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TRIESTE 2018, BENTORNATI NEL MEDIOEVO

9 Nov

Trieste, si sa, è una città difficile, nell’estremo Nord Est della repubblica, quella zona di cui nel resto d’Italia si sa poco o nulla, tanto è vero che c’è stato bisogno dello spettacolo teatrale Magazzino 18 per far conoscere, conoscere, non rammentare!, al resto dell’Italia l’esodo dall’Istria e da Fiume a fine della seconda guerra mondiale.

Trieste, con la sua cultura austroungarica, con Maria Teresa, il borgo teresiano e il castello di Miramare di Massimiliano d’Asburgo-Lorena a rammentarci che l’”Austria era una paese ordinato”, aperto verso tutti e con l’inno nazionale cantato in diciotto lingue. Non a caso vi troviamo la gran parte delle chiese storiche, salvo la chiesa anglicana che non c’è più. All’inizio del secolo scorso, quando la città era austro-ungarica, la borghesia parlava indifferentemente l’italiano, lo sloveno e il tedesco. Deve la sua fortuna al fatto che, accanto al porto militare a Pola, ora in Croazia, è stata il porto mercantile dell’impero.

Trieste, questa signora particolare in cui hanno vissuto e scritto Umberto Saba, Italo Svevo e l’irlandese James Joyce, chiamato simpaticamente signor Zois, non chiedeva documenti perché la convivenza è nel suo DNA. La sua cultura continua con l’italianissimo Boris Pahor, poco conosciuto perché di lingua slovena, Claudio Magris e Paolo Rumiz.

Fu a Trieste che l’eretico Primož Trubar, che traducendo le Scritture diede allo sloveno dignità di lingua, trovò ospitalità dal vescovo cattolico Pietro Bonomo.

Cose d’altri tempi se, dopo il veto di anni fa da parte di un consiglio di quartiere alla costruzione di una moschea, l’attuale giunta comunale, dopo aver vietato in uno dei suoi primi provvedimenti Il gioco del rispetto, che mira a far conoscere alle bambine e ai bambini le differenze di genere, ritenendolo, a torto, foriero della teoria gender quando sappiamo che c’è un estremo bisogno di educare fin da piccoli al rispetto reciproco, la giunta Dipiazza, notizia di oggi, fissa al 30% la soglia degli stranieri negli asili comunali, il crocefisso diventa obbligatorio e l’insegnamento della religione cattolica parte integrante del piano dell’offerta formativa. Sappiamo, ma forse in municipio no, che l’obbligo della presenza del crocefisso è già in vigore in forza di una sentenza della Corte europea, la religione cattolica non è religione di stato né è significativa per la storia recente del Paese, la facoltà di scegliere di non avvalersi dell’IRC andrebbe ribaltata, così come sono state sanzionate le Telco per i servizi aggiuntivi attivati di default e che il cliente deve domandare siano tolte, e che le “attività alternative” a scuola o non ci sono o consistono in lavoretti come il riordino della biblioteca scolastica, qualcosa più attinente all’”alternanza scuola – lavoro”.

In ultimo, per coerenza e in ossequio alle decisioni della Corte europea la giunta Dipiazza deve richiedere alla Chiesa cattolica e alle onlus l’Ici non corrisposta dagli anni 2006 al 2011, pur se la diocesi di Trieste minimizza. Lo farà?

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L’INDICE TESO DI FRA’ CRISTOFORO

4 Set

Questa, per chi l’abbia dimenticata, è la storia di fra’ Cristoforo, personaggio chiave nei Promessi Sposi, e del suo dito puntato come quello di Bergoglio che alcuni quotidiani ieri hanno posto come immagine. Anche Lucia Mondella aveva ricevuto, al pari delle donne di oggi, delle avance indesiderate che come minimo chiameremmo stalking. La classe ma soprattutto il motivo per cui fra Cristoforo punta il dito indice contro don Rodrigo sono ben diversi. Può essere, pero, che Bergoglio non abbia puntato alcun indice e i giornali, come spesso fanno, abbiano pubblicato un’immagine di repertorio.

