistere a chiamare i Social Network col termine corretto di Social Media e non solo per una questione di proprietà di linguaggio che spesso dimentichiamo nei calchi dalle parole straniere.

Social Network, infatti, è la traduzione inglese di rete sociale, realtà che sono sempre esistite, molto prima di internet e del Web.

Rete, in senso di comunicazione, come si usa anche nel linguaggio industriale, “fare rete”, o per citare la Volpe del Piccolo principe “creare dei legami”, tessere relazioni.

Relazioni che sono sempre esistite, a cominciare dalle donne che andavano al pozzo a prendere l’acqua, come faceva “Dina, la figlia che Lia aveva partorita a Giacobbe, che uscì a vedere le ragazze del paese” (Genesi 34:1), e che ora formano le “comitive” e si incontrano nei centri commerciali o le “bande” spesso rivali dei bambini delle elementari con i nomi più fantasiosi (“Il club dei casinisti” è quella di mio nipote), fino al loro naturale scioglimento quando i ragazzini alle medie cominciano a lavarsi di più e a guardare con imbarazzo, timidezza e interesse le ragazzine, formando gruppi di coppiette a sentir loro indivisibili.

Come quando in paese moriva Gigi e lo si sapeva subito, prima dell’affissione dei manifesti, così come se la Maria si sposava lo sapevano tutti, e la solidarietà, assieme a molte invidie e qualche cattiveria, era una cosa tangibile.

Queste reti sociali debbono essere riproposte e rivissute, non in modalità 2.0 ma di persona, come hanno cominciato timidamente a fare dall’anno scorso in qualche condominio a Milano e non solo, istituendo una spontanea banca del tempo di mutuo aiuto, passando avanti gli abiti buoni ma piccoli dei bambini e così via. Anche il crescente fenomeno del book crossing è, a suo modo, una rete sociale tra ignoti che sembra funzionare.

Andare a trovare qualcuno per il piacere di farlo, anche senza preavviso, perché si passa di lì, come succedeva con mia suocera che in paese di giorno aveva la porta sempre aperta e qualcuno, passando di fretta, la apriva e lanciava un semplice saluto vocale.

O come succede tuttora, d’estate, al trullo, che per antonomasia è un luogo aperto. Salvo le ore canoniche pomeridiane nelle quali in estate nessuno si sogna di andare a disturbare nessuno, l’ospite all’improvviso è all’ordine del giorno e della sera, ci si siede e “si ragiona” (si dialoga) per un un po’.

In città tutto è un po’ più complicato, e  spesso meno spontaneo, vuoi per gli impegni di lavoro, vuoi per le distanze (una delle quali è la difficoltà di parcheggio), però, suvvia, il tempo quando si vuole si trova.

Ora che le giornate si allungano, (a fine settimana avremo anche l’ora legale, con relativo tormentone, ma questa è un’altra storia) incontrarsi con una o più persone per un progetto comune o anche solo per il piacere di stare assieme, rinvigorisce lo spirito.

Ben vengano i Social Media intesi come Social Network perché quando la lontananza è reale, scambiarsi un’email, una foto su WhatsUp o su Telegram o parlarsi con Skype fa bene. Molti Silver surfer (i vecchietti digitali) hanno imparato a usare queste tecnologie, che loro chiamano diavolerie, per tenersi in contatto con i figli che abitano altrove e, in questo modo, vedere crescere i nipoti.

Purché se ne sappia fare l’uso adeguato e non sostituiscano il contatto umano. Molti non hanno più i genitori o i nonni a cui chiedere “Ma come facevate senza telefono?!”.

Annunci

GUARDARE DA UN ALTRO PUNTO DI VISTA

29 Mag

d84bd5268d48ebd77c455f198570d7e8

GUARDARE DA UN ALTRO PUNTO DI VISTA

Tempo fa mi sono imbattuto nelle previsioni meteo di Radio Svizzera Italiana. “…a Sud, sulle Alpi…” lì per lì mi suonava strano, ma subito feci mente locale che per gli svizzeri le Alpi sono al Sud, a conferma che tutto è relativo.

Seguire i fatti e le notizie di Trieste e del Friuli Venezia dalla Puglia con un distacco di 1.100 chilometri li fa vedere in un ottica differente, forse con più tempo per riflettere a quanto sta accadendo da quelle parti nella cronaca, nello scenario politico, nella cultura.

Viceversa seguire per così dire più da vicino i fatti della Puglia, della provincia e della città che ormai mi vede da alcuni anni residente senza diritto di voto per un terzo dell’anno mi aiuta a confrontare le due realtà, nelle loro differenze ma anche nei i loro punti di contatto Sara un caso che la trasmissione di sabato mattina di Rai3 “Est-Ovest” è edita dalle redazioni di Trieste e di Bari.

