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L’ABORTO NELLA STORIA E NELLA LEGISLAZIONE ITALIANA

10 Ott

Mentre il Tg1 delle 13 del 10 ottobre 2018, dimenticando che la Rai è un servizio di Stato la cui laicità è sancita chiaramente dall’articolo 8 della Costituzione dava ampio spazio alla voce di Bergoglio che una volta di più tuonava contro l’aborto, non facendo caso che avallava un messaggio contrario alla legislazione italiana che, in forza della Legge 22/05/1978, n. 194, quindici minuti più tardi, la rubrica Passato e presente di Rai3 metteva in onda il servizio “194, la legge della discordia”, soffermandosi sulla piaga degli aborti clandestini che avvenivano prima della legge, sulle tensioni sociali da essa provocate, sull’obiezione di coscienza dei medici, istituto che prima esisteva solo avverso la leva mlitare, e le ingerenze della Chiesa cattolica.

Riuscirà mai, quello che con un eufemismo chiamiamo l’Oltretevere, ad assumere un atteggiamento di correttezza verso l’Italia l’evitando le inopportune ingerenze e di attuare quel rispetto della laicità che tanto va sbandierando, ammettendo che può indirizzare i suoi anatemi solo ai cattolici? Penso di no, perché si sente al di sopra di tutti e di tutti, e personalmente diffido di coloro che pensano di essere gli unici detentori della Verità.

A latere, il principio di non ingerenza in uno stato estero non vale solo per quelli che la Santa Sede chiama “principi non negoziabili” ma per tutta la vita sociale italiana e di questo, sempre per un discorso di coerenza devono tener conto coloro che per la soluzione degli affari interni italiani spesso si appellano al Papa.

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ORIGINALITÀ VO CERCANDO

6 Ott

Ad oltre un anno dal 20 settembre 2017, quando è stata presentata, oggi ad Assisi Articolo 21 vara la Carta di Assisi, la carta sulla comunicazione. Ennesimo documento di una decina che su per giù dicono o ripetono la stessa cosa.

Il 27 settembre 2017 usciva il “Manifesto delle giornaliste e dei giornalisti per il rispetto della parità di genere nell’informazione […]” scritto dal CPO Fnsi e altre sigle e che fu presentato il 25 novembre in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne. La giornalista Marilù Mastrogiovanni (@lmastrogiovanni), che vive sotto scorta per i suoi scomodi articoli e inchieste sulla Sacra Corona Unita, ha domandato in un tweet “E’ possibile che serva sempre un “manifesto” per costringerci a far bene nostro mestiere?.

Come spesso accade, le regole ci sono già ma o sono ignorate o sono disattese (basti pensare al tempo perso in polemiche e discussioni sul velo islamico, quando la legislazione italiana vieta a chiunque, uomini e donne, di circolare a volto coperto).

A seguito del femminicidio della diciassettenne Noemi Durini, nel settembre 2017 in Puglia, sia il Co.Re.Com. della Puglia sia l’Ordine dei giornalisti invitarono formalmente ma con scarso riscontro i giornalisti a dare solo le notizie essenziali. In settembre ero in Puglia e l’informazione locale oltre ad abbondare in particolari inutili nei servizi televisivi spesso rimandava “a nastro” le foto della ragazza (che nel caso di una persona defunta possono essere rese pubbliche anche se minorenne) e i filmati del luogo del ritrovamento e del momento dell’arresto del giovane.

La prima diffusione di internet con il modem a 56k, quello che “friggeva” durante il collegamento, vide la comparsa della Netiquette, casi di net e étiquette, in italiano “regole di buon comportamento nella Rete”. Di fronte a un fenomeno nuovo bisognava rammentare che in internet valgono le regole di convivenza usate negli altri rapporti con qualche accortezza dovuta al testo scritto, come per esempio evitare di scrivere una parola in TUTTO MAIUSCOLO perché per convenzione è intesa come gridata. La Netiquette degli inizi della comunicazione elettronica ancor prima di internet nei forum era comunque concentrata più sugli aspetti tecnici, perché chi partecipava e era offensivo veniva subito emarginato o messo fuori (bannato, dall’inglese to ban, mettere al bando).

Il 28 luglio 2015 la Commissione per i diritti e doveri in internet, presieduta dal giurista Stefano Rodotà, varava la Dichiarazione dei diritti in internet, che pur non avendo valore giuridico, rimane comunque un testo fondamentale.

Una per tutte, dell’onorevole Laura Boldrini rammentiamo la campagna, sostenuta da L’Aria che tira di La7tv #ioodiolodio.