Chi volesse leggere l’intera storia può farlo su liberliber.it

Il padre Cristoforo non era sempre stato così, né sempre era stato Cristoforo: il suo nome di battesimo era Lodovico. Era figliuolo d’un mercante di *** (questi asterischi vengon tutti dalla circospezione del mio anonimo) che, ne’ suoi ultim’anni, trovandosi assai fornito di beni, e con quell’unico figliuolo, aveva rinunziato al traffico, e s’era dato a viver da signore. [..]

Andava un giorno per una strada della sua città, seguito da due bravi, e accompagnato da un tal Cristoforo, altre volte giovine di bottega e, dopo chiusa questa, diventato maestro di casa. Era un uomo di circa cinquant’anni, affezionato, dalla gioventù, a Lodovico, che aveva veduto nascere, e che, tra salario e regali, gli dava non solo da vivere, ma di che mantenere e tirar su una numerosa famiglia. Vide Lodovico spuntar da lontano un signor tale, arrogante e soverchiatore di professione, col quale non aveva mai parlato in vita sua, ma che gli era cordiale nemico, e al quale rendeva, pur di cuore, il contraccambio: giacché è uno de’ vantaggi di questo mondo, quello di poter odiare ed esser odiati, senza conoscersi. Costui, seguito da quattro bravi, s’avanzava diritto, con passo superbo, con la testa alta, con la bocca composta all’alterigia e allo sprezzo. Tutt’e due camminavan rasente al muro; ma Lodovico (notate bene) lo strisciava col lato destro; e ciò, secondo una consuetudine, gli dava il diritto (dove mai si va a ficcare il diritto!) di non istaccarsi dal detto muro, per dar passo a chi si fosse; cosa della quale allora si faceva gran caso. L’altro pretendeva, all’opposto, che quel diritto competesse a lui, come a nobile, e che a Lodovico toccasse d’andar nel mezzo; e ciò in forza d’un’altra consuetudine. Perocché, in questo, come accade in molti altri affari, erano in vigore due consuetudini contrarie, senza che fosse deciso qual delle due fosse la buona; il che dava opportunità di fare una guerra, ogni volta che una testa dura s’abbattesse in un’altra della stessa tempra. Que’ due si venivano incontro, ristretti alla muraglia, come due figure di basso rilievo ambulanti. Quando si trovarono a viso a viso, il signor tale, squadrando Lodovico, a capo alto, col cipiglio imperioso, gli disse, in un tono corrispondente di voce: – fate luogo.

Fate luogo voi, – rispose Lodovico. – La diritta è mia.

Co’ vostri pari, è sempre mia.

Sì, se l’arroganza de’ vostri pari fosse legge per i pari miei. I bravi dell’uno e dell’altro eran rimasti fermi, ciascuno dietro il suo padrone, guardandosi in cagnesco, con le mani alle daghe, preparati alla battaglia. La gente che arrivava di qua e di là, si teneva in distanza, a osservare il fatto; e la presenza di quegli spettatori animava sempre più il puntiglio de’ contendenti.

Nel mezzo, vile meccanico; o ch’io t’insegno una volta come si tratta co’ gentiluomini.

Voi mentite ch’io sia vile.

Tu menti ch’io abbia mentito –. Questa risposta era di prammatica. – E, se tu fossi cavaliere, come son io, – aggiunse quel signore, – ti vorrei far vedere, con la spada e con la cappa, che il mentitore sei tu.

È un buon pretesto per dispensarvi di sostener co’ fatti l’insolenza delle vostre parole.

Gettate nel fango questo ribaldo, – disse il gentiluomo, voltandosi a’ suoi.

Vediamo! – disse Lodovico, dando subitamente un passo indietro, e mettendo mano alla spada.

Temerario! – gridò l’altro, sfoderando la sua: – io spezzerò questa, quando sarà macchiata del tuo vil sangue.

