Archivio | dicembre, 2019

ABBI CURA

28 Dic

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Ci sono delle espressioni che in un’altra lingua o in un dialetto sono più pregnanti ed esprimono il concetto in un modo che l’italiano non rende.

Una di queste, che mi piace molto, è l’inglese take care che esprime molto di più del nostro abbi cura.

Quando il Signore domandò a Caino dove fosse Abele questi rispose, “Non lo so, sono forse il custode di mio fratello?”. Penso che il Signore gli avrebbe ribattuto, “Sì, lo sei, perché io ho affidato lui a te e te a lui in un rapporto di reciproci amore e solidarietà” se la tragicità del momento non avesse richiesto una risposta ben più dura.

Take care of yourself corrisponde al nostro riguardati, che va dalla raccomandazione della mamma premurosa di indossare la famosa maglietta di lana a occasioni più serie riguardante la salute.

(In Italia abbiamo conosciuto l’espressione I care durante una campagna elettorale. I care, mi interesso (di te) ).

Ma il semplice take care, usato come saluto di commiato fisico o in calce a un’email (sì, anche a una lettera, esistono ancora 🙂 ) o alla fine di una telefonata tra due persone che si vogliono bene, esprime l‘ἀγάπη agapé, l’amore fraterno e la  ϕιλία, l’amore fra amici che una persona prova per l’altra, a differenza del nostro ciao o del tedesco servus, che etimologicamente esprimono solo disponibilità.

Non va usato verso tutti, proprio affinché non diventi banale come gli americani sono riusciti a fare con love, amore.

IL DIO DELLE PICCOLE COSE

23 Dic

[L’angelo del Signore] gli disse: “Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore”. Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco, venne a lui una voce che gli diceva: “Che cosa fai qui, Elia?”. Egli rispose: “Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita”. Il Signore gli disse: […] (1 Re 11:15).

Elia è uno dei più famosi profeti dell’Antico Testamento, tanto che molti videro in Gesù la sua ricomparsa. In questo passo, che ricorda la sua fuga dopo il confronto con i profeti di Baal troviamo ci dice che il Signore passò

  • ma non era nel vento

  • non era nel terremoto

  • non era nel fuoco

ma era in una brezza leggera, perché il Signore si manifesta anche in tutte quelle piccole cose in cui ci imbattiamo ogni giorno e siamo noi a non accorgercene.

IL SENSO DEL NATALE

20 Dic

Ha senso per il cristiano di oggi ricordare il Natale, soprattutto sapendo che il 25 dicembre non c’entra nulla, perché i Romani erano sufficientemente avveduti da non indire un censimento in inverno, ma è la sostituzione della festa del dio Sole, qualche giorno dopo l’equinozio d’inverno, e più in generale, ha senso condividere le altrui feste religiose?

Sì e no, a seconda delle circostanze, di proposito ho scritto ricordare e non celebrare. Può aver senso farlo per spiegare ai bambini piccoli cos’è, visto che con tutta probabilità ne avranno già parlato a scuola e forse imparato qualche canzoncina, un po’ come gli ebrei spiegavano e spiegano ai bambini cosa significa per loro il rito della Pasqua (Esodo 12:26-27). Ai più piccoli è bene lasciare le loro innocenti illusioni, Babbo Natale, Befana eccetera (e ai genitori l’illusione che i bambini ci credano che se ne andranno di qua a qualche anno, con i più grandi in famiglia si può cominciare a spiegare che non ha nessuna importanza sapere il giorno esatto, magari evidenziando il controsenso del censimento d’inverno, perché d’inverno anche in Palestina fa freddo, ma la cosa importante è che Gesù sia venuto al mondo e perché è venuto, magari leggendo assieme le narrazioni che ne fanno Luca e Matteo, suscitando le loro domande.

Possiamo cogliere l’occasione per parlarne, a seconda delle convenienze sociali, con i nostri amici e colleghi, ovviamente nel rispetto delle altrui opinioni, e far notare che il 25 dicembre non è una data fissa perché i milanesi, che seguono il rito ambrosiano, e i cristiani ortodossi lo celebrano in altra data, e pure a loro far notare che la data non è importante.

Il natale ormai è una festa essenzialmente consumistica, ed è anche su questo aspetto che possiamo e dobbiamo dire la nostra, con convinzione ed evitando la retorica.

Riscontro una ipocrisia o almeno incoerenza in quei cristiani che dicono di non credere al Natale, non lo celebrano, però il 25 dicembre telefonano per fare gli auguri. Io preferisco un neutro “buone feste”, che copre il periodo dal 25 dicembre a capodanno, perché non so se ci crede chi riceve il mio augurio.

