Archivio | novembre, 2018

ELOGIO DELL’ERRORE

30 Nov

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Quante volte abbiamo sentito questa frase, spesso usata maldestramente e soprattutto a metà come nella fotografia?

Questo è lo spot del Garante dell’infanzia e dell’adolescenza “I diritti dell’infanzia in parole semplici”.

Ascolto, protezione, paura, lentezza, errore. Cose che non sempre diamo per scontate in persone in divenire (aspiranti donne, come un mio amico definiva le sue figlie adolescenti, ma anche aspiranti uomini) dalle quali spesso pretendiamo più del dovuto, oberandole di compiti e responsabilità che loro non spettano.

Non diciamo mai a un bambino “Tu non puoi capire”, perché i bambini capiscono, se usiamo un linguaggio adatto alla loro età, ma ascoltiamolo per comprendere non solo le sue esigenze ma anche la sua personalità che va formandosi.

I bambini sanno che i draghi non esistono…”, come ha scritto Gilbert K. Chesterton, ma una sana paura anche sciocca come quella del buio li aiuta a ragionare, affrontarla e crescere, a “uccidere i draghi”.

L’elogio della lentezza è quello di Augusto e il suo apparente ossimoro “Affrettati lentamente”. Narra Svetonio che egli riteneva che a un perfetto capitano nulla convenisse meno della fretta e della temerarietà. Più avanti nei secoli nei Promessi Sposi troviamo il gran cancelliere spagnolo Antonio Ferrer con il suo “Adelante, presto, con judicio”. Io non credo nell’affermazione “non ho tempo”, anche nei ritmi frenetici della vita odierna, perché il tempo quando si vuole lo si trova.

Sbagliare fa parte della crescita. Consideriamo un bambino che cammina gattoni e la sua meraviglia quando si ritrova a camminare in posizione eretta, come i grandi. Tra i due stadi ci sono molte cadute, ma poi è fatta! L’errore non va visto in chiave negativa ma come una fase della maturazione dell’esperienza, da cui trarre le conclusioni e non commetterlo più anche perché, come si dice in un’espressione dialettale, “nessuno nasce imparato”.

Gli altri diritti citati dal Garante per l’infanzia e l’adolescenza li trovate qui, in uno di quegli “elenchi aperti” come il Cantico di frate Sole a cui potete aggiungere il vostro pensiero o farlo aggiungere ai vostri figli e magari imparare qualcosa.

(dedicato a mio nipote e alla sua prima insufficienza in prima media).

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BUCCE DI CIPOLLA

29 Nov

Gli ebrei pagano la decima dei loro intrioti prima al Tempio di Gerusalemme, ora alla sinagoga, e in Italia possono detrarre questa spesa dalla dichiarazione dei redditi.

Dovrai prelevare la decima da tutto il frutto della tua sementa, che il campo produce ogni anno. Mangerai davanti al Signore tuo Dio, nel luogo dove avrà scelto come sede del suo nome, la decima del tuo frumento, del tuo mosto, del tuo olio e i primi parti del tuo bestiame grosso e minuto, perché tu impari a temere sempre il Signore tuo Dio”. (Deuteronomio 14:22-23).

Un rabbino me la spiegò così:

Prendiamo dieci cipolle, per praticità tutte da un etto, tu come faresti?”

Una cipolla all’Eterno e nove a me”.

Poiché nella Torah è detto di dare all’Eterno le primizie, alcuni offrono all’Eterno un etto di bucce di cipolle e trattengono per sé il resto, perché senza dubbio la buccia è “la primizia” della cipolla”.

A significare quanti – non solo ebrei – addomesticano a loro vantaggio i comandi di Dio”.

