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SE LA RELIGIONE FA DANNI

16 Lug

Quando Gesù ebbe il famoso incontro con la samaritana al pozzo, per il quale i discepoli non si scandalizzarono, come ci si sarebbe aspettato, perché stava parlando con una straniera, ma perché discuteva con una donna in quanto donna,  ai legittimi dubbi di lei su dove fosse giusto adorare il Signore egli rispose «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità», rispondendo a posteriori anche al legittimo dubbio di Salomone, che ricevette ed eseguì l’ordine di costruire il Tempio quale dimora dell’Eterno,“Ma è proprio vero che Dio abita con gli uomini sulla terra? Ecco i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che ti ho costruita!”, concetto ribadito dall’apostolo Paolo nel suo incontro con gli ateniesi, “Dio non abita in templi fatti da mano d’uomo come se avesse bisogno di qualcosa”.

Il tempio di Gerusalemme era funzionale anche ai sacrifici cruenti che cessarono la loro ragion d’essere con la morte e la resurrezione di Cristo.

Gli ebrei erano un popolo allegro, che sapeva distinguere tra i momenti di mestizia e quelli di gioia. Un’intera sezione dei salmi, termine vuol dire canto, dal 120 al 134, è chiamata “Salmi dell’ascensione” perché erano cantati gioiosamente da quanti si recavano al Tempio di Gerusalemme. L’ultimo salmo della raccolta (150) invita lodare Dio con tutti gli strumenti musicali.

Subito dopo aver passato il Mar Rosso in fuga dall’Egitto, Mosè intonò un salmo di ringraziamento e sua sorella Maria, la profetessa, sorella d’Aronne, prese in mano il timpano, e tutte le donne uscirono dietro a lei con de’ timpani, danzando.

Siamo tanto abituati a vedere il Cristo crocefisso (e i cattolici le madonne piangenti), che molti dimenticano che la sua morte fu seguita dalla resurrezione, ben espressa anche dall’opera di Pierluigi Nervi nella sala Paolo VI in Vaticano.

Nervi

Nella quindicina di luglio appena trascorsa sono apparse due riflessioni e una segnalazione bibliografica su come il cristianesimo debba essere e spesso non è.

La prima è una bella riflessione sul nostro modo di gestire il tempo “Una teologia del gioco. Non dobbiamo sempre fare qualcosa di utile”, in cui l’autore rivendica il suo diritto a praticare dello sport senza per questo essere accusato di perdere tempo. Quando, nel 1978, ci fu l’eccidio della Guyana a opera di Jim Jones, una casa editrice evangelica lo raccontò in un libro che il cui incipit era “Stavo guardando un documentario sulla Bibbia quando l’emittente interruppe la trasmissione…”, lasciando l’idea del “buon cristiano” che anche in televisione guarda solo cose attinenti la fede”.

I cristiani sono persone serie ma non seriose. Rammentiamo spesso Gesù alle nozze di Cana per il miracolo dell’acqua trasformata in vino, dimenticando il fatto che egli era a una festa con tanto di ballo e tutto il resto.

La seconda riflessione è del giornalista Davide Roberto Papini che, sulle pagine di Riforma, propone dei momenti ludici durante il prossimo sinodo Valdo-metodista, facendo notare come spesso questi momenti siano in realtà degli eventi culturali mascherati da svago.

La segnalazione biografica riguarda l’ateismo di Ken Follet che nel suo libro “Cattiva fede” racconta la storia della “religione dei padri”, parente stretta del “si è sempre fatto così”, fatta di obblighi e privazioni, e di come questa abbia avuto un effetto contrario su di lui. Di persone come lui, meno famose, ce ne sono tante!

È dovere dei genitori istruire i figli, e di questa istruzione fa parte anche la spiegazione della propria fede.

La religione è un complesso di credenze, sentimenti, riti che legano un individuo o un gruppo umano con ciò che esso ritiene sacro, in particolare con la divinità, oppure il complesso dei dogmi, dei precetti, dei riti che costituiscono un dato culto religioso (citazione da Treccani.it).

La fede invece è l’accettazione di una rivelazione per sua natura indimostrabile e quindi non può essere imposta ma è un fatto squisitamente personale, altrimenti parliamo di imposizione o di indottrinamento a una religione, con i fenomeni di accettazione del “male minore” o di accettazione e successivo rigetto come il caso di Ken Follet.

