Archivio | luglio, 2016

LA MADRE DI CECILIA

28 Lug

Dedicato alla mamma di Vada, Livorno, senza alcun giudizio morale, ma con rispetto e vicinanza.

Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori. Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento.

Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, – no! – disse: – non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete –. Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: – promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così.

Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affaccendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come sur un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: – addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri –. Poi voltatasi di nuovo al monatto, – voi, – disse, – passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola.

Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccia, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato.

(I promessi sposi, capitolo XXIV)

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MUSICA LINGUAGGIO UNIVERSALE?

27 Lug

Ieri sera nella splendida cornice della piazza dell’Unità d’Italia di Trieste si è tenuto il concerto degli Iron Maden che ha visto un pubblico di 15.000 persone provenienti da Austria, Italia, Slovenia e Ungheria, persone di lingue differenti ma tutti fan del complesso.

Non sarà però che il detto “La musica è un linguaggio universale” sia solo un luogo comune?

Perché, al di là del fatto che la musica non sempre è accompagnata da un testo in una lingua, cosa che avviene anche per alcuni inni nazionali e per l’inno dell’Europa Unita che è tratto dalla IX sinfonia di Beethoven senza le parole di Schiller, mentre l’inno dell’Austria–Ungheria (la cui musica è stata ripresa nell’inno della Repubblica federale di Germania) era cantato in ben diciotto lingue, quelle dell’impero. Che le parole sono spesso un accessorio non necessario è provato dalla lirica i cui testi sono cantati in tutto il mondo in italiano.

La musica metal, o dei mettallari come vengono chiamati simpaticamente e troppo spesso con disprezzo coloro a cui piace, per tornare a ieri sera, è un genere particolare ma a ben vedere, anzi, a ben ascoltare, tutti gli stili musicali sono particolari ognuno con una melodia e un ritmo diversi, si tratti di musica sinfonica, da camera, lirica, fino al più moderno rock, spesso incompatibili tra loro.

Sarebbe come pretendere di leggere le opere del dolce stil novo in lingua contemporanea. Sì, le trasposizioni ci sono, ma sono ad aiuto agli studenti, leggerle in lingua moderna è perdere gran parte di ciò che gli autori hanno voluto esprimere. Così c’è chi ha provato a proporre con scarso successo le romanze della lirica con musica moderna perché vanno ascoltate con la musica originale.

Sono passate e passeranno alla storia quelle canzoni dell’epoca moderna che con un termine inglese chiamiamo evergreen – sempreverdi – perché danno un’emozione nella musica o nelle parole che va ben oltre l’occasione per cui furono composte e molte di queste erano il “lato b”, espressione che ai tempi dei dischi a 45 giri si usava per indicare la canzone al momento di minor successo rispetto a quella che si voleva lanciare.

Musica linguaggio universale, dunque? Sì, no, forse. Sicuramente c’è bisogno di un minimo di educazione musicale che ci insegni a capire per poterle apprezzare quelle delle altre culture, altrimenti rimangono suoni indistinti e spesso non piacevoli, un po’ come quando non si conosce la lingua in cui gli altri allegramente conversano.

CULTURE

26 Lug

C’è un film su Robin Hood di cui non rammento il titolo che sarebbe visibilissimo anche dai bambini se non fosse per la prima scena che mostra in modo cruento il taglio della mano ad un ladro in un paese musulmano.

Al di là della facile battuta che in Italia metà della popolazione avrebbe una mano sola, una pratica che in noi desta orrore è invece accettata in una cultura che ha una diversa concezione del corpo.

Discorso non uguale ma simile può esser fatto per il suicidio – non mi riferisco all’eutanasia, che è un’altra cosa -, che nella nostra cultura suscita interrogativi se non in casi particolari, come per esempio quello di Sansone nella Bibbia, del carabiniere Salvo d’Acquisto che si denunciò per salvare i suoi compagni, o di Jan Palach a scopo dimostrativo di protesta, che di recente è stato emulato più volte anche in Italia.

Notizia di oggi è l’uccisione di diciannove persone e il ferimento di altre venti in una casa di riposo da parte di un ventiseienne in Giappone.

