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DARE DEL LEI

30 Giu

Esiste un momento nella vita di un bambino in cui non crede più a Babbo Natale, così come ne esiste un altro in cui smette di dare del tu ai “grandi”, che diventano “adulti”, e dà loro del lei, anche se con quelli conosciuti nell’infanzia questo passaggio non avviene perché sarebbe ridicolo.

Dopo la separazione dal corpo della madre, prima con la nascita e poi con lo svezzamento, le altre tappe sono l’ingresso nella vita sociale con il trauma del primo giorno di scuola, che vede i genitori allontanarsi e il bambino alle prese con un mondo nuovo e senza la difesa parentale (un mio amico mi ha raccontato che mentre qualcuno piangeva, qualcuno era contento per la novità, lui, varcando la soglia dell’aula, ebbe la sensazione “qui mi hanno fregato!” 🙂 ).

In questo mondo, quello che una volta era il “signor maestro” o la “signora maestra” i rapporti sono ancora confidenziali, e il bambino, come fa con gli zii, li chiama “maestro Franco” o “maestra Lucia”, continuando a dar loro del tu.

Il vero cambio di registro linguistico avviene con l’ingresso nella scuola media, quando il maestro diventa professore e si aspetta che gli allievi gli diano del lei. Un passaggio verso una diversa considerazione dell’altro, fino all’età adulta nella quale il nostro giovanotto, e la nostra giovane donna, avrà imparato che esistono gli amici, i parenti, i vicini, i colleghi eccetera con i quali rapportarsi in modi e con linguaggi diversi.

Lo scorso 18 giugno un giovane ha dato del tu a Emmanuel Macron, presidente della Repubblica Francese, chiamandolo Manu. Macron non l’ha presa male ma ha tenuto a precisare che non erano su un Social Media ma in piazza per una manifestazione ufficiale e ha chiesto al ragazzo di chiamarlo Monsieur le President e dargli del lei (voi in francese), cosa che, se si ascolta l’audio, ha fatto anche il presidente nei confronti del giovane.

Nel mondo del lavoro succede spesso che, dopo le presentazioni ci si dia del tu tra colleghi, anche di aziende con cui si collabora di frequente. Nelle riunioni apicali o con terzi parti però Maria tornerà a essere la dottoressa Dei Tali.

Anni or sono assistei a un dibattito televisivo per un ballottaggio nel quale uno dei candidati, pur dando del tu al contendente, lo chiamava sempre per titolo e cognome mente l’altro insisteva a chiamarlo per nome. Questione di classe.

Come ho già fatto notare altre volte, nel nostro Mezzogiorno c’è chi anche tra i giovani dà ancora del voi e c’è chi abusa del tu famigliare o amicale trasformandolo in quel “tu pesano” che sovente è solo mancanza di rispetto.

Tornando al nostro bambino diventato ormai ragazzo, che poi è mio nipote che a settembre entrerà nella scuola primaria di secondo grado (vulgo scuola media), a parte il lei che già usa con gli adulti, tra le “istruzioni per l’uso nel cambiamento” sua madre gli ha insegnato a non chiamare “prof” gli insegnanti, ma professore o professoressa seguito dal cognome. Che dopo con noi e i suoi compagni esistano la prof d’italiano, il prof di inglese e l’odiatissima prof di mate e un’altra storia.

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TRADIZIONE E RINNOVAMENTO

7 Giu

Sogliamo leggere i classici italiani, fin dalla Divina Commedia, in lingua originale con apparato critico se antichi. Nessuno, se non per gioco o per spiegarlo agli studenti, oserebbe riproporre A Silvia o I sepolcri in lingua corrente, anche se c’è chi ha tradotto Pinocchio in dialetto ma questa è un’altra storia.

Viceversa se non abbiamo accesso ai testi originali perché non ne conosciamo la lingua, e comunque conoscere e praticare una lingua spesso non ci offre quella familiarità necessaria per distinguere le espressioni e i vocaboli desueti, leggiamo volentieri le traduzioni più aggiornate delle opere straniere, scevre dagli eventuali errori del passato perché tradurre è sempre interpretare, dover scegliere tra un vocabolo e l’altro.

Morale, mentre la nostra cultura si basa spesso sulla forza della tradizione che volentieri accettiamo anche dovendo esercitare un minimo sforzo mentale, siamo pronti ad apprezzare il nuovo in ciò di cui non abbiamo una padronanza sufficiente.

