Archivio | gennaio, 2018

VIVERE LA VITA, CON GIOIA

30 Gen

Di Massimo Recalcati sto leggendo Contro il sacrificio. Al di là del fantasma sacrificale, in cui spiega che quella sacrificale è una pratica solo umana e che al giorno d’oggi non ha più senso.

Non è un “libro da spiaggia o sotto l’albero”, ma come sempre l’autore è preciso nell’analizzare come le diverse persone affrontino il sacrificio.

In particolare parlando di Bernardo di Chiaravalle fondatore dell’ordine dei Cistercensi che vedeva nel cibo solo una necessità fisica a cui togliere ogni piacere, e che per questo fu richiamato anche da Tommaso d’Aquino, conclude “Qui non c’è più alcuna traccia dell’amore di Cristo per la vita…”. Rammentiamo che la prima uscita pubblica di Gesù fu durante una festa, le nozze di Cana.

Molto interessante è la risposta avuta da ragazzo dal padre, fioraio, nei confronti del dolore e della morte: “La malattia fa parte della vita, ma non devi avere paura”.

Qui la presentazione del libro a QuanteStorie di Rai3

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POLITICAMENTE SCORRETTO?

27 Gen

Non si può ricordare per decreto, anche perché dopo Auschwitz ci sono state le stragi di Sabra e Shatila, Srebrenica, le Torri Gemelle, Aleppo, e le molte altre che il nostro mondo occidentale non considera degne di memoria, comprese quelle nei Paesi mussulmani da parte dell’Isis.

L’Olocausto ha coinvolto loro malgrado non solo gli ebrei e che essi chiamano Shoah e ricordano in aprile, ma anche i minorati mentali, gli omosessuali e i Testimoni di Geova.

Ieri mattina la trasmissione Unomattina di Rai1 ha fatto vedere la Risiera di San Sabba, a Trieste, unico campo di sterminio in Italia. Non è Auschwitz, ma per entrarci bisogna comunque essere preparati e alcuni miei ospiti hanno preferito non farlo. Sempre da Trieste, da quella che con orgoglio definiamo la più grande piazza d’Italia sul mare, il 18 settembre del 1938 furono promulgate le Leggi razziali.

A due chilometri in linea d’aria da casa mia, definisco la Risiera “monumento alla stupidità umana”, perché Konrad Lorenz ci ha insegnato che solo l’uomo e la formica uccidono i membri della propria specie, ma a differenze di essa, l’uomo è un essere pensante e lo fa con malvagità.

Come non rammentare però i muri e i cavalli di Frisia che stanno sorgendo qua e là in Europa, Israele, Stati Uniti, spesso anche tra me e te, ma soprattutto quanti esseri umani stanno morendo ora in terra e in mare per fuggire a genocidi molto più attuali?

Forse, spiegando ai giovani il perché di queste cose che vedono quotidianamente nei tg, riuscirebbero a capire di più anche un fatto così tragico ma da loro lontano nel tempo.

Senza dimenticare, perché come ha detto il presidente Sergio Mattarella l’Olocausto è una macchia indelebile nella storia dell’Italia.

Elena Loewenthal, ebrea, con molta classe e in modo politicamente scorretto spiega perché secondo lei non ha più senso celebrare la giornata della memoria.

RIFLETTENDO SU MATERA

18 Gen

Chi mercoledì sera ha visto lo stupendo documentario di Alberto Angela sui sassi di Matera forse sarà rimasto sorpreso dal fatto che delle famiglie abbiano vissuto nelle grotte fino al 1954, quando con un’ordinanza furono fatte trasferire coercitivamente nelle case popolari.

Coercitivamente perché chi teneva nella grotta l’asino o le galline non lo avrebbe più potuto fare.

Chi solo sessant’anni fa è nato in città in famiglia borghese, come si diceva allora, fin da piccolo ha saputo che l’acqua si aveva girando la manopola del rubinetto e la luce girando la farfalla dell’interruttore di porcellana, senza porsi il problema da dove e come venissero l’acqua e l’elettricità.

