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DISUGUALI

10 Lug

Disuguale non è “differente” o “diverso”. Dis-uguali, uguali e nello stesso tempo diversi, non è un gioco di parole o un esercizio di stile, è il senso del “Dio creò l’essere umano a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò” (Genesi 1.27).

Essere umano” e non “uomo”, come troviamo nelle traduzioni in italiano, rende l’idea di הָֽאָדָם֙ in ebraico e di ἄνθρωπον in greco, lingua della traduzione chiamata Settanta, cui fanno riferimento tutte le citazioni dell’Antico Testamento nel Nuovo .

Essere umano, dunque, unico, diviso nel verso successivo in due identità, maschile e femminile.  Lo stesso concetto è espresso nella narrazione di Genesi 2:18-25, ed è bene espresso nelle parole dell’uomo, “Allora l’uomo disse, “Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta”, senza alcuna pretesa di superiorità da parte dell’uomo. L’ebraico ha lo stesso termine per uomo e donna, declinato al maschile e al femminile (come i nostri cugino e cugina).

Dal punto di vista dell’ebraismo rabbinico non cambia gran che, perché la sottomissione della donna ha altre origini, e per un certo cristianesimo neppure perché si fa forza del castighi dopo il peccato in Eden “Alla donna disse, “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà” (Genesi 3:16).

La storia, antica ma neppure quella recente recente, non si fa con i “se” e con i “ma”. Certo però che se per onestà si leggesse Genesi 1:27 per quello che dice e non per ciò che si vuole che dica, oggi come ieri le cose potrebbero cambiare, soprattutto per ciò che riguarda un presunto diritto di superiorità.

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L’ITALIA IN DEROGA

24 Giu

Il protocollo di Kyoto non è un film erotico giapponese, come ci informa il rapper Caparezza in Vieni a ballare in Puglia, ma un accordo sul clima ampiamente disatteso, cosi come il presidente degli Stati Uniti abbandonò la riunione di ratifica di quello di Parigi, salvo poi ripensarci, azione per la quale fu duramente contestato.

Ormai molte città, specialmente d’inverno, sono invivibili a causa delle emissioni delle automobili associate a quelle degli impianti di riscaldamento e non passa giorno che un tg o un documentario di ci informi sulle isole di plastica che si stanno formando negli oceani, con le conseguenze e tutti sappiamo sulla fauna marittima e, egoisticamente parlando, sulla nostra tavola.

Eppure in Friuli l’Arpa, ente regionale per l’ambiente, concede deroga alle restrizioni contro l’inquinamento per l’accensione dei pignarul, falò, che un’atavica tradizione contadina vuole che predica, con la direzione del fumo, l’andamento dell’anno, quando nel 2018 si dovrebbe ben sapere che la direzione del fumo è solo dovuta alle correnti aeree. Falò che con altri nomi vengono accesi in molte parti d’Italia in diverse date, tra cui il 23 giugno, vigilia di San Giovanni Battista, mischiando allegramente il sacro con il profano.

Quanto all’inquinamento marino, oltre all’enorme uso di bottigliette e stoviglie in plastica spesso abbandonate per via e nella stagione estiva sulle spiagge, uso che l’Unione Europea intende ridurre, pochi pensano a quanti palloncini gonfiati di elio salgono in cielo solo in Italia ogni anno in occasione di compleanni, matrimoni, funerali e altri eventi.

In occasione dell’ultimo raduno degli alpini a Trieste se ne videro alcuni circolare in tre, quattro, cinque o sei su un Ape50, quei mezzi traballanti che non si capisce perché circolino ancora mentre è stata vietata in Italia la commercializzazione della Citroën 2C. La risposta del comune, incurante della pericolosità per gli alpini e per i cittadini per via, fu che si trattava di un evento eccezionale.

