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L’ESSENZIALE

5 Dic

Riflesione prenatalizia.

Di quanta roba inutile – “roba” nel senso verghiano de I Malavoglia – ci circondiamo? Inutile-inutile, della quale potremmo tranquillamente fare a meno, o che, come spesso succede, abbiamo comperato e non sappiamo più di avere a casa.

Ognuno faccia la propria lista, che non deve necessariamente di privazioni. Gesù, a chi obiettava che l’olio con cui la peccatrice gli ungeva i piedi asciugandoli con i capelli si sarebbe potuto vendere e il ricavato darlo ai poveri, rispose “Lasciatela fare, i poveri li avrete sempre con voi”.

Scrive Luis Sepúlveda in Il potere dei sogni che ha fatto spazio nella sua biblioteca perché non ha senso tenere i libri di facile reperibilità nelle biblioteche pubbliche (quanti di noi hanno l’ingombro dei tre o quattro centimetri di costola de Il nome della rosa 🙂 ).

Un buon esercizio è pensare a come riempiremmo la valigia per un volo low cost, perché si sa che le compagnie si rifanno sul peso dei bagagli. “Questo sì, questo no, questo non so, questo mi è proprio indispensabile, questo costa poco e lo ricompro all’arrivo”.

Finiremo con il fare spazio a casa, o sugli scaffali della libreria, ma soprattutto nel nostro stile di vita educandoci ad acquisti e a un consumo più responsabile. Il che di questi tempi – a prescindere dalle possibilità economiche di ciascuno – non è da poco.

Passando dalla modalità dell’avere a quella dell’essere.

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TI CANCELLO, QUINDI NON ESISTI

14 Ott

Venerdì 12 ottobre, assieme a mio nipote, sono stato a vedere la mostra sulle leggi razziali, proclamate a Trieste il 18 settembre 1938.

Mostra molto ben fatta dagli studenti del Liceo Petrarca che verteva quasi esclusivamente sulla storia della scuola ma con alcuni richiami alla cronaca dell’epoca tratti da Il Piccolo, quotidiano della città.

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La foto simbolo, secondo me, è quella di una classe della scuola con due volti cancellati (questa, fatta da mio nipote ne riprende la metà), segno del tentativo di annullamento delle persone.

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Mostra che dovrebbe far riflettere perché anche se non ufficialmente il diverso, che oggi non si chiama più ebreo, è ancora odiato da parte di alcuni tra noi, come testimoniano alcuni recenti episodi di cronaca.

Ho spiegato a mio nipote che quello che è stato lo sfruttamento dei neri nelle piantagioni di cotone nell’Alabama, nella Georgia e in genere nel Sud degli Stati Uniti lo ritroviamo nel caporalato nel foggiano e non solo per la raccolta dei pomodori.

Personalmente sono per il ripristino della parola negro, piú cruda ma certo piú sincera, perché persona di colore fa parte di quegli eufemismi come non vedente o diversamente abile che la linguista Nora Calzecchi Onesti chiamava nel titolo di un suo celebre manuale Le brutte parole. Semantica dell’eufemismo e che noi ora chiamiamo politicamente scorretto. Rammentiamo che nell’ultima nazione ad avere ufficialmente la discriminazione razziale, la Repubblica Sudafricana, esigeva il colore della pelle scritto sulle carte di identità. Pochi sanno che il titolo originale del famoso giallo di Agatha Christie, “Dieci piccoli indiani” era “Ten little niggers”, poi cambiato in Ten Little Indians perché ritenuto inopportuno dall’editore. La discriminazione contro tutti quei diritti che sono garantiti dall’articolo 3 della nostra Costituzione è esercitata ora in altri modi, pur se la Repubblica ha il compito di osteggiarla.

La mostra è importante, e ora comincerà a girare per l’Italia con prima tappa a Milano, sia perché testimonia di un tragico fatto che ha portato alle consguenze che sappiamo, sia, come ho scritto più sopra, per le tentazioni di ricerca della razza perfetta che sono sempre in agguato qua e là in Europa e nel mondo. I destinatari dovrebbero essere gli studenti, che più di noi non hanno vissuto quella realtà, ma le molte persone adulte distratte o smemorate cui è bene rammentarla.

CINQUE DONNE

9 Ott

Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abrahamo”. Così comincia la storia di Gesù secondo Matteo, che inizia da Abramo, capostipite degli ebrei. Una genealogia incompleta e simbolica, divisa in tre gruppi di quattordici persone.