I parallelismi con alcuni dei recenti attentati in Germania ci sono tutti ma la notizia è ancora troppo fresca per giustificarli. Può essere stato, come sembra, il gesto di uno squilibrato ma qualsiasi analisi non può prescindere dalla cultura giapponese, così lontana e così diversa dalla nostra.

Molte volte i giornalisti sono stati invitati a non usare il termine kamikaze in relazione agli attacchi suicidi degli islamisti, perché i due fenomeni hanno origini completamente diverse.

Aspettiamo e cerchiamo di capire, prima di “lanci di agenzia” che debbano essere smentiti.

 

LIBRI CHE PARLANO DI DONNE

25 Lug

Da uomo parlo di donne e dei problemi che esse debbono affrontare nella società occidentale, in particolare quella italiana che conosciamo non solo ma purtroppo anche per i femminicidi, le violenze fisiche e psicologiche e le molte disparità di genere, una delle quali è quella salariale.

Oggi propongo due libri di due società a noi contemporaneamente vicine e lontane.

La presenza ebraica in Italia -a parte la triste parentesi del nazifascismo – c’è sempre stata e non possiamo più non tener conto di quella islamica, composta da persone oneste che nulla hanno a che vedere con gli islamisti. Sappiamo però come il dialogo con la società islamica sia spesso difficile, contrastato sia dalla loro cultura maschilista sia, per altri motivi, da molte parti della politica. Per questo è da apprezzare l’azione del comune di Monfalcone che ha vincolato l’erogazione del sostegno al reddito all’apprendimento della lingua italiana da parte delle donne non, almeno non solo, per una questione di integrazione ma perché la non conoscenza della lingua è per loro un ulteriore fattore di segregazione sociale.

Il primo libro è Ascolta la sua voce. La donna nella religione ebraica di Haim Fabrizio Cipriani, di cui vi invito a leggere, tra le altre, le recensioni dell’autore e di Elena Lowenthal, ebrea, giornalista della Stampa e traduttrice, che rammenta come per gli ebrei ortodossi una donna che canta è come se fosse nuda. Leggerlo perché, vuoi o non vuoi, l’ebraismo prima, e la Chiesa cattolica poi con la sua posizione ambigua sulla donna, hanno influenzato e influenzano la nostra società.

L’altro libro è Perché ci odiano. La mia storia di donna libera nell’islam (con la mia recensione su ibs.it) di Mona Eltahawy (@monaeltahawy), che nell’originale americano ha un titolo molto più esplicito, “Veli e imeni. Perché il Medio Oriente ha bisogno di una rivoluzione sessuale”. L’autrice non rinnega l’islam, chiede solo più libertà per la donna, tra l’altro nella scelta di indossare o meno qualsiasi forma di velo per moda e non come segno di sottomissione, un po’ come per le donne occidentali scegliere di indossare la gonna o i pantaloni.

Ovviamente non è l’unico libro sull’argomento, ma ci aiuta a comprendere, o tentare di farlo, un mondo del quale molti parlano senza cognizione di causa. Andrebbe letto andando a ritroso nella memoria, quando in molte parti d’Italia le nostre nonne o bisnonne erano vestite di nero col velo in testa e non avevano voce nell’agorà.

CACCIA ALLE STREGHE PREVENTIVA

24 Lug

L’altro giorno ho citato la caccia alle streghe avvenuta a Salem, Massachusetts, una pagina triste della storia americana, che vide coinvolte delle donne accusate di stregoneria e ben riproposta nell’opera di Arthur Miller “Il crogiolo”.

Caccia alle streghe è però  diventata una locuzione per indicare l’unitile ma costosa guerra in termini di tempo, denaro e altre risorse contro qualcosa che non esiste, come la “lotta ai fantasmi”.