L’eccezionalità dell’evento andrebbe valutata e eventualmente concessa solo se non provoca danno all’ambiente o nocumento ad altra persona. Un po’ come avviene con le deroghe al divieto di circolazione nelle corsie preferenziali che praticamente vengono usate dal panettiere, dal lattaio, eccetera perché lavorano e non possono permettersi di perdere tempo a percorrere la viabilità ordinaria, per fare un solo esempio.

Le tradizioni sono belle perché mantengono viva la memoria storica di una comunità ma debbono tener conto del contesto attuale, perché non i può essere green, esprimo il concetto con il termine che va tanto di moda, a giorni alterni.

AFORISMI E CITAZIONI

18 Giu

Prima che qualcuno pensasse di monetizzare la proprietà intellettuale inventando il diritto d’autore e il copyright, perché i tempi sono cambiati, già dai tempo della tradizione orale precedenti all’invenzione della scrittura, i testi circolavano liberamente, senza citazione della fonte.

È per questa ragione che un testo che troviamo in scritto in ebraico nel libro biblico dei Giudici:

Si misero in cammino gli alberi per eleggere un re su di essi. Dissero all’ulivo: Regna su di noi. Rispose loro l’ulivo: Rinuncerò al mio olio, grazie al quale si onorano dei e uomini, e andrò ad agitarmi sugli alberi? Dissero gli alberi al fico: Vieni tu, regna su di noi. Rispose loro il fico: Rinuncerò alla mia dolcezza e al mio frutto squisito, e andrò ad agitarmi sugli alberi? Dissero gli alberi alla vite: Vieni tu, regna su di noi. Rispose loro la vite: Rinuncerò al mio mosto che allieta dei e uomini, e andrò ad agitarmi sugli alberi? Dissero tutti gli alberi al rovo: Vieni tu, regna su di noi. Rispose il rovo agli alberi: Se in verità ungete me re su di voi, venite, rifugiatevi alla mia ombra; se no, esca un fuoco dal rovo e divori i cedri del Libano”. (Giudici 9.8-15).

lo troviamo tradotto in greco con il titolo “Gli alberi e l’ulivo”, da Esopo (che sia stato lui a copiare e non il redattore del libro dei Giudici è lo si sa per una questione di cronologia), così come l’apostolo Paolo non brilla certo di originalità quando scrivendo ai Corinzi (a Corinzi 12) si rifà al celebre apologo di Menenio Agrippa.

Certo, bisogna saperlo fare con gusto, evitando di cadere nel ridicolo come quell’oratore che citò una celebre frase in italiano (a chi giova) e, per essere sicuro di esser stato capito, la ripropose nell’originale in latino (cui prodest)!

Così io ho riproposto la prima parte di una citazione dal film Monsier Ibrahim e i fiori del Corano di François Dupeyron come l’ho ricevuta da mia nipote Silvia, perché ci sono pensieri belli in sé stessi.

Altrimenti ogni volta che diciamo “immagina” con riferimento a un futuro migliore dovremmo far riferimento a John Lennon, anche se per molti il pensiero inevitabilmente andrà lì.

CINQUE DONNE

2 Giu

Cinque donne, come le ministre del governo Conte. Chissà quando riusciremo a rompere la tradizione che vuole uomini al governo.

Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo. Così comincia la genealogia di Gesù secondo Matteo, che parte da Abramo, capostipite degli ebrei. Una genealogia incompleta e simbolica, divisa in tre gruppi di sedici persone.

In tutta questa lista di nomi di uomini – sono essi quelli che contano – sono nominate cinque donne, Tamàr, Racàb, Ruth, la “vedova di Uria” e Maria di Nazareth. Donne sicuramente diverse tra di loro, per epoche e destini, ma lasciano un segno nella storia di Israele. Sappiamo che quella biblica non è solo una storia di gente per bene, almeno secondo il giudizio comune. Pensiamo alla facilità con cui Esaù cedette la primogenitura, il racconto del fatto si conclude con la considerazione “Tanto poco stimò Esaù la primogenitura”, o l’inganno con cui Giacobbe estorse la benedizione dal padre Isacco.