Questo discorso può essere trasferito alla scuola, che non necessita di riforme su riforme o peggio di istituti o classi sperimentali che tali rimangono per lungo tempo, ma di un rinnovamento costante e di quella agilità che la renda viva e non depositaria di una verità assoluta da trasmettere, perché le cose cambiano, come cambiano gli studenti.

L’esempio banale e pratico oltre alla didattica è costituito dai banchi della scuola primaria, sui quali le bambine e i bambini siedono dalla prima alla quinta senza che nessuno tenga conto della loro crescita fisica.

Non c’è dicotomia ma complementarietà tra le materie umanistiche (il vecchio?), che formano il cittadino, e le materie scientifiche (il nuovo?), che allargano i suoi orizzonti. Così come coesistono, al di là delle preferenze personali, i libri di testo e il tablet, usati nella didattica con due scopi diversi ma complementari.

Propongo sempre l’esempio della radice quadrata che, al di là degli esercizi di geometria, nella vita serve a ben poche persone e se proprio dovesse servire si estrae pigiando un tasto sulla calcolatrice.

Il tempo degli “Amish”, bontà loro, è finito (se non sapete chi sono cercate su treccani.it non su Wikipedia!).

DI GENITORI, RAGAZZI E SCUOLA

26 Apr

Dunque… gli arei non cadono più, almeno non dieci alla settimana come tempo fa, non ci sono più lanci dai massi di cavalcavia e gli episodi di bullismo e cyberbullismo si sono trasferiti dalla strada alla scuola.

La scuola, quella che, secondo una storpiatura del detto di Cicerone Historia magistra vitæ (De Oratore, libro II) diventata Scola magistra vitæ (La scuola è maestra di vita), dovrebbe insegnare a vivere in molti casi non lo è perché oltre al 6 politico, promozione d’ufficio, spesso l’insegnamento è ridotto a un susseguirsi di inutili nozioni anziché insegnare agli studenti a ragionare, sviluppare il loro senso critico e saper difendere le loro tesi. Lo si può fare, per gradi, dalle elementari evitando le domande a risposta chiusa e insegnando agli scolari ad esporre sia i fatti sia le le loro idee. Quando diciamo ad un bambino in età prescolare “tu non puoi capire” in realtà siamo noi a non saper trovare le parole adatte alla sua età a spiegare qualcosa (a cominciare dalle tristezze dei cavoli e delle cicogne).

Qualche giorno prima del 4 marzo qualcuno invitò coloro che si sarebbero recati al voto a dare un’occhiata all’interno delle scuole, degli avvisi permanenti scritti sciattamente a penna, al disordine nei corridoi, fino alle carte geografiche o altri manifesti 100 x 150 che probabilmente servono per coprire muffe sul muro, per rendersi conto dell’ospitalità del luogo dove i loro figli o nipoti trascorrono le mattine e sono formati. Alle elementari i bambini si siedono sugli stessi banchi senza che sia presa in considerazione la loro crescita fisica dai 70 ai 140 cm. Viste da fuori il biglietto da visita della scuola è la bandiera nazionale, in molti casi con i colori verde, grigio, rosso, perché non si sa a chi spetta mandarla in lavanderia.

Il 17 marzo scorso, giorno dell’unità nazionale, mio nipote ricevette la sua copia della Costituzione italiana da un addetto del personale ATA, senza alcuna spiegazione da parte degli insegnanti. Forse lasciar perdere gli Assiro-babilonesi concentrandosi sulla storia moderna aiuterebbe i ragazzi a comprendere il mondo in cui vivono.

L’assenza nella scuola italiana dell’educazione di genere, o affettiva, e dell’educazione civica, non aiuta i ragazzi e le ragazze al rispetto dell’altro e a costruirsi, come dovrebbero, una personalità all’interno della società, con diritti che conseguono al rispetto degli obblighi e non viceversa.

A fine maggio leggeremo sui quotidiani le ricorrenti polemiche sui pantaloni corti dei ragazzi e sulle minigonne delle ragazze che distolgono l’attenzione. Certo, questo è un compito che spetta in primo luogo alla famiglia, ma pretendere un abbigliamento consono al luogo di lavoro, perché tale è per gli studenti, aiuterebbe a far capire loro che si va a scuola a svolgere un lavoro, non solo per adempiere ad un obbligo di legge.

