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TRADIZIONE E RINNOVAMENTO

7 Giu

Sogliamo leggere i classici italiani, fin dalla Divina Commedia, in lingua originale con apparato critico se antichi. Nessuno, se non per gioco o per spiegarlo agli studenti, oserebbe riproporre A Silvia o I sepolcri in lingua corrente, anche se c’è chi ha tradotto Pinocchio in dialetto ma questa è un’altra storia.

Viceversa se non abbiamo accesso ai testi originali perché non ne conosciamo la lingua, e comunque conoscere e praticare una lingua spesso non ci offre quella familiarità necessaria per distinguere le espressioni e i vocaboli desueti, leggiamo volentieri le traduzioni più aggiornate delle opere straniere, scevre dagli eventuali errori del passato perché tradurre è sempre interpretare, dover scegliere tra un vocabolo e l’altro.

Morale, mentre la nostra cultura si basa spesso sulla forza della tradizione che volentieri accettiamo anche dovendo esercitare un minimo sforzo mentale, siamo pronti ad apprezzare il nuovo in ciò di cui non abbiamo una padronanza sufficiente.

Questo discorso può essere trasferito alla scuola, che non necessita di riforme su riforme o peggio di istituti o classi sperimentali che tali rimangono per lungo tempo, ma di un rinnovamento costante e di quella agilità che la renda viva e non depositaria di una verità assoluta da trasmettere, perché le cose cambiano, come cambiano gli studenti.

L’esempio banale e pratico oltre alla didattica è costituito dai banchi della scuola primaria, sui quali le bambine e i bambini siedono dalla prima alla quinta senza che nessuno tenga conto della loro crescita fisica.

Non c’è dicotomia ma complementarietà tra le materie umanistiche (il vecchio?), che formano il cittadino, e le materie scientifiche (il nuovo?), che allargano i suoi orizzonti. Così come coesistono, al di là delle preferenze personali, i libri di testo e il tablet, usati nella didattica con due scopi diversi ma complementari.

Propongo sempre l’esempio della radice quadrata che, al di là degli esercizi di geometria, nella vita serve a ben poche persone e se proprio dovesse servire si estrae pigiando un tasto sulla calcolatrice.

Il tempo degli “Amish”, bontà loro, è finito (se non sapete chi sono cercate su treccani.it non su Wikipedia!).

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A PROPOSITO DEI CONGIUNTIVI

11 Apr

A scrivere di comunicazione sorge sempre il dubbio di cadere in banalità, perché son cose dette e ridette, ma sembra ci sia sempre qualcuno pronto a puntare il dito.

Dividiamo idealmente l’Italia in tre zone, come si fa per le previsioni meteorologiche, Nord, Centro e Sud. Avremo

  1. contadino

  2. cafone

  3. villano

Al di là del significato proprio di “coltivatore della terra”, i tre termini fuori dai rispettivi territori sono usati per indicare una persona sgarbata.

Propongo spesso questo esempio per far notare come, senza ricorrere ai cosiddetti falsi amici, termini simili per grafia o pronuncia che cambiano significato da una lingua all’altra – come il famoso education in inglese che non vuol dire educazione ma istruzione – abbiamo seri problemi di comunicazione nell’ambito di una stesso popolo (gli svizzeri italofoni hanno altre peculiarità).

Chiunque si occupa direttamente o indirettamente di comunicazione sa o dovrebbe sapere che non sempre ciò che A dice è percepito da B allo stesso modo, anzi! Così come dovrebbe conoscere i consigli di don Lorenzo Milani e aver letto il suo Lettere a una professoressa.

La semplificazione linguistica, che ha cancellato referto sostituendolo con risposta, ha ottenuto l’effetto di appiattire il livello medio di conoscenza e conseguente uso della lingua anziché elevare il livello medio della cultura.