La prima donna, Tamàr, era la moglie che Giuda, fratello di quel Giuseppe venduto per invidia a una carovana di egiziani, aveva preso per il primogenito Er, come leggiamo in Genesi 38. Dopo la morte dei primi due figli, Giuda licenziò Tamar, che avrebbe avuto il diritto di sposare il più giovane, invitandola a tornare a casa di suo padre come vedova, per paura che anche il terzo figlio morisse. Che le donne portino sfortuna!? Tamar, per rivendicare il suo diritto, un giorno che Giuda salì dalle sue parti, si coprì fingendosi prostituta per passare una notte con lui nel tentativo, riuscito, di rimanere incinta di lui. Giuda fece una pessima figura, ma da quell’incontro nacquero due gemelli, il primo dei quali fu chiamato Perez, che ritroviamo in Matteo 1 con il nome di Farez.

La seconda donna della genealogia è Racàb. Di lei leggiamo in Giosuè 2, quando nascose gli esploratori mandati a Gerico da Giosuè. Potremmo avere molto da dire su questo tradimento verso il re di Gerico, che ella mise in atto per salvare la sua famiglia, ma la Scrittura ci dice che lo fece perché aveva riconosciuto la sovranità del Signore.

Di Ruth potremmo anche non parlare, tanto è famosa la sua promessa, “Ma Ruth replicò: “Non insistere con me che ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch’io, e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio. Dove morirai tu, morirò anch’io e lì sarò sepolta. Il Signore mi faccia questo male e altro ancora, se altra cosa, che non sia la morte, mi separerà da te”. Spesso è usato nei matrimoni, in realtà è detto, cosa non da poco, da una nuora a una suocera!

Tornate assieme al paese di Bet Lehem – che conosciamo meglio con il nome di Betlemme – Ruth comincia a lavorare come spigolatrice per Booz, un coltivatore del posto che scopriremo essere suo parente alla lontana. Questi la prende in ben volere perché ha udito parlare della sua fedeltà alla suocera, e finisce per sposarla.

È interessante notare che una storia da cronaca rosa come questa sia stata inserita nel canone ebraico, così come è stato inserito il Cantico dei Cantici, che, prima di una eventuale lettura in chiave spirituale, è una bella storia d’amore che sarà servita di insegnamento ai giovani.

Alla nascita del figlio di Booz e Ruth,le donne dissero a Noemi: “Benedetto il Signore, il quale oggi non ti ha fatto mancare uno che esercitasse il diritto di riscatto. Il suo nome sarà ricordato in Israele! Egli sarà il tuo consolatore e il sostegno della tua vecchiaia, perché lo ha partorito tua nuora, che ti ama e che vale per te più di sette figli”. Noemi prese il bambino, se lo pose in grembo e gli fece da nutrice. Le vicine gli cercavano un nome e dicevano: “È nato un figlio a Noemi!”. E lo chiamarono Obed. Egli fu il padre di Iesse, padre di Davide.

La storia di Betsabea, che Matteo non chiama per nome ma ricorda come “moglie di Uria”, è una storia triste fatta di meschinità e di abuso di potere, degna più degli imperatori romani che di un re di Israele. Qualcuno ha ricordato che è anche molto attuale, ma non è questo il punto che ci interessa.

Il re Davide, quello che da giovane fu scelto per la successione a Saul e che con un colpo netto di fionda uccise il gigante Golia, quello che ci ha lasciato gran parte dei centocinquanta salmi, fu artefice di un omicidio per riparare all’avventura di una notte, provocando la morte del marito di lei. Più avanti, messo di fronte all’evidenza del suo peccato da Nathan, se ne pentì, non però senza conseguenze.

L’ultima donna in ordine di tempo è Maria di Nazareth, di cui gli evangelici, per reazione a chi ne parla troppo, parlano poco.