Tornando alla Carta di Assisi, proprio per il luogo così caro ai cattolici italiani devoti a Francesco, stona il titolo “”decalogo” che come ho fatto notare più volte va riservato alle “dieci parole” che l’Eterno tramite Mosè diede al neonato popolo di Israele. Con più umiltà tutti gli altri dovrebbero essere chiamati consigli, suggerimenti o, eventualmente legge con articoli se emanata dall’organo legislativo dello Stato, e ancor di più il punto 1. “Non scrivere degli altri ciò che non vorresti fosse scritto di te” è una maldestra parodia di “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti” (Matteo 7:12).

Esiste un’usanza tutta italiana nello stravolgere il significato dei termini consolidati, come per esempio omofobia, che in greco significa paura dell’uguale e non odio per gli omosessuali, passando per i false friends della lingua inglese, fino ad arrivare agli hashstag.

L’hashtag #leparolesonopietre (e pesano come macigni) è usato contro la violenza verbale e visiva in internet, ed è ormai consolidato. Lanciare l’hashtag #leparolenonsonopietre, al di fuori della cerchia dei partecipanti all’incontro di Assisi, dà un messaggio completamente opposto.

Ben venga un reale pluralismo religioso in un’Italia ormai cambiata e che troppo sovente, si è visto con il pellegrinaggio ufficiale, in quanto riportato sul sito del Governo, del Presidente del Consiglio a San Giovanni Rotondo, dimentica di essere una repubblica laica in forza dell’articolo 8 della Costituzione. Bello l’articolo di Gia Mario Gillio, che però dimentica le percentuali e il fatto che Protestantesimo viene trasmesso di notte e Culto evangelico alle 06:30, mentre Rai1, rete ricordiamo di servizio pubblico, è praticamente monopolizzata dalla Chiesa cattolica per gran parte del sabato pomeriggio e della domenica mattina. Secondo Il fatto quotidiano “La religione cattolica occupa il 95% dello spazio in tv. Anche grazie a Bergoglio”.

Al di là delle parole cambierà qualcosa?

L’ITALIA È UNA REPUBBLICA TEOCRATICA FONDATA SUL LAVORO?

24 Set

A pochi giorni dal 20 settembre, anniversario della Breccia di Porta Pia, che aveva posto fine al dominio del Vaticano sull’Italia, in sprezzo all’articolo 8 della Costituzione che separa i poteri dello Stato da quelli della Chiesa cattolica, quello che Gesù di Nazareth in altre parole aveva detto “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” abbiamo assistito a una visita di stato, in quanto pubblicizzata sul sito ufficiale del Governo, nei luoghi cari al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte a San Giovanni Rotondo nel cinquantesimo anniversario della morte di “Padre” Pio. Nulla vieta che il dottor Conte sia un devoto a quell’uomo, figura peraltro discussa, ma è un’offesa ai cittadini italiani che lo abbia fatto in veste istituzionale e che in tal modo voglia imporre la sua fede a tutti gli italiani, con l’appoggio esplicito di Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia, che dice che i politici devono prendere esempio.

I sociologi stimano che in Italia, per per gli scandali dello IOR ma soprattutto della pedofilia, i cattolici sono in costante calo. Una chiesa che veramente volesse agire in trasparenza non darebbe i numeri gonfiati da quanti sono stati battezzati da bambini ma di quanti ne fanno realmente parte. Un parametro, ma non l’unico, è quello di quanti versano alla Cei l’otto per mille.

Gli aspetti pratici di questa presa di posizione governativa sono sotto gli occhi di chiunque voglia guardare: tra gli altri, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole italiane e non della storia delle religioni utile soprattutto in questo momento di forti mutamenti sociale, i continui boicottaggi all’interruzione volontaria della gravidanza e a una corretta educazione di genere a prevenzione tra i giovani dei crescenti fenomeni di violenza sulle donne, temi delicati che la Chiesa cattolica fa entrare nei suoi “principi non negoziabili”, e l’elenco potrebbe continuare. Suoi, ma non di uno stato laico. Le spese di ogni spostamento del capo della Santa Sede, stato estero come la Repubblica di San Marino, di cui il contribuente non ha evidenza, in forza di un concordato ormai vecchio come le carrozze a cavalli e che andrebbe abolito. Il monopolio delle reti Rai1 e Radio Ra1 dal sabato pomeriggio alla domenica mattina, con trasmissioni come “A sua immagine” e la messa, che i cattolici possono seguire sulla rete della Cei TV2000, mentre assistiamo al confinamento del Culto evangelico su Radio Rai1 alle 06:35 e della Rubrica Protestantesimo intorno all’una di notte. Qualcosa è trasmesso dell’ebraismo, praticamente nulla del buddismo e della religione mussulmana.