Quasi tutti più o meno inconsciamente usiamo tre registri linguistici

  1. un livello alto, spesso contenente termini tecnici relativi a una data professione, usato nelle relazioni scritte o nei discorsi

  2. un livello intermedio, usato nella cosiddetta vita di tutti i giorni

  3. un livello basso, spesso senza alcun rispetto della grammatica e della sintassi, come quello usato troppo spesso nella messaggistica elettronica dove po’ diventa tristemente pò.

Tempo fa un mio interlocutore mi interruppe chiedendomi il significato di un termine assolutamente non tecnico che a me pareva di uso comune. Glielo spiegai, ma poi mi fermai a pensare a quanto analfabetismo di ritorno si sta imponendo nella nostra società che per i motivi che tutti conosciamo si è ridotta a usare un vocabolario molto ristretto.

Una lingua si impoverisce quando, pian piano, perde i suoi vocaboli, a prescindere da quanti ne acquisisca con i neologismi, spesso effimeri che durano quanto un dente di leone, o i prestiti linguistici. Non esiste un processo di compensazione, è un po’ come accade con l’estinzione delle specie animali o lo scioglimento dei ghiacciai, due fenomeni di grande attualità: c’erano e non ci sono o non ci saranno più. Provate a “riportare in vita” parole comuni fino a poco tempo fa in ambienti culturalmente eterogenei e, se vi va bene, vi chiederanno di spiegare come è successo a me

Alcune parole cambiano di significato in conseguenza alla realtà del momento, pensiamo ad “amante” nel suo significato nel dolce stil nuovo contrapposto a quello odierno, alla stessa parola “amore” che, sulla scia dell’inglese love, è onnicomprensiva mentre se usassimo il parametro della lingua greca avremmo quattro termini per quattro diversi sentimenti (affetto, amicizia, eros e com-passione). Altre mutazioni hanno una più o meno velata ragione politica.

Quella regione che noi, seguendo il modello americano, chiamiamo “medio oriente”, viene più propriamente chiamata prochen oriente dai francesi (in altre parole, in italiano abbiamo “medio” ed “estremo” oriente, dov’è, quindi, il “vicino”?). Per non parlare della fantasia con cui l’italiano usa le parole inglesi dando loro significati differenti dall’originale. Per la pronuncia delle parole straniere, si sa, ognuno fa come gli garba ma anche con l’italiano siamo messi male con il lùnedi e avanti fino a vènerdi.

Ciò mi rammenta tre episodi significativi.

Ero in una stanza dove un giovane nigeriano che parla italiano stava dando ripetizioni di fisica a un ragazzo italiano. Durante tutta la lezione, evidentemente senza rendersene conto, usò therefore in inglese anziché perciò in italiano e io mi chiedevo se il ragazzo italiano ne conoscesse il significato.

Durante una gita osservai una ragazzina delle medie, Jennifer, che parlava in italiano – così almeno credeva lei – con le sue amiche. Ciò che mi colpì non furono i suoi ripetuti scivoloni dal congiuntivo al condizionale frutto dei dialetti veneti, quanto l’insistenza con cui diceva “il zio, il zucchero”.

Si racconta che il sindaco di Buje una volta italiana e ora in Croazia all’apertura di un incontro di lavoro trilaterale tra comuni del litorale adriatico croati, italiani e sloveni, dopo i saluti ufficiali nelle tre lingue disse: “Bon, desso podemo parlar in triestin, cussì se capimo tuti” (Bene, adesso possiamo parlare in triestino, così ci comprendiamo tutti), dimostrando tra l’altro che in alcune occasioni la praticità vale molto più del protocollo.

Tornando a Jennifer, coloro che hanno studiato quando ancora si imparavano a memoria le poesie rammenteranno i rancori verso Leopardi e “il zappatore”, che l’insegnante ci spiegava essere licenza poetica, mentre i nostri erano solo errori.

Attualmente una delle poche eccezioni negli articoli è gli anteposto a  dei, per evitarne la ripetizione cacofonica al genitivo. Se tra un po’ ci troveremo a dire e scrivere “il gnocco” o “i pseudonimi” è solo questione di tempo, così come è entrato nello scrivere comune “famigliare”, non più dal latino ma direttamente dall’italiano.