Certo, non parteciperò alle processioni e agli eventi squisitamente religiosi presenti specialmente nei paesi e nelle piccole città, ma parteciperò alla cerimonia di matrimonio di amici cattolici o ebrei, pur dissociandomi nelle parti essenziali dei loro riti. Anche questo è rispetto per le convinzioni (o presunte tali) altrui.

Non possiamo estraniarci dalla realtà, senza passare per asociali, anche perché da fine novembre al 6 gennaio siamo, soprattutto nelle città e dai media, avvolti in una full immersion di stucchevole pubblicità e di insistenti inviti dalle Onlus a essere più buoni. Io cestino senza aprirle tutte le email di richiesta fondi che ricevo sotto natale nella convinzione che o si è buoni tutto l’anno o è un buonismo di facciata.

Nello stesso tempo in nel quale la Chiesa cattolica celebra il Natale gli ebrei dal 18 al 25 dicembre, festeggiano hanno la “festa delle luci” (hanukkah), o festa della dedicazione, in ricordo della ridedicazione del Tempio, ricordata in Giovanni 10:22, questa sì avvenuta d’inverno (il 25 dicembre). Non la si trova nelle bibbie evangeliche ma in fonti ebraiche extra bibliche tra le quali 1° Maccabei 4:36-61 (per inciso il Concilio di Trento, quello della controriforma ha inserito 1° e 2° Maccabei tra i libri dueterocanonici, quei sette testi scritti in lingua greca che non appartengono al canone ebraico ma si trovano, assieme ad altri sette, in alcuni manoscritti della LXX, che noi chiamiamo apocrifi, e agli ebrei è vietato leggerli).

Quanto ai simboli, il presepe, con tutto rispetto per Francesco d’Assisi che fu il primo a proporlo lo escludo, per insegnare anche ai bambini che la fede non ha bisogno di segni tangibili, come chiese l’apostolo Tommaso.

L’albero di natale è un simbolo di origine pagana, che niente ha a che fare con la festività, e può essere usato per ornare la casa come elemento estraneo alla natività ma legato al periodo festivo (in un ospedale nel periodo pasquale ho visto un bell’albero di Pasqua, composto da una pianticella con delle uova appese ai rami).

Ben fanno questa volta gli americani e i canadesi che hanno spostato il valore religioso della festa al Ringraziamento (Thanksgiving, in inglese, festa in cui la famiglia si riunisce, e al natale riconoscono solo l’aspetto commerciale). Non dimentichiamo che il Babbo Natale vestito di rosso che conosciamo oggi è un prodotto della Coca Cola.

Di sicuro è triste, molto triste, riscontrare che ogni anno il natale continua a essere ostaggio di quelle “guerre di religione” politiche tra i due schieramenti natale sì contro natale no, presepe sì contro presepe no, fino ad arrivare al bambinello nero nelle scuole fino ad arrivare a quel dirigente scolastico che anni fa vietò la distribuzione di biglietti gratuiti al luna park ai bambini di una scuola primaria perché non consono con gli obiettivi della scuola.

BUON NATALE!

16 Dic

Natale2019

Buon Natale a chi passa di qua.

Buon Natale a chi, in buona o mala fede, ha alimentato le solite polemiche: Natale sì, Natale no, presepe sì, presepe no, bambinello bianco o nero, strumentalizzando il Natale per scopi che con esso nulla hanno a che vedere.

Buon Natale anche a chi è convinto di essere l’unico depositario della Verità, dimenticando che invece lo Spirito soffia dove vuole.

Buon Natale a chi si riconosce nello spirito del giubileo. No, non quello istituito da Bonifacio VIII, ma quello biblico (Levitico 25), lo scopo del quale era insegnare che tutto, ma proprio tutto, ci è dato in prestito.

Buon Natale a chi riesce a stupirsi e farsi domande solo all’apparenza inutili. Salomone, al quale fu ordinato di costruire il Tempio di Gerusalemme, si chiese come fosse possibile che Dio sia confinato in quattro mura. A differenza di altri non fu punito per il suo dubbio, perché seppe guardare oltre le apparenze.

Buone feste ai nostri vicini, siano essi ebrei o musulmani, che hanno le loro rispettive feste in questo periodo e, ovviamente, anche agli altri.

Buone feste a chi non crede, perché la fede è un dono e come tale può non essere accettato, non si può aver fede per decreto. Credere – aver fede – è uno di quei verbi che come amare, volere, sentire, non sono retti dal verbo dovere.

