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MEMORIE DI AZZURRO

8 Mar

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L’altra sera a cena con amici ci siamo trovati a parlare delle vacanze estive dai nonni.

Quelle descritte da Celentano in Azzurro, che io passavo spesso da mia nonna, con l’obbligo formale del riposino pomeridiano. Formale perché, per quell’accordo non scritto che si può stipulare con i nonni che sono più permissivi dei genitori ogni tanto, novello Tom Sawyer, lo trasgredivo saltando dalla finestra al pian terreno della villetta e via per i fatti miei!

Anche quel giorno che, cammina cammina sul lato sinistro della strada come mi avevano insegnato a scuola, percorsi cinque chilometri fino ad arrivare al paese vicino dove abitava uno zio mugnaio che aveva un mulino ad acqua, non proprio bianco come quello dei famosi biscotti e merendine, ma che mi affascinava ugualmente (forse già all’epoca mi stavo appassionando al tempo e il roteare della ruota mi ricordava un orologio). Interrogatomi sul cosa facessi lì e se mia nonna ne fosse al corrente, mio zio mi pagò il biglietto per il primo autobus di ritorno. Mia nonna non lo venne a sapere perché non aveva il telefono, neanche quello nero a muro con il disco.

Una signora più giovane  mi raccontò in altra occasione di come veniva mandata dai suoi nonni in Sardegna e di come era coccolata dalla nonna che ogni giorno ne trovava una nuova per farla mangiare, preparandole se necessario le tagliatelle a merenda. Suo nonno era un pastore, un pastore sardo di quelli che avevo visto sui libri delle elementari. Incuriosito, le chiesi se parlassero in dialetto o in italiano. Mi rispose che sì, qualche parola in dialetto usciva, ma parlavano in italiano perché a suo modo suo nonno era una persona colta. Quando recava il gregge al pascolo portava con sé un libro di un autore italiano, D’Annunzio, Manzoni o Verga, assieme a un piccolo dizionario nel quale cercava le parole che non conosceva e che annotava nei suoi marginalia.

Rimasi stupito e lei, a sua volta mi disse di esserlo stata quando, da adulta, vide il film tratto dal romanzo Padre Padrone di Gavino Ledda, che certo non corrispondeva all’immagine del pastore sardo da lei avuta da piccola.

Questo per dire che ci sono luoghi comuni e stereotipi che non sempre corrispondono alla realtà e che, pur traendo spunto da uno o più fatti veri,  non debbono essere presi per buoni ma verificati, e non rappresentano tutta una categoria di persone.

Come quella, fraintesa da molti, “contadino, scarpe grosse e cervello fino”. Scarpe grosse sicuramente, perché altrimenti affondano nel terreno bagnato, ma cervello fino non si riferisce ad una persona che senza intelletto ma piuttosto che sa ragionare, forse non sempre come i libri di scuola ma, si sa, i libri sono la forma scritta in bella copia della pratica.

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STORIE DI MARE

27 Feb

Se solo mettessimo in pratica le cose di cui siamo convinti in teoria, metà del lavoro sarebbe fatto, perché leggere e studiare serve a capire, alzarsi ed agire, cominciando dalle famose piccole cose di ogni giorno, serve a dimostrare di aver capito.

“SÍ, MA GLI ALTRI GIORNI NO!”

19 Feb

Il merito di Charles S. Schulz, il “papà” dei Peanuts, è di aver messo i discorsi, le gioie e le tensioni degli adulti in bocca ai bambini con la stessa finzione scenica di molti racconti per ragazzi che in realtà sono rivolti agli adulti e, ogni tanto, aver affrontato quei temi seri che molte persone preferiscono rimandare o non vedere. Come in questa vignetta di uno dei tanti “dialoghi” tra Charlie Brown e Snoopy.

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Il tema della morte è spesso evitato anche dai credenti, eppure essa non è in contrapposizione alla vita ma alla nascita. È un passaggio della vita che, fino al ritorno del Signore tutti affronteremo.

Un giorno ci toccherà morire”, dice pensieroso Charlie Brown. La replica di Snoopy “Certo, però gli altri giorni no”, racchiude in modo semplice la certezza del credente che si basa sulla promessa di Gesù “Chi crede in me anche se muoia vivrà” (Giovanni 11:25). Passiamo sì attraverso la morte fisica, ma per cominciare a vivere in un altro stato, quello spirituale che oggi possiamo solo immaginare e sul quale molti hanno fatto inutili speculazioni, un po’ come voler spiegare ad un bambino la sfericità della terra.

C’è solo una morte che dobbiamo temere, quella che nel Cantico di frate Sole Francesco d’Assisi chiama “morte seconda”, distinguendola da quella corporale che chiama sorella.

Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare: guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male”.

