Archive | giugno, 2016

EMIO

30 Giu

EmioIl mio barbiere si chiama Emio, che poi sarebbe Proemio, ma siccome siamo in Puglia un nome per avere credibilità deve essere cambiato, abbreviato o storpiato.

Qualcuno rammenterà che proemio, assieme a invocazione e protasi (chi ha studiato i primi capitoli dell’Iliade e dell’Odissea ne sa qualcosa) è un termine dotto usato in letteratura. Significa, più terra a terra, introduzione. Deriva dal greco πρός (davanti) e οίμος (strada). Con lo stesso significato è molto più usato il termine latino incipit, inizio dell’opera.

Proemio, quindi, vuol dire primo. Non gli ho mai domandato se è primo  di altr* o primo e basta perché i suoi pensavano di aver già raggiunto la perfezione.

Altri nomi numerici famosi sono Odisseo (Ulisse), che come si sa vuol dire ness-uno, Primo Levi, e Secondo Tranquilli, che giustamente ha cambiato il nome in Ignazio Silone, perché, insomma,  secondo sarà tuo fratello! 🙂

AFFITTÀSSI :-)

29 Giu

 

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Ma si può pensare di affittare una villetta con questo annuncio?! Da cui il titolo affittàssi (affitterei).

 

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DI CHI È LA RESPONSABILITÀ?

29 Giu

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PARLARNE OGNI GIORNO

28 Giu

Scrivere della violenza di genere ormai è diventato una necessità quotidiana. Scriverne sui giornali, sui Social Media, parlarne alla macchinetta del caffè, soprattutto agli uomini, al bar, in televisione, ognuno a modo suo, per far comprendere anche al più distratto che è un’emergenza sociale sempre più grave.

Parlarne con le figlie e i figli, anche piccoli, perché come sappiamo che le bambine e i bambini sono spesso più ricettivi di noi. Non diciamo alle piccole e ai piccoli “tu non puoi capire”, perché capiscono benissimo, se usiamo il linguaggio rapportato alla loro età. Se non siamo capaci di spiegare questo tema a livello infantile chiediamo aiuto, i tempi dei cavoli e delle cicogne sono finiti.

Parlarne e scriverne in modo serio e asciutto, senza cadere nella trappola dei “secondo me” e senza entrare in quegli inutili dettagli che tanto piacciono ai giornali scandalistici e, purtroppo, anche ad alcuni programmi televisivi che trovano una facile platea più ampia.

Parlarne e scriverne evitando il fai-da-te su un argomento così delicato, ma affidandosi e sostenendo le associazioni del proprio territorio dotate di personale specializzato.

Parlarne in modo semplice, secondo le proprie capacità e il proprio stile, non sostituendosi agli inquirenti e agli psicologi, cose che la maggior parte di noi non siamo.

Basta un pensiero di disapprovazione, un “non ci sto!” deciso, se poi ne siamo capaci anche un discorso o uno scritto più corposo.

Insistere con le Istituzioni, a tutti i livelli, per pretendere l’attuazione di ciò che avevano promesso e non hanno fatto oppure essendo propositivi.

Il tutto, però, con garbo e Netiquette, per evitare l’effetto contrario.

Diciamo spesso che nel 2016 l’ignoranza è una scelta di vita. Ciò può andar bene se ha effetti sulla persona che la sceglie, ma non quando ne coinvolge o ha effetti negativi anche solo su un’altra.

Parlarne, scriverne e agire ogni giorno senza però indispettire l’altra parte, per non provocare l’effetto assuefazione.

L’alternativa è continuare con la triste conta delle vittime.

“CHIAMATEMI VIRGINIA”

27 Giu

Alla fine la diretta interessata, la sindaca di Roma Virginia Raggi, ha riconosciuto il parere dell’Accademia della Crusca e ha adottato il femminile sindaca, seguita in tutto l’articolo dalla redazione romana di Repubblica.it. No, non hanno vinto gli uni e perso gli altri, non c’è stato alcun referendum. 🙂

Farsi chiamare per nome può andar bene per instaurare un rapporto amichevole con i romani, sui Social Media e in altri contesti dove è consuetudine darsi del tu.

L’invito “chiamatemi Virginia” invece, non può essere accolto nelle sedi istituzionali in quanto lei ne ricopre una carica e tanto meno dagli organi di informazione.

Troppe volte abbiamo letto o assisto ai  telegiornali che fanno “entrare” nelle nostre case le persone, i politici ma anche gli indiziati tanto cari ad un certo “filone d’inchiesta” televisivo, citandole per nome, come fossero nostri amici o parenti. Penso a tutte le volte che ho letto o udito chiamare per nome, Debora, la presidente della Regione Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani. Certamente non “la Razzi o la Serracchiani”, forma che, salvo che per i personaggi storici (il Carducci), non si usa al maschile. Inoltre, indicare le donne per nome, cosa infrequente per gli uomini, può essere interpretato come una, seppur involontaria, forma di sessismo linguistico.