In tutta questa lista di nomi di uomini – sono loro quelli che contano! – sono nominate cinque donne, Tamàr, Racàb, Ruth, la “vedova di Uria” e Maria di Nazareth. Donne sicuramente diverse tra di loro, per epoca e per destino, ma che lasciano un segno nella storia di Israele.

Sappiamo che quella biblica non è una storia solo di gente per bene. Pensiamo alla facilità con cui Esaù cedette la primogenitura, il racconto del fatto si conclude con la considerazione “Tanto poco stimò Esaù la primogenitura”, o l’inganno con cui Giacobbe estorse la benedizione dal padre Isacco.

La prima donna, Tamar, era la moglie che Giuda, fratello di quel Giuseppe venduto per invidia a una carovana di egiziani, aveva preso per il primogenito Er, come leggiamo in Genesi 38. Dopo la morte di due dei tre figli, Giuda allontanò Tamar, che avrebbe avuto il diritto di sposare il più giovane in base alla legge del levirato, invitandola a tornare a casa di suo padre come vedova, per paura che anche anche il terzo figlio morisse. Che le donne portino sfortuna?! Eppure gli ebreri non credevano nella fortuna.

Tamar, per rivendicare il suo diritto, un giorno in cui Giuda salì dalle sue parti, si finse prostituta per passare una notte con lui nel tentativo, riuscito, di rimanere incinta di lui. Giuda fece una pessima figura, ma da quell’incontro nacquero due gemelli, il primo dei quali fu chiamato Perez, che ritroviamo in Matteo 1 con il nome di Farez.

La seconda donna della genealogia è Racab. Di lei leggiamo, in Giosuè 2, che nascose gli esploratori mandati a Gerico da Giosuè. Potremmo avere molto da dire su questo tradimento verso il re di Gerico, che lei compì per mettere in salvo la sua famiglia, ma la Scrittura ci dice che lo fece perché aveva riconosciuto la sovranità del Signore.

Di Ruth potremmo anche non parlare, tanto è famosa la sua promessa, “Ma Ruth replicò: “Non insistere con me che ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch’io, e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio. Dove morirai tu, morirò anch’io e lì sarò sepolta. Il Signore mi faccia questo male e altro ancora, se altra cosa, che non sia la morte, mi separerà da te”. Questa promessa spesso è usata nei matrimoni, in realtà è fatta, cosa non da poco, da una nuora a una suocera!

Tornate assieme al paese di Bet Lehem – che conosciamo meglio con il nome di Betlemme – Ruth comincia a lavorare come spigolatrice per Booz, un coltivatore del posto che scopriremo essere suo parente alla lontana. Questi la prende in ben volere perché ha udito parlare della sua fedeltà alla suocera, e finisce con lo sposarla.

È interessante notare che una storia da “cronaca rosa” come questa è stata inserita nel canone ebraico, così come è stato inserito il Cantico dei Cantici, che, prima di un’eventuale lettura in chiave spirituale, è una bella storia d’amore di insegnamento ai giovani.

Alla nascita del figlio di Booz e Ruth, le donne dissero a Noemi: “Benedetto il Signore, il quale oggi non ti ha fatto mancare uno che esercitasse il diritto di riscatto. Il suo nome sarà ricordato in Israele! Egli sarà il tuo consolatore e il sostegno della tua vecchiaia, perché lo ha partorito tua nuora, che ti ama e che vale per te più di sette figli”. Noemi prese il bambino, se lo pose in grembo e gli fece da nutrice. Le vicine gli cercavano un nome e dicevano: “È nato un figlio a Noemi!”. E lo chiamarono Obed. Egli fu il padre di Iesse, padre di Davide.

La storia di Betsabea, che Matteo non chiama per nome, ma ricorda come “moglie di Uria”, è una storia triste fatta di meschinità e di abuso di potere, degna più degli imperatori romani (Svetonio, Vita dei cesari) che di un re di Israele.

Il re Davide, quello che da giovane fu scelto per la successione a Saul e che con un colpo netto di fionda uccise il gigante Golia, quello che ci ha lasciato gran parte dei centocinquanta salmi, fu artefice di un omicidio per riparare all’avventura di una notte, provocando la morte del marito di lei. 

Più avanti, messo di fronte all’evidenza del suo peccato dal profeta Nathan, se ne pentì, non però senza conseguenze.

L’ultima donna in ordine di tempo è Maria di Nazareth, di cui gli evangelici, per reazione a chi ne parla troppo, parlano poco.