LA TORRE CHE TOCCA IL CIELO

26 Nov

Tutta la terra aveva un’unica lingua e uniche parole. Emigrando dall’oriente, gli uomini capitarono in una pianura nella regione di Sinar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: “Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco”. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da malta. Poi dissero: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo, e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra”. Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che i figli degli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: “Ecco, essi sono un unico popolo e hanno tutti un’unica lingua; questo è l’inizio della loro opera, e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra. (Genesi 11:1-9)

Questo è l’episodio della divisione dei popoli in base alle lingue conosciuto anche da chi non frequenta le Scritture, perché Babele è diventato sinonimo di confusione arrivato fino al dialettale baba, plurale babe, detto di donna che parla facendo solo rumore, ora in disuso per la sua connotazione offensiva.

Il tema però, non è costituto dalle lingue ma dalla voglia degli uomini di sfidare l’alto, l’infinito, gli dei, i limiti della natura umana che in epoca moderna si sviluppa in alcuni sport estremi.

Si dice che il Pirellone sia un pelo più basso della guglia più alta del Duomo di Milano, mentre c’è una sfrenata corsa alla costruzione del grattacielo più alto del mondo, spesso aggiungendo un’inutile antenna.

Qualcosa del genere, riferisce Il Piccolo di ieri, sta accadendo nel vicino Est europeo con la costruzione a Bucarest del tempio ortodosso più alto al mondo con i suoi 120 metri e la moschea di Tirana che batterà di qualche metro quella di Sarajevo (sorvoliamo sull’errore del giornalista di averla, un paio di righe dopo, definita chiesa). Un misto di mal riposto orgoglio nazionalistico, politica e mal celato tentativo supremazia religiosa.

Esempi del genere li troviamo in Italia con il Tempio mariano di Monte Grisa, a Trieste, costruito in tempi di crisi economica e oggetto di recente di inopportuni restauri d’oro e la chiesa di San Giovanni Rotondo, troppo grande per le reali esigenze.

Eppure, nell’incontro con la samaritana al pozzo (Giovanni 4:21-24), Gesù affermò a chiare lettere che “viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità”.

Chiesa, dal greco ἐκκλησία, vuol dire radunanza, comunità dei credenti, indicando il contenuto e non il contenitore, ma pochi ne fanno caso, dando così luogo a inutili rivalità come quelle di Bucarest e, per il mondo mussulmano, di Tirana.

C’È DEL MARCIO?

23 Nov

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Si parlava di Shakespeare e tra una cosa e l’altra si è fatta la considerazione di come, nell’immaginario collettivo, sia rimasta viva l’espressione “C’è del marcio in Danimarca” dell’Amleto (anche se i più non conoscono la trama della tragedia), mentre proprio in questi giorni con la storia dei termo-valorizzatori, si è saputo che a Copenaghen ce n’è uno con tanto di pista da sci in plastica sul tetto, tanto per non sprecare spazio.

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Regola di vita da imparare e da applicare: “Mai appiccicare un’etichetta a qualcuno, perché non lo si conosce a fondo, le cose possono non essere come le percepiamo e comunque possono cambiare”, com’è cambiata la Danimarca dai tempi di Amleto ad oggi.

Poi qualcuno ha prudentemente pensato di cambiare discorso, per non addentrarci in temi nostrani, ma questa è un’altra storia.

DI PANE, CRISI E NUOVE POVERTÀ

17 Nov

Noi di città conosciamo poco il pane, al massimo, se siamo per strada di mattina presto prima del caos urbano, possiamo sentirne l’odore uscire dai forni a serranda ancora abbassata, senza pensare a quanti lavorano per farcelo trovare bello caldo e fragrante. Fare il pane, nella civiltà contadina, era una cosa comune, come rassettare la casa e cucinare. Lo si faceva una volta alla settimana perché a differenza di oggi il pane durava più giorni.

Dalla scelta della farina, e ancor prima dalla raccolta del grano, fino alla cottura in forno sono tutti passaggi pregni di significati che pian piano si sono persi.

Molti ricorderanno i versi della Spigolatrice di Sarpi di Luigi Mercantini, “Me ne andavo una mattina a spigolare…” per averli studiati a scuola. Gli insegnanti ponevano l’enfasi su quei trecento che erano giovani e sono morti senza preoccuparsi troppo della donna.