LA PORZIUNCOLA

4 Ago

Oggi pomeriggio Bergoglio si recherà in pellegrinaggio alla Porziuncola,

Porziuncola

ufficialmente Santa Maria degli Angeli, la chiesa del IV secolo che Francesco d”Assisi e i suoi fratelli restaurarono. L’occasione è la la festa della Perdonanza che in quest’anno del Giubileo della misericordia, assume per i cattolici un significato particolare.

L’evento, come riporta L’Avvenire, quotidiano della Cei, avrà copertura mediatica da parte di TV2000, l’emittente della Cei e in inutile fotocopia dal TG1 della Rai, tanto per parlare di spreco di denaro pubblico e di mancato rispetto della laicità dello stato.

La basilica di San Francesco

BasilicaSanFrancesco

fu costruita contro la sua volontà. Egli infatti voleva che si costruissero chiese secondo “la primaria regola della povertà” non certo monumentali. Contiene fagocitata al suo interno la Porziuncola, poco più grande di una cappella di un’agiata famiglia dell’800.

Sul principale quotidiano di Trieste è ancora acceso, il dibattito dei lettori sull’opportunità di investire 500.000 euro, che poi sono risultati non esserci, nella doratura delle statue del Tempio Mariano di Monte Grisa. I sostenitori hanno citato più volte l’episodio della peccatrice che unse di nardo, un unguento all’epoca molto costoso, i piedi di Gesù, ma nessuno ha rammentato che Gesù disse alla donna samaritana al pozzo che l’epoca dei templi, compreso quello di Gerusalemme, sarebbe finita o che l’apostolo Paolo disse agli ateniesi,  chiamandoli molto religiosi, perché si può essere religiosi nell’errore, che Dio non abita in templi opera di mano d’uomo.

C’è chi sostiene che Monte Grisa, come le altre chiese dalla Basilica Vaticana in giù, sono un forte volano per il turismo religioso. Quanto di più sbagliato perché delle due una, o è turismo o è viaggio religioso, che correttamente si chiama pellegrinaggio. La visita per ammirare le chiese, i parchi e i monumenti in Italia, riguarda l’aspetto turistico, che è ben altra cosa che la fede.

Quando i re dell’Israele biblico, Giosia ne è forse l’esempio emblematico, riscontravano che il popolo si era allontanato dalla volontà del Signore, non istituivano “commissioni di studio” ma restauravano la verità distruggendo ciò che era d’intralcio al suo raggiungimento, senza se e senza ma.

Bello sarebbe se Bergoglio, che ha scelto proprio il nome di Francesco ispirandosi a quello di Assisi, dopo aver visitato la Porziuncola, facesse una riflessione sull’invito di Gesù, “ma tu, quando preghi, vai nella tua cameretta e, chiusa la porta prega il Signore nel segreto…”, per dare un segnale ai suoi che la misura della fede non è nei metri cubi dei templi.

Ma si sa che non lo farà.

PREGHIERA COMUNE?

1 Ago

Quella di ieri è stata una giornata storica per la chiesa cattolica in Francia e in Italia, che ha visto molti musulmani assistere alla messa, per solidarietà con la parrocchia di Rouen e per spezzare nell’opinione pubblica, l’idea che i musulmani siano da guardare tutti con sospetto, come si fa con il diverso. Trascuriamo i numeri dei partecipanti, che vanno da 15.000 a 23.000 secondo le stime, che meglio si confanno ad una manifestazione sindacale, sportiva o musicale che a una manifestazione religiosa.

Sottolineo assistere e non partecipare e tanto meno, come hanno scritto diversi quotidiani, pregare assieme.

L’errore di fondo è accomunare le “tre grandi religioni monoteistiche”, giudaismo, cristianesimo e islam. Gli ebrei non riconosco Gesù di Nazareth come il Messia, il cristianesimo sì, l’islam vede in lui uno dei profeti ma non ne riconosce la deità.

Sia gli ebrei sia i cristiani si rifanno alla promessa di una progenie attraverso il figlio Isacco fatta dall’Eterno a Abramo. L’islam si rifà a Abramo attraverso il figlio Ismaele, escluso da tale promessa (per noi moderni è un po’ difficile comprendere l’importanza della posterità), tanto è vero che sostituiscono Ismaele ad Isacco nell’episodio della prova di Abramo descritto in Genesi 22:1-18. Abramo ebbe fede e rispose alla chiamata del Dio che si sarebbe rivelato completamente solo a partire da Mosè e l’uscita del popolo ebraico dall’Egitto, che conosciamo con il tetragramma YHWH /javé/.