Ben diverso il risveglio di chi aveva il lume a petrolio e attingeva l’acqua al pozzo o dalla cisterna e qualche mattina d’inverno doveva letteralmente rompere il ghiaccio per sciacquarsi almeno il viso, come il famoso ragazzo della via Gluck.

Non sto parlando dei tempi di Garibaldi, ma di appena settanta anni fa.

Un po’ più distanti nello spazio ma più vicini nel tempo sono i mille e cinquecento Palestinesi in Cisgiordania che vivono nelle grotte a causa delle demolizioni da parte degli Israeliani, come riporta anche David Grossman, scrittore israeliano, nel libro La guerra che non si può vincere.

Scrivo questo post nel mio studio a mio agio con 20 gradi e 50% di umidità ma pensando a tutti i conflitti nel mondo e al fatto che ci sono due uomini che hanno discusso a distanza su chi dei due avesse il bottone più grosso.

Augurandoci che tutto rimanga allo stato di battaglia verbale, penso a Matera che da città di rifugio si è sollevata tanto da essere la Capitale della cultura 2019 e alle tante Matere che, in caso nefasto, potrebbero sorgere.

COPERTURE FINANZIARIE

14 Gen

A udire a pranzo, merenda e cena le promesse elettorali dei vari schieramenti politici, promesse a sostegno delle quai non viene mai citata la copertura finanziaria, non so a voi ma a me torna in mente il raggiro del Gatto e della Volpe al capitolo dodici di Pinocchio.

E, se debbo dirla tutta, mi hanno anche stufato. Poi magari sbaglio.

Il giorno dipoi Mangiafoco chiamò in disparte Pinocchio e gli domandò:

– Come si chiama tuo padre?

– Geppetto.

– E che mestiere fa?

– Il povero.

– Guadagna molto?

– Guadagna tanto, quanto ci vuole per non aver mai un centesimo in tasca. Si figuri che per comprarmi l’Abbecedario della scuola dové vendere l’unica casacca che aveva addosso: una casacca che, fra toppe e rimendi, era tutta una piaga.

– Povero diavolo! Mi fa quasi compassione. Ecco qui cinque monete d’oro. Vai subito a portargliele e salutalo tanto da parte mia.

Pinocchio, com’è facile immaginarselo, ringraziò mille volte il burattinaio, abbracciò, a uno a uno, tutti i burattini della Compagnia, anche i giandarmi: e fuori di sé dalla contentezza, si mise in viaggio per tornarsene a casa sua.

Ma non aveva fatto ancora mezzo chilometro, che incontrò per la strada una Volpe zoppa da un piede e un Gatto cieco da tutt’e due gli occhi, che se ne andavano là là, aiutandosi fra di loro, da buoni compagni di sventura. La Volpe che era zoppa, camminava appoggiandosi al Gatto: e il Gatto, che era cieco, si lasciava guidare dalla Volpe.

– Buon giorno, Pinocchio, – gli disse la Volpe, salutandolo garbatamente.

– Com’è che sai il mio nome? – domandò il burattino.

– Conosco bene il tuo babbo.

– Dove l’hai veduto?

– L’ho veduto ieri sulla porta di casa sua.

– E che cosa faceva?

– Era in maniche di camicia e tremava dal freddo.

– Povero babbo! Ma, se Dio vuole, da oggi in poi non tremerà più!…

– Perché?

– Perché io sono diventato un gran signore.

– Un gran signore tu? – disse la Volpe, e cominciò a ridere di un riso sguaiato e canzonatore: e il Gatto rideva anche lui, ma per non darlo a vedere, si pettinava i baffi colle zampe davanti.

– C’è poco da ridere, – gridò Pinocchio impermalito. – Mi dispiace davvero di farvi venire l’acquolina in bocca, ma queste qui, se ve ne intendete, sono cinque bellissime monete d’oro.

