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CINQUE DONNE

9 Ott

Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abrahamo”. Così comincia la storia di Gesù secondo Matteo, che inizia da Abramo, capostipite degli ebrei. Una genealogia incompleta e simbolica, divisa in tre gruppi di quattordici persone.

In tutta questa lista di nomi di uomini – sono loro quelli che contano! – sono nominate cinque donne, Tamàr, Racàb, Ruth, la “vedova di Uria” e Maria di Nazareth. Donne sicuramente diverse tra di loro, per epoca e per destino, ma che lasciano un segno nella storia di Israele.

Sappiamo che quella biblica non è una storia solo di gente per bene. Pensiamo alla facilità con cui Esaù cedette la primogenitura, il racconto del fatto si conclude con la considerazione “Tanto poco stimò Esaù la primogenitura”, o l’inganno con cui Giacobbe estorse la benedizione dal padre Isacco.

La prima donna, Tamar, era la moglie che Giuda, fratello di quel Giuseppe venduto per invidia a una carovana di egiziani, aveva preso per il primogenito Er, come leggiamo in Genesi 38. Dopo la morte di due dei tre figli, Giuda allontanò Tamar, che avrebbe avuto il diritto di sposare il più giovane in base alla legge del levirato, invitandola a tornare a casa di suo padre come vedova, per paura che anche anche il terzo figlio morisse. Che le donne portino sfortuna?! Eppure gli ebreri non credevano nella fortuna.

Tamar, per rivendicare il suo diritto, un giorno in cui Giuda salì dalle sue parti, si finse prostituta per passare una notte con lui nel tentativo, riuscito, di rimanere incinta di lui. Giuda fece una pessima figura, ma da quell’incontro nacquero due gemelli, il primo dei quali fu chiamato Perez, che ritroviamo in Matteo 1 con il nome di Farez.

La seconda donna della genealogia è Racab. Di lei leggiamo, in Giosuè 2, che nascose gli esploratori mandati a Gerico da Giosuè. Potremmo avere molto da dire su questo tradimento verso il re di Gerico, che lei compì per mettere in salvo la sua famiglia, ma la Scrittura ci dice che lo fece perché aveva riconosciuto la sovranità del Signore.

Di Ruth potremmo anche non parlare, tanto è famosa la sua promessa, “Ma Ruth replicò: “Non insistere con me che ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch’io, e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio. Dove morirai tu, morirò anch’io e lì sarò sepolta. Il Signore mi faccia questo male e altro ancora, se altra cosa, che non sia la morte, mi separerà da te”. Questa promessa spesso è usata nei matrimoni, in realtà è fatta, cosa non da poco, da una nuora a una suocera!

Tornate assieme al paese di Bet Lehem – che conosciamo meglio con il nome di Betlemme – Ruth comincia a lavorare come spigolatrice per Booz, un coltivatore del posto che scopriremo essere suo parente alla lontana. Questi la prende in ben volere perché ha udito parlare della sua fedeltà alla suocera, e finisce con lo sposarla.

È interessante notare che una storia da “cronaca rosa” come questa è stata inserita nel canone ebraico, così come è stato inserito il Cantico dei Cantici, che, prima di un’eventuale lettura in chiave spirituale, è una bella storia d’amore di insegnamento ai giovani.

Alla nascita del figlio di Booz e Ruth, le donne dissero a Noemi: “Benedetto il Signore, il quale oggi non ti ha fatto mancare uno che esercitasse il diritto di riscatto. Il suo nome sarà ricordato in Israele! Egli sarà il tuo consolatore e il sostegno della tua vecchiaia, perché lo ha partorito tua nuora, che ti ama e che vale per te più di sette figli”. Noemi prese il bambino, se lo pose in grembo e gli fece da nutrice. Le vicine gli cercavano un nome e dicevano: “È nato un figlio a Noemi!”. E lo chiamarono Obed. Egli fu il padre di Iesse, padre di Davide.

La storia di Betsabea, che Matteo non chiama per nome, ma ricorda come “moglie di Uria”, è una storia triste fatta di meschinità e di abuso di potere, degna più degli imperatori romani (Svetonio, Vita dei cesari) che di un re di Israele.

Il re Davide, quello che da giovane fu scelto per la successione a Saul e che con un colpo netto di fionda uccise il gigante Golia, quello che ci ha lasciato gran parte dei centocinquanta salmi, fu artefice di un omicidio per riparare all’avventura di una notte, provocando la morte del marito di lei. 

Più avanti, messo di fronte all’evidenza del suo peccato dal profeta Nathan, se ne pentì, non però senza conseguenze.

L’ultima donna in ordine di tempo è Maria di Nazareth, di cui gli evangelici, per reazione a chi ne parla troppo, parlano poco.

Di lei sappiamo che era una tra le tante ragazze di Israele che speravano di dare alla luce il messia che doveva venire, per questo l’angelo Gabriele la chiama “favorita dalla grazia” e lei dice di se stessa “tutte le generazioni mi chiameranno beata”.  Tanto per chiarirci le idee gli ebrei di quel momento non avevano del messia l’idea che ci ha proposto Gesù, ma piuttosto una guida che li avesse liberati definitivamente dai Romani.