Spigolare è ciò che facevano i poveri anche in Italia fino a settanta/ottanta anni or sono andando nei campi a raccogliere le spighe rimaste a terra dopo la trebbiatura. Era un atto di umiltà perché bisognava chiedere e ottenere il permesso per fare una cosa semplice come raccogliere degli scarti. Gli spigolatori del duemila sono coloro che vanno a recuperare gli ortaggi nei cassonetti vicini ai supermercati e non solo.

Una spigolatrice famosa è Ruth, originaria di Betlemme, nella linea genealogica di Gesù, la cui storia possiamo leggere nel libro della Bibbia che porta il suo nome e in cui viene raccontato come un suo lontano parente al quale era piaciuta, la favorì in questo lavoro ordinando ai suoi servi di lasciare delle spighe in abbondanza quando passava lei a raccoglierle.

La sua storia è anche una smentita del luogo comune che vede suocera e nuora in perenne antagonismo, nella famosa promessa “Ma Ruth rispose: “Non insistere con me perché ti abbandoni e torni indietro senza di te; perché dove andrai tu andrò anch`io; dove ti fermerai mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio” (Ruth 1.16) (spesso impropriamente usata nei riti di matrimonio).

È forse in ricordo di Ruth, anche se la motivazione si era persa, che settanta, ottanta anni or sono nel primo anno di matrimonio in Salento le nuore usavano portare in dono alle suocere la vaccaredda

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 in segno sia di affetto sia di riconoscimento della sua autorità. Cose di altri tempi, si dirà oggi. La vaccaredda si portava anche al genitore rimasto vedovo, e si intendeva con questo gesto ripagare la mamma o il papà del latte che avevano donato alla figlia quando era piccola, durante l’allattamento. Scopriamo così l’arcano di questa forma strana che ricorda di mammelle e il gesto di riconoscenza verso i genitori che perdurava fino alla loro morte.

È famoso anche il pane di Altamura (non “tipo Altamura 🙂 )

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che possiede questa forma, come una mezzaluna ripiegata su se stessa, ma la dimensione della pezzatura, ovviamente, è molto più grande di quella pagnotta odorosa e fragrante, che le persone dolci di cuore donavano a chi se la passava male. Usanza che, sulla scia del caffè sospeso napoletano, si sta riproponendo proprio in questo periodo di crisi.

Nel fare il pane non potevano mancare i bambini, per i quali anche per tenerli fermi, a mo’ di regalo veniva confezionato lu pupo, a forma di babola, e sulla cui confezione e cottura i destinatari prestavano la massima attenzione.

Quella descritta è la tradizione salentina, con le sue varianti locali, ma il pane è da sempre presente nella nostra cultura, religiosa e laica.

Portare il pane a casa” è forse la locuzione più significativa, assieme a “non avere un tozzo di pane”.

Di pane parla Dante abituato da buon fiorentino al pane insipido, “Tu proverai, sí come sa di sale lo pane altrui/e come duro cale/ lo scender e ‘l salir per l’altrui scale” (Paradiso, XVII, 58) prefigurando il suo esilio.

Ignazio Silone in Vino e pane atira la nostra attenzione sul fatto che la maturazione del grano, elemento base il pane, dura nove mesi come la gestazione umana e Miriam Mafai in Pane nero ci racconta la ristrettezza della vita durante quella Seconda Guerra Mondiale che sarebbe dovuta concludersi in una decina di giorni.

Il pane non si getta, per rispetto a chi non ne ha, anche se c’è chi ha messo in giro la voce che i forni  buttano l’invenduto mentre se non tutti molti lo danno gratuitamente alle mense dei poveri. Si ricicla, una volta in campagna come mangime agli animali, ora nella cosiddetta “cucina povera”. Il pane a tavola non si taglia, si spezza, in ricordo dell’ultima cena.

Di pane, dei diversi tipi di pane, si dovrebbe parlare anche nei menù, così come si fa con i diversi tipi di pasta ma soprattutto con il vino.

Quanta tradizione, quanti significati in un alimento comune che diamo per scontato. Cominciando a pensarci, prima di andare a comperarlo, forse lo apprezzeremo di più.