Di lei sappiamo che era una tra le tante ragazze di Israele che speravano di dare alla luce il messia che doveva venire, per questo l’angelo Gabriele la chiama “favorita dalla grazia” e lei dice di se stessa “tutte le generazioni mi chiameranno beata”.  Tanto per chiarirci le idee gli ebrei di quel momento non avevano del messia l’idea che ci ha proposto Gesù, ma piuttosto una guida che li avesse liberati definitivamente dai Romani.

I vangeli di questa donna dicono poco. Dopo gli avvenimenti della nascita, ricordati da Matteo e da Luca, la incontriamo a Gerusalemme quando Gesù a dodici anni si mette a discutere con i dottori, alle nozze di Canan, un paio di volte assieme agli altri suoi figli a cercare Gesù, in ultimo sotto la croce e nel cenacolo alla discesa dello Spirito Santo. Di più non dice neanche l’apostolo Giovanni, cui era stata affidata se non materialmente almeno spiritualmente da Gesù sulla croce e che ha scritto il suo vangelo negli anni novanta. Sarà dichiarata assunta in cielo appena nel 1951.

Ma quello che più ci interessa di lei è il suo sì incondizionato, che non va sottovalutato. Se da una parte è un sì di meraviglia e di gioia per essere stata scelta tra tutte le giovani donne d’Israele per dare alla luce il Messia, è anche un sì di completa disponibilità, “ecco la serva del Signore, si faccia di me come hai detto tu”.

Un sì che, dopo la dipartita dell’angelo, sul momento forse le sarà pesato per le conseguenze alle quali si esponeva. Maria era già fidanzata con Giuseppe, e il fidanzamento era un contratto prematrimoniale vincolante. Avrebbe dovuto chiedere il permesso a lui, non rispondere di getto. Tutte cose secondarie rispetto all’annuncio dell’angelo, ma che la mettevano fuori dalla norma.

Il comportamento di due di queste cinque donne non è proprio esemplare, Tamàr si spaccia per prostituta, Betsabea si concede a Davide tradendo il marito. Maria, come abbiamo appena visto, contravviene ad altre regole sociali. Quattro su cinque, inoltre, sono straniere.

L’insegnamento che possiamo ricavarne è che le norme quando ci sono vanno osservate, però con le dovute eccezioni.

BARAK

28 Giu

In Terra degli uomini, il racconto di uno dei naufragi di Antoine Sant-Exupéry, l’autore racconta delle traversie della liberazione di uno schiavo, di come egli, dopo l’ebrezza della conquistata libertà avrebbe dovuto fare i conti in capo a tre mesi con la miseria di un un povero,ma libero. “Aveva il diritto di essere se stesso tra i suoi”.

– Su, vecchio Barak, va’ e sii uomo”

[…]

E noi facevamo gesti d’addio al nostro neonato di cinquant’anni, un po’ inquieti nel mandarlo verso il mondo

– Addio Barak!

– No.

– Come sarebbe a dire, no?

– Sono Mohammed ben Lhaoussin, Barak era il nome dello schiavo.

A differenza di noi, in cui è rimasta una traccia nel detto latino Nomen omen, il nome è un presagio, tra gli arabi così come tra gli ebrei il nome non viene imposto a caso o secondo la moda ma tenendo conto del suo significato. Durante la schiavitù Mohammed ben Lhaoussin non si sentiva una persona e poco gli importava se lo chiamavano Barak o in altro modo.

Dovremmo porre più attenzione anche noi, perché l’articolo 22 della Costituzione parla espressamente del diritto al nome. Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome”.

TRADIZIONE E RINNOVAMENTO

7 Giu

Sogliamo leggere i classici italiani, fin dalla Divina Commedia, in lingua originale con apparato critico se antichi. Nessuno, se non per gioco o per spiegarlo agli studenti, oserebbe riproporre A Silvia o I sepolcri in lingua corrente, anche se c’è chi ha tradotto Pinocchio in dialetto ma questa è un’altra storia.

Viceversa se non abbiamo accesso ai testi originali perché non ne conosciamo la lingua, e comunque conoscere e praticare una lingua spesso non ci offre quella familiarità necessaria per distinguere le espressioni e i vocaboli desueti, leggiamo volentieri le traduzioni più aggiornate delle opere straniere, scevre dagli eventuali errori del passato perché tradurre è sempre interpretare, dover scegliere tra un vocabolo e l’altro.