Così s’avventarono l’uno all’altro; i servitori delle due parti si slanciarono alla difesa de’ loro padroni. Il combattimento era disuguale, e per il numero, e anche perché Lodovico mirava piuttosto a scansare i colpi, e a disarmare il nemico, che ad ucciderlo; ma questo voleva la morte di lui, a ogni costo. Lodovico aveva già ricevuta al braccio sinistro una pugnalata d’un bravo, e una sgraffiatura leggiera in una guancia, e il nemico principale gli piombava addosso per finirlo; quando Cristoforo, vedendo il suo padrone nell’estremo pericolo, andò col pugnale addosso al signore. Questo, rivolta tutta la sua ira contro di lui, lo passò con la spada. A quella vista, Lodovico, come fuor di sé, cacciò la sua nel ventre del feritore, il quale cadde moribondo, quasi a un punto col povero Cristoforo. I bravi del gentiluomo, visto ch’era finita, si diedero alla fuga, malconci: quelli di Lodovico, tartassati e sfregiati anche loro, non essendovi più a chi dare, e non volendo trovarsi impicciati nella gente, che già accorreva, scantonarono dall’altra parte: e Lodovico si trovò solo, con que’ due funesti compagni ai piedi, in mezzo a una folla. Riflettendo quindi a’ casi suoi, sentì rinascere più che mai vivo e serio quel pensiero di farsi frate, che altre volte gli era passato per la mente: gli parve che Dio medesimo l’avesse messo sulla strada, e datogli un segno del suo volere, facendolo capitare in un convento, in quella congiuntura; e il partito fu preso. Fece chiamare il guardiano, e gli manifestò il suo desiderio. […]

Ebbene, la consigli di venire a mettersi sotto la mia protezione. Non le mancherà più nulla, e nessuno ardirà d’inquietarla, o ch’io non son cavaliere.

A siffatta proposta, l’indegnazione del frate, trattenuta a stento fin allora, traboccò. Tutti que’ bei proponimenti di prudenza e di pazienza andarono in fumo: l’uomo vecchio si trovò d’accordo col nuovo; e, in que’ casi, fra Cristoforo valeva veramente per due.

La vostra protezione! – esclamò, dando indietro due passi, postandosi fieramente sul piede destro, mettendo la destra sull’anca, alzando la sinistra con l’indice teso verso don Rodrigo, e piantandogli in faccia due occhi infiammati: – la vostra protezione! È meglio che abbiate parlato così, che abbiate fatta a me una tale proposta. Avete colmata la misura; e non vi temo più.

Come parli, frate?…

Parlo come si parla a chi è abbandonato da Dio, e non può più far paura. La vostra protezione! Sapevo bene che quella innocente è sotto la protezione di Dio; ma voi, voi me lo fate sentire ora, con tanta certezza, che non ho più bisogno di riguardi a parlarvene. Lucia, dico: vedete come io pronunzio questo nome con la fronte alta, e con gli occhi immobili.

Come! in questa casa…!

Ho compassione di questa casa: la maledizione le sta sopra sospesa. State a vedere che la giustizia di Dio avrà riguardo a quattro pietre, e suggezione di quattro sgherri. Voi avete creduto che Dio abbia fatta una creatura a sua immagine, per darvi il piacere di tormentarla! Voi avete creduto che Dio non saprebbe difenderla! Voi avete disprezzato il suo avviso! Vi siete giudicato. Il cuore di Faraone era indurito quanto il vostro; e Dio ha saputo spezzarlo. Lucia è sicura da voi: ve lo dico io povero frate; e in quanto a voi, sentite bene quel ch’io vi prometto. Verrà un giorno…”

NOME E COGNOME, PER FAVORE

17 Ago

La disarmante facilità con la quale capi di stato, presidenti del consiglio, politici di ogni grado ma anche illustri sconosciuti fino al giorno prima di una tragedia (L’Aquila, Amatrice, Bologna, Genova e tutti le altre) sono chiamati per nome dai media, mancando così di rispetto ai vivi e ai morti.