Buon Natale, o buone feste, a coloro che assicurano i servizi essenziali e alle persone che lavoreranno a causa dell’avidità dei loro datori di lavoro.

Buon Natale, o buone feste, a coloro che si sono trovati sbattuti in Italia dalle onde del mare, novelli Enea, in fuga da una guerra o da un Paese ostile.

Buon Natale, o buone feste, a quanti visto che non è più epoca di biglietti postali di auguri si son visti recapitare una lettera di cassa integrazione o di licenziamento, mentre era stato detto loro che la povertà è finita.

Buon Natale, o buone feste, alle Ragazze Mondiali che ci hanno entusiasmato lo scorso giugno durante i Mondiali di calcio, dando una speranza alle ragazze e alle bambine ma che poi sono state dimenticate dalla Rai, servizio di stato, che pure dovrebbe adoperarsi per la parità dei diritti prevista dalla nostra Costituzione.

Buon Natale, o buone feste, a chi non si è trovato in questa lista di persone che per sua natura è aperta, ma poiché siamo sette miliardi, più di qualcuno può essermi sfuggito.

DONNE, CONVENZIONI SOCIALI E TRADIZIONI

15 Dic

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Arundhati Roy è una scrittrice indiana e un’attivista politica impegnata nel campo dei diritti umani, dell’ambiente e dei movimenti antiglobalizzazione.

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Il suo libro Il dio delle piccole cose, in parte autobiografico e pubblicato nel 1966, l’anno successivo riceve il Booker Prize ma nel contempo suscita molte critiche e polemiche nei suoi confronti.

La trama: India, fine anni Sessanta: Ammu, figlia di un alto funzionario, lascia il marito, alcolizzato e violento, per tornarsene a casa con i suoi due bambini. Ma, secondo la tradizione indiana, una donna divorziata è priva di qualsiasi posizione riconosciuta. Se poi questa donna commette l’inaccettabile errore di innamorarsi di un paria, un intoccabile, per lei non vi sarà più comprensione, né perdono. Attraverso gli occhi dei due bambini, Estha e Rahel, il libro ci racconta una grande storia d’amore che entra in conflitto con le convenzioni.

Donne e ragazze “bruciate” sono anche le albanesi, figlie della cultura islamica, costrette a spostarsi o a emigrare perché non hanno più un futuro nel loro paese.

Guardando nel nostro orticello, nonostante gli anni trascorsi dall’abolizione del delitto d’onore, dalla riforma del diritto di famiglia e dalla legge sul divorzio, il giudizio non richiesto sulla fine di una relazione grava spesso sulla donna, con i “sì, ma” inespressi perché sottintesi, in palese disparità con la parte maschile, in funzione di quelle convenzioni sociali stratificatesi e diventate tradizioni che niente hanno a che vedere con la realtà.

(Con dedica)

CREDIBILITÀ DELLE NOTIZIE

13 Dic

La calunnia è un venticello” da Il barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini è una delle romanze più famose delle lirica italiana. Con il suo crescendo anche terminologico – la calunnia da venticello diventa colpo di cannone – vuol far notare come ciò che all’inizio è una diceria pian piano diventa sospetto fino a affermarsi come realtà, ovviamente non verificata.

Stando ad uno studio del MIT le bufale, le fake news, corrono più veloci delle notizie vere, vuoi perché spesso i quotidiani non verificano le fonti vuoi perché nell’epoca dei Social Media il passaparola la fa da padrona senza che chi legge una notizia la verifichi.

Ci sono notizie che è facile smontare subito, altre che che siano vere o false che siano non cambiano la vita, altre che, pur essendo false, si trasformano in convinzioni e quando le convinzioni diventano tradizioni è difficile convincere chi le crede vere che vere non sono.

Per fare un esempio letterario, nell’immaginario popolare il “dubbio amletico” vuole che il principe di Danimarca, nella tragedia di Shakespeare, pronunci il suo famoso “Essere o non essere? Questa è la domanda.” con un teschio in mano.

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Teschio che non compare in questa scena (Atto III, scena I) ma più avanti (Atto V, scena I), quando in cimitero Amleto si trova a discutere con un becchino e allora prende in mano il teschio di Yorik, buffone del re.

Questo non cambia nulla nella vita delle persone e interessa solamente i cultori di William Shakespeare ma ci sono, e ci sono state anche prima del Social Media, molte altre informazioni volutamente false e tendenziose che hanno avuto e hanno effetti diretti e indiretti nella vita dei singoli e della società.

È brutto doverlo dire, ma soprattutto di questi tempi, ogni notizia va verificata, e soprattutto bisogna educare giovani e adulti a saperlo fare. Per rimanere sull’onda dell’Amleto purtroppo “C’è del marcio nelle notizie”.