Morale, mentre la nostra cultura si basa spesso sulla forza della tradizione che volentieri accettiamo anche dovendo esercitare un minimo sforzo mentale, siamo pronti ad apprezzare il nuovo in ciò di cui non abbiamo una padronanza sufficiente.

Questo discorso può essere trasferito alla scuola, che non necessita di riforme su riforme o peggio di istituti o classi sperimentali che tali rimangono per lungo tempo, ma di un rinnovamento costante e di quella agilità che la renda viva e non depositaria di una verità assoluta da trasmettere, perché le cose cambiano, come cambiano gli studenti.

L’esempio banale e pratico oltre alla didattica è costituito dai banchi della scuola primaria, sui quali le bambine e i bambini siedono dalla prima alla quinta senza che nessuno tenga conto della loro crescita fisica.

Non c’è dicotomia ma complementarietà tra le materie umanistiche (il vecchio?), che formano il cittadino, e le materie scientifiche (il nuovo?), che allargano i suoi orizzonti. Così come coesistono, al di là delle preferenze personali, i libri di testo e il tablet, usati nella didattica con due scopi diversi ma complementari.

Propongo sempre l’esempio della radice quadrata che, al di là degli esercizi di geometria, nella vita serve a ben poche persone e se proprio dovesse servire si estrae pigiando un tasto sulla calcolatrice.

Il tempo degli “Amish”, bontà loro, è finito (se non sapete chi sono cercate su treccani.it non su Wikipedia!).

A PROPOSITO DEI CONGIUNTIVI

11 Apr

A scrivere di comunicazione sorge sempre il dubbio di cadere in banalità, perché son cose dette e ridette, ma sembra ci sia sempre qualcuno pronto a puntare il dito.

Dividiamo idealmente l’Italia in tre zone, come si fa per le previsioni meteorologiche, Nord, Centro e Sud. Avremo

  1. contadino

  2. cafone

  3. villano

Al di là del significato proprio di “coltivatore della terra”, i tre termini fuori dai rispettivi territori sono usati per indicare una persona sgarbata.

Propongo spesso questo esempio per far notare come, senza ricorrere ai cosiddetti falsi amici, termini simili per grafia o pronuncia che cambiano significato da una lingua all’altra – come il famoso education in inglese che non vuol dire educazione ma istruzione – abbiamo seri problemi di comunicazione nell’ambito di una stesso popolo (gli svizzeri italofoni hanno altre peculiarità).

Chiunque si occupa direttamente o indirettamente di comunicazione sa o dovrebbe sapere che non sempre ciò che A dice è percepito da B allo stesso modo, anzi! Così come dovrebbe conoscere i consigli di don Lorenzo Milani e aver letto il suo Lettere a una professoressa.

La semplificazione linguistica, che ha cancellato referto sostituendolo con risposta, ha ottenuto l’effetto di appiattire il livello medio di conoscenza e conseguente uso della lingua anziché elevare il livello medio della cultura.

Quasi tutti più o meno inconsciamente usiamo tre registri linguistici

  1. un livello alto, spesso contenente termini tecnici relativi a una data professione, usato nelle relazioni scritte o nei discorsi

  2. un livello intermedio, usato nella cosiddetta vita di tutti i giorni

  3. un livello basso, spesso senza alcun rispetto della grammatica e della sintassi, come quello usato troppo spesso nella messaggistica elettronica dove po’ diventa tristemente pò.

Tempo fa un mio interlocutore mi interruppe chiedendomi il significato di un termine assolutamente non tecnico che a me pareva di uso comune. Glielo spiegai, ma poi mi fermai a pensare a quanto analfabetismo di ritorno si sta imponendo nella nostra società che per i motivi che tutti conosciamo si è ridotta a usare un vocabolario molto ristretto.

Una lingua si impoverisce quando, pian piano, perde i suoi vocaboli, a prescindere da quanti ne acquisisca con i neologismi, spesso effimeri che durano quanto un dente di leone, o i prestiti linguistici. Non esiste un processo di compensazione, è un po’ come accade con l’estinzione delle specie animali o lo scioglimento dei ghiacciai, due fenomeni di grande attualità: c’erano e non ci sono o non ci saranno più. Provate a “riportare in vita” parole comuni fino a poco tempo fa in ambienti culturalmente eterogenei e, se vi va bene, vi chiederanno di spiegare come è successo a me

Alcune parole cambiano di significato in conseguenza alla realtà del momento, pensiamo ad “amante” nel suo significato nel dolce stil nuovo contrapposto a quello odierno, alla stessa parola “amore” che, sulla scia dell’inglese love, è onnicomprensiva mentre se usassimo il parametro della lingua greca avremmo quattro termini per quattro diversi sentimenti (affetto, amicizia, eros e com-passione). Altre mutazioni hanno una più o meno velata ragione politica.