I punti di riferimento esteri di Trieste sono la Carinzia, la Slovenia e la Croazia, quasi ignorate qui dove colloquialmente non si parla di Nord ma di “Alta Italia”, che va da Bologna fino all’Alto Adige, e nell’immaginario di molti resiste ancora il mito del ponte tra Trento e Trieste.

Da queste parti è normale raffrontarsi con la Grecia, l’Albania e qualche volta anche con il Montenegro. Per molti turisti meta obbligata è il finibus terræ di Capo Santa Maria di Leuca dove, nelle giornate serene si vede lo spartiacque tra l’Adriatico e lo Jonio, senza pensare che il luogo più a Est di Italia in realtà è Otranto da dove si vede la costa albanese, un po’ come da Trieste si vede la costa slovena, certo più vicina ma il paragone regge.

Come dappertutto la realtà però non va cercata nelle cartoline turistiche di Alberobello, Ostuni o Gallipoli ma in tutte le città, osservando, “ragionando” e vivendo con le persone.

Nel Friuli Venezia Giulia – senza lineetta – c’è un forte campanilismo tra le due componenti del territorio, con il Friuli che periodicamente propone l’idea di una separazione sul modello del Trentino – Alto Adige, senza però pensare o fingendo di non sapere perché sono due province autonome. La Puglia non ha queste tensioni, ma nei suoi 400 chilometri di lunghezza le differenze, oltre alla divisione in cinque territori proposta dal servizio meteo di Rai3, non mancano e sono evidenti a chi le sa apprezzare.

 

ETICHETTE

24 Mag

etichette

Avete presente la difficoltà di staccare un adesivo come il bollino di autostrada sloveno o svizzero o dell’ingresso al campeggio dal parabrezza della vostra auto?

Qualcosa del genere accade quando appiccichiamo un’etichetta ad una persona. Se il pensiero rimane in noi resteremo prevenuti nei suoi confronti, se lo condividiamo, e questa azione si chiama pettegolezzo se non peggio, potremmo ferirla.

Se invece etichettiamo noi stessi, in senso positivo sopravvalutandoci, o negativo sottostimandoci, corriamo il rischio di rinchiuderci in una torre d’avorio che, vista dall’estero può sembrare forse bella, ma rimane pur sempre un allontanamento dalla realtà.

Prendere le persone per quello che sono, senza pretendere di cambiarle, ci aiuta a rispettarle e a condividere o meno i loro interessi e i loro pensieri.

Accettare noi stessi per quello che siamo, questa volta sì tentando di migliorare, ci aiuta a superare le difficoltà e a guardare più in alto.

Le persone aperte al cambiamento, che non vuol dire che non abbiano le proprie idee ma che sono pronte a metterle in discussione, non sopportano quella patina appiccicaticcia sul parabrezza che, al più, raccoglie solo una patina di polvere.

TEMPUS FUGIT 2017

22 Mag

Mo vegno”, letteralmente “sto arrivando” va capito come “prima o poi passerò”, un festina lente dialettale, perché da queste parti tutto può aspettare. La locuzione latina tempus fugit, attribuita a Virgilio nelle Georgiche, pare proprio che qui non sia passata.

Arrivare puntuali è da pochi. Non per maleducazione, ma per un fatto di costume dettato da quel più o meno circa che in città non può esistere.

Questa mattina, un forestiero dopo aver percorso quasi metà di una strada a senso unico si è accorto che le automobili in entrambi i lati e mi ha domandato se stava andando in senso vietato. Il cartello di divieto a inizio strada non c’è, forse è caduto, e l’amministrazione comunale non si affrettata a ripristinarlo perché tanto lo sanno tutti… fino al prossimo frontale.

Tornando al concetto di tempo, fatta salva la mia pignola puntualità agli appuntamenti, al trullo abbiamo un solo minuscolo orologio che funge da contaminuti di cucina, per il resto nelle giornate serene ci regoliamo con il sole, perché, come si dice, non ci corre dietro nessuno. Tempo che si dilata e che non è pigrizia, perché ci si alza alle cinque e mezzo sei, ma dimostrazione che, salvo impegni o appuntamenti, siamo noi a comandarlo e non viceversa, così come il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato.

Non che le cose non si facciano con ordine, ma sicuramente senza un orario fisso. Cura della persona, dello spirito, dei rapporti con il prossimo, sia quelli vicini vicini con una chiamata “lu caffè sta ferve!” (il caffè sta uscendo!) sia di quelli più lontani con un messaggio, un’email ma meglio con una telefonata o una videochiamata.

Informazione una volta al giorno, tanto per rimanere aggiornati. Poca internet e uno sguardo ai Social Media.

Letture, e pensieri da sviluppare, meglio sarebbe con la penna ma ormai sono abituati alla tastiera, …nessuno è perfetto.