DISCORSI SCOMODI

10 Feb

Detesto quell’usanza nel mondo evangelico e protestante che, con un neologismo di cui mi assumo la paternità definisco versetteotologia, cioè l’arte di coloro che sostengono le loro tesi citando la Scrittura con versi estrapolati qua e là dal loro contesto facendo assumere loro un significato spesso molto lontano da quello inteso dagli scrittori ispirati, un po’ come i titoletti delle diverse edizioni della Bibbia.

Do per scontato, anche se purtroppo so che nella realtà non è così, che ogni credente ha una buona conoscenza della Scrittura, perché è la base della sua fede e della sua crescita spirituale.

Non si tratta di emulare gli ebrei, uomini, che a tredici anni conoscevano la Torah a memoria. I tempi e i mezzi sono cambiati e certamente non è il caso impararla a memoria, una copia della Bibbia in italiano costa pochi euro e tutta la Bibbia sta su uno smartphone in pochi Mb. Mi piace molto l’espressione dell’autore di Ebrei quando scrive “Qualcuno ha scritto in qualche parte” citando un passo di Isaia, a specificare che non sempre serve citare la fonte.

Si tratta piuttosto di conoscerne la struttura, dove e soprattutto perché trovare questo o quello. Certo, conoscere i testi fondamentali aiuta, e questo si può e si deve fare anche insegnandolo ai bambini, perché è nostra responsabilità dare un’educazione alle nostre figlie e ai nostri figli, senza peraltro imporla.

Si tratta anche di non affidarsi ad una sola traduzione – che molti ritengono quasi ispirata – perché ha in essa tutti i limiti culturali del traduttore, che non fanno parte dell’ispirazione del testo.

Il paradosso è che da Lutero in poi credenti si sono battuti per il libero esame della Bibbia, cosa non scontata in Italia fino agli anni ‘70 del secolo scorso, ma quanti sono ora i credenti che la leggono con costanza e quanti, soprattutto, coloro che la studiano? Se superato lo scoglio storico-linguistico continuiamo a dire che la Scrittura è difficile, entriamo in quel gioco pericoloso che autorizza interpreti più o meno ufficiali, ma sempre detentori della Verità e quindi mediatori da noi delegati, come gli ebrei finirono con l’autorizzare gli scribi e i farisei con le conseguenze che sappiamo.

Ritengo che vada rivisto tutto l’attuale “essere chiesa”, intesa come comunità e non istituzione.

La chiesa non è un monolite costruito come un patchwork mettendo assieme i brani in cui Luca nel libro degli Atti e l’apostolo Paolo ne scrivono. È,piuttosto, una realtà dinamica, mutevole nel tempo e nello spazio.

Le comunità che troviamo negli Atti e nelle lettere di Paolo ma anche l’esempio delle sette chiese dell’Apocalisse ci presentano realtà molto diverse tra loro, con stili di vita e tradizioni differenti, che trovano l’unità nella fede in Cristo dei loro membri. Il cosiddetto Concilio di Gerusalemme di Atti 15 ne è la dimostrazione. Mette infatti d’accordo il pensiero giudaico-cristiano e quello etnico-cristiano senza appiattire nessuno dei due, e dei tre divieti imposti in quell’occasione ne sopravvive solo uno, quello relativo ai disordini sessuali, che prescinde da quella decisione e dalle tradizioni più strettamente ebraiche.
In questa luce va letto ciò che Paolo scrive ai Corinzi, lettere che sono state spesso strumentalizzate per far dire all’apostolo le cose più diverse.

Qual è la discriminante per considerare alcune imposizioni superate, magari a metà, del Nuovo Testamento, cito ad esempio il velo, e altre no, come la sottomissione della donna nella comunità? In altre parole, quale legame di civiltà esiste tra il primo e il ventunesimo secolo dopo Cristo? Le donne di oggi sono ignoranti come quelle del primo secolo?

Ricordiamo piuttosto che la chiesa è stata costituita sulle realtà delle parole di Pietro, “tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Tutto il resto, anche alcune direttive di Paolo, è burocrazia, intesa come organizzazione, che viene dopo e non è detto che oggi serva. Pensiamo all’insuccesso della comunione dei beni nella chiesa di Gerusalemme e alla conseguente necessità di una colletta di sostentamento.

Gesù promise che dove due o tre sono riuniti nel suo nome sarebbe stato in mezzo a loro, questo è essere chiesa. Gli olandesi invece usano dire che un cristiano è un credente, due formano una chiesa, tre producono una divisione, ed è quello che sta succedendo anche in Italia da troppo tempo.