Quella regione che noi, seguendo il modello americano, chiamiamo “medio oriente”, viene più propriamente chiamata prochen oriente dai francesi (in altre parole, in italiano abbiamo “medio” ed “estremo” oriente, dov’è, quindi, il “vicino”?). Per non parlare della fantasia con cui l’italiano usa le parole inglesi dando loro significati differenti dall’originale. Per la pronuncia delle parole straniere, si sa, ognuno fa come gli garba ma anche con l’italiano siamo messi male con il lùnedi e avanti fino a vènerdi.

Ciò mi rammenta tre episodi significativi.

Ero in una stanza dove un giovane nigeriano che parla italiano stava dando ripetizioni di fisica a un ragazzo italiano. Durante tutta la lezione, evidentemente senza rendersene conto, usò therefore in inglese anziché perciò in italiano e io mi chiedevo se il ragazzo italiano ne conoscesse il significato.

Durante una gita osservai una ragazzina delle medie, Jennifer, che parlava in italiano – così almeno credeva lei – con le sue amiche. Ciò che mi colpì non furono i suoi ripetuti scivoloni dal congiuntivo al condizionale frutto dei dialetti veneti, quanto l’insistenza con cui diceva “il zio, il zucchero”.

Si racconta che il sindaco di Buje una volta italiana e ora in Croazia all’apertura di un incontro di lavoro trilaterale tra comuni del litorale adriatico croati, italiani e sloveni, dopo i saluti ufficiali nelle tre lingue disse: “Bon, desso podemo parlar in triestin, cussì se capimo tuti” (Bene, adesso possiamo parlare in triestino, così ci comprendiamo tutti), dimostrando tra l’altro che in alcune occasioni la praticità vale molto più del protocollo.

Tornando a Jennifer, coloro che hanno studiato quando ancora si imparavano a memoria le poesie rammenteranno i rancori verso Leopardi e “il zappatore”, che l’insegnante ci spiegava essere licenza poetica, mentre i nostri erano solo errori.

Attualmente una delle poche eccezioni negli articoli è gli anteposto a  dei, per evitarne la ripetizione cacofonica al genitivo. Se tra un po’ ci troveremo a dire e scrivere “il gnocco” o “i pseudonimi” è solo questione di tempo, così come è entrato nello scrivere comune “famigliare”, non più dal latino ma direttamente dall’italiano.

È destino di una lingua “-volversi”. Se “e-“ o “in-“, però, è tutto da discutere.

METÀ DI CHI!?

10 Gen

Nella fiction Romanzo famigliare, trasmesso a puntate da Rai1 tre cose, per ora, sono saltate all’orecchio:

Il termine famigliare, su cui è intervenuta il 9 gennaio con un twitt esplicativo l’Accademia della Crusca (essendoci libertà di scelta io continuerò a scrivere famigliare).

La pronuncia veneta dell’allieva che almeno a me ha rammentato l’appuntato della saga “Pane, amore e…”, quello impacciato soprattutto nei rapporti con la “Marescialla”.

Ma ancor di più mi ha colpito una frase del Comandante dell’Accademia Navale di Livorno e un’allieva nel colloquio sul comportamento di lei e sulle conseguenti divergenze di opinioni tra i due circa i compiti della Marina Militare (da 16’17”).

I[…] In marina abbiamo fatto entrare delle ragazze, non dei mezzi maschi esaltati, per fare questa vita non deve sacrificare niente, neanche la possibilità di fare dei figli”.

Delle ragazze, non dei mezzi maschi (esaltati o meno che siano) è senza timor di dubbio un’espressione sessista che ben si colloca nell’attuale dibattito sulla parità di genere e parità salariale.

Probabilmente lontana dalla realtà, che visto che il servizio militare femminile è stato introdotto in Italia nel 1999 e dopo il legittimo stupore causato da ogni novità oggi è un fatto normale. Ciò non toglie che siano casi di molestie così come esistono i casi di nonnismo.

Ciò che proprio non va è considerare la donna metà dell’uomo, nel servizio militare come in ogni altra occasione.