È FINITO IL TEMPO DEI PRINCIPI AZZURRI (ammesso che ci sia mai stato)

27 Giu

[…] Pensarsi come esseri da proteggere e aiutare vuol dire interiorizzare un’idea di sé debole, che trasmette dubbi su competenze e capacità e porta il più delle volte a realizzare performance inferiori alle possibilità. […] Chiara Volpato, Psicologia del maschilismo, p. 72

Libro non proprio “da sotto l’ombrellone” che gli uomini dovrebbero leggere, per rivedere le proprie idee su di sé e sulle partner.

DISCORSI SCOMODI

26 Giu

Detesto quell’usanza nel mondo evangelico e protestante che, con un neologismo di cui mi assumo la paternità, definisco “versetteologia”, cioè l’arte di coloro che sostengono le loro tesi citando la Scrittura con versi estrapolati qua e là dal loro contesto facendo assumere loro un significato spesso molto lontano da quello inteso dagli scrittori ispirati, un po’ come i titoletti delle diverse edizioni della Bibbia.

Do per scontato, anche se purtroppo so che nella realtà non è così, che ogni credente ha una buona conoscenza della Scrittura, perché è la base della sua fede e della sua crescita spirituale.

Non si tratta di emulare gli ebrei (uomini) che a tredici anni conoscevano la Torah a memoria. I tempi e i mezzi sono cambiati e certamente non è il caso di impararne il testo a memoria. Una copia della Bibbia in italiano costa pochi euro e tutta la Bibbia, spesso in app gratuita, occupa pochi Mb in unosmartphone. Mi piace molto l’espressione dell’autore di Ebrei quando scrive “Qualcuno ha scritto in qualche parte” citando un passo di Isaia, a specificare che non sempre serve citare la fonte.

Si tratta piuttosto di conoscerne la struttura, dove e soprattutto perché trovare questo o quello. Certo, conoscere i testi fondamentali aiuta, e questo si può e si deve fare anche insegnandolo ai bambini. Perché è nostra responsabilità dare un’educazione alle nostre figlie e ai nostri figli, senza peraltro imporla.

Si tratta anche di non affidarsi ad una sola traduzione – che molti ritengono quasi ispirata – perché ha in essa tutti i limiti culturali del traduttore, che non fanno parte dell’ispirazione del testo. Così come, leggendola, se troviamo una parola ormai vecchia possiamo sostituirla con un’altra con lo stesso significato.

Il paradosso è che da Lutero in poi credenti si sono battuti per il libero esame della Bibbia, cosa non scontata in Italia fino agli anni ’70 del secolo scorso, ma quanti sono ora i credenti che la leggono con costanza e quanti, soprattutto, coloro che la studiano? Se superato lo scoglio storico-linguistico continuiamo a dire che la Scrittura è difficile, entriamo in quel gioco pericoloso che autorizza interpreti più o meno ufficiali, ma sempre detentori della verità e quindi mediatori, come gli ebrei finirono con l’autorizzare gli scribi e i farisei con le conseguenze che sappiamo.

Ritengo che vada rivisto tutto l’attuale “essere chiesa”, intesa come comunità e non istituzione.

La chiesa non è un monolite costruito da un patchwork che mette assieme i brani in cui Luca nel libro degli Atti e l’apostolo Paolo ne scrivono.

È piuttosto una realtà dinamica, mutevole nel tempo e nello spazio.

Le comunità che troviamo negli Atti e nelle lettere di Paolo ma anche l’esempio delle sette chiese dell’Apocalisse ci presentano realtà molto diverse tra loro, con stili di vita e tradizioni differenti, che trovano l’unità nella fede in Cristo dei loro membri. Il cosiddetto Concilio di Gerusalemme di Atti 15 ne è la dimostrazione. Mette infatti d’accordo il pensiero giudaico-cristiano e quello etnico-cristiano senza appiattire nessuno dei due, e dei tre divieti imposti in quell’occasione ne sopravvive solo uno, quello relativo ai disordini sessuali, che prescinde da quella decisione e dalle tradizioni più strettamente ebraiche.

In questa luce va letto ciò che Paolo scrive ai Corinzi, lettere che sono state spesso strumentalizzate per far dire all’apostolo le cose più diverse.

Qual è la discriminante per considerare alcune imposizioni superate, magari a metà, del Nuovo Testamento, cito ad esempio il velo, e altre no, come la sottomissione della donna nella comunità? In altre parole, quale legame di civiltà esiste tra il primo e il ventunesimo secolo dopo Cristo? Le donne di oggi sono ignoranti come quelle del primo secolo?

