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ORAZIO

20 Mag

Nome maschile, dal latino Horatius.

A quanti ricordano i loro studi di storia ne tornano in mente almeno due:

Orazio Coclide, per il suo nome strano. Eroe mitico romano del V secolo che difese da solo il ponte che conduceva a Roma contro l’attacco degli Etruschi guidati da Porsenna. Forse per non distrarre l’enfasi dalla battaglia gli insegnanti non ci dissero che coclide, più banalmente, vuol dire orbo.

Gli Orazi e Curiazi, dei primi era discende anche l’Orazio appena descritto, secondo Tito Livio erano due famiglie di cugini che troviamo nel mito di Romolo, fondatore di Roma, nella guerra che li vide gli un gli uni a difesa di Roma gli altri di Albalonga. La realtà storica è un po’ diversa ma a distanza di tanti anni perché scomodarla?

Coloro che hanno studiano al liceo classico non possono non aver incontrato Quinto Orazio Flacco, uno dei maggiori poeti dell’antichità. Epicureo, sempre alla ricerca del significato della vita, e ciò dovrebbe bastare a rivalutarlo e a farci riflettere.

L’Orazio più famoso è però colui che compare nell’Amleto di Shakespeare. È lui che, nella tragedia del principe al quale lo zio aveva ucciso il padre per impossessarsi del trono e che aveva sposato la madre senza rispettare i tempi del lutto, gli è sempre vicino, come amico, consigliere e spalla. Senza di lui l’opera sarebbe monca.

La figura di Orazio nell’Amleto deve farci riflettere non tanto sul suo ruolo istituzionale, quanto a quello di amico e di confidente di cui, in determinati momenti della vita ognuno di noi ha bisogno.

Amico non è colui che c’è sempre, ma sai che quando serve c’è, e non è un gioco di parole.

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VALORE DEL NOME

30 Apr

“25, martedì

Il ragazzo che mandò il francobollo al calabrese è quello che mi piace più di tutti, si chiama Garrone, è il più grande della classe ha quasi quattordici anni, la testa grossa, le spalle larghe; è buono, si vede quando sorride; ma pare che pensi sempre, come un uomo. Ora ne conosco già molti dei miei compagni. Un altro mi piace pure, che ha nome Coretti, e porta una maglia color cioccolata e un berretto di pelo di gatto: sempre allegro, figliuolo d’un rivenditore di legna, che è stato soldato nella guerra del 66, nel quadrato del principe Umberto, e dicono che ha tre medaglie. C’è il piccolo Nelli, un povero gobbino, gracile e col viso smunto. C’è uno molto ben vestito, che si leva sempre i peluzzi dai panni, e si chiama Votini. Nel banco davanti al mio c’è un ragazzo che chiamano il muratorino, perché suo padre è muratore; una faccia tonda come una mela con un naso a pallottola: egli ha un’abilità particolare, sa fare il muso di lepre, e tutti gli fanno fare il muso di lepre, e ridono; porta un piccolo cappello a cencio che tiene appallottolato in tasca come un fazzoletto. Accanto al muratorino c’è Garoffi, un coso lungo e magro col naso a becco di civetta e gli occhi molto piccoli, che traffica sempre con pennini, immagini e scatole di fiammiferi, e si scrive la lezione sulle unghie, per leggerla di nascosto. C’è poi un signorino, Carlo Nobis, che sembra molto superbo, ed è in mezzo a due ragazzi che mi son simpatici: il figliuolo d’un fabbro ferraio, insaccato in una giacchetta che gli arriva al ginocchio, pallido che par malato e ha sempre l’aria spaventata e non ride mai; e uno coi capelli rossi, che ha un braccio morto, e lo porta appeso al collo: suo padre è andato in America e sua madre va attorno a vendere erbaggi. È anche un tipo curioso il mio vicino di sinistra, – Stardi, – piccolo e tozzo, senza collo, un grugnone che non parla con nessuno, e pare che capisca poco, ma sta attento al maestro senza batter palpebra, con la fronte corrugata e coi denti stretti: e se lo interrogano quando il maestro parla, la prima e la seconda volta non risponde, la terza volta tira un calcio. E ha daccanto una faccia tosta e trista, uno che si chiama Franti, che fu già espulso da un’altra Sezione. Ci sono anche due fratelli, vestiti eguali, che si somigliano a pennello, e portano tutti e due un cappello alla calabrese, con una penna di fagiano. Ma il più bello di tutti, quello che ha più ingegno, che sarà il primo di sicuro anche quest’anno, è Derossi; e il maestro, che l’ha già capito lo interroga sempre. Io però voglio bene a Precossi, il figliuolo del fabbro ferraio, quello della giacchetta lunga, che pare un malatino; dicono che suo padre lo batte; è molto timido, e ogni volta che interroga o tocca qualcuno dice: – Scusami, – e guarda con gli occhi buoni e tristi. Ma Garrone è il più grande e il più buono”.

Nel libro Cuore, diario di Enrico Bottini, ragazzo di famiglia borghese di Franti solo una riga per una nota negativa.