Nel 610 d. C. Maometto disse di aver ricevuto una nuova rivelazione da parte di Dio, contenuta nel Corano che gli fu dato già scritto in lingua araba, per questo motivo non può trascritto in una forma più moderna né essere tradotto.

Joseph Smith nel 1868 dichiarò di aver ricevuto quella riforma della rivelazione che conosciamo con il nome di Libro di Mormon.

Quindi, dal punto di vista strettamente storico, saremmo di fronte almeno a quattro e non tre religioni monoteistiche.

Torniamo a ieri.

La messa è un rito particolare della chiesa cattolica, diverso per esempio dalle celebrazioni protestanti, che si basa sul rinnovo in forma incruenta del sacrificio di Gesù Cristo secondo cui il pane e il vino si trasformerebbero nel corpo e nel sangue di Cristo (transustanziazione), in opposizione a quanto scritto chiaramente nella Lettera agli ebrei del Nuovo Testamento (dal capito 6 al capitolo 9) che parla esplicitamente di sacrificio fatto una volta per sempre in contrapposizione a quelli ebraici che dovevano essere rinnovati. Un musulmano può assistere ma non partecipare a questo rito, e i suoi momenti di preghiera sono ben codificati e diversi da quelli della chiesa cattolica.

Non si può neppure affermare che cattolici e musulmani sono fratelli, se non per la comune discendenza da Abramo, ma non da Isacco, come abbiamo visto, o più genericamente come specie umana che racchiude tutte le razze e i generi.

Meglio quindi parlare di solidarietà, questa sì da coltivare e approfondire giorno per giorno, in qualunque modo e in qualunque sede, per emarginare i fanatici e i facinorosi.

DISCORSI SCOMODI

24 Lug

Detesto quell’usanza nel mondo evangelico e protestante che, con un neologismo di cui mi assumo la paternità, definisco “versetteologia”, cioè l’arte di coloro che sostengono le loro tesi citando la Scrittura con versi estrapolati qua e là dal loro contesto facendo assumere loro un significato spesso molto lontano da quello inteso dagli scrittori ispirati, un po’ come i titoletti delle diverse edizioni della Bibbia.

Do per scontato, anche se purtroppo so che nella realtà non è così, che ogni credente ha una buona conoscenza della Scrittura, perché è la base della sua fede e della sua crescita spirituale.

Non si tratta di emulare gli ebrei (uomini) che a tredici anni conoscevano la Torah a memoria. I tempi e i mezzi sono cambiati e certamente non è il caso di impararne il testo a memoria. Una copia della Bibbia in italiano costa pochi euro e tutta la Bibbia, spesso in app gratuita, occupa pochi Mb in unosmartphone. Mi piace molto l’espressione dell’autore di Ebrei quando scrive “Qualcuno ha scritto in qualche parte” citando un passo di Isaia, a specificare che non sempre serve citare la fonte.

Si tratta piuttosto di conoscerne la struttura, dove e soprattutto perché trovare questo o quello. Certo, conoscere i testi fondamentali aiuta, e questo si può e si deve fare anche insegnandolo ai bambini. Perché è nostra responsabilità dare un’educazione alle nostre figlie e ai nostri figli, senza peraltro imporla.

Si tratta anche di non affidarsi ad una sola traduzione – che molti ritengono quasi ispirata – perché ha in essa tutti i limiti culturali del traduttore, che non fanno parte dell’ispirazione del testo. Così come, leggendola, se troviamo una parola ormai vecchia possiamo sostituirla con un’altra con lo stesso significato.

Il paradosso è che da Lutero in poi credenti si sono battuti per il libero esame della Bibbia, cosa non scontata in Italia fino agli anni ’70 del secolo scorso, ma quanti sono ora i credenti che la leggono con costanza e quanti, soprattutto, coloro che la studiano? Se superato lo scoglio storico-linguistico continuiamo a dire che la Scrittura è difficile, entriamo in quel gioco pericoloso che autorizza interpreti più o meno ufficiali, ma sempre detentori della verità e quindi mediatori, come gli ebrei finirono con l’autorizzare gli scribi e i farisei con le conseguenze che sappiamo.