E tirò fuori le monete avute in regalo da Mangiafoco.

Al simpatico suono di quelle monete la Volpe, per un moto involontario, allungò la gamba che pareva rattrappita, e il Gatto spalancò tutt’e due gli occhi, che parvero due lanterne verdi: ma poi li richiuse subito, tant’è vero che Pinocchio non si accorse di nulla.

– E ora, – gli domandò la Volpe, – che cosa vuoi farne di codeste monete?

– Prima di tutto, – rispose il burattino, – voglio comprare per il mio babbo una bella casacca nuova, tutta d’oro e d’argento e coi bottoni di brillanti: e poi voglio comprare un Abbecedario per me.

– Per te?

– Davvero: perché voglio andare a scuola e mettermi a studiare a buono.

– Guarda me! – disse la Volpe. – Per la passione sciocca di studiare ho perduto una gamba.

– Guarda me! – disse il Gatto. – Per la passione sciocca di studiare ho perduto la vista di tutti e due gli occhi.

In quel mentre un Merlo bianco, che se ne stava appollaiato sulla siepe della strada, fece il solito verso e disse:

– Pinocchio, non dar retta ai consigli dei cattivi compagni: se no, te ne pentirai!

Povero Merlo, non l’avesse mai detto! Il Gatto, spiccando un gran salto, gli si avventò addosso, e senza dargli nemmeno il tempo di dire ohi se lo mangiò in un boccone, con le penne e tutto.

Mangiato che l’ebbe e ripulitasi la bocca, chiuse gli occhi daccapo e ricominciò a fare il cieco, come prima.

– Povero Merlo! – disse Pinocchio al Gatto, – perché l’hai trattato così male?

– Ho fatto per dargli una lezione. Così un’altra volta imparerà a non metter bocca nei discorsi degli altri.

Erano giunti più che a mezza strada, quando la Volpe, fermandosi di punto in bianco, disse al burattino:

– Vuoi raddoppiare le tue monete d’oro?

– Cioè?

– Vuoi tu, di cinque miserabili zecchini, farne cento, mille, duemila?

– Magari! E la maniera?

– La maniera è facilissima. Invece di tornartene a casa tua, dovresti venire con noi.

– E dove mi volete condurre?

– Nel paese dei Barbagianni.

Pinocchio ci pensò un poco, e poi disse risolutamente:

– No, non ci voglio venire. Oramai sono vicino a casa, e voglio andarmene a casa, dove c’è il mio babbo che m’aspetta. Chi lo sa, povero vecchio, quanto ha sospirato ieri, a non vedermi tornare. Pur troppo io sono stato un figliolo cattivo, e il Grillo-parlante aveva ragione quando diceva: “I ragazzi disobbedienti non possono aver bene in questo mondo”. E io l’ho provato a mie spese, Perché mi sono capitate dimolte disgrazie, e anche ieri sera in casa di Mangiafoco, ho corso pericolo… Brrr! mi viene i bordoni soltanto a pensarci!

– Dunque, – disse la Volpe, – vuoi proprio andare a casa tua? Allora vai pure, e tanto peggio per te!

– Tanto peggio per te! – ripeté il Gatto.

– Pensaci bene, Pinocchio, perché tu dai un calcio alla fortuna.

– Alla fortuna! – ripeté il Gatto.

– I tuoi cinque zecchini, dall’oggi al domani sarebbero diventati duemila.

– Duemila! – ripeté il Gatto.

– Ma com’è mai possibile che diventino tanti? – domandò Pinocchio, restando a bocca aperta dallo stupore.

