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CARNEVALE LAICO

28 Feb

Carnevale, sì dice scherzando ma non troppo, ormai è tutto l’anno come i saldi, in contrasto con ll detto latino “Semel in anno licet insanire”, “Una volta all’anno si possono far pazzie”.

Carnevale, vigilia della quaresima, è ormai una festa che al pari di molte altre ha perso il significato religioso ed è solo più un’altra occasione per far baldoria, dimenticando o non sapendolo da parte dei più giovani, che fino a tempo fa il mercoledì si entrava a scuola alla terza ora per passare in chiesa a “prendere le ceneri”. Che poi gli studenti lo facessero o meno è un alto discorso.

Ma se  dal mercoledì delle ceneri fino alla domenica di Pasqua inizia un periodo di penitenza e riflessione, quei enti che in base alle previsioni di maltempo nella giornata di oggi, e qui sembra che prima o poi pioverà, hanno spostato la festa a sabato prossimo dimostrano appieno la discrepanza tra l’osservanza a un precetto cattolico, che è un fatto personale e la laicità delle istituzioni.

A COME ALTAMURA, B COME BETLEMME

27 Dic

panedialtamura

Forse un gesto scontato nella parte ricca del mondo del ventunesimo secolo è quello di comperare il pane al forno ma ormai molto più spesso al supermercato come un genere alimentare tra gli altri. Poniamo attenzione, almeno chi lo sa fare, ai diversi vini da accompagnare alle pietanze senza pensare che dovremmo farlo anche con i diversi tipi di pane.

Ormai conosciamo poco il pane, al più, se siamo per strada di mattina presto prima del caos urbano, possiamo sentirne l’odore che esce dai forni a serranda ancora abbassata, senza pensare a quanti lavorano per farcelo trovare bello caldo e fragrante. Fare il pane, nella civiltà contadina, era una cosa comune, come rassettare la casa e cucinare. Lo si faceva una volta alla settimana perché a differenza di oggi il pane durava più giorni.

Dalla scelta della farina, e ancor prima dalla raccolta del grano, fino alla cottura in forno sono  tutti passaggi pregni di significati che pian piano si sono persi.

Qualcuno ricorderà i versi della Spigolatrice di Sarpi di Luigi Mercantini, per averli studiati a scuola. Gli insegnanti ponevano l’enfasi su quei trecento che erano giovani e sono morti senza preoccuparsi troppo della donna.

Spigolare è ciò che facevano i poveri, dai tempi antichi fino a settanta/ottanta anni or sono, andando nei campi a raccogliere le spighe rimaste a terra dopo la trebbiatura. Era un atto di umiltà perché bisognava chiedere e ottenere il permesso per fare una cosa semplice come raccogliere degli scarti. Gli spigolatori del duemila sono coloro che vanno a recuperare gli ortaggi nei cassonetti vicini ai supermercati e non solo.

Una spigolatrice famosa è Ruth, originaria di Betlemme, nella linea genealogica di Gesù, la cui storia possiamo leggere nel libro della Bibbia che porta il suo nome e in cui viene raccontato come un suo lontano parente al quale era piaciuta, la favorì in questo lavoro ordinando ai suoi servi di lasciare delle spighe in abbondanza quando passava lei a raccoglierle.

È forse in ricordo di Ruth, anche se la motivazione si era persa, che settanta/ottanta anni  or sono nel primo anno di matrimonio le nuore usavano portare in dono alle suocere la vaccaredda, in segno sia di affetto sia di riconoscimento della sua autorità. Cose di altri tempi. La vaccaredda si portava anche al genitore rimasto vedovo, e si intendeva con questo gesto ripagare la mamma o il papà del latte che avevano donato alla figlia quando era piccola, durante l’allattamento. Scopriamo così l’arcano di questa forma strana che ricorda di mammelle e il gesto di riconoscenza verso i genitori che perdurava fino alla loro morte.

Di pane ci parla Dante Alighieri nel canto decimosettimo del Paradiso,

«. . . Tu lascerai ogne cosa diletta
più caramente; e questo è quello strale
che l’arco de lo essilio pria saetta.
Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale…»

perché per tradizione a Firenze il pane era ed tuttora è insipido.

Di pane ha scritto Ignazio Silone nei suoi romanzi Pane e vino e Il seme sotto la neve, rchiamandosi alla frase di Gesù “Se il seme non muore non può dar frutto”.

Il pane è presente nella nostra cultura nelle espressioni, ora un po’ in disuso “Portare il pane a casa”, procacciare il sostentamento per la famiglia con l’onesto lavoro, “lavorare per un tozzo di pane“, quando la paga è miserrima, e altre. 