Ritengo che vada rivisto tutto l’attuale “essere chiesa”, intesa come comunità e non istituzione.

La chiesa non è un monolite costruito da un patchwork che mette assieme i brani in cui Luca nel libro degli Atti e l’apostolo Paolo ne scrivono.

È piuttosto una realtà dinamica, mutevole nel tempo e nello spazio.

Le comunità che troviamo negli Atti e nelle lettere di Paolo ma anche l’esempio delle sette chiese dell’Apocalisse ci presentano realtà molto diverse tra loro, con stili di vita e tradizioni differenti, che trovano l’unità nella fede in Cristo dei loro membri. Il cosiddetto Concilio di Gerusalemme di Atti 15 ne è la dimostrazione. Mette infatti d’accordo il pensiero giudaico-cristiano e quello etnico-cristiano senza appiattire nessuno dei due, e dei tre divieti imposti in quell’occasione ne sopravvive solo uno, quello relativo ai disordini sessuali, che prescinde da quella decisione e dalle tradizioni più strettamente ebraiche.

In questa luce va letto ciò che Paolo scrive ai Corinzi, lettere che sono state spesso strumentalizzate per far dire all’apostolo le cose più diverse.

Qual è la discriminante per considerare alcune imposizioni superate, magari a metà, del Nuovo Testamento, cito ad esempio il velo, e altre no, come la sottomissione della donna nella comunità? In altre parole, quale legame di civiltà esiste tra il primo e il ventunesimo secolo dopo Cristo? Le donne di oggi sono ignoranti come quelle del primo secolo?

Ricordiamo piuttosto che la chiesa è stata costituita sulle realtà delle parole di Pietro, “tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Tutto il resto, anche alcune direttive di Paolo, è burocrazia, intesa come organizzazione, che viene dopo e non è detto che oggi serva. Pensiamo all’insuccesso della comunione dei beni nella chiesa di Gerusalemme e alla conseguente necessità di una colletta di sostentamento.

Gesù promise che dove due o tre sono riuniti nel suo nome sarebbe stato in mezzo a loro, questo è essere chiesa. Gli olandesi invece usano dire che un cristiano è un credente, due formano una chiesa, tre producono una divisione, ed è quello che sta succedendo anche in Italia da troppo tempo.

Lasciando da parte i grandi raduni americani di risveglio evangelico degli anni ’70 che spesso in buona fede rammentavano i movimenti hippy nel famoso raduno di Woodstock del 1969, e il fenomeno dei telepredicatori, molti dei quali ne hanno fatto un business, come in altre realtà anche la spiritualità, l’essere chiesa, ha assunto anche un’altra dimensione. Di certo non le chiese nazionaliste (chiesa d’Inghilterra, di Scozia, di Norvegia eccetera) o peggio le chiese segregazionaliste di colore tuttora esistenti negli Stati Uniti.

Ma poiché siamo umani una certa empatia, che non è quella “io son di Paolo, io di Apollo e io di Cefa” di 1a Corinzi 1 e non nega le fondamenta dell’unità ma le esprime in altro modo, va messa in conto.

Spesso si è chiesa, si è cioè comunione con credenti solo fisicamente lontani, ma con una forte unione nello Spirito, e poco importa se ci si incontra di persona solo di rado. Se Gesù – o l’apostolo Paolo – avesse avuto a disposizione i mezzi di comunicazione e i Social Media di oggi li avrebbe certamente usati. Lo Spirito, ricordiamolo, soffia dove vuole, sta a noi coglierne l’attimo.

Quando Giosia, re d’Israele, trovò i rotoli della Legge e si avvide che il popolo aveva deviato dalla volontà del Signore, non cominciò con i “ma” i “se” e i “forse”, i “vedremo”, ma si pentì e distrusse tutto ciò che aveva contribuito all’allontanamento di Israele dal Signore, si mise in preghiera e in ascolto e ricostruì il rapporto con l’Eterno.

Dobbiamo imparare a farlo!

La nostra civiltà progredisce a tappe di rivoluzioni – se siano evoluzioni o involuzioni si può giudicare solo a posteriori -. Per sommi capi i più recenti macro cambiamenti sono stati conseguenza della scoperta dell’America, dell’invenzione della stampa a caratteri mobili, dell’illuminismo e della rivoluzione industriale.