Nomen omen, come dicevano i Romani? Certo è che molti bambini adottati dall’estero non gradiscono che sia loro cambiato o italianizzato il nome, anche se non comune, perché è l’unica cosa che posseggono e identifica la loro identità.

Nell’Iliade rammentiamo più il valore di Ettore, lo sconfitto. che quello di Achille, il vincitore che lo uccise in battaglia.

Nell’Antico Testamento, scritto da persone per le quali il nome era una componente della persona nel frangente della fuga da Sodoma in fiamme troviamo una persona certo conosciuta perché era la moglie di Lot, una delle poche di cui non conosciamo il nome, forse perché, avendo trasgredito l’ordine del Signore, non meritava di essere ricordata in quanto persona.

ERIXIA

17 Apr

Nome, f. s., simile a Elena, Erica ed Enrica.

Non affannatevi, non lo trovate nell’onomastica, o forse sì, in questa epoca nella quale si impongono nomi “cristiani” agli animali da compagnia e i nomi più strani ai bambini.

Erixia è la sorella di Quazel, un bambino che, come il più famoso Piccolo Principe, è sbarcato per sbaglio sulla Terra da un altro pianeta, e vi incontra una famiglia, un ragazzo e i suoi genitori, disposta a riceverlo e con la quale per tre giorni si confronta sulle analogie e diversità, passando per la Costituzione, la Dichirazone Universale dei diritti del bambino e quella dei diritti dell’uomo.

Codice Quazel, un racconto scorrevole di Maria Grazia Masella, avvocata cassazionista del foro di Roma, rivolto ai ragazzini di undici/dodici anni per spiegare loro concetti come la sincerità e il rispetto, che a fronte di ogni diritto esiste un dovere, e che bisogna adempiere i doveri per pretenderere i diritti.

Scrittoin ottimo italiano, cosa che in un libro per ragazzi è essenziale.

 

V COME VITTORIO

15 Mar

Oggi ricorrono le idi di marzo, giorno in cui nel 44 d.C. fu ucciso Caio Giulio Cesare. Cesare, tappa obbligata di chiunque studia(va) latino per il suo Gallia est omnia divisa in partes tres, l’incipit del De dello gallico ma anche oggetto di di svago, sempre in Gallia, per Asterix e Obelix quando avevano voglia di menare le mani per distrarsi un po’.

Nella letteratura ricordiamo la tragedia Giulio Cesare di William Shakespeare, nella quale l’orazione funebre di Antonio (III, II) rimane una delle massime espressioni di cerchiobottismo politico che speriamo non dover più rivedere.

Meno nota è la recente scoperta dell’equipe della Libera Università di Vattelapesca secondo la quale il liberto adottato da Cesare non si chiamava Bruto ma Vittorio (Tojo per gli amici), per cui la celebre frase “Tu quoque, Bruto, fili mi” andrebbe riletta in “Tu quoque, Tojo, bruto fiol de un can”, ricerca supportata anche dalla celebre canzone di Lelio Luttazzi perché, ricordiamolo, sia il Friuli (Forum Juli) sia il Venezia Giulia, attori come spesso succede di campanilsmo, derivano il nome da Giulio Cesare.

Semel in anno eccetera eccetera.

MIGENA

13 Nov

Nome femminile, albanese.

Non rammentiamolo perché è albanese o perché per noi strano, ma perché era portato dall’ennesima vittima di un femminicidio.

EVA

21 Ott

Nome femminile, di origine biblica (Genesi 3:20), significa “madre di tutte le genti”.

Ultimamente è comparso il maschile Evo, sovente scritto tutto in minuscolo evo. Non è propriamente un nome di persona ma l’abbreviazione di extravergine (di) oliva, che non è il padre di tutte le genti ma, se usato con moderazione, preserva la salute certamente molto più di burro, margarina, strutto e simili.

D’accordo, è un discorso un po’ tirato, ma almeno che l’olio sia della magica Puglia. 🙂

LA MISIA

17 Set

Nome femminile, dal greco Ἀρτεμισία, Artemisia, appunto.

Firenze, si sa, è città dotta nel parlare non foss’altro perché l’italiano è nato lì.

Un riflesso della cultura si ha anche nei nomi, Dante a parte, che essendo autoreferenziale ovviamente non fa testo.

Mi ritovai quindi a conoscere la Misia, perché a differenza dei maschili ai nomi femminili si suole premettere l’artico, che all’anagrafe faceva Artemisia. Nome tratto non dal martirologio (l’elenco dei santi della Chiesa cattolica) ma dalla mitologia.

La Misia, cara persona, aveva un figlio, che aveva chiamato Arcadio, tanto per essere fedele alla tradizione di famiglia.

Compresi allora perché in italiano non di dice dare ma imporre il nome. Le chiesi, anche se non si usa più, se il ragazzo avesse un secondo nome, chessò un bel Giovanni o anche un buon Maria.

Mi rispose che si, ce l’aveva, Aureliano. “Aureliano” pensai tra me e me “già, perché Aurelio è troppo comune.