I vangeli di questa donna dicono poco. Dopo gli avvenimenti della nascita, ricordati da Matteo e da Luca, la incontriamo a Gerusalemme quando Gesù a dodici anni si mette a discutere con i dottori, alle nozze di Canan, un paio di volte assieme agli altri suoi figli a cercare Gesù, in ultimo sotto la croce e nel cenacolo alla discesa dello Spirito Santo. Di più non dice neanche l’apostolo Giovanni, cui era stata affidata se non materialmente almeno spiritualmente da Gesù sulla croce e che ha scritto il suo vangelo negli anni novanta. Sarà dichiarata assunta in cielo appena nel 1951.

Ma quello che più ci interessa di lei è il suo sì incondizionato, che non va sottovalutato. Se da una parte è un sì di meraviglia e di gioia per essere stata scelta tra tutte le giovani donne d’Israele per dare alla luce il Messia, è anche un sì di completa disponibilità, “ecco la serva del Signore, si faccia di me come hai detto tu”.

Un sì che, dopo la dipartita dell’angelo, sul momento forse le sarà pesato per le conseguenze alle quali si esponeva. Maria era già fidanzata con Giuseppe, e il fidanzamento era un contratto prematrimoniale vincolante. Avrebbe dovuto chiedere il permesso a lui, non rispondere di getto. Tutte cose secondarie rispetto all’annuncio dell’angelo, ma che la mettevano fuori dalla norma.

Il comportamento di due di queste cinque donne non è proprio esemplare, Tamàr si spaccia per prostituta, Betsabea si concede a Davide tradendo il marito. Maria, come abbiamo appena visto, contravviene ad altre regole sociali. Quattro su cinque, inoltre, sono straniere.

L’insegnamento che possiamo ricavarne è che le norme quando ci sono vanno osservate, però con le dovute eccezioni.

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ONESTÀ NEGLI APPALTI

7 Apr

“Nell’anno diciottesimo del re Giosia, il re mandò Safan, figlio di Asalia, figlio di Mesullàm, scriba, nel tempio del Signore, dicendo: “Sali da Chelkia, il sommo sacerdote, perché metta assieme il denaro depositato nel tempio del Signore, che i custodi della soglia hanno raccolto dal popolo. Lo si dia in mano agli esecutori dei lavori, sovrintendenti al tempio del Signore; costoro lo diano agli esecutori dei lavori che sono nel tempio del Signore, per riparare le parti danneggiate del tempio, ossia ai falegnami, ai costruttori e ai muratori, per l’acquisto di legname e pietre da taglio per riparare il tempio. Tuttavia non si controlli il denaro consegnato nelle loro mani, perché lavorano con onestà”. (2 Re 22:3-7)

Il re Giosia (640 -609 a. C.) è rimasto famoso perché, ritrovato un vecchio manoscritto della Legge e resosi conto  che il popolo di Giuda se ne era allontanato, non aggirò ma il problema ma fu artefice di una riforma radicale, che troviamo descritta nel capitolo 22 e 23 del secondo libro dei Re.

(“Riforma” dovrebbe essere anche un termine che ne evoca un’altra più recente).

Pongo l’enfasi  anche sull’operato degli esecutori dei lavori e sulla raccomandazione di Giosia, “Tuttavia non si controlli il denaro consegnato nelle loro mani, perché lavorano con onestà”.

Affermazione d’altri tempi. Già intorno agli anni 30 d. C. le cose erano cambiate,

Gesù entrò nel tempio e scacciò tutti quelli che nel tempio vendevano e compravano; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe e disse loro: “Sta scritto:
La mia casa sarà chiamata casa di preghiera.
Voi invece ne fate un covo di ladri”. (Mt. 21:12-13)

Non che nel tempio non dovessero, allora, esserci i cambiavalute e i mercanti degli animali per i sacrifici, ma le loro attività avevano, detto in termini moderni, cambiamo la destinazione d’uso del  tempio.

COSTITUZIONE

5 Dic

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Ora che col 59,11% abbiamo deciso di confermarla, diamoci da fare affinché, già dall’artico 1, sia attuata appieno.

I mezzi ci sono, altro che chiacchiere!

SE PROPRIO DOBBIAMO

4 Dic

pacchetto-regaloQuello dei regali a natale ormai è un obbligo sociale – un po’ come la visita ai parenti quando si torna in paese, che se vai da uno si offende l’altro – a cui sempre più persone tendono a sottrarsi, come abbiamo scelto di fare anche noi da molto tempo.

Personalmente, bambini a parte, ritengo che i regali non debbano rispettare date fisse, a parte il compleanno che è una data soggettiva, ma nella coppia e, perché no?, anche verso  amici con cui si ha uno stretto rapporto, i regali vadano fatti a sorpresa, senza alcun