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“MI MANCHERAI”

10 Nov

So much, in inglese, vuol dire tanto,

so far vuol dire fino a ora,

so long è un saluto americano che non pone l’enfasi sul momento del re-incontro, come il nostro arrivederci o l’inglese see you (again) ma sull’attesa di esso. “Mi mancherai finché non ci rivedremo”.

Come take care, è un saluto confidenziale molto bello, una vera frase idiomatica “tell him so long for me”, “digli ciao da parte mia”.

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AFFETTO, AMORE E INIBIZIONI

1 Ott

JoBaez

Ripropongo questo post a beneficio di quanti hanno ironizzato sulla maldestra traduzione in italiano della frase di Donald Trump a proposito dei rapporti con Kim.

Questa è la copertina di un’autobiografia di Joan Beaz, del 1969 negli Oscar Mondadori, lire 1500, ma chi di noi al di sopra di una certa età non ha in casa una biografia di Joan Beaz, di Bod Dylan o dei Beatles?

Il titolo originale è Daybreak, ma voglio soffermarmi sulla scelta dell’editore italiano. Amore e love sono termini inflazionati – c’è chi dice di “amare” un colore per dire che lo preferisce – e dovremmo tornare alla distinzione della lingua greca tra i diversi tipi d’amore.

Direi quindi, “Saresti imbarazzata/o se ti dicessi che ti voglio bene?”.

Posta così, superati gli equivoci, è una domanda molto interessante che dovremmo rivolgere alle nostre amiche e ai nostri amici, perché provare affetto, “voler bene” appunto, come l’amore in una coppia, è qualcosa che va maturata e rinnovata di giorno in giorno, aggiungendo ogni giorno un tassello o un mattoncino Lego, qualche volta accadrà di togliendone uno per un’incomprensione, ma se la relazione è forte resisterà.

Voler bene” è abbassare le difese, fidarsi. A un’amica o a un amico non bisogna “raccontare tutto”, lasciamolo fare alle adolescenti (gli adolescenti sono più riservati), ma essere pronti a farlo quando serve.

Relazione. Una dei maggiori esperti in assoluto, la Volpe del Piccolo Principe, dice che va costruita ogni giorno.

Per questo ogni tanto bisognerebbe salutare un’amica o un amico con un “piacere di conoscerti”, perché nel tempo io sono cambiata/o, tu sei cambiata/o, ma continuo volerti bene per come sei, per la ricchezza interiore che solo tu hai.

AFFETTO, AMORE E INIBIZIONI

5 Lug

JoBaez

Questa è la copertina di un’autobiografia di Joan Beaz, del 1969 negli Oscar Mondadori, lire 1500, ma chi di noi non ha in casa una biografia sua, di Bod Dylan o dei Beatles?

Il titolo originale è Daybreak, ma voglio soffermarmi sulla scelta dell’editore italiano. Amore e love sono termini inflazionati – c’è chi dice di amare un colore per dire che lo preferisce – e dovremmo tornare alla distinzione della lingua greca tra i diversi tipi d’amore.

Direi quindi, “Saresti imbarazzata/o se ti dicessi che ti voglio bene?”.

Posta così, superati gli equivoci, è una domanda molto interessante che dovremmo rivolgere alle nostre amiche e ai nostri amici, perché provare affetto, voler bene appunto, come l’amore in una coppia, è qualcosa che va maturata e rinnovata di giorno in giorno, aggiungendo ogni giorno un tassello o un mattoncino Lego, qualche volta accadrà di togliendone uno per un’incomprensione, ma se la relazione è forte resisterà.

Voler bene è abbassare le difese, fidarsi. A un’amica o a un amico non bisogna raccontare tutto, lasciamolo fare alle adolescenti, ma essere pronti a farlo quando serve.

Per questo ogni tanto bisognerebbe salutare un’amica o un amico con un “piacere di conoscerti”, perché nel tempo io sono cambiato e tu sei cambiato, ma continuo volerti bene per come sei, per la ricchezza interiore che solo tu hai.