Ricordiamo piuttosto che la chiesa è stata costituita sulle realtà delle parole di Pietro, “tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Tutto il resto, anche alcune direttive di Paolo, è burocrazia, intesa come organizzazione, che viene dopo e non è detto che oggi serva. Pensiamo all’insuccesso della comunione dei beni nella chiesa di Gerusalemme e alla conseguente necessità di una colletta di sostentamento.

Gesù promise che dove due o tre sono riuniti nel suo nome sarebbe stato in mezzo a loro, questo è essere chiesa. Gli olandesi invece usano dire che un cristiano è un credente, due formano una chiesa, tre producono una divisione, ed è quello che sta succedendo anche in Italia da troppo tempo.

Lasciando da parte i grandi raduni americani di risveglio evangelico degli anni ’70 che spesso in buona fede rammentavano i movimenti hippy nel famoso raduno di Woodstock del 1969, e il fenomeno dei telepredicatori, molti dei quali ne hanno fatto un business, come in altre realtà anche la spiritualità, l’essere chiesa, ha assunto anche un’altra dimensione. Di certo non le chiese nazionaliste (chiesa d’Inghilterra, di Scozia, di Norvegia eccetera) o peggio le chiese segregazionaliste di colore tuttora esistenti negli Stati Uniti.

Ma poiché siamo umani una certa empatia, che non è quella “io son di Paolo, io di Apollo e io di Cefa” di 1a Corinzi 1 e non nega le fondamenta dell’unità ma le esprime in altro modo, va messa in conto.

Spesso si è chiesa, si è cioè comunione con credenti solo fisicamente lontani, ma con una forte unione nello Spirito, e poco importa se ci si incontra di persona solo di rado. Se Gesù – o l’apostolo Paolo – avesse avuto a disposizione i mezzi di comunicazione e i Social Media di oggi li avrebbe certamente usati. Lo Spirito, ricordiamolo, soffia dove vuole, sta a noi coglierne l’attimo.

Quando Giosia, re d’Israele, trovò i rotoli della Legge e si avvide che il popolo aveva deviato dalla volontà del Signore, non cominciò con i “ma” i “se” e i “forse”, i “vedremo”, ma si pentì e distrusse tutto ciò che aveva contribuito all’allontanamento di Israele dal Signore, si mise in preghiera e in ascolto e ricostruì il rapporto con l’Eterno.

Dobbiamo imparare a farlo!

La nostra civiltà progredisce a tappe di rivoluzioni – se siano evoluzioni o involuzioni si può giudicare solo a posteriori -. Per sommi capi i più recenti macro cambiamenti sono stati conseguenza della scoperta dell’America, dell’invenzione della stampa a caratteri mobili, dell’illuminismo e della rivoluzione industriale.

Veri e propri “terremoti culturali” che hanno portato dei vantaggi e contemporaneamente hanno posto delle nuove domande.

Dalla seconda metà del secolo scorso ne stiamo vivendo un’altra che ha toccato quasi tutti i campi della nostra vita – etica, sociale, politica, tecnologica, sanitaria – ponendoci dei nuovi interrogativi cui, come credenti, dobbiamo saper rispondere, o almeno tentare di farlo.

Di certo non troveremo una risposta chiara e univoca nella Bibbia, perché quei temi allora non si ponevano. La Bibbia non è un “prontuario medico” della fede, ma una raccolta di principi.

Alcuni di questi temi, come il prolungamento della vita grazie alle scoperte mediche o un diverso approccio rispetto a quello dell’apostolo Paolo all’omosessualità, che ora sappiamo essere non sempre un vizio, che come tale va condannato, ma anche un fattore di nascita che va rispettato, altri hanno solo cambiato nome.

Formalmente la schiavitù è stata abolita e in Italia è un reato, ma uno schiavo pedagogo di Roma era un signore rispetto ai raccoglitori nei campi di pomodoro del foggiano.

Altri temi sono nuovi, come il concetto di guerra preventiva inventato da George W. Bush e che neanche strateghi romani come Cesare o Adriano erano riusciti a concepire, le grandi migrazioni dall’est e dal Magreb e dal vicino oriente, che ci trovano tuttora impreparati e l’etica negli affari dopo il crollo delle borse del 2009, assieme a tutti i temi etici e pratici sui quali i nostri giovani, sbandati anche dall’incertezza del loro futuro, si interrogano. Domande a cui dobbiamo saper dare una risposta per non deludere la fiducia che pongono in noi che vedono, prima che nell’Eterno che non vedono.Non sono certo temi da Bar dello Sport, ma non si può rispondere con un no aprioristico, come alcuni fanno parlando di “principi non negoziabili”. Questa è politica dello struzzo.