Di lei sappiamo che era una tra le tante ragazze di Israele che speravano di dare alla luce il messia che doveva venire e per questo l’angelo Gabriele la chiama “favorita dalla grazia” e lei dice di se stessa “tutte le generazioni mi chiameranno beata”. Tanto per chiarirci le idee gli ebrei di quel momento non avevano del Messia l’idea che ci ha proposto Gesù, ma piuttosto una guida che li avesse liberati definitivamente dai romani.

I vangeli di questa donna dicono poco. Dopo gli avvenimenti della nascita, ricordati da Matteo e da Luca, la incontriamo a Gerusalemme quando Gesù a dodici anni si mette a discutere con i dottori, alle nozze di Canan, un paio di volte assieme agli altri figli a cercare Gesù, in ultimo sotto la croce e nel cenacolo alla discesa dello Spirito Santo. Di più non dice neanche l’apostolo Giovanni, cui era stata affidata se non materialmente almeno spiritualmente da Gesù sulla croce e che ha scritto il suo vangelo negli anni novanta.

Ma quello che più ci interessa di lei è il suo sì incondizionato, che non va sottovalutato. Se da una parte è un sì di meraviglia e di gioia per essere stata scelta tra tutte le giovani donne d’Israele per dare alla luce il Messia, è anche un sì di completa disponibilità, “ecco la serva del Signore, si faccia di me come hai detto tu”.

Un sì che, dopo la dipartita dell’angelo, forse le ha pesato per le conseguenze alle quali si esponeva. Maria era già fidanzata con Giuseppe, fatto che a quel tempo aveva un significato. Avrebbe dovuto chiedere il permesso a lui, e non rispondere di getto. Tutte cose secondarie rispetto all’annuncio dell’angelo, ma che la mettevano fuori dalla norma.

L’insegnamento che queste cinque donne inserite nella genealogia di Gesù ci danno è che le norme ci sono e vanno osservate, però con le dovute eccezioni.

Il comportamento di due di loro non è proprio esemplare, Tamar si spaccia per prostituta, Betsabea si concede a Davide tradendo il marito. Maria, come abbiamo appena visto, contravviene ad altre regole sociali. Quattro su cinque, inoltre, sono straniere.

È questo che dobbiamo imparare dalla genealogia secondo Matteo, che Gesù rompe gli schemi ancora prima di nascere.

IL PADRE DELLA SPOSA

19 Mag

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Dunque, alle 12:30 di oggi (11:30 in Inghilterra), immagino molte persone davanti al televisore per vedere l’ennesimo “matrimonio dell’anno” del quale molti sanno già quasi tutto se non proprio tutto. A proposito, che tempo fa a Londra?

Che la new entry abbia scardinato le già deboli tradizioni della famiglia reale è ormai un dato di cui hanno parlato e scritto in molti.

Restava da sciogliere il nodo del padre della sposa, Mr. Thomas Markle, non gradito alla famiglia reale ma ufficialmente in convalescenza. Nodo che è stato sciolto traendo dal cilindro il coniglio nelle vesti del povero principe Filippo, generando così un corto circuito.

Probabilmente è la prima volta che una sposa è accompagnata all’altare da un parente dello sposo. Domandiamoci, era proprio necessario?

Per i pochi che non lo sapessero ancora, l’usanza che vede il padre accompagnare la sposa al braccio e consegnarla fisicamente nella mano dello sposo risale a epoche nelle quali la donna era considerata una proprietà tra le altre – lo stesso decimo comandamento (Esodo 20:17) annovera la moglie del prossimo tra le proprietà – e che, in quanto tale, passava dai beni di una famiglia a quelli di un’altra. Una donna oggetto, per dirla in parole moderne.

Siamo sicuri che Meghan Markle non sia in grado di andare incontro allo sposo da sola? Più in generale, quand’è che le donne smetteranno questa usanza che le vede oggetto di proprietà e nella cerimonia, civile o religiosa che sia, dimostreranno di essere delle persone indipendenti?