SCELTE DI FEDE E (NUOVE) TECNOLOGIE

18 Mag

Tempo fa in campo ebraico ci fu un dibattito se fosse o meno lecito installare la Torah sullo smartphone, perché alcuni sostenevano che sarebbe avvenuto a discapito del rispetto del testo.

Dovremmo però tener sempre presente che ciò che è sacro è il testo e non questa o quella traduzione, e ancor meno il supporto, sia cartaceo sia elettronico.

Della Bibbia in italiano esistono diverse app, in differenti traduzioni, scaricabili scaricabili quasi tutte gratis. Un ottimo strumento per avere la Parola di Dio sempre a portata di mano.

Il monachesimo “cristiano” è sorto nel IV secolo. Cristiano tra virgolette perché il Vangelo ci chiama a rimanere nel mondo e testimoniare in esso la nostra fede con la nostra vita.

La clausura è una forma estrema di monachesimo che comanda la separazione fisica dal resto del mondo. Ancora una volta con regole più restrittive per le donne. Rammento, durante una visita al monastero maschile di Monte Rua, in Veneto, la panca esterna dove erano sedute le donne ma una di loro, discutendo con uno dei monaci, senza propriamente entrare mise comunque un piede dentro, per dimostrare che se potevano discorrere sull’uscio sarebbe potuta anche entrare.

Le suore clarisse di Oristano sono sbarcate sui Social Media. Questa è la notizia riportata da La Stampa, con il rimando all’esperienza di un breve viaggio di una suora che trae le sue conclusioni “Che pena il mondo là fuori”.

Oltre al fatto che si potrebbe discutere se, in assoluto, il mondo qui fuori faccia veramente pena, come può sembrare ad una suora che non lo vede da 67 anni. Quando torniamo in un luogo che abbiamo lasciato anni fa giocoforza troviamo dei cambiamenti. Sessantasette anni fa c’erano meno urbanizzazione e meno automobili, i centri commerciali dovevamo ancora importarli, la microcriminalità era un fenomeno marginale e tutto il resto.

Il punto però è stabilire se veramente le clarisse che sono sbarcate su WhatsApp possano essere ancora considerate di clausura, cioè se basti la sola assenza del contatto fisico a determinare il loro stato.

SINTESI DELLA COMUNICAZIONE

15 Mag

Sia il vostro parlare sì, sì, no, no, perché il di più vien dal Maligno”.

Detto dal Figlio di Colui che dettò le dieci parole.

SULL’ADORAZIONE DELLE STATUE

14 Mag

Ascoltate la parola che il Signore vi rivolge, casa di Israele. Così dice il Signore: “Non imitate la condotta delle genti e non abbiate paura dei segni del cielo, perché le genti hanno paura di essi. Poiché ciò che è il terrore dei popoli è un nulla, non è che un legno tagliato nel bosco, opera delle mani di chi lavora con lascia. È ornato di argento e di oro, è fissato con chiodi e con martelli, perché non si muova. Gli idoli sono come uno spauracchio in un campo di cocomeri, non sanno parlare, bisogna portarli, perché non camminano. Non temeteli, perché non fanno alcun male, come non è loro potere fare il bene”.
Non sono come te, Signore; tu sei grande e grande la potenza del tuo nome. Chi non ti temerà, re delle nazioni? Questo ti conviene, poiché fra tutti i saggi delle nazioni e in tutti i loro regni nessuno è simile a te. Sono allo stesso tempo stolti e testardi; vana la loro dottrina, come un legno. Argento battuto e laminato portato da Tars
is e oro di Ofir, lavoro di artista e di mano di orafo, di porpora e di scarlatto è la loro veste: tutti lavori di abili artisti. Il Signore, invece, è il vero Dio, egli è Dio vivente e re eterno; al suo sdegno trema la terra, i popoli non resistono al suo furore. Direte loro: “Gli dei che non hanno fatto il cielo e la terra scompariranno dalla terra e sotto il cielo”. Egli ha formato la terra con potenza, ha fissato il mondo con sapienza, con intelligenza ha disteso i cieli. Al rombo della sua voce rumoreggiano le acque nel cielo. Egli fa salire le nubi dallestremità della terra, produce lampi per la pioggia e manda fuori il vento dalle sue riserve. Rimane inebetito ogni uomo, senza comprendere; resta confuso ogni orafo per i suoi idoli, poiché è menzogna ciò che ha fuso e non ha soffio vitale. Essi sono vanità, opere ridicole; al tempo del loro castigo periranno. Non è tale l’eredità di Giacobbe, perché egli ha formato ogni cosa. Israele è la tribù della sua eredità, Signore degli eserciti è il suo nome.

(Geremia 10:1-16)

http://www.lastampa.it/2017/05/12/vaticaninsider/ita/vaticano/la-preghiera-del-vescovo-vestito-di-bianco-abbatteremo-tutti-i-muri-WpqCS8XVrnEfiDaZ3RqGAK/pagina.html