È di questi giorni l’innalzamento dell’età di accesso a Facebook e WhatsApp con il consenso dei genitori a 16 anni, per adeguarsi al prossimo GDPR, che molto probabilmente sarà seguito dagli altri Social Media. Occasione per i genitori di rammentare che le schede SIM sono intestate a loro in caso di figli minorenni ma anche, per coloro che non lo sanno di informarsi su cosa soni i Social Media e soprattutto, senza vietarli a priori, cominciare a parlarne con loro per responsabilizzarli, senza delegare tutto alla scuola o alla Polizia postale negli incontri con i giovani.

È presumibile che molti degli auguri di morte a Giorgio Napolitano in occasione del suo recente malore sui quali ora indaga la Polizia postale siano stati mandati da persone adulte, perché pochi ragazzini hanno una coscienza politica, e che molte di queste persone abbiano dei figli. Con questo tipo di genitori è poco sperabile che i figli abbiano rispetto dell’autorità in senso lato e di quella degli insegnanti in particolare.

Si diventa maggiorenni a 18 anni, ma ci sono tappe intermedie, tra le quali l’accesso gratuito ad alcune strutture, a 12 anni un ragazzino può usare da solo l’ascensore, a 14 anni può usare un ciclomotore, a 16 come abbiamo visto, con l’autorizzazione genitoriale, usare Facebook e WhatsApp, e svolgere un lavoro temporaneo, a 17, assistito da un maggiorenne patentato, iniziare la scuola guida che gli permetterà di conseguire la patente a 18. Visti i cambiamenti del contesto sociale dovuto non solo all’ammodernamento delle tecnologie, è stato richiesto da più un abbassamento dell’età della punibilità civile.

Di stalking, bullismo e cyberbullismo si parla e se ne dovrà continuare a parlare soprattutto per mettere in guardia gli ingenui, adolescenti e ma anche adulti, che non sono in grado di valutare le conseguenze delle loro azioni sugli altri e su se stessi, ma, riflettendo sui filmati di quegli studenti di Lucca, diventati l’ultimo simbolo mediatico del cyberbullismo nella scuola viene da domandarsi se ai ragazzi che sono stati bocciati la cosa interessa o il provvedimento sia scivolato loro addosso perché “scaldano i banchi” in attesa del compimento del sedicesimo anno di età, per liberarsi di un obbligo di legge che ritengono scomodo.

LA PUNTA DELL’ICEBERG

21 Apr

Riferisce Il Piccolo, quotidiano di Trieste, che giovedì scorso un genitore è intervenuto aggredendo verbalmente e fisicamente un docente per difendere i supposti diritti del figlio nei confronti di quest’ultimo. A Trieste, ma potrebbe essere accaduto dovunque.

A differenza dei fatti di Lucca questa volta non c’è stato alcun filmato diffuso sui Social Media e lo strumento elettronico è servito allo studente solo per comunicare il fatto al genitore. Quindi, a ben vedere il problema sta alla radice.

L’articolo non dice se si è trattato di un ragazzino di prima impaurito (?) o uno di quinta dal quale, sebbene non ancora maggiorenne ci si aspetta una certa maturità. Maturità che sembra essere mancata anche al genitore che, lasciata la sua occupazione, si è precipitato a scuola a difendere quelli che secondo lui sono i diritti inviolabili del figlio, senza pensare che questi ha, prima dei diritti da esigere, dei doveri da rispettare.

Forse un passo avanti si farebbe invertendo l’ordine dei termini e dei concetti che ne derivano, anteporre cioè i doveri ai diritti e non, come si fa abitualmente, parlare di diritti e doveri.

Qualcuno parla di classi sociali. Certo è che una persona per bene trova mezzi più civili per colloquiare sia con il figlio (ultimamente sempre più genitori “dialogano” con i figli via WhatsApp!) sia con il docente se proprio non gli riconosce un ruolo educativo che può e deve passare anche per un rimprovero.

La scuola nell’occhio del ciclone, ma è solo la, pur grossa, punta dell’iceberg.

Assistiamo ogni giorno a fenomeni di grande o microcriminalità, dai femminicidi che ormai sono quasi quotidiani, alla guida senza patente o senza assicurazione, ai troppi coltelli estratti per un nonnulla, e già il fatto che delle persone li abbiano con sé dovrebbe far pensare, e tutto il resto.

Faremo in tempo a cambiare rotta o ci scontreremo contro quell’iceberg che troncò sul nascere la fama del Titanic?

