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BARAK

17 Lug

In Terra degli uomini, il racconto di uno dei naufragi di Antoine Sant-Exupéry, l’autore racconta delle traversie della liberazione di uno schiavo, di come egli, dopo l’ebrezza della conquistata libertà avrebbe dovuto fare i conti in capo a tre mesi con la miseria di un un povero,ma libero. “Aveva il diritto di essere se stesso tra i suoi”.

– Su, vecchio Barak, va’ e sii uomo”

[…]

E noi facevamo gesti d’addio al nostro neonato di cinquant’anni, un po’ inquieti nel mandarlo verso il mondo

– Addio Barak!

– No.

– Come sarebbe a dire, no?

– Sono Mohammed ben Lhaoussin, Barak era il nome dello schiavo.

A differenza di noi, in cui è rimasta una traccia nel detto latino Nomen omen, il nome è un presagio, tra gli arabi così come tra gli ebrei il nome non viene imposto a caso o secondo la moda ma tenendo conto del suo significato. Durante la schiavitù Mohammed ben Lhaoussin non si sentiva una persona e poco gli importava se lo chiamavano Barak o in altro modo.

Dovremmo porre più attenzione anche noi, perché l’articolo 22 della Costituzione parla espressamente del diritto al nome. Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome”.

FIORI

6 Lug

Margherita, rosa, violetta sono nomi di fiori ma con l’iniziale maiuscola diventano nomi di donna, immortalati dalla letteratura dalla storia e dalla lirica.

Margherita, è la protagonista del celebre romanzo di Michail Bulgakov, Il maestro e Margherita.

Rosa (Park) è stata l’attivista di colore che, rifiutandosi di cedere il posto sul bus ad un bianco, diede origine alle moderne lotte contro la segregazione razziale negli Stati Uniti.

Violetta è l’indimenticabile protagonista della Traviata di Giuseppe Verdi, assieme a Alfredo, il suo spasimante.

Di nomi prettamente femminili che hanno avuto un uso maschile ho scritto un po’ di tempo fa citando Barbaro e Lauro… ce la facciamo a trovare un Crisantemo entro il due novembre? 🙂

I MIEI COMPAGNI

25 Mar

25, martedì

Il ragazzo che mandò il francobollo al calabrese è quello che mi piace più di tutti, si chiama Garrone, è il più grande della classe ha quasi quattordici anni, la testa grossa, le spalle larghe; è buono, si vede quando sorride; ma pare che pensi sempre, come un uomo. Ora ne conosco già molti dei miei compagni. Un altro mi piace pure, che ha nome Coretti, e porta una maglia color cioccolata e un berretto di pelo di gatto: sempre allegro, figliuolo d’un rivenditore di legna, che è stato soldato nella guerra del 66, nel quadrato del principe Umberto, e dicono che ha tre medaglie. C’è il piccolo Nelli, un povero gobbino, gracile e col viso smunto. C’è uno molto ben vestito, che si leva sempre i peluzzi dai panni, e si chiama Votini. Nel banco davanti al mio c’è un ragazzo che chiamano il muratorino, perché suo padre è muratore; una faccia tonda come una mela con un naso a pallottola: egli ha un’abilità particolare, sa fare il muso di lepre, e tutti gli fanno fare il muso di lepre, e ridono; porta un piccolo cappello a cencio che tiene appallottolato in tasca come un fazzoletto. Accanto al muratorino c’è Garoffi, un coso lungo e magro col naso a becco di civetta e gli occhi molto piccoli, che traffica sempre con pennini, immagini e scatole di fiammiferi, e si scrive la lezione sulle unghie, per leggerla di nascosto. C’è poi un signorino, Carlo Nobis, che sembra molto superbo, ed è in mezzo a due ragazzi che mi son simpatici: il figliuolo d’un fabbro ferraio, insaccato in una giacchetta che gli arriva al ginocchio, pallido che par malato e ha sempre l’aria spaventata e non ride mai; e uno coi capelli rossi, che ha un braccio morto, e lo porta appeso al collo: suo padre è andato in America e sua madre va attorno a vendere erbaggi. È anche un tipo curioso il mio vicino di sinistra, – Stardi, – piccolo e tozzo, senza collo, un grugnone che non parla con nessuno, e pare che capisca poco, ma sta attento al maestro senza batter palpebra, con la fronte corrugata e coi denti stretti: e se lo interrogano quando il maestro parla, la prima e la seconda volta non risponde, la terza volta tira un calcio. E ha daccanto una faccia tosta e trista, uno che si chiama Franti, che fu già espulso da un’altra Sezione. Ci sono anche due fratelli, vestiti eguali, che si somigliano a pennello, e portano tutti e due un cappello alla calabrese, con una penna di fagiano. Ma il più bello di tutti, quello che ha più ingegno, che sarà il primo di sicuro anche quest’anno, è Derossi; e il maestro, che l’ha già capito lo interroga sempre. Io però voglio bene a Precossi, il figliuolo del fabbro ferraio, quello della giacchetta lunga, che pare un malatino; dicono che suo padre lo batte; è molto timido, e ogni volta che interroga o tocca qualcuno dice: – Scusami, – e guarda con gli occhi buoni e tristi. Ma Garrone è il più grande e il più buono.

Nel libro Cuore, diario di Enrico Bottini, ragazzo di famiglia borghese, di Franti solo una riga per una nota negativa.