STORIE DI PIANTE

29 Giu

 

rododendro

La scorsa primavera andammo a visitare un bel parco botanico. Tra le altre meraviglie c’era un grande Rododendro, raffreddato considerata la stagione, ma anche visibilmente triste.

Mi avvicinai e gli chiesi cos’era che lo rattristava. Mi rispose che fino al giorno prima vicino a lui c’era una bella Magnolia e, svegliatosi, non l’aveva vista più.

Sai, gli risposi cercando di tirarlo su, “contrariamente al pensiero comune, anche le piante si spostano, soprattutto se non sono interrate come te ma invasate”.

Hai ragione” mi rispose con quel suo naso chiuso “ma avevo cominciato a volerle bene e ora mi rodo dendro”.

 

“ABBI CURA”

27 Apr

Amalimperfetto

Ci sono delle espressioni che in un’altra lingua o in un dialetto sono più pregnanti ed esprimono il concetto in un modo che l’italiano non rende.

Una di queste, che mi piace molto, è l’inglese take care, che esprime molto di più del nostro abbi cura.

Quando il Signore domandò a Caino dove fosse Abele questi rispose, “Non lo so, sono forse il custode di mio fratello?”. Penso che il Signore gli avrebbe ribattuto, “Sì, lo sei, perché io ho affidato lui a te e te a lui in un rapporto di reciproci amore e solidarietà” se la tragicità del momento non avesse richiesto una risposta ben più dura.

Take care of yourself corrisponde al nostro riguardati, che va dalla raccomandazione della mamma premurosa di indossare la famosa maglietta di lana a occasioni più serie riguardante la salute.

(In Italia abbiamo conosciuto l’espressione I care durante una campagna elettorale. I care, mi interesso (di te) ).

Ma il semplice take care, usato come saluto di commiato fisico o in calce a un’e-mail (sì, anche a una lettera, esistono ancora 🙂 ) o alla fine di una telefonata tra due persone che si vogliono bene, esprime l‘ἀγάπη agapé, l’amore fraterno e la ϕιλία, l’amore fra amici che una persona prova per l’altra, a differenza del nostro ciao o del tedesco servus, che etimologicamente esprimono solo disponibilità.

Va usato con parsimonia, verso le persone care, proprio affinché non diventi banale come gli americani sono riusciti a fare con love, amore.

BORDERLINE

29 Dic

In questi tempi di rivendicazioni su Gerusalemme questo è un romanzo d’amore non privo di risvolti politici che purtroppo coinvolgono tutti quelli che, ai due fronti di un  confine, quel confine lo subbiscono.

Libro per chi segue la questione israelo-palestinese, che vede in conflitto i due popoli dal 1948, quando con la risoluzione Onu 181 del 1947 la Palestina fu divisa in due e abbia letto, tra gli altri, i due libri dell’israeliano David Grossman, “La guerra che non si può vincere”, in cui l’autore, politicamente impegnato, non vede come si possa realizzare l’idea di “una terra due nazioni” e “Con gli occhi del nemico”, in cui si sforza di guardare con obiettività il conflitto dal punto di vista dei Palestinesi.

Dorit Rabinyan, ebrea e israeliana, nel romanzo Borderline (Linea di confine) racconta della relazione tessuta a New York, in territorio neutro, con un coetaneo palestinese. Romanzo di grande successo in Israele anche grazie al divieto di leggerlo nelle scuole, così come Israele lo scorso anno annullò il premio letterario nazionale per non conferirlo a Grossman.

Le difficoltà di convivenza non sono evidenziate dalle due lingue differenti ma affini, perché i due parlano tra loro in inglese, ma dalle divergenze culturali su ciò che è la Palestina e su ciò che è stata e è l’occupazione israeliana.