Un anno fa, in estate, si innescava in Italia il tam tam nazional popolare contro la presunta introduzione della teoria gender nella scuola italiana, fatta di SMS, messaggi WhatsUp e su altri Social Media, il più delle volte copia-incollati da persone che li ricevevano e li inoltravano a parenti, amici e conoscenti, forse senza averne ben compreso il significato, un po’ come le donne pronte a condannare a priori Boccadirosa nella celebre canzone di Fabrizio de André – l’enfasi non è sulla prostituzione ma sulla condanna a priori -, e giù a pioggia, incuranti delle dichiarazioni del Miur, della ministra Stefania Giannini e del segretario al Miur Davide Faraone

Il caso più eclatante fu, sempre l’anno scorso, il sequestro dalle biblioteche scolastiche di quarantanove libri per bambini che Luigi Brugnano, il sindaco di Venezia ha ritenuto devianti senza minimamente pensare che alle bambine e ai bambini manca la capacità ma soprattutto la malizia di leggere tra le righe per pensare ad esempio che Pinocchio era, detto in termini moderni, figlio di un single.

Il resto è triste storia recente, come il ritiro da parte della nuova giunta del comune di Trieste del Gioco del rispetto destinato alle scuole dell’infanzia

L’ultima notizia, pubblicata oggi su Repubblica è lo stanziamento di 30.000,00 o 50.000,00 euro da parte della Regione Lombardia per l’istituzione di un numero verde anti gender per controllare le scuole “viste le ambiguità che permangono nelle linee guida del Miur”. Anche questa un’azione “a priori” come la guerra preventiva di George W. Bush contro l’Iraq, concetti mai venuti in mente neppure a strateghi militari come Cesare e Adriano e che questo mese abbiamo saputo esser stata sbagliata con buona pace degli iracheni. In un momento in cui il governo ha tagliato i fondi alle case di protezione contro i femminicidi.

Solo alla fine dell’intervista si fa cenno al bullismo, questo sì un problema, della cui soluzione fa parte l’educazione di genere, perché se i ragazzi e le ragazze non conoscono le diversità come fanno a rispettarle?

C’è poi il solito richiamo alle radici giudaico-cristiane, spesso giocate come un jolly quando non si hanno argomentazioni. Di quali radici parlano? Quelle che per secoli sono state impropriamente usate per tenere in soggezione la donna o quelle che vede l’essere umano, nei due generi maschile e femminile, creato su un piano di uguaglianza o quelle che, dopo la triste manipolazione fatta dai dottori della Legge, nel Nuovo Testamento ridanno alla donna quella completa dignità della quale era stata privata?

DISCORSI SCOMODI

24 Lug

Detesto quell’usanza nel mondo evangelico e protestante che, con un neologismo di cui mi assumo la paternità, definisco “versetteologia”, cioè l’arte di coloro che sostengono le loro tesi citando la Scrittura con versi estrapolati qua e là dal loro contesto facendo assumere loro un significato spesso molto lontano da quello inteso dagli scrittori ispirati, un po’ come i titoletti delle diverse edizioni della Bibbia.

Do per scontato, anche se purtroppo so che nella realtà non è così, che ogni credente ha una buona conoscenza della Scrittura, perché è la base della sua fede e della sua crescita spirituale.

Non si tratta di emulare gli ebrei (uomini) che a tredici anni conoscevano la Torah a memoria. I tempi e i mezzi sono cambiati e certamente non è il caso di impararne il testo a memoria. Una copia della Bibbia in italiano costa pochi euro e tutta la Bibbia, spesso in app gratuita, occupa pochi Mb in unosmartphone. Mi piace molto l’espressione dell’autore di Ebrei quando scrive “Qualcuno ha scritto in qualche parte” citando un passo di Isaia, a specificare che non sempre serve citare la fonte.

Si tratta piuttosto di conoscerne la struttura, dove e soprattutto perché trovare questo o quello. Certo, conoscere i testi fondamentali aiuta, e questo si può e si deve fare anche insegnandolo ai bambini. Perché è nostra responsabilità dare un’educazione alle nostre figlie e ai nostri figli, senza peraltro imporla.

Si tratta anche di non affidarsi ad una sola traduzione – che molti ritengono quasi ispirata – perché ha in essa tutti i limiti culturali del traduttore, che non fanno parte dell’ispirazione del testo. Così come, leggendola, se troviamo una parola ormai vecchia possiamo sostituirla con un’altra con lo stesso significato.