Veri e propri “terremoti culturali” che hanno portato dei vantaggi e contemporaneamente hanno posto delle nuove domande.

Dalla seconda metà del secolo scorso ne stiamo vivendo un’altra che ha toccato quasi tutti i campi della nostra vita – etica, sociale, politica, tecnologica, sanitaria – ponendoci dei nuovi interrogativi cui, come credenti, dobbiamo saper rispondere, o almeno tentare di farlo.

Di certo non troveremo una risposta chiara e univoca nella Bibbia, perché quei temi allora non si ponevano. La Bibbia non è un “prontuario medico” della fede, ma una raccolta di principi.

Alcuni di questi temi, come il prolungamento della vita grazie alle scoperte mediche o un diverso approccio rispetto a quello dell’apostolo Paolo all’omosessualità, che ora sappiamo essere non sempre un vizio, che come tale va condannato, ma anche un fattore di nascita che va rispettato, altri hanno solo cambiato nome.

Formalmente la schiavitù è stata abolita e in Italia è un reato, ma uno schiavo pedagogo di Roma era un signore rispetto ai raccoglitori nei campi di pomodoro del foggiano.

Altri temi sono nuovi, come il concetto di guerra preventiva inventato da George W. Bush e che neanche strateghi romani come Cesare o Adriano erano riusciti a concepire, le grandi migrazioni dall’est e dal Magreb e dal vicino oriente, che ci trovano tuttora impreparati e l’etica negli affari dopo il crollo delle borse del 2009, assieme a tutti i temi etici e pratici sui quali i nostri giovani, sbandati anche dall’incertezza del loro futuro, si interrogano. Domande a cui dobbiamo saper dare una risposta per non deludere la fiducia che pongono in noi che vedono, prima che nell’Eterno che non vedono.Non sono certo temi da Bar dello Sport, ma non si può rispondere con un no aprioristico, come alcuni fanno parlando di “principi non negoziabili”. Questa è politica dello struzzo.

DISCORSI SCOMODI

26 Giu

Detesto quell’usanza nel mondo evangelico e protestante che, con un neologismo di cui mi assumo la paternità, definisco “versetteologia”, cioè l’arte di coloro che sostengono le loro tesi citando la Scrittura con versi estrapolati qua e là dal loro contesto facendo assumere loro un significato spesso molto lontano da quello inteso dagli scrittori ispirati, un po’ come i titoletti delle diverse edizioni della Bibbia.

Do per scontato, anche se purtroppo so che nella realtà non è così, che ogni credente ha una buona conoscenza della Scrittura, perché è la base della sua fede e della sua crescita spirituale.

Non si tratta di emulare gli ebrei (uomini) che a tredici anni conoscevano la Torah a memoria. I tempi e i mezzi sono cambiati e certamente non è il caso di impararne il testo a memoria. Una copia della Bibbia in italiano costa pochi euro e tutta la Bibbia, spesso in app gratuita, occupa pochi Mb in unosmartphone. Mi piace molto l’espressione dell’autore di Ebrei quando scrive “Qualcuno ha scritto in qualche parte” citando un passo di Isaia, a specificare che non sempre serve citare la fonte.

Si tratta piuttosto di conoscerne la struttura, dove e soprattutto perché trovare questo o quello. Certo, conoscere i testi fondamentali aiuta, e questo si può e si deve fare anche insegnandolo ai bambini. Perché è nostra responsabilità dare un’educazione alle nostre figlie e ai nostri figli, senza peraltro imporla.

Si tratta anche di non affidarsi ad una sola traduzione – che molti ritengono quasi ispirata – perché ha in essa tutti i limiti culturali del traduttore, che non fanno parte dell’ispirazione del testo. Così come, leggendola, se troviamo una parola ormai vecchia possiamo sostituirla con un’altra con lo stesso significato.

Il paradosso è che da Lutero in poi credenti si sono battuti per il libero esame della Bibbia, cosa non scontata in Italia fino agli anni ’70 del secolo scorso, ma quanti sono ora i credenti che la leggono con costanza e quanti, soprattutto, coloro che la studiano? Se superato lo scoglio storico-linguistico continuiamo a dire che la Scrittura è difficile, entriamo in quel gioco pericoloso che autorizza interpreti più o meno ufficiali, ma sempre detentori della verità e quindi mediatori, come gli ebrei finirono con l’autorizzare gli scribi e i farisei con le conseguenze che sappiamo.