Ha sempre avuto un significato simbolico, come il richiamo alla pazienza nel tempo necessario alla lievitazione. Le nonne del dopoguerra dicevano che il pane non si butta. In termini moderni si ricicla, come pane grattugiato, ingrediente delle polpette dei poveri, gli gnocchi di pane triestini e i canederli altoatesini, l’acqua e sale pugliese e, bagnato nell’acqua, cibo per gli animali da cortile

Spezzare il pane” è un altro gesto perduto, vuoi perché lo si affetta vuoi perché molti tipi di pane sono a consumo personale, ma in tempi andati aveva una valenza molto forte. Uno stare assieme, un essere parte di uno stesso corpo. Veniva generalmente spezzato dal capofamiglia, quando il desco era un momento di unione, prima dell’unione della comunità contadina più allargata nell’aia. Poi, sappiamo arrivò la televisione che unì le persone ma non più tra di loro.

È stato spezzato da Gesù e distribuito ai suoi, assieme al vino passato nell’unico calice, a simboleggiare il suo corpo e il suo sangue. Simboleggiare, perché come leggiamo in Giovanni 6 (il vangelo che non riporta l’ultima cena) gli ebrei l’avevano inteso in senso letterale e erano contrari al cannibalismo. 

Uno dei pani più famosi in Italia è quello il pane di  Altamura, in Puglia (non il pane tipo Altamura dei supermecati), atto ad essere conservato e spezzato a tavola. Pochi però sanno che il nome di Betlemme, la città di Davide e della nascita di Gesù che abbiamo ricordato tre giorni or sono, vuol dire “Casa di pane” in ebraico  בֵּיִת לֶחֶם, [Beit Leḥem].

Certo, si vive anche senza queste informazioni, ma farle proprie aiuta a rendere più coesa la famiglia più di tanti manuali.

SE PROPRIO DOBBIAMO

4 Dic

pacchetto-regaloQuello dei regali a natale ormai è un obbligo sociale – un po’ come la visita ai parenti quando si torna in paese, che se vai da uno si offende l’altro – a cui sempre più persone tendono a sottrarsi, come abbiamo scelto di fare anche noi da molto tempo.

Personalmente, bambini a parte, ritengo che i regali non debbano rispettare date fisse, a parte il compleanno che è una data soggettiva, ma nella coppia e, perché no?, anche verso  amici con cui si ha uno stretto rapporto, i regali vadano fatti a sorpresa, senza alcun obbligo di reciprocità, ma solo perché si è visto qualcosa di particolare, non necessariamente costoso, e si è pensato che al/la nostr* partner o a quel/la particolare amic* avrebbe fatto piacere riceverla, in una data qualsiasi dove una persona non si aspetta niente di particolare. Con ciò non escludo assolutamente, per non cadere nell’estremo opposto, quelle le ritualità per cui ad un invito a pranzo ci si presenta con un mazzo di fiori per la signora o con una bottiglia di buon vino.

Sulla valenza dei regali un bel saggio è quello scritto dal filoso Theodor W. Adorno in “”Meditazioni sulla vita offesa” e ben riproposto da Barbara Spinelli anni fa in questo articolo.

La “mercificazione del regalo”, e uso questo termine pensando a tutto ciò che ai tempi di Adorno non era ancora stato pensato, come per esempio la facoltà di pagare un sovrapprezzo per avere la priorità in una fila al museo o ad uno spettacolo, ha raggiunto il suo apice con l’espandersi delle “carte regalo” (gift card, in inglese), come a dire che per me tu vali 25, 50, 100 euro, e poi “veditela tu”. Si può regalare una ricarica telefonica solo ad un/a adolescente, ma verso un adulto è squalificante.

Personalmente io regalo anche i miei libri usati, perché ciò vuol dire sia che li ho letti  sia che conosco i gusti delle persone che li ricevono.

Anche le aziende hanno cominciato a tagliare i regali anche perché molti si trovavano con sei o sette agende sul tavolo. Più di qualche azienda e qualche liber* professionista, nei biglietti di auguri che debbono mandare, anche per una questione di immagine, aggiungono il nome e il numero di c/c di una Onlus alla quale destinare i denari spesi eventualmente per il regalo.

Si dice sempre “basta il pensiero”. Basterebbe pensare a quanta verità c’è dietro questa espressione, che non esclude un regalo fisico, purché di costo contenuto, ma dice soprattutto che a e da una persona a cui si vuol bene prima di esso basta un sorriso, una telefonata, la rassicurazione che quando serve lei c’è, e viceversa.

MATRIMONI

20 Ago

Aspetto ancora la sposa che si presenta davanti all’Ufficiale di stato civile o al prete da sola, senza essere accompagnata dal padre, o in sua mancanza, dallo zio, fratello, o cugino.

Segno che è una persona libera, che non si trasferisce, com’era in passato, da una proprietà e protezione ad un’altra.