Tutto ciò a discapito della libertà di informazione, ma soprattutto in sprezzo al pluralismo religioso.

Stiamo pian piano sempre più scivolando verso una repubblica teocratica, basata non sugli insegnamenti evangelici, ma sull’interpretazione che la Chiesa cattolica ne fa?

L’IMPROVVISA FRETTA SUL FINE VITA

17 Nov

Questo, così come appare sull’Osservatore Romano, e non altri è il messaggio che Bergoglio ha mandato a Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita e a tutti i partecipanti al Meeting Regionale Europeo della World Medical Association sulle questioni del cosiddetto “fine-vita”, organizzato presso l’Aula Vecchia del Sinodo in Vaticano il 16 e 17 novembre 2017.

Rattrista notare come alcuni politici, giornali e opinionisti lo hanno strumentalizzato con dei virgolettati che tali non sono o stravolgendo le parole, ma anche da cittadino di uno stato laico leggere di politici che cavalcano l’onda dicendo che c’è fretta di approvare la legge dopo anni di letargo in Parlamento, solo perché si è espresso il massimo esponente di una chiesa.

LAICITÀ DOVE SEI?

20 Set

xxsettembre

In un paese dove si festeggia anche la Befana (prima abolita poi reintegrata su sollecitazione dei cittadini di Roma) non una parola dalle Istituzioni sull’anniversario della breccia di Porta di Pia, che è una delle tappe fondamentali dell’unità d’Italia.

Qualcuno forse sbadatamente si sarà chiesto perché oggi gli autobus urbani hanno la bandiera.

A Trieste, il viale dell’Acquedotto,  chiamato così per la presenza di acqua setterranea come in via del Torrente, via Settefontane e altri toponimi,  ha cambiato nome diventando Viale XX Settembre.

Al di là dell’ufficialità è diventato tout court il “Viale”, primo tra altri, segno di indifferenza ma anche di ignoranza della storia.

In questi casi si parla di “politicamente corretto” per non urtare l’”Oltretevere”? Eppure il presidente del Consiglio, lo scorso febbraio in occasione della votzione in Parlamento sulle unioni civili, aveva dato un segnale forte e inequivocabile.

(Ai distratti rammento che c’è una via XX Settembre anche a Roma)

 

LAICITÀ VO INVANO CERCANDO

25 Giu

Nella sua prima uscita come sindaca di Roma Virginia Raggi è stata ripresa accanto ad un porporato. Vedremo se riuscirà nel non facile compito, inserito nel suo programma elettorale, di far pagare l’Imu al Vaticano per le tante proprietà presenti sul territorio di Roma non identificabili come edifici di culto.

Lascia molto perplessi, oggi, la notizia dell’accordo tra Giuseppe Sala e Angelo Scola per la costruzione della moschea di Milano, promessa non mantenuta dall’amministrazione Pisapia – in Italia siamo abituati alle promesse dimenticate – e sull’intento comune di garantire il diritto di culto a tutte le fedi, compresa quella islamica.

Oltre al gesto di per sé significativo dell’incontro avvenuto in curia e non in municipio, il sindaco di un comune dovrebbe sapere che gli articoli 8 e 19 della Costituzione della Repubblica Italiana garantiscono libertà di culto, purché non contrario alla pubblica morale, senza dover chiedere il benestare alla Curia vescovile cattolica.

Dubito che in Italia, avremo mai quella laicità che anche il presidente del consiglio aveva richiamato in occasione della legge sulle unioni civili.

Una laicità non offensiva, che non c’entra nulla con i crocefissi e le recite di natale, ma che sappia dire in modo chiaro e univoco e non tra le righe o tra le pieghe della legge, “tu comandi là ma qui comando io, perché sono io che rappresento i cittadini e sono io che vesto la fascia tricolore”.

INIZIA LA PROPAGANDA

20 Mar

Dopo dalla morte di Eluana Englaro, nel 2009, e molti anni di silenzio da parte delle Istituzioni a proposito delle dichiarazioni anticipate di trattamento, le commissioni Affari sociali e Giustizia di Montecitorio hanno iniziato la discussione delle quattro proposte di legge sull’eutanasia.

A qualche giorno di distanza Angelo Bagnasco interviene oggi proponendo nelle pagine di Repubblica.it le sue linee guida, citando parzialmente la Costituzione italiana – che però all’articolo 32 recita “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

La Costituzione italiana non impone, la Cei pare lo voglia fare anche a chi non è membro della Chiesa Cattolica riproponendo i suoi  principi non negoziabili  che ormai tutti conoscono.

Ci aspettiamo che i “consigli”,  magari a qualche persona particolare ma senza farne il nome, com’è costume, da ora all’eventuale legiferazione saranno ancora molti.