Lasciando da parte i grandi raduni americani di risveglio evangelico degli anni ’70 che spesso in buona fede rammentavano i movimenti hippy nel famoso raduno di Woodstock del 1969, e il fenomeno dei telepredicatori, molti dei quali ne hanno fatto un business, come in altre realtà anche la spiritualità, l’essere chiesa, ha assunto anche un’altra dimensione. Di certo non le chiese nazionaliste (d’Inghilterra, di Scozia, di Norvegia eccetera) o peggio le chiese segregazioniste di colore tuttora esistenti negli Stati Uniti.

Ma poiché siamo umani una certa empatia, che non è quella “io son di Paolo, io di Apollo e io di Cefa” di 1a Corinzi 1 e non nega le fondamenta dell’unità ma le esprime in altro modo, va messa in conto.

Spesso si è chiesa, si è cioè comunione con credenti solo fisicamente lontani, ma con una forte unione nello Spirito, e poco importa se ci si incontra di persona solo di rado. Se Gesù, o l’apostolo Paolo, avesse avuto a disposizione i mezzi di comunicazione e i Social Media di oggi, li avrebbero certamente usati. Lo Spirito, ricordiamolo, soffia dove vuole, sta a noi coglierne l’attimo.

Quando Giosia, re d’Israele, trovò i rotoli della Legge e si avvide che il popolo aveva deviato dalla volontà del Signore, non cominciò con i “ma” i “se” e i “forse”, i “vedremo”, ma si pentì e distrusse tutto ciò che aveva contribuito all’allontanamento di Israele dal Signore, si mise in preghiera e in ascolto e ricostruì il rapporto con l’Eterno.

Dobbiamo imparare a farlo!

La nostra civiltà progredisce a tappe di rivoluzioni – se siano evoluzioni o involuzioni si può giudicare solo a posteriori -. Per sommi capi i più recenti macro cambiamenti sono stati conseguenza della scoperta dell’America, dell’invenzione della stampa a caratteri mobili, dell’illuminismo e della rivoluzione industriale. Veri e propri “terremoti culturali” che hanno portato dei vantaggi e contemporaneamente hanno posto delle nuove domande.

Dalla seconda metà del secolo scorso ne stiamo vivendo un’altra che ha toccato quasi tutti i campi della nostra vita – etica, sociale, politica, tecnologica, sanitaria – ponendoci dei nuovi interrogativi cui, come credenti, dobbiamo saper rispondere, o almeno tentare di farlo.

Di certo non troveremo una risposta chiara e univoca nella Bibbia, perché quei temi allora non si ponevano. La Bibbia non è un “prontuario medico” della fede, ma una raccolta di principi.

Alcuni di questi temi, come il prolungamento della vita grazie alle scoperte mediche o un diverso approccio rispetto a quello dell’apostolo Paolo all’omosessualità, che ora sappiamo essere non sempre un vizio, che come tale va condannato, ma anche un fattore di nascita che va rispettato, altri hanno solo cambiato nome.

Formalmente la schiavitù è stata abolita e in Italia è un reato, ma uno schiavo pedagogo di Roma era un signore rispetto ai raccoglitori nei campi del foggiano.

Altri temi sono nuovi, come il concetto di guerra preventiva inventato da George W. Bush e che neanche strateghi romani come Cesare o Adriano erano riusciti a concepire, le grandi migrazioni dall’est e dal Magreb e dal vicino oriente, che ci trovano tuttora impreparati e l’etica negli affari dopo il crollo delle borse del 2008, assieme a tutti i temi etici e pratici sui quali i nostri giovani, sbandati anche dall’incertezza del loro futuro, si interrogano e ci interrogano. Domande a cui dobbiamo saper dare una risposta per non deludere la fiducia che pongono in noi che vedono, prima che nell’Eterno che non vedono.

Non sono certo temi da “Bar dello Sport”, ma non si può rispondere con un no aprioristico, come alcuni fanno parlando di “principi non negoziabili”.

Questa è politica dello struzzo.

BASTA UN ATTIMO

5 Feb

Eravamo giovani, sposati da poco, e Flavio figlio unico più giovane di noi quando litigava con i suoi genitori veniva a trovarci. Ci aveva eletto una sorta di famiglia-bis. I suoi genitori lo sapevano e ne erano contenti.

Un Natale sapevamo che sarebbe dovuto andare a Napoli ma lo incontrammo da amici comuni a Lecce, perché aveva messo gli occhi su una ragazza di lì. Gli chiesi se i suoi lo sapessero, mi disse di no, lo accompagnai a una cabina e lui candido disse a sua madre “Ciao mamma, sono a Lecce, con ardovig e Cos”, come avesse detto: “Butta la pasta che sto arrivando”.

Poi successe. Successe, che da figlio unico di genitori iperprotettivi come succede a molti, un sabato pomeriggio prese il ciclomotore del cugino, che non sapeva usare, non fece ritorno presso gli zii e lo ritrovarono il giorno dopo in un fosso.