Questo post nasce da una piacevole “ragionata”, come si dice al Sud, sulle tradizioni dei “tempi di prima”. La memoria non va mai cancellata, perché fa parte della nostra vita.

“MI MANCHERAI”

10 Nov

So much, in inglese, vuol dire tanto,

so far vuol dire fino a ora,

so long è un saluto americano che non pone l’enfasi sul momento del re-incontro, come il nostro arrivederci o l’inglese see you (again) ma sull’attesa di esso. “Mi mancherai finché non ci rivedremo”.

Come take care, è un saluto confidenziale molto bello, una vera frase idiomatica “tell him so long for me”, “digli ciao da parte mia”.

TRIESTE 2018, BENTORNATI NEL MEDIOEVO

9 Nov

Trieste, si sa, è una città difficile, nell’estremo Nord Est della repubblica, quella zona di cui nel resto d’Italia si sa poco o nulla, tanto è vero che c’è stato bisogno dello spettacolo teatrale Magazzino 18 per far conoscere, conoscere, non rammentare!, al resto dell’Italia l’esodo dall’Istria e da Fiume a fine della seconda guerra mondiale.

Trieste, con la sua cultura austroungarica, con Maria Teresa, il borgo teresiano e il castello di Miramare di Massimiliano d’Asburgo-Lorena a rammentarci che l’”Austria era una paese ordinato”, aperto verso tutti e con l’inno nazionale cantato in diciotto lingue. Non a caso vi troviamo la gran parte delle chiese storiche, salvo la chiesa anglicana che non c’è più. All’inizio del secolo scorso, quando la città era austro-ungarica, la borghesia parlava indifferentemente l’italiano, lo sloveno e il tedesco. Deve la sua fortuna al fatto che, accanto al porto militare a Pola, ora in Croazia, è stata il porto mercantile dell’impero.

Trieste, questa signora particolare in cui hanno vissuto e scritto Umberto Saba, Italo Svevo e l’irlandese James Joyce, chiamato simpaticamente signor Zois, non chiedeva documenti perché la convivenza è nel suo DNA. La sua cultura continua con l’italianissimo Boris Pahor, poco conosciuto perché di lingua slovena, Claudio Magris e Paolo Rumiz.

Fu a Trieste che l’eretico Primož Trubar, che traducendo le Scritture diede allo sloveno dignità di lingua, trovò ospitalità dal vescovo cattolico Pietro Bonomo.

Cose d’altri tempi se, dopo il veto di anni fa da parte di un consiglio di quartiere alla costruzione di una moschea, l’attuale giunta comunale, dopo aver vietato in uno dei suoi primi provvedimenti Il gioco del rispetto, che mira a far conoscere alle bambine e ai bambini le differenze di genere, ritenendolo, a torto, foriero della teoria gender quando sappiamo che c’è un estremo bisogno di educare fin da piccoli al rispetto reciproco, la giunta Dipiazza, notizia di oggi, fissa al 30% la soglia degli stranieri negli asili comunali, il crocefisso diventa obbligatorio e l’insegnamento della religione cattolica parte integrante del piano dell’offerta formativa. Sappiamo, ma forse in municipio no, che l’obbligo della presenza del crocefisso è già in vigore in forza di una sentenza della Corte europea, la religione cattolica non è religione di stato né è significativa per la storia recente del Paese, la facoltà di scegliere di non avvalersi dell’IRC andrebbe ribaltata, così come sono state sanzionate le Telco per i servizi aggiuntivi attivati di default e che il cliente deve domandare siano tolte, e che le “attività alternative” a scuola o non ci sono o consistono in lavoretti come il riordino della biblioteca scolastica, qualcosa più attinente all’”alternanza scuola – lavoro”.

In ultimo, per coerenza e in ossequio alle decisioni della Corte europea la giunta Dipiazza deve richiedere alla Chiesa cattolica e alle onlus l’Ici non corrisposta dagli anni 2006 al 2011, pur se la diocesi di Trieste minimizza. Lo farà?