FINE DELL’INVERNO? SÌ, NO, FORSE

2 Feb

Più della la tradizione cattolica della Candelora, che si rifà alla presentazione di Gesù al Tempio di Gerusalemme quaranta giorni dopo la sua nascita, come voleva le Legge, perché gli ebrei non accendevano candele votive, è interessante quella americana e canadese del Giorno della marmotta, osservato la prima volta a Punxsutawney, Pennsylvania, il 2 febbraio 1887, che vuole che la marmotta si svegli dal letargo e metta il naso fuori. Se rimane fuori è segno che il tempo è mite, se torna a rintanarsi vuol dire che siamo ancora in inverno.

Più interessante, dicevo, perché trae origine dall’attenta osservazione da parte dei cacciatori.

Per quanto riguarda Trieste, per esempio, si dice:

Se la vien con sol e bora de l’inverno semo fora. Se la vien con piova e ventode l’inverno semo drento”.

Considerando che l’Osmer-Arpa per questa sera ha previsto pioggia e Bora, pare proprio che non sia ancora il caso di riporre soprabiti e giacconi. Il bel tempo della settimana scorsa è stata solo un’illusione. Ma forse pretendiamo un po’ troppo… l’inizio della primavera è pur sempre il 21 marzo.

SE PROPRIO DOBBIAMO

26 Nov

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Quello dei regali a Natale ormai è un obbligo sociale – un po’ come la visita ai parenti quando si torna in paese che se si va a far visita a uno si offende l’altro – a cui sempre più persone tendono a sottrarsi, come abbiamo scelto di fare anche noi da molto tempo.

Personalmente, bambini a parte, ritengo che i regali non debbano rispettare date fisse a parte il compleanno che è una data soggettiva, ma nella coppia e, perché no?, anche verso amici con cui si ha uno stretto rapporto, i regali vadano fatti a sorpresa, senza alcun obbligo di reciprocità ma solo perché si è visto qualcosa di particolare, non necessariamente costoso e si è pensato che al nostro partner o a quel particolare amico o amica avrebbe fatto piacere riceverla, in una data qualsiasi nella quale una persona non si aspetta niente di particolare. Con ciò non escludo assolutamente, per non cadere nell’estremo opposto, quelle le ritualità per cui ad un invito a pranzo ci si presenta con un mazzo di fiori per la signora o con una bottiglia di buon vino.

Sulla valenza dei regali un bel saggio è quello scritto dal filoso Theodor W. Adorno in Meditazioni sulla vita offesa e ben riproposto da Barbara Spinelli anni fa in questo articolo.

La mercificazione del regalo, e uso questo termine pensando a tutto ciò che ai tempi di Adorno non era ancora stato pensato, come la facoltà di pagare un sovrapprezzo per avere la priorità in una fila al museo o a uno spettacolo, ha raggiunto il suo apice con l’espandersi delle carte regalo (gift card, in inglese), come a dire che per me tu vali 25, 50, 100 euro, e poi veditela tu. Si può regalare una ricarica telefonica solo ad un adolescente, ma verso un adulto è squalificante.

Personalmente io regalo anche i miei libri – che poi magari ricompro per la mia biblioteca – perché ciò vuol dire sia che li ho letti sia che conosco i gusti delle persone alle quali li offro.

Anche le aziende hanno cominciato a tagliare i regali anche perché molti si trovavano con sei o sette agende sul tavolo. Più di qualche azienda e  libero professionista nei biglietti di auguri che debbono mandare, anche per una questione di immagine aggiungono il nome e il numero di c/c di una Onlus alla quale destinare i denari spesi eventualmente per il regalo.

Si dice sempre “basta il pensiero”. Basterebbe pensare a quanta verità c’è dietro questa espressione, che non esclude un regalo fisico, purché di costo contenuto, ma dice soprattutto che a e da una persona a cui si vuol bene prima di esso basta un sorriso, una telefonata, la rassicurazione che quando serve ci siamo, e viceversa.