– Te lo spiego subito, – disse la Volpe. – Bisogna sapere che nel paese dei Barbagianni c’è un campo benedetto, chiamato da tutti il Campo dei miracoli. Tu fai in questo campo una piccola buca e ci metti dentro per esempio uno zecchino d’oro. Poi ricuopri la buca con un po’ di terra: l’annaffi con due secchie d’acqua di fontana, ci getti sopra una presa di sale, e la sera te ne vai tranquillamente a letto. Intanto, durante la notte, lo zecchino germoglia e fiorisce, e la mattina dopo, di levata, ritornando nel campo, che cosa trovi? Trovi un bell’albero carico di tanti zecchini d’oro, quanti chicchi di grano può avere una bella spiga nel mese di giugno.

– Sicché dunque, – disse Pinocchio sempre più sbalordito, – se io sotterrassi in quel campo i miei cinque zecchini, la mattina dopo quanti zecchini ci troverei?

– È un conto facilissimo, – rispose la Volpe, – un conto che puoi farlo sulla punta delle dita. Poni che ogni zecchino ti faccia un grappolo di cinquecento zecchini: moltiplica il cinquecento per cinque e la mattina dopo ti trovi in tasca duemila cinquecento zecchini lampanti e sonanti.

– Oh che bella cosa! – gridò Pinocchio, ballando dall’allegrezza. – Appena che questi zecchini gli avrò raccolti, ne prenderò per me duemila e gli altri cinquecento di più li darò in regalo a voi altri due.

– Un regalo a noi? – gridò la Volpe sdegnandosi e chiamandosi offesa. – Dio te ne liberi!

– Te ne liberi! – ripeté il Gatto.

– Noi, – riprese la Volpe, – non lavoriamo per il vile interesse: noi lavoriamo unicamente per arricchire gli altri.

– Gli altri! – ripeté il Gatto.

– Che brave persone! – pensò dentro di sé Pinocchio: e dimenticandosi lì sul tamburo, del suo babbo, della casacca nuova, dell’Abbecedario e di tutti i buoni proponimenti fatti, disse alla Volpe e al Gatto:

– Andiamo pure. Io vengo con voi”.

METÀ DI CHI!?

10 Gen

Nella fiction Romanzo famigliare, trasmesso a puntate da Rai1 tre cose, per ora, sono saltate all’orecchio:

Il termine famigliare, su cui è intervenuta il 9 gennaio con un twitt esplicativo l’Accademia della Crusca (essendoci libertà di scelta io continuerò a scrivere famigliare).

La pronuncia veneta dell’allieva che almeno a me ha rammentato l’appuntato della saga “Pane, amore e…”, quello impacciato soprattutto nei rapporti con la “Marescialla”.

Ma ancor di più mi ha colpito una frase del Comandante dell’Accademia Navale di Livorno e un’allieva nel colloquio sul comportamento di lei e sulle conseguenti divergenze di opinioni tra i due circa i compiti della Marina Militare (da 16’17”).

I[…] In marina abbiamo fatto entrare delle ragazze, non dei mezzi maschi esaltati, per fare questa vita non deve sacrificare niente, neanche la possibilità di fare dei figli”.

Delle ragazze, non dei mezzi maschi (esaltati o meno che siano) è senza timor di dubbio un’espressione sessista che ben si colloca nell’attuale dibattito sulla parità di genere e parità salariale.

Probabilmente lontana dalla realtà, che visto che il servizio militare femminile è stato introdotto in Italia nel 1999 e dopo il legittimo stupore causato da ogni novità oggi è un fatto normale. Ciò non toglie che siano casi di molestie così come esistono i casi di nonnismo.

Ciò che proprio non va è considerare la donna metà dell’uomo, nel servizio militare come in ogni altra occasione.

MI PIACEREBBE

4 Gen

Mi piacerebbe che, in quest’anno appena iniziato, si tornasse a dire inventare e non creare, si parlasse di consigli e non di decalogo, lasciando la creazione e i comandamenti al legittimo Proprietario, così come si evitasse di dire “salvo per miracolo”, lasciando l’idea di un Dio o distratto o che fa preferenze, “Tizio sì, Caio no”

Mi piacerebbe una maggior coerenza nel rispetto per l’ambiente, se il riscaldamento domestico dopo il traffico urbano è uno dei maggiori imputati, non si possono rilasciare deroghe per i fuochi epifanici, retaggio di una credenza si spera ormai superata ma di certo con effetti dannosi per l’ambiente.