Ritengo che vada rivisto tutto l’attuale “essere chiesa”, intesa come comunità e non istituzione.

La chiesa non è un monolite costruito da un patchwork che mette assieme i brani in cui Luca nel libro degli Atti e l’apostolo Paolo ne scrivono.

È piuttosto una realtà dinamica, mutevole nel tempo e nello spazio.

Le comunità che troviamo negli Atti e nelle lettere di Paolo ma anche l’esempio delle sette chiese dell’Apocalisse ci presentano realtà molto diverse tra loro, con stili di vita e tradizioni differenti, che trovano l’unità nella fede in Cristo dei loro membri. Il cosiddetto Concilio di Gerusalemme di Atti 15 ne è la dimostrazione. Mette infatti d’accordo il pensiero giudaico-cristiano e quello etnico-cristiano senza appiattire nessuno dei due, e dei tre divieti imposti in quell’occasione ne sopravvive solo uno, quello relativo ai disordini sessuali, che prescinde da quella decisione e dalle tradizioni più strettamente ebraiche.

In questa luce va letto ciò che Paolo scrive ai Corinzi, lettere che sono state spesso strumentalizzate per far dire all’apostolo le cose più diverse.

Qual è la discriminante per considerare alcune imposizioni superate, magari a metà, del Nuovo Testamento, cito ad esempio il velo, e altre no, come la sottomissione della donna nella comunità? In altre parole, quale legame di civiltà esiste tra il primo e il ventunesimo secolo dopo Cristo? Le donne di oggi sono ignoranti come quelle del primo secolo?

Ricordiamo piuttosto che la chiesa è stata costituita sulle realtà delle parole di Pietro, “tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Tutto il resto, anche alcune direttive di Paolo, è burocrazia, intesa come organizzazione, che viene dopo e non è detto che oggi serva. Pensiamo all’insuccesso della comunione dei beni nella chiesa di Gerusalemme e alla conseguente necessità di una colletta di sostentamento.

Gesù promise che dove due o tre sono riuniti nel suo nome sarebbe stato in mezzo a loro, questo è essere chiesa. Gli olandesi invece usano dire che un cristiano è un credente, due formano una chiesa, tre producono una divisione, ed è quello che sta succedendo anche in Italia da troppo tempo.

Lasciando da parte i grandi raduni americani di risveglio evangelico degli anni ’70 che spesso in buona fede rammentavano i movimenti hippy nel famoso raduno di Woodstock del 1969, e il fenomeno dei telepredicatori, molti dei quali ne hanno fatto un business, come in altre realtà anche la spiritualità, l’essere chiesa, ha assunto anche un’altra dimensione. Di certo non le chiese nazionaliste (chiesa d’Inghilterra, di Scozia, di Norvegia eccetera) o peggio le chiese segregazionaliste di colore tuttora esistenti negli Stati Uniti.

Ma poiché siamo umani una certa empatia, che non è quella “io son di Paolo, io di Apollo e io di Cefa” di 1a Corinzi 1 e non nega le fondamenta dell’unità ma le esprime in altro modo, va messa in conto.

Spesso si è chiesa, si è cioè comunione con credenti solo fisicamente lontani, ma con una forte unione nello Spirito, e poco importa se ci si incontra di persona solo di rado. Se Gesù – o l’apostolo Paolo – avesse avuto a disposizione i mezzi di comunicazione e i Social Media di oggi li avrebbe certamente usati. Lo Spirito, ricordiamolo, soffia dove vuole, sta a noi coglierne l’attimo.

Quando Giosia, re d’Israele, trovò i rotoli della Legge e si avvide che il popolo aveva deviato dalla volontà del Signore, non cominciò con i “ma” i “se” e i “forse”, i “vedremo”, ma si pentì e distrusse tutto ciò che aveva contribuito all’allontanamento di Israele dal Signore, si mise in preghiera e in ascolto e ricostruì il rapporto con l’Eterno.

Dobbiamo imparare a farlo!