Lait, la donna, rimane scioccata da un filmato del fratello di Hilmi, l’uomo, nel quale in una ripresa dal nono piano di un edificio a Ramallah vede praticamente casa sua. L’idea del muro che Israele ha eretto, uno dei tanti muri della vergogna, uno di quelli che noi europei abbiamo cominciato a conoscere dopo la caduta del muro di Berlino, quello di ferro tra Gorizia e Nova Gorica /Nova Gorìza/ la mezza città passata prima alla Jugoslavia e poi alla Slovenia, smantellato all’ingresso della Slovenia nell’area Schengen. Improvvisamente sono sorti quello tra Israele e Palestina, quelli di filo spinato dell’Ungheria e della Slovenia a difesa dei loro confini dai migranti del ventunesimo secolo, quello minuscolo ma significativo dell’Arcella, un rione di Padova, a difesa dagli spacciatori, fino a quello che divide gli Stati Uniti dal Messico e che l’amministrazione Trump ha intenzione di completare… noi che alle elementari avevamo imparato solo la Grande Muraglia Cinese. Un muro nel quale c’è sempre un varco non sorvegliato ma che non può fermare le idee, anche se espresse in due lingue diverse, i colloqui telefonici con lo stesso prefisso e fatti in quella moderna lingua franca che è l’inglese.

Differenze culturali che emergono durante una cena con amici palestinesi di lui quando la discussione va su di tono e lei cita la Shoà, pentendone subito di averlo fatto.

Paura che la sua relazione con un arabo, oggetto di sicura riprovazione, nelle email alla sorella e nelle telefonate a casa sia scoperta a causa di una sua parola di troppo o inopportuna, la sua naturale paura femminile di rimanere incinta di un arabo. Lui chei rimane ferito da tutte queste ritrosie e queste azioni prudenti di lei, quasi che lei si vergognasse della relazione.

Ma tanta dolcezza in quelle telefonate di venerdì sera, che per gli ebrei è l’inizio del sabato (il giorno ebraico comincia al tramonto, il “fu sera e fu mattina” della creazione secondo la Bibbia).

Shabbat shalom” (letteralmente pace sabbatica), l’amorevole saluto familiare della cena del sabato in cui la famiglia si ritrova. Il primo comandamento dato all’uomo, e ribadito al popolo di Israele quando, con Mosè, esso prese coscienza di essere una nazione, è il riposo del sabato, come il Signore si riposò dopo la creazione.

La cena di pasqua celebrata assieme, per ricordare ma anche per insegnare ai piccoli il suo significato che, in tono minore, riunisce ogni venerdì sera in un gesto di amore le famiglie.

La nostra società invece, non le singole persone o famiglie, è riuscita a banalizzare tutto con i regali di natale, le uova di pasqua, e con il detto “Natale con i tuoi e pasqua con chi vuoi”, dimenticando che la pasqua è per antonomasia la festa da trascorrere in famiglia.

Senza appropriarci del senso della pasqua ebraica che non ci appartiene, dovremmo però far nostro il senso di famiglia che essa ci insegna, soprattutto in questo momento nel quale da più parti si invoca il dialogo con i figli.

Cominciando a insegnare loro fin da piccoli il senso dell’amore della famiglia forse si riescono a superare assieme pur sui fronti opposti le battaglie proprie dell’adolescenza – fatta spesso di “tu non capisci niente!”, età balorda ma indispensabile nella formazione di uomo e di una donna

TU VIVRAI

27 Dic

Vent’anni fa Lucio Battisti cantava Io vivrò, storia di un uomo lasciato dalla sua donna, conosciuta forse di più con l’incipit “Che non si muore per amore”. Riascoltatela e notate tutte le cose che quest’uomo si propone di fare, anche quando lei gli torna nella mente.

L’unica azione assente è io ti ammazzerò, entrata però così prepotentemente nella quotidianità dei giorni nostri.

Sarebbe bello che diventasse realtà, e gli uomini di fronte ad un amore naufragato riuscissero a farsi da parte civilmente.