STORIA DI GAMBE, DI FREDDO E DI CAVIGLIE

12 Dic

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Non avrei riproposto questo crescendo (a parte l’ultimo paio che insomma…) di gambe se non fosse che qui oggi la temperatura è bassina e vedere una ragazza in jeans, scarpe basse e fantasmini con le caviglie scoperte mi ha fatto sentire un brivido di freddo.

NINA

9 Dic

Nome proprio, f. s.

Di origini incerte, secondo alcuni diminutivo di Anna, da cui Annina, Nina, secondo altri deriva dall’ebraico Hannáh, grazia, graziosa.

Questa volta non cito persone del passato o del presente.

C’è Caterina, c’è suo marito, non c’è e non ci sarà Nina”.

Questo è in estrema sintesi il racconto che Caterina Falchi fa della sua mancata maternità, fatta di tentativi, di prove, di delusioni, non però di rassegnazione ma di presa d’atto del suo stato di mater nullipara (madre senza figli) o, con il termine che usa lei, (madre) diversamente fertile.

Ti avrei chiamata Nina non è un libro scritto tutto d’un fiato, ma frutto di una lunga elaborazione, come spiega l’autrice.

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Un storia difficile che si può solo leggere, raccontato con saggezza da chi l’ha vissuta in prima persona, senza permettersi di sottolineare o chiosare alcunché nel testo, perché nessuno ha il diritto di giudicare i sentimenti altrui.

Un libro scritto anche perché può aiutare altre donne ad affrontare il percorso della fecondazione assistita.

Caterina Falchi abita a Monfalcone, laureata in lingue e letterature straniere è impiegata nell’ufficio vendite di un’azienda locale. Esordisce come scrittrice nei primi anni Duemila con le favole per bambini che vengono pubblicate sul sito di settore Mammafelice. Vince nel 2009 un concorso dell’editore Edigiò, che pubblica il suo “La saponetta magica”. Due favole vengono pubblicate nei progetti di raccolte natalizie di Barilla (2011 e 2012) e alcuni suoi articoli entrano nel portale dedicato ai libri Zebuk. Tra il 2013 e il 15 pubblica racconti con Alcheringa e Delos Books. “Ti avrei chiamato Nina” è il suo primo racconto lungo.

IMMACOLATA CONCEZIONE?

8 Dic

Oggi la Chiesa cattolica celebra uno dei suoi tanti dogmi estranei al cristianesimo, l’Immacolata concezione, istituito l’8 dicembre 1954 da papa Pio IX, senza alcun fondamento biblico, secondo il quale Maria di Nazareth sarebbe, a differenza di tutti gli altri essere umani – ad esclusione ovviamente di Gesù – senza la macchia del peccato originale.

Nel cristianesimo non si trova il concetto di peccato originale perché la responsabilità del peccato è personale (Ezechiele 18:20), a differenza delle conseguenze.

La Chiesa cattolica ha ampiamente cambiato il pensiero sul pedo battesimo, limitandolo a una formula di ingresso nella comunità e ancor di più ha silenziato il limbo, luogo spirituale sede dei bambini non battezzati, come se fosse per colpa loro.

Purtroppo il pontificato di Bergoglio, che molti accusano di un’apertura ai mussulmani, un realtà è un palese ritorno alla mariologia, che nulla a che vedere con la salvezza, “infatti c’è un solo Dio e un solo mediatore tra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo” (1a Timoteo 2:5). Ora se vale la prima tesi, “c’è un solo Dio” non si può variare a piacimento la seconda.

Quanto alle statue di Maria che oggi in tutta Italia sono state oggetto di venerazione, coloro che non lo sanno dovrebbero leggere con apertura mentale e spirituale il capitolo 10 di Geremia.

Come dicevo più sopra, un dogma cattolico non fa parte del cristianesimo, quindi non vincola nessuno.

DUE DATTERI E UN SORRISO

5 Dic

Un paio di anni fa sotto le feste eravamo in fila per comperare dei datteri e stavamo valutando tra noi quali scegliere.

Il signore prima di noi si girò e ci consigliò: “Comperate quelli, che sono migliori” poi, finito il suo acquisto, aprì la sua confezione e ce ne offrì.

Io sono mussulmano” ci disse “e non festeggio il Natale, per noi offrire i datteri è comunque segno di amicizia”.

Apprezzammo questo suo gesto spontaneo di condivisione e imparammo qualcosa.

Per quelli che strenuamente difendono “i nostri” valori, spesso senza sapere quali in realtà siano.