È destino di una lingua “-volversi”. Se “e-“ o “in-“, però, è tutto da discutere.

METÀ DI CHI!?

10 Gen

Nella fiction Romanzo famigliare, trasmesso a puntate da Rai1 tre cose, per ora, sono saltate all’orecchio:

Il termine famigliare, su cui è intervenuta il 9 gennaio con un twitt esplicativo l’Accademia della Crusca (essendoci libertà di scelta io continuerò a scrivere famigliare).

La pronuncia veneta dell’allieva che almeno a me ha rammentato l’appuntato della saga “Pane, amore e…”, quello impacciato soprattutto nei rapporti con la “Marescialla”.

Ma ancor di più mi ha colpito una frase del Comandante dell’Accademia Navale di Livorno e un’allieva nel colloquio sul comportamento di lei e sulle conseguenti divergenze di opinioni tra i due circa i compiti della Marina Militare (da 16’17”).

I[…] In marina abbiamo fatto entrare delle ragazze, non dei mezzi maschi esaltati, per fare questa vita non deve sacrificare niente, neanche la possibilità di fare dei figli”.

Delle ragazze, non dei mezzi maschi (esaltati o meno che siano) è senza timor di dubbio un’espressione sessista che ben si colloca nell’attuale dibattito sulla parità di genere e parità salariale.

Probabilmente lontana dalla realtà, che visto che il servizio militare femminile è stato introdotto in Italia nel 1999 e dopo il legittimo stupore causato da ogni novità oggi è un fatto normale. Ciò non toglie che siano casi di molestie così come esistono i casi di nonnismo.

Ciò che proprio non va è considerare la donna metà dell’uomo, nel servizio militare come in ogni altra occasione.

CI SIAMO FATTI RI – CONOSCERE

14 Dic

Nadia Toffa, la giornalista delle Iene che il 2 dicembre ha avuto un malore a Trieste, è balzata in terza posizione mondiale tra le ricerche su Google, tanto da diventare una star internazionale e suscitare la domanda su chi sia sui giornali esteri.

Ho scritto ri – conoscere, nel senso di conoscere di nuovo, perché quando all’inizio del nuovo secolo fu chiesto quale fosse la frase rappresentativa del secolo appena terminato il mondo anglofono rispose:“I have a dream”, gli italiani risposero: “Che mondo sarebbe senza Nutella?”.

Senza nulla togliere alla crema alle nocciole e al momento di celebrità della giornalista, ancora prima di valutare l’uso delle ricerche on line e dei Social Media dovremmo a parer mio ricalibrare i nostri parametri culturali e, visto che la notte scorsa e quella di oggi offrono lo spettacolo delle Geminidi, cercare da parte di chi non lo conosce su Google l’ultimo verso dell’Inferno  “e quindi uscimmo a riveder le stelle”.

Tant’è.

LA SCRITTA INVINCIBILE

21 Nov

LA SCRITTA INVINCIBILE

Al tempo della guerra mondiale
in una cella del carcere italiano di San Carlo
pieno di soldati arrestati, di ubriachi e di ladri,
un soldato socialista incise sul muro col lapis copiativo
viva Lenin!
Su, in alto, nella cella semibuia, appena visibile,
ma scritto in maiuscole enormi.
Quando i secondini videro, mandarono un imbianchino
con un secchio di calce e quello,
con un lungo pennello, imbiancò la scritta minacciosa.
Ma siccome, con la sua calce,
aveva seguito soltanto i caratteri
ecco che c’è scritto nella cella, in bianco
viva Lenin!
Soltanto un secondo imbianchino coprì il tutto con più largo pennello
sì che per lunghe ore non si vide più nulla.
Ma al mattino, quando la calce fu asciutta,
ricomparve la scritta viva Lenin!
Allora i secondini mandarono contro la scritta un muratore armato di coltello.
E quello raschiò una lettera dopo l’altra, per un’ora buona.
E quand’ebbe finito, c’era nella cella, ormai senza colore
ma incisa a fondo nel muro, la scritta invincibile:
viva Lenin!
E ora levate il muro! disse il soldato
.