Il paradosso è che da Lutero in poi credenti si sono battuti per il libero esame della Bibbia, cosa non scontata in Italia fino agli anni ’70 del secolo scorso, ma quanti sono ora i credenti che la leggono con costanza e quanti, soprattutto, coloro che la studiano? Se superato lo scoglio storico-linguistico continuiamo a dire che la Scrittura è difficile, entriamo in quel gioco pericoloso che autorizza interpreti più o meno ufficiali, ma sempre detentori della verità e quindi mediatori, come gli ebrei finirono con l’autorizzare gli scribi e i farisei con le conseguenze che sappiamo.

Ritengo che vada rivisto tutto l’attuale “essere chiesa”, intesa come comunità e non istituzione.

La chiesa non è un monolite costruito da un patchwork che mette assieme i brani in cui Luca nel libro degli Atti e l’apostolo Paolo ne scrivono.

È piuttosto una realtà dinamica, mutevole nel tempo e nello spazio.

Le comunità che troviamo negli Atti e nelle lettere di Paolo ma anche l’esempio delle sette chiese dell’Apocalisse ci presentano realtà molto diverse tra loro, con stili di vita e tradizioni differenti, che trovano l’unità nella fede in Cristo dei loro membri. Il cosiddetto Concilio di Gerusalemme di Atti 15 ne è la dimostrazione. Mette infatti d’accordo il pensiero giudaico-cristiano e quello etnico-cristiano senza appiattire nessuno dei due, e dei tre divieti imposti in quell’occasione ne sopravvive solo uno, quello relativo ai disordini sessuali, che prescinde da quella decisione e dalle tradizioni più strettamente ebraiche.

In questa luce va letto ciò che Paolo scrive ai Corinzi, lettere che sono state spesso strumentalizzate per far dire all’apostolo le cose più diverse.

Qual è la discriminante per considerare alcune imposizioni superate, magari a metà, del Nuovo Testamento, cito ad esempio il velo, e altre no, come la sottomissione della donna nella comunità? In altre parole, quale legame di civiltà esiste tra il primo e il ventunesimo secolo dopo Cristo? Le donne di oggi sono ignoranti come quelle del primo secolo?

Ricordiamo piuttosto che la chiesa è stata costituita sulle realtà delle parole di Pietro, “tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Tutto il resto, anche alcune direttive di Paolo, è burocrazia, intesa come organizzazione, che viene dopo e non è detto che oggi serva. Pensiamo all’insuccesso della comunione dei beni nella chiesa di Gerusalemme e alla conseguente necessità di una colletta di sostentamento.

Gesù promise che dove due o tre sono riuniti nel suo nome sarebbe stato in mezzo a loro, questo è essere chiesa. Gli olandesi invece usano dire che un cristiano è un credente, due formano una chiesa, tre producono una divisione, ed è quello che sta succedendo anche in Italia da troppo tempo.

Lasciando da parte i grandi raduni americani di risveglio evangelico degli anni ’70 che spesso in buona fede rammentavano i movimenti hippy nel famoso raduno di Woodstock del 1969, e il fenomeno dei telepredicatori, molti dei quali ne hanno fatto un business, come in altre realtà anche la spiritualità, l’essere chiesa, ha assunto anche un’altra dimensione. Di certo non le chiese nazionaliste (chiesa d’Inghilterra, di Scozia, di Norvegia eccetera) o peggio le chiese segregazionaliste di colore tuttora esistenti negli Stati Uniti.

Ma poiché siamo umani una certa empatia, che non è quella “io son di Paolo, io di Apollo e io di Cefa” di 1a Corinzi 1 e non nega le fondamenta dell’unità ma le esprime in altro modo, va messa in conto.

Spesso si è chiesa, si è cioè comunione con credenti solo fisicamente lontani, ma con una forte unione nello Spirito, e poco importa se ci si incontra di persona solo di rado. Se Gesù – o l’apostolo Paolo – avesse avuto a disposizione i mezzi di comunicazione e i Social Media di oggi li avrebbe certamente usati. Lo Spirito, ricordiamolo, soffia dove vuole, sta a noi coglierne l’attimo.