Mi piacerebbe che il costo dei sacchetti nei mercati, oltre a chiarire se si tratta di una direttiva quindi vincolante o di una raccomandazione quindi facoltativa, venga riassorbito dall’accisa della guerra in Abissinia del 1935. Perché gli italiani, o almeno io, sono stufi di pagare gabelle di qua e di là senza che ne sia chiarito lo scopo, anche perché la salvaguardia dell’ambiente non riguarda solo il Mezzogiorno, decreto legge nelle pieghe del quale è stato inserito.

Mi piacerebbero altre cose, ma facciamo un po’ alla volta.

MEMO PER IL PROSSIMO GOVERNO

2 Gen

Di due documenti uguali “precisi” però relativi a due persone diverse uno perché prodotto dall’Agenzia delle Entrate, di cui non rimane traccia se non sulla busta ormai gettata, e l’altro dalla locale Asl, il primo non ha scadenza se non al variare delle condizioni economiche, l’altro rinnovato questa mattina ha scadenza il 31 marzo prossimo (tra tre mesi).

Il colloquio tra le due cortesi impiegate che ovviamente non fa testo in quanto orale, “guarda che qualcuno è messe col nome e qualcuno con il cognome” con riferimento all’archivio storico cartaceo, mi conferma se mai avessi avuto dubbi, l’incomunicabilità tra i database della Pubblica Amministrazione.

Un altro ufficio della stessa struttura è aperto solo il lunedì, il mercoledì e il venerdì, e oggi è martedì. Busso comunque e dentro trovo un impiegato che, mangiando il suo sacrosanto panino (non contesto la pausa caffè/panino), mi invita a tornare domani. Perché non uniformare gli orari di una stessa struttura, salvo esigenze particolari?

Per la verifica del superamento di una soglia di imponibile mi si invita a rivolgermi ad un Caf. Vado a uno e oggi è chiuso, vado ad un altro ed è chiuso fino all’8 gennaio. Immagino le code di coloro che entro il 15 gennaio dovranno produrre l’Isee per varie esenzioni, oppure per richiedere il Rei. Domanda: poiché avevo chiesto indicazioni di massima e non particolareggiate, possibile che l’ufficio al quale mi son rivolto non sia istruito al proposito?

Per fare l’abbonamento al TPL on line ed avere lo sconto del 5% che su uno annuale sono circa 17 euro, bisogna entrare con l’email e password. Una persona nata a Zagabria, allora Jugoslavia, che l’ha persa non ha potuto recuperarla perché il database dell’azienda non riconosce il codice fiscale con Z118, Jugoslavia, ma dà un fantomatico Serbia-Montenegro, fantomatico perché, a differenza della Bosnia ed Erzegovina, sono due stati indipendenti. Del resto ci sono dei database che nel menù a tendina dellla provincia di Trieste, che tra l’altro non esiste più, offrono i toponimi in italiano molte città della Slovenia con un balzo indietro a prima della Seconda Guerra Mondiale, quando quei territori erano italiani. Ovviamente il numero verde dell’azienda era sempre occupato, mi ha detto la persona.

Le Asl e il TPL sono di competenza regionale quindi le difficoltà non riguardano direttamente il governo centrale, ma almeno per lo Z118 è il caso di emettere una circolare univoca e certa, considerando che sono passati diciannove anni dallo scioglimento della Jugoslavia e siamo ancora a questi problemi (mia nonna, italiana nata a Pola, allora Impero Austro-Ungarico ha avuto la fortuna di morire prima dell’introduzione del codice fiscale).

Come ho già scritto qualche altra volta, non pretendo l’Estonia, ma qualcosa di più anche da noi sì, dai!