Bertolt Brecht, Poesie di Svendborg, Trad. it. di Franco Fortini, Einaudi 1976.

Dubito che colui che ha reimbrattato con una frase offensiva il muro sul quale il comune aveva speso i denari pubblici per cancellarne altre abbia letto Brecht e, se lo ha  fatto, non ne ha capito il senso. Perché un carcerato non può esprimersi che vosì, una persona libera ha altri mezzi.

 

DELLE RIDUZIONI CINEMATOGRAFICHE

18 Nov

Più volte abbiamo letto di autori che si sono dissociati dalla riduzione cinematografica delle loro opere.

Alla fine di questo documentario  (39’18”) Paolo Mieli parla della censura italiana effettuata sul film “Per chi suona la campana”, tratto dal libro di Ernest Hemingway.

Quindi, quando vi citano un libro, non rispondete “Lo conosco, ho visto il film”, perché sono due cose diverse.

Ciò, ovviamente vale anche per le traduzioni, come ho fatto notare a proposito dell’Amleto di William Shaksperare. Ideale è leggere il testo in lingua originale o con un apparato critico che evidenzia i cambiamenti effettuati dal traduttore.

LA RIFORMA E LA SOCIETÀ

31 Ott

Documentazione sulle 95 tesi e sulla Riforma, di cui oggi si celebra il 500° anniversario, si può trovare con facilità.

Ciò che rattrista è che in Italia questa pietra miliare anche solo dal punto di vista sociale è ampiamente ignorata per l’ingombrante presenza del Vaticano che nel 1983, cinquecentenario della nascita di Lutero, inventò l’Anno santo straordinario per il 1950° anniversario della morte di Cristo (quando l’età di 33 anni è certificata solo dal gioco della tombola).

Ben pochi giornali ne hanno parlato, e mi sarei aspettato un saluto, che non c’è stato, da parte del Presidente della Repubblica, che ha celebrato la giornata mondiale del risparmio sul sito del Quirinale.

Tutto ciò ha delle ricadute sociali, a cominciare dalla scuola, con l’IRC e non della storia delle religioni in una realtà multienica, con l’educazione di genere, oggi tanto importante per formare degli uomini migliori, alle resistenze alle approvazioni delle leggi come le dichiarazioni finali di trattamento e l’eutanasia, fermi in qualche cassetto in parlamento dopo la “fiammata di legna secca” a seguito della morte della signora Englaro, gli ostacoli all’applicazione della Legge 194 e alla regolarizzazione della prostituzione, che in Italia non è reato e sarebbe un capitolo di entrata per l’Erario, mentre lo sono l’adescamento e lo sfruttamento e via dicendo.

Noi datiamo l’inizio dell’Evo Moderno con la scoperta dell’America, nei Paesi protestanti lo fanno con la Riforma.

Lutero contrasto la vendita delle indulgenze, e qualcuno dovrebbe pur ricordare il “vada il tuo denaro in perdizione con te” pronunciato dall’apostolo Pietro a Simon Mago che voleva comperare il potere di fare miracoli. Quando c’è di mezzo il denaro, i soldi, bisogna sempre stare attenti.

No, certo, nei Paesi protestanti non sono tutti eticamente perfetti, né come persone né come come aziende, come alcuni scandali recenti lo hanno messo in evidenza, ma rimangono delle eccezioni. Così come sono le eccezioni la raccomandazione e il “lei non sa chi sono io” tanto duri a morire da noi.

Nel protestantesimo, che su basi bibliche non conosce il sacerdozio inteso come mediazione, il rapporto con Dio è diretto ed è questo a fare la differenza.