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DOMENICA

29 Ott

Domenica, dal latino dies dominici, giorno del Signore, nella tradizione cristiana rammenta la resurrezione di Gesù Cristo.

C’è chi la chiama in altro modo, come per esempio l’inglese Sunday, giorno del sole.

Libertà è anche tener conto e rispettare le differenze.

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BARAK

17 Lug

In Terra degli uomini, il racconto di uno dei naufragi di Antoine Sant-Exupéry, l’autore racconta delle traversie della liberazione di uno schiavo, di come egli, dopo l’ebrezza della conquistata libertà avrebbe dovuto fare i conti in capo a tre mesi con la miseria di un un povero,ma libero. “Aveva il diritto di essere se stesso tra i suoi”.

– Su, vecchio Barak, va’ e sii uomo”

[…]

E noi facevamo gesti d’addio al nostro neonato di cinquant’anni, un po’ inquieti nel mandarlo verso il mondo

– Addio Barak!

– No.

– Come sarebbe a dire, no?

– Sono Mohammed ben Lhaoussin, Barak era il nome dello schiavo.

A differenza di noi, in cui è rimasta una traccia nel detto latino Nomen omen, il nome è un presagio, tra gli arabi così come tra gli ebrei il nome non viene imposto a caso o secondo la moda ma tenendo conto del suo significato. Durante la schiavitù Mohammed ben Lhaoussin non si sentiva una persona e poco gli importava se lo chiamavano Barak o in altro modo.

Dovremmo porre più attenzione anche noi, perché l’articolo 22 della Costituzione parla espressamente del diritto al nome. Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome”.

MEMORIE DI AZZURRO

12 Giu

L’altro giorno, tra una cosa e l’altra, ci siamo trovati a parlare delle vacanze estive dai nonni.

Quelle descritte da Celentano in Azzurro, che io passavo qualche volta da mia nonna, con l’obbligo formale del riposino pomeridiano. Formale perché, per quell’accordo non scritto che si può stipulare con i nonni che sono più permissivi dei genitori ogni tanto, novello Tom Sawyer, trasgredivo saltando dalla finestra al pian terreno della villetta.

Anche quel giorno che, cammina cammina sul lato sinistro della strada come mi avevano insegnato a scuola, percorsi cinque chilometri fino ad arrivare al paese vicino dove abitava uno zio mugnaio che aveva un mulino ad acqua, non proprio bianco come quello dei famosi biscotti, ma che mi affascinava ugualmente (forse già all’epoca mi stavo appassionando al tempo e il roteare della ruota mi ricordava un orologio). Interrogatomi sul cosa facessi lì e se mia nonna ne fosse al corrente, mio zio mi pagò il biglietto per il primo autobus di ritorno. Mia nonna non lo venne a sapere perché non aveva il telefono, neanche quello nero a muro con il disco.

Una signora più giovane ha raccontato di come veniva mandata dai suoi nonni in Sardegna e di come veniva coccolata dalla nonna che ogni giorno ne trovava una nuova per farla mangiare, preparandole se necessario le tagliatelle a merenda. Suo nonno era un pastore, un pastore sardo di quelli che avevo visto sui libri delle elementari. Incuriosito, le ho chiesto se parlassero in dialetto o in italiano. Mi ha risposto che sì, qualche parola in dialetto usciva, ma parlavano in italiano perché a suo modo suo nonno era una persona colta. Quando recava il gregge al pascolo portava con sé un libro di un autore italiano, D’Annunzio, Verga o qualche altro, assieme a un piccolo dizionario nel quale cercava le parole che non conosceva e scriveva i suoi marginalia.

Sono rimasto stupito e lei a sua volta mi ha detto di esserlo stato quando, da adulta, ha visto il film tratto dal romanzo Padre Padrone di Gavino Ledda, che certo non corrispondeva all’immagine del pastore sardo che le aveva trasmesso il nonno.

Questo per dire che ci sono luoghi comuni e stereotipi che non corrispondono affatto alla realtà, che non debbono essere presi per buoni ma verificati, e facilmente si trova che derivano da chiacchiere popolari senza fondamento.

Come quella che vuole il “contadino, scarpe grosse e cervello fino”. Scarpe grosse sicuramente, perché altrimenti affonda nel terreno bagnato, ma “cervello fino” non si riferisce ad una persona che non ci arriva ma piuttosto che sa ragionare. Forse non sempre come i libri di scuola ma, si sa, i libri sono la forma scritta in bella copia della pratica.

RASATA A ZERO

2 Apr

Leggo, e mi fermo qui nonostante la consueta “fuga di notizie” che caratterizza buona parte del giornalismo italiano, della quattordicenne bengalese rasata a zero dalla madre perché si rifiutava di portare il velo.

Sul velo ho scritto altre volte, ma la questione si ripropone ogni volta che vengono violati con la forza i diritti di una persona. Non mi adeguo al ragionamento del’”in Italia si fa così”, ma penso a tutte quelle donne coperte da capelli a piedi che che non riescono ad esprimersi, perché sappiamo che la parte non verbale è fondamentale alla comunicazione.

Oltre al libro di Mona Eltahawy, il cui titolo significativo è in inglese e non nell’addolcito italiano, sto ora leggendo un punto di vista maschile, quello di Bruno Nassim Aboudrad, Come il velo è diventato musulmano, che vuol dimostrare come l’imposizione della copertura del copro femminile con il burqa, lo hijab, lo chador o il niqab non trae origine dal Corano ma, una volta di più, è un sopruso maschile.

MATRIMONI

20 Ago

Aspetto ancora la sposa che si presenta davanti all’Ufficiale di stato civile o al prete da sola, senza essere accompagnata dal padre, o in sua mancanza, dallo zio, fratello, o cugino.

Segno che è una persona libera, che non si trasferisce, com’era in passato, da una proprietà e protezione ad un’altra.

Poco conta il “si è sempre fatto così!”, qualcuna deve cominciare il cambiamento.

lucy_mia0

“Io sono mia, e scelgo di condividere la mia vita con te!”.

LIBERTÀ

14 Ago

C’è qualcosa di molto bello in questi 45” di filmato, qualcosa che noi occidentali dobbiamo guardare in silenzio e con rispetto.

Le donne che mostrano il viso e bruciano i burqa e gli uomini che si tagliano la barba, portata per obbligo e non per scelta come come faccio io, le bambine e i bambini che possono ricominciare a fare  i giochi che una mentalità chiusa aveva loro vietato.

Ci vorrà un po’ di tempo per riportare la normalità tra queste persone, come quando dopo un temporale si aspetta che il sole asciughi l’acqua nei pantani.

Per normalità intendo la normalità dei loro usi e costumi, che non necessariamente debbono corrispondere ai nostri – ciò sarebbe colonialismo culturale e abbiamo fatto già troppi danni in giro per il mondo – insomma una ventata di libertà da molto attesa. Il contrario della famosa coppia di fotografie in internet che mostra le donne prima e dopo la rivoluzione coranica in Iran.

Non è questo il momento di discutere se velo sì o velo no. Accontentiamoci per il momento del fatto che queste donne possano far vedere i loro voltii loro occhi, i loro sorrisi,  nascosti fino all’altro ieri, e che possano vedere il mondo senza il fitro di una grata.

P. s. Qualche anno fa a Trieste visitai una mostra e, senza obbligo da parte mia, mi fecero indossare un burqa per tentare di immaginare cosa si prova a vedere il mondo senza una poter esprimere la propria personalità e oltre una grata. Tre minuti dopo ne ero già fuori, e non ho scelto a caso l’espressione “tentare di immaginare”.