La nostra civiltà progredisce a tappe di rivoluzioni – se siano evoluzioni o involuzioni si può giudicare solo a posteriori -. Per sommi capi i più recenti macro cambiamenti sono stati conseguenza della scoperta dell’America, dell’invenzione della stampa a caratteri mobili, dell’illuminismo e della rivoluzione industriale.

Veri e propri “terremoti culturali” che hanno portato dei vantaggi e contemporaneamente hanno posto delle nuove domande.

Dalla seconda metà del secolo scorso ne stiamo vivendo un’altra che ha toccato quasi tutti i campi della nostra vita – etica, sociale, politica, tecnologica, sanitaria – ponendoci dei nuovi interrogativi cui, come credenti, dobbiamo saper rispondere, o almeno tentare di farlo.

Di certo non troveremo una risposta chiara e univoca nella Bibbia, perché quei temi allora non si ponevano. La Bibbia non è un “prontuario medico” della fede, ma una raccolta di principi.

Alcuni di questi temi, come il prolungamento della vita grazie alle scoperte mediche o un diverso approccio rispetto a quello dell’apostolo Paolo all’omosessualità, che ora sappiamo essere non sempre un vizio, che come tale va condannato, ma anche un fattore di nascita che va rispettato, altri hanno solo cambiato nome.

Formalmente la schiavitù è stata abolita e in Italia è un reato, ma uno schiavo pedagogo di Roma era un signore rispetto ai raccoglitori nei campi di pomodoro del foggiano.

Altri temi sono nuovi, come il concetto di guerra preventiva inventato da George W. Bush e che neanche strateghi romani come Cesare o Adriano erano riusciti a concepire, le grandi migrazioni dall’est e dal Magreb e dal vicino oriente, che ci trovano tuttora impreparati e l’etica negli affari dopo il crollo delle borse del 2009, assieme a tutti i temi etici e pratici sui quali i nostri giovani, sbandati anche dall’incertezza del loro futuro, si interrogano. Domande a cui dobbiamo saper dare una risposta per non deludere la fiducia che pongono in noi che vedono, prima che nell’Eterno che non vedono.Non sono certo temi da Bar dello Sport, ma non si può rispondere con un no aprioristico, come alcuni fanno parlando di “principi non negoziabili”. Questa è politica dello struzzo.

STORIA DELLE RELIGIONI

26 Mag

Se qualcuno avesse ancora qualche dubbio sull’utilità e l’urgenza di un corso di storia delle religioni nella scuola italiana, non solo per conoscere gli islamici, il sottotilo di questo articolo lo scaccia.

L’Italia non ha vissuto la Riforma e molti conoscono, forse, Martin Luther solo come primo e secondo nome di King, peraltro pastore battista, ma siamo comunque nell’ambito del cristianesimo e per quella mezza paginetta sui libri di scuola si dovrebbe sapere che i protestanti e gli evangelici non hanno preti e non dicono Messa.

A margine, perché associare necessariamente internet alla pornografia?

A PROPOSITO DI VELO

16 Mag

Scritto l’anno scorso ma la domanda è sempre attuale, perché il velo non è solo quello islamico.

Dopo le polemiche che hanno investito la questione del velo islamico a scuola in provincia di Udine, mi lascia perplesso questa danza (al 28° minuto) eseguita nella puntata dell’11 marzo delle Invasioni barbariche di Daria Bignardi.
Una suora (non aggiungo “una bella donna” per rispetto alla sua scelta di vita) che mentre danza ha il capo scoperto e i capelli sciolti e svolazzanti e quando si siede riveste il suo ruolo e si mette il velo.
Nel cristianesimo l’apostolo Paolo affronta l’argomento nel capitolo 11 della 1.a lettera ai Corinzi. Non ne fa una questione di sottomissione di genere, come più tardi sarà per l’islam, ma di comportamento sociale. Corinto, per chi non lo sapesse, era una città di facili costumi (gran parte della lettera verte su questo) e la donna sposata doveva portare il velo come segno di rispetto al suo capo (marito nella società di allora), ma anche per far capire chiaramente che era sposata, un po’ come fanno oggi la maggior parte delle mogli portando la fede al dito (un po’ meno gli uomini, che la portano alla catenina al collo se fanno lavori manuali).
Parlar di velo nel ventunesimo secolo, quindi non ha alcun senso, se non quello di seguire passivamente una tradizione. Quanto sarebbero più comunicative le suore, come tutte le altre donne, senza questa imposizione?