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DI ESTATE, FORMICHE E SANA PIGRIZIA

21 Giu

Nell’immaginario collettivo, sulla scia di Esopo, la formica è una lavoratrice indefessa messa in contrapposizione alla cicala che passa tutto il giorno a “cantare”.

Fortuna che a mettere le cose a posto ci ha pensato Konrad Lorenz che ne L’anello di Re Salomone spiega che le formiche lavorano solo due ore al giorno e siamo noi a pensare che siano sempre le stesse perché non le distinguiamo.

Almeno in vacanza prendiamo esempio dalle formiche di Lorenz e non da quelle di Esopo!

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OLTRE LA CRONACA

9 Giu

Poiché giornali, editori e altri proporranno, alcuni l’hanno già fatto, le famose liste dei “libri sotto l’ombrellone”, perché non pensare anche a quelli che fanno vedere le realtà scomode delle comunità, che possono essere i paesi a cui fanno ritorno gli emigrati per lavoro, nei quali tutti sanno tutto di tutti spesso più degli interessati, ma anche quelle comunità stagionali come le spiagge, dove anno dopo anno si ritrovano gli stessi bagnanti e, giocoforza i loro figli almeno fino a una certa età?

Non necessariamente tradimenti, materiale per i “patinati” specializzati in questo, ma le piccole storie comuni che quando passano di bocca in bocca possono ingrandirsi fino a logorare una comunità. Per comprendere cos’è un pettegolezzo e quali sono i suoi effetti basta ascoltare la famosa romanza del Barbiere di Siviglia.

Un libro famoso e simbolico di questa realtà, ambientato nell’America degli anni venti è Antologia di Spoon River, di Edgard L. Master, che magistralmente mette le reciproche critiche in epitaffi sulle tombe del paese.

LA BELLEZZA DELL’ESTATE

1 Set

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Vale tutta, anche per l’estate!

 

 

BUON FERRAGOSTO

15 Ago

Del ferragosto giornali e televisioni hanno già detto tutto, dividendo l’umanità tra i forzati della gita al mare, con annessi code in autostrada e eventuali tamponamenti, e coloro che se ne stanno a casa, vuoi perché non possono permetterselo vuoi perché hanno capito che andare al mare il 15 agosto tra pazza folla non è cosa.

Del dogma dell’Assunta c’è altrettanto poco da dire, se non che, come la Marinella della canzone di De André, c’è chi, come la chiesa ortodossa, non volle creder morta Maria di Nazareth e la considerò addormentata, fino al 1° novembre 1950, quando papa Pacelli decise di farla salire in cielo il 15 agosto.

L’importante è che non piova 🙂 .

“E QUINDI USCIMMO A RIVEDER LE STELLE”

24 Giu

Tradizionalmente il 24 giugno è la festa del Patrono di Firenze. Per me assume un significato particolare perché quand’ero più giovane, arrivato nella città medicea il 1° del mese per lavorarvi, dopo soli ventitré giorni portai la mia fidanzata a Venezia dove al bar ordinai due “‘affè”. Il fiorentino, con il suo impersonale (si va, si viene), la sua c dura aspirata e le sue parole di un italiano ormai dimenticato, ti affascina e si impossessa di te in soli venti giorni.

Il 24 giugno di quest’anno, che segue di poco il solstizio d’estate, è anche la notte di luna nuova, cioè del cielo in cui la luna non si vede.

Uno dei privilegi di abitare in un trullo, lontano da ogni fonte di inquinamento luminoso, è poter spengere le luci e osservare il cielo stellato.

In una notte di cielo sereno come la prossima, si vedono tutte ma proprio tutte le stelle sopra l’Italia, e sono molte ma molte di più di quelle che appaiono con una sola luce accesa.

Al credente, più che il celeberrimo verso di Dante all’uscita dell’Inferno della Divina Commedia, torna in mente la promessa dell’Eterno a Abramo riguardo la sua posterità

“Poi lo condusse fuori e gli disse: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle” e soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza”. Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia”. (Genesi 11:5-6).

PAROLE PER LE VACANZE

14 Giu

Parole delle quali si può fare a meno (però se le si conosce si rischia di fare bella figura 🙂 ).

casigliano, efelide, rebbio, viibrissa…

Parole indispensabili, e non solo per le vacanze

per favore, grazie, prego, scusa…

Questi, ovviamente, sono “elenchi aperti” e ognun* può aggiungere altre parole.

MEMORIE DI AZZURRO

12 Giu

L’altro giorno, tra una cosa e l’altra, ci siamo trovati a parlare delle vacanze estive dai nonni.

Quelle descritte da Celentano in Azzurro, che io passavo qualche volta da mia nonna, con l’obbligo formale del riposino pomeridiano. Formale perché, per quell’accordo non scritto che si può stipulare con i nonni che sono più permissivi dei genitori ogni tanto, novello Tom Sawyer, trasgredivo saltando dalla finestra al pian terreno della villetta.

Anche quel giorno che, cammina cammina sul lato sinistro della strada come mi avevano insegnato a scuola, percorsi cinque chilometri fino ad arrivare al paese vicino dove abitava uno zio mugnaio che aveva un mulino ad acqua, non proprio bianco come quello dei famosi biscotti, ma che mi affascinava ugualmente (forse già all’epoca mi stavo appassionando al tempo e il roteare della ruota mi ricordava un orologio). Interrogatomi sul cosa facessi lì e se mia nonna ne fosse al corrente, mio zio mi pagò il biglietto per il primo autobus di ritorno. Mia nonna non lo venne a sapere perché non aveva il telefono, neanche quello nero a muro con il disco.

Una signora più giovane ha raccontato di come veniva mandata dai suoi nonni in Sardegna e di come veniva coccolata dalla nonna che ogni giorno ne trovava una nuova per farla mangiare, preparandole se necessario le tagliatelle a merenda. Suo nonno era un pastore, un pastore sardo di quelli che avevo visto sui libri delle elementari. Incuriosito, le ho chiesto se parlassero in dialetto o in italiano. Mi ha risposto che sì, qualche parola in dialetto usciva, ma parlavano in italiano perché a suo modo suo nonno era una persona colta. Quando recava il gregge al pascolo portava con sé un libro di un autore italiano, D’Annunzio, Verga o qualche altro, assieme a un piccolo dizionario nel quale cercava le parole che non conosceva e scriveva i suoi marginalia.

Sono rimasto stupito e lei a sua volta mi ha detto di esserlo stato quando, da adulta, ha visto il film tratto dal romanzo Padre Padrone di Gavino Ledda, che certo non corrispondeva all’immagine del pastore sardo che le aveva trasmesso il nonno.

Questo per dire che ci sono luoghi comuni e stereotipi che non corrispondono affatto alla realtà, che non debbono essere presi per buoni ma verificati, e facilmente si trova che derivano da chiacchiere popolari senza fondamento.

Come quella che vuole il “contadino, scarpe grosse e cervello fino”. Scarpe grosse sicuramente, perché altrimenti affonda nel terreno bagnato, ma “cervello fino” non si riferisce ad una persona che non ci arriva ma piuttosto che sa ragionare. Forse non sempre come i libri di scuola ma, si sa, i libri sono la forma scritta in bella copia della pratica.