SULL’EDUCAZIONE

19 Apr

Il fatto, purtroppo, ricalca il copione. Un ragazzo che, ribelle alle regole civili, nella fattispecie della scuola, si avventa contro l’insegnante. Non è il primo probabilmente non sarà l’ultimo.

Il dibattito è aperto e si allarga all’uso consapevole dei dispositivi elettronici e dei Social Media nei quali dopo l’invio è impossibile tornare indietro, con tutte le conseguenze che ne derivano.

In assenza di un’educazione digitale nella scuola, nonostante gli annunci del Miur che ora a fine legislatura forse cadranno nel vuoto, oltre all’ottimo lavoro della Polizia postale le province cominciano a muoversi in modo autonomo, come nel verbano.

Ieri sera, in coda a questo fatto un tg ha riproposto quello della dodicenne che si è filmata nuda per rispondere ad un ricatto di un suo coetaneo e in breve si è trovata sugli smartphone dei suoi compagni.

Questa è la conseguenza della seconda grande lacuna,la mancata introduzione dell’educazione di genere – o affettiva – nella scuola, ostacolata dalla CEI e dal Movimento Pro Vita che sorvolano sul fatto che le ragazze e i ragazzi in assenza di altro si affidano ad vasto mondo di internet che come con la medicina non è certo il luogo migliore dove cercare informazioni.

Da qui a un paio di mesi anche i settimanali, soprattutto femminili, si prodigheranno in consigli per l’estate su quali precauzioni adottare negli incontri casuali e estemporanei durante le vacanze, in poche parole, per usare un’espressione volgare ma esplicita, come “darla” la prima volta senza conseguenze, soffermandosi sugli aspetti tecnici e molto meno sulle conseguenze psicologiche soprattutto per le ragazzine anche in assenza di una gravidanza.

Ai ragazzi e alle ragazze va insegnato il rispetto del proprio e dell’altrui corpo che è il biglietto da visita della persona (qui si aprirebbe anche un discorso sul dress code).

Nel nostro mondo 2, 3 o 4 punto 0, fate voi, di queste cose si deve parlare molto più di quanto si faceva una volta. L’aspetto psico-corporeo della persona, maschio e femmina, è uscito dall’oscurantismo e dal “di queste cose non si parla” o “sei troppo piccolo, non puoi capire” – i bambini capiscono molto di più di quanto pensiamo – di non tante generazioni or sono.

Se ne deve parlare anche con i figli dando loro la rassicurazione che non li si guarda dall’alto in basso, ma solo da persone con più esperienza disponibili a dare una mano quando viene richiesta.

Tornando alle violenze nelle scuole e agli atti di cyberbullismo, resta la domanda se dare queste notizie quasi ogni sera ma soprattutto acriticamente nei tg sia rendere un buon servizio o, come per altre cose inciti all’emulazione. Per un lungo periodo ci sono stati servizi quasi quotidiani sui massi lanciati dai cavalcavia. Ora non se ne sente più parlare. Senza illudersi che il fenomeno sia scomparso, perché la madre dei cretini è sempre incinta, forse almeno è diminuito.

LUTERO DESCRITTO IN TELEVISIONE

6 Feb

Confondere la cattedrale di Norimberga con quella di Wittemberg, come ha fatto Michele Mirabella ieri durante la trasmissione TuttaSalute di Rai3 (dal 34’10”), per un italiano poco avvezzo alla Riforma protestante può succedere.

Parlare però di Martin Lutero e la sua “congrega di scapigliati” che “appiccicò” le novantacinque tesi è a dir poco irrispettoso.

Questa non è razzismo ma discriminazione religiosa – probalmente non voluta ma questo è il messaggio che passa – frutto anche del fatto che nelle scuole italiane si insegna la religione cattolica e non, come richiesto da più parti visto anche il mutamento della società italiana, la storia delle religioni in cui la storia della Riforma troverebbe più spazio di una mezza paginetta.

SIMBOLI

21 Apr

bandiera_01

Abito vicino a una stazione dei carabinieri e a due scuole.

La bandiera dei carabinieri è verde-bianca-rossa, quelle delle scuole, se non attorcigliate sui pennoni, verdi-grige-rosse.

La scuola italiana ha ancora problemi organizzativi ed economici (l’ormai famosa carta igienica portata da casa) ma se è vero che l’educazione e l’istruzione dei giovani passano anche per i simboli, le bandiere ingrigite dallo smog non aiutano certo a sviluppare quell’amor patrio – che non è xenofobia – ormai quasi assente in Italia.