Ricoverato al Traumatologico di Udine, quando andai a trovarlo era in un letto di quelli inclinati di 45°, ma si scusò perché non sarebbe potuto venire in campeggio con noi. “Sta come un cristo in croce”, pensai senza dirglielo “e pensa a scusarsi”.

Perse l’uso degli arti inferiori ma riuscì ad accettare il fatto e cominciò a fare dei progetti per il suo nuovo stato di vita.

Dagli amici di qua e di Lecce ricevette molte telefonate e lettere di sostegno e incoraggiamento.

Quaranta giorni dopo l’incidente ebbe un’emorragia interna e morì. All’orazione funebre, da credente, invitai a non pretendere di comprendere ma di accettare i disegni del Signore, che vanno oltre la nostra condizione umana.

Scrivo questi ricordi che non ho potuto evitare pensando a Manuel Bortuzzo, che non camminerà più la cui vita, prima della carriera sportiva, è stata spezzata da un colpo di pistola che gli è arrivato per caso.

Mi fermo qui, per me è facile perché dopo questo post mi alzerò e andrò a sedermi in poltrona, cosa che Manuel non potrà più fare.

Per quel che vale da uno sconosciuto, ti lascio un forte abbraccio, Manuel!

APPUNTI SULL’OMOSESSUALITÀ

24 Gen

A porposito del titolo del quotidiano Libero di ieri, 23 gennaio 2019, sul quale si è espresso l’Ordine Nazionale dei Giornalisti.

La sessualità umana ha tre componenti: spirituale, emozionale e fisica.

Spirituale perché voluta da Dio e così da noi vissuta, emozionale perché siamo in grado di dominarla (e questo esclude i “raptus” tanto cari ad alcuni giornalisti nei casi di stupro) con la donna che la vive in modo diverso dall’uomo, fisica perché è così che la esprimiamo.

Il disegno di Dio per l’essere umano è la coppia monogamica maschio e femmina “maschio e femmina lo creò”… “crescete e diventate molti (moltiplicatevi)”… “Allora l’uomo disse “Questa è osso delle mie ossa e carne ella mia carne… per questo l’uomo lascia sua padre e sua madre e si attacca alla sua donna e i due diventano una cosa sola. Or ambedue erano nudi, l’uomo e la sua donna, ma non ne provavano vergogna”. (Genesi 1 e 2). Questo divenire una cosa sola è l’essenza del matrimonio, per questo non è codificato altrove nella Bibbia. La Scrittura parla di coppia, escludendo la poligamia che troviamo prima della Legge, il ripudio è stato concesso per un periodo come male minore, così come ha chiarito lo stesso Gesù.

Va ricordato che la nostra situazione sessuale è legata alla vita fisica, in Cielo non si avrà moglie o marito.

In Levitico 18 è codificata tutta una serie di deviazioni sessuali, al verso 22 è condannata l’omosessualità (che sia citata solo quella maschile è dovuto alla forma verbale), ripresa poi dall’apostolo Paolo in Romani 1 e in 1a Corinzi 6.

In tutte e due i brani l’enfasi è posta sul vizio, così come all’epoca dei patriarchi lo fu con Sodoma e Gomorra.

Fino a non molto tempo fa l’omosessualità era considerata a tutti gli effetti una malattia, poi la scienza medica ha cominciato a parlare correttamente di adeguamento tra identità fisica ed identità psichica, riferendosi a quelle persone che hanno una mentalità maschile in un corpo femminile o viceversa, che non sono malate ma, detto in modo semplice, sono nate nel corpo sbagliato.

Cosa che né il redattore del Levitico, né l’apostolo Paolo potevano definire in senso scientifico (in 1a Corinzi 7 Paolo distingue bene ciò che è ordine del Signore da quelli che sono pareri e consigli suoi).

L’omosessualità, quindi, è condannata quando è un vizio, una moda, una cosa contro natura rispetto a quanto detto più sopra, anche quando diventa oggetto di spettacolarizzazione come molto spesso avviene nelle manifestazioni di “Gay pride”.

Poi, appunto, esistono coloro che sono nate e nati così, che non sono persone di serie B e meritano tutta la nostra solidarietà, il nostro rispetto e è stata emanata una legge che, non parlando di matrimonio, riconosce questo tipo di unioni di fatto.

A differenza del quotidiano Libero uso correttamente il termine italiano omossessuale, evitando il sostantivo americano gay, derivato dall’aggettivo che significa allegro.

PROGRAMMI E PROGETTI

31 Dic

clessidra

In lingua inglese ciò che è trascorso anche da un secondo si esprime al passato remoto, in lingua ebraica non esiste il tempo presente. La vita è fatta di attimi, ben espresso dal carpe diem latino.

Teniamone conto, mentre facciamo programmi e progetti per i prossimi 365 giorni.