Quando Giosia, re d’Israele, trovò i rotoli della Legge e si avvide che il popolo aveva deviato dalla volontà del Signore, non cominciò con i “ma” i “se” e i “forse”, i “vedremo”, ma si pentì e distrusse tutto ciò che aveva contribuito all’allontanamento di Israele dal Signore, si mise in preghiera e in ascolto e ricostruì il rapporto con l’Eterno.

Dobbiamo imparare a farlo!

La nostra civiltà progredisce a tappe di rivoluzioni – se siano evoluzioni o involuzioni si può giudicare solo a posteriori -. Per sommi capi i più recenti macro cambiamenti sono stati conseguenza della scoperta dell’America, dell’invenzione della stampa a caratteri mobili, dell’illuminismo e della rivoluzione industriale.

Veri e propri “terremoti culturali” che hanno portato dei vantaggi e contemporaneamente hanno posto delle nuove domande.

Dalla seconda metà del secolo scorso ne stiamo vivendo un’altra che ha toccato quasi tutti i campi della nostra vita – etica, sociale, politica, tecnologica, sanitaria – ponendoci dei nuovi interrogativi cui, come credenti, dobbiamo saper rispondere, o almeno tentare di farlo.

Di certo non troveremo una risposta chiara e univoca nella Bibbia, perché quei temi allora non si ponevano. La Bibbia non è un “prontuario medico” della fede, ma una raccolta di principi.

Alcuni di questi temi, come il prolungamento della vita grazie alle scoperte mediche o un diverso approccio rispetto a quello dell’apostolo Paolo all’omosessualità, che ora sappiamo essere non sempre un vizio, che come tale va condannato, ma anche un fattore di nascita che va rispettato, altri hanno solo cambiato nome.

Formalmente la schiavitù è stata abolita e in Italia è un reato, ma uno schiavo pedagogo di Roma era un signore rispetto ai raccoglitori nei campi di pomodoro del foggiano.

Altri temi sono nuovi, come il concetto di guerra preventiva inventato da George W. Bush e che neanche strateghi romani come Cesare o Adriano erano riusciti a concepire, le grandi migrazioni dall’est e dal Magreb e dal vicino oriente, che ci trovano tuttora impreparati e l’etica negli affari dopo il crollo delle borse del 2009, assieme a tutti i temi etici e pratici sui quali i nostri giovani, sbandati anche dall’incertezza del loro futuro, si interrogano. Domande a cui dobbiamo saper dare una risposta per non deludere la fiducia che pongono in noi che vedono, prima che nell’Eterno che non vedono.Non sono certo temi da Bar dello Sport, ma non si può rispondere con un no aprioristico, come alcuni fanno parlando di “principi non negoziabili”. Questa è politica dello struzzo.

UN FILM GIÀ VISTO

23 Lug

Come per l’attentato a Nizza l’appello della Gendarmerie Nationale di non divulgare filmati e fotografie è stato ampliamente disatteso, perché l’informazione è fatta di spettacolo (ma chi l’ha detto?) e la gente vuole vedere (sicuri?) anche la Polizei München ha diramato un appello analogo

Important: Please don’t publish Fotos/Videos of #gunfire #Munich. Please help us and send these files to us under …https://medienupload-portal01.polizei.bayern.de/ 

che è stato ugualmente ignorato dai media.

Sì, certo, siamo la società dell’immagine, ma rammentiamo, per fare un esempio, che il popolo ebraico produsse quel popò di roba che in italiano chiamiamo Bibbia e Talmud /talmùd/ prima in forma orale poi in forma scritta senza introdurre alcuna immagine.

D’accordo, per loro era un interdetto, ma per noi può valere il buon senso, che è anche una forma di rispetto per le vittime degli attentati.

Un film già visto, perché cambiano i colori delle divise e delle auto delle diverse polizie ma, purtroppo, le scene di morte e panico sono simili, che il protagonista sia un affiliato all’Isis, uno xenofobo, o lo squilibrato di turno.