Poco conta il “si è sempre fatto così!”, qualcuna deve cominciare il cambiamento.

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“Io sono mia, e scelgo di condividere la mia vita con te!”.

MARIA MADDALENA E “LA PECCATRICE”

19 Giu

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Che ognuno sia libero di credere ciò che vuole è un fatto, adattare il testo biblico al proprio pensiero, però, è un altro.

Non è la prima volta che accade, così come per molti secoli la Chiesa cattolica, che come testo ufficiale aveva la traduzione della Bibbia in latino fatta da Girolamo conosciuta come Vulgata, nella promessa di Genesi 3:15 “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno”, ha visto in “questa” la donna anziché la progenie, errore che la stessa Chiesa cattolica ha riconosciuto senza, peraltro, rimuovere le statue della Madonna (fotografia).

Lo scorso 3 giugno papa Francesco ha elevato la celebrazione di Maria Maddalena al grado di festa, cosa che la Comunità monastica di Bose celebra già dal 22 luglio 1968  attribuendo alla donna il titolo di “uguale agli apostoli” e utilizzando i testi del comune degli apostoli.

Che Maria Maddalena e la peccatrice siano state due persone differenti è chiaro da un’attenta esegesi evangelica. Questa è la risposta di Filippo Belli, cattolico, docente di Sacra Scrittura alla Facoltà Teologica dell’Italia centrale.

Poi, come sempre, ogni persona è libera di pensarla come vuole.

LA SPOSA BAMBINA

19 Mag

Lasposabambina

Il film tratta di un fenomeno sul quale persone come me cercano di essere aggiornate. Vedere però il film tratto dal libro scritto da una donna che ha vissuto l’esperienza in prima persona non può non suscitare emozioni e pensieri.

Storia vera di una bambina di otto anni, come la figlia o la nipote di un/una di noi, strappata alla sua infanzia per essere data in sposa ad un uomo adulto, passata in una notte dalle bambole e dai giochi di cortile alla violenza fisica e psicologica.

La disperazione di una bambina di nove anni che minaccia di buttarsi da un burrone, perché non vuole tornare con quell’uomo che altri ha scelto come suo marito.

Il coraggio e la caparbietà di una bambina di dieci anni che riesce a vincere anche la sua ignoranza e sa che deve andare in tribunale a chiedere giustizia, a chiedere il divorzio. Una parola  che anche molte delle nostre bambine conoscono per la separazione dei loro genitori, ma che non compare nel lessico comune di quell’età, fatta di bambole, giochi, fantasia.

Nel film non è trattata, ma viene in mente, la pratica della infibulazione che oltre ai rischi igienici priva la ragazza e la futura donna dei piaceri sessuali.

Nello Yemen come in altri paesi tra cui l’Arabia Saudita citata nel film ciò che che conta non è il rispetto della donna, considerata proprietà del padre prima e del marito poi, ma quello della famiglia, che non deve essere turbata dai sospetti e dai pettegolezzi del paese.

Una donna venduta per un paio di buoi e qualche pecora.

Il film si conclude con la stigmatizzazione dell’ignoranza e del “si è sempre fatto così” dietro cui volevano trovare giustificazione il padre e il marito della bambina ma anche l’anziano del loro borgo. Ignoranza della stessa legge coranica perché Maometto a cinquantaquattro anni prese in sposa una bambina di nove, Aisha, ma almeno attese fino al suo menarca per accostarsi a lei.

Film che non ha un lieto fine, perché fa pensare che a fronte a una Nojoom che ha ottenuto il divorzio tante e tante bambine sono costrette a subire questi matrimoni precoci.

Uscendo non si può non pensare al nostro recente passato, in cui i matrimoni erano combinati se non proprio in quel modo sempre senza il consenso delle ragazze, che non a caso in Sicilia hanno coniato il detto Nuttata persa e figghia fimmina per dire che una donna era un peso economico in famiglia, che il delitto d’onore era un’attenuante maschile perché era, e per la mentalità di molto lo è ancora, solo la donna a dover dimostrare la sua verginità ante e la sua fedeltà post matrimoniale, e anche a Franca Viola, che cinquanta anni fa, dopo essere stata rapita e violentata, fu la prima donna in Italia a rifiutare il “matrimonio riparatore”, quello che come nello Yemen avrebbe salvato l’onore della famiglia, trovando il coraggio di denunciare lo stupratore.

Un paio di anni fa in un mercato del Mezzogiorno un mercante fece omaggio della merce alla acquirente. Incuriosito gli domandai il perché. Mi rispose, “Per tutti i torti che ne nei secoli l’uomo ha fatto alla donna”. Il valore della merce ovviamente non era punto risarcitorio, ma il gesto è stato di grande valore.

Pensiamoci.