Nell’Iliade, poema epico attribuito a Omero, rammentiamo più il valore di Ettore, lo sconfitto, che quello di Achille, che lo uccise in battaglia.

Nell’Antico Testamento, scritto da persone per le quali il nome era una componente della persona nel frangente della fuga da Sodoma in fiamme troviamo una persona certo conosciuta perché era la moglie di Lot, una delle poche di cui non conosciamo il nome, forse perché, avendo trasgredito l’ordine del Signore, non meritava di essere ricordata.

DI RESURREZIONE, PACE E SAPIENZA

4 Mar

Tre nomi dai classici, Anastasia, Irene e Sofia, tutti e tre di origine greca.

Anastasia, che ad alcuni rammenta Anastasija Nikolaevna Romanova, e che i più giovani ricordano per il cartone animato non è di origine slava come si potrebbe pensare, ma greca. Αναστασία da  Ανάσταση /anàstasis/ resurrezione. È ricordato alla fine del discorso dell’apostolo Paolo all’areopago di Atene, quando gli epicurei e stoici dediti al politeismo dell’Olimpo pensavano che egli predicasse “divinità straniere” (Gesù e Anastasia) anziché Gesù e la resurrezione.

Irene, greco Ειρήνη, significa pace. È usato spesso nei saluti dell’apostolo Paolo “grazia e pace”, e nella beatitudine “Beati gli operatori di pace” in Matteo 5:9. In italiano letterario ne abbiamo traccia nella locuzione “animo/spirito irenico”, pacifico.

Sofia, in greco Σοφία, nome greco per eccellenza, significa “sapienza”, e anche per esso i greci, che hanno “inventato” la filosofia φιλοσοφία, quell’amore per la conoscenza che ha formato il pensiero occidentale.  Siamo tutti un po’ filosofi e soprattutto va ricordata l’esortazione “prendere la vita con filosofia”, che non invita alla rassegnazione ma ad avere quella sapienza di riconoscere i propri limiti. Di sapienza è pregno, tra gli altri, il libro dei Proverbi, che gli ebrei ci invitano a chiamare piuttosto “modelli di comportamento”.  La sapienza, leggiamo in Proverbi 3:19, ha presieduto alla creazione.

Non siamo più abituati a considerare il significato dei nomi (e spesso delle parole in generale) però, quando ci capita di salutare delle persone con questi nomi, Anastasia, Irene e Sofia, andiamo oltre ai suoni e pensiamo ai messaggi positivi che ci trasmettono, resurrezione, pace e sapienza. Cambierà la nostra giornata.

BARAK

13 Feb

In Terra degli uomini, il racconto di uno dei naufragi di Antoine Sant-Exupéry, l’autore racconta delle traversie della liberazione di uno schiavo, di come egli, dopo l’ebrezza della conquistata libertà avrebbe dovuto fare i conti in capo a tre mesi con la miseria di un un povero,ma libero. “Aveva il diritto di essere se stesso tra i suoi”.

– Su, vecchio Barak, va’ e sii uomo.

[…]

E noi facevamo gesti d’addio al nostro neonato di cinquant’anni, un po’ inquieti nel mandarlo verso il mondo

– Addio Barak!

– No.

– Come sarebbe a dire, no?

– Sono Mohammed ben Lhaoussin, Barak era il nome dello schiavo.

A differenza di noi, in cui è rimasta una traccia nel detto latino Nomen omen, il nome è un presagio, tra gli arabi così come tra gli ebrei il nome non viene imposto a caso o secondo la moda ma tenendo conto del suo significato. Durante la schiavitù Mohammed ben Lhaoussin non si sentiva una persona e poco gli importava se lo chiamavano Barak o in altro modo.

Dovremmo porre più attenzione anche noi, perché l’articolo 22 della Costituzione parla espressamente del diritto al nome. Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome”.

MARIA

7 Nov

Nome femminile, di origine biblica. Dall’ebraico מִרְיָם (Miryam), greco biblico Μαρία (María) o Μαριαμ (Mariam) e latino Maria.

Nell’Antico Testamento Miryam, italianizzato in Miriam, è la sorella di Mosè di cui si racconta nel libro dell’Esodo, dal significato probabile di “amata da YHWH”.

Nome anche della madre di Gesù e, in seguito alla devozione mariana, imposto a molto bambine nei paesi cattolici, dopo l’interdetto che lo considerava troppo sacro, come tuttora il nome Gesù in Italia, che, specie al Sud, è sostituito da Salvatore.

Non ce ne sarebbe stato bisogno di rifarne, pur brevemente, la storia se non che, essendo un nome molto comune, una persona mi ha riferito di essere contenta di essere stata chiamata con un altro nome, “altrimenti sarei stata una Maria tra le tante”.

Bisogna tener conto che, quando un nome è troppo diffuso, si perdere di vista il suo significato.

IRENE

24 Set

Irene, è un nome femminile di origine greca, che per il suo significato mi piace molto.

Era il nome della dea greca della pace, ed è spesso usato dall’apostolo Paolo nei suoi saluti, come nella sua lettera ai Filippesi

“Paolo e Timoteo, servi di Cristo Gesù, a tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi, con i vescovi e i diaconi. Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo”.

χάρις [ὑμῖν] καὶ εἰρήνη “grazia e pace”, un binomio che non dovrebbe mai mancare, ma a cui purtroppo di questi tempi pochi pensano