Non si tratta di empatia, su cui sono tornato avant’ieri, che riguarda i singoli, ma di mancanza di rispetto da parte di chi dovrebbe dare un’informazione seria senza banalizzare. 

LAVORO, OGGI

18 Lug

Non ci è dato di sapere cosa abbia suscitato in Giacomo questa invettiva, ma ciò che scrive è tremendamente attuale. “A voi ora, o ricchi! Piangete e urlate per le calamità che stanno per venirvi addosso! Le vostre ricchezze sono marcite e le vostre vesti sono tarlate. Il vostro oro e il vostro argento sono arrugginiti, e la loro ruggine sarà una testimonianza contro di voi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori negli ultimi giorni. Ecco, il salario da voi frodato ai lavoratori che hanno mietuto i vostri campi, grida; e le grida di quelli che hanno mietuto sono giunte agli orecchi del Signore degli eserciti. Sulla terra siete vissuti sfarzosamente e nelle baldorie sfrenate; avete impinguato i vostri cuori in tempo di strage. Avete condannato, avete ucciso il giusto. Egli non vi oppone resistenza” (Giacomo 5:1-6). Volendo, al posto di lavoro, possiamo mettere dignità, che va tanto di moda.

A PROPOSITO DI ALFIE EVANS

24 Apr

Scrivevo il 17 novembre scorso, ma tuttora valido nella sua attualità. I cattolici e i pro life dovrebbero leggere attentamente soprattutto il Messaggio del Santo Padre al Presidente della Pontificia Accademia per la Vita.

UOMINI E DONNE GIOCATTOLO

19 Dic

Italo Svevo nacque il 19 dicembre 1861 in quella Trieste che lo vide compagno di Umberto Saba e James (Giacomo) Joyce.

Nel romanzo Senilità, ambientato a Trieste, racconta della vita di Emilio Brentani, un impiegato senza troppe aspirazioni in una compagnia di assicurazioni, e delle sue presunte avventure amorose con Angiolina Zarri, donna totalmente diversa da lui.

L’incipit del romanzo è la descrizione di un uomo che considera la donna come un oggetto usa e getta, come, purtroppo ce ne sono anche nella realtà.

Subito, con le prime parole che le rivolse, volle avvisarla che non intendeva compromettersi in una relazione troppo seria. Parlò cioè a un dipresso così: – T’amo molto e per il tuo bene desidero ci si metta d’accordo di andare molto cauti. – La parola era tanto prudente ch’era difficile di crederla detta per amore altrui, e un po’ più franca avrebbe dovuto suonare così: – Mi piaci molto, ma nella mia vita non potrai essere giammai più importante di un giocattolo. Ho altri doveri io, la mia carriera, la mia famiglia.

La sua famiglia? Una sola sorella non ingombrante né fisicamente né moralmente, piccola e pallida, di qualche anno più giovane di lui, ma più vecchia per carattere o forse per destino. Dei due, era lui l’egoista, il giovane; ella viveva per lui come una madre dimentica di se stessa, ma ciò non impediva a lui di parlarne come di un altro destino importante legato al suo e che pesava sul suo, e così, sentendosi le spalle gravate di tanta responsabilità, egli traversava la vita cauto, lasciando da parte tutti i pericoli ma anche il godimento, la felicità. A trentacinque anni si ritrovava nell’anima la brama insoddisfatta di piaceri e di amore, e già l’amarezza di non averne goduto, e nel cervello una grande paura di se stesso e della debolezza del proprio carattere, invero piuttosto sospettata che saputa per esperienza”.

Molti uomini la pensano ancora così. 😦

DOMENICA

29 Ott

Domenica, dal latino dies dominici, giorno del Signore, nella tradizione cristiana rammenta la resurrezione di Gesù Cristo.

C’è chi la chiama in altro modo, come per esempio l’inglese Sunday, giorno del sole.

Libertà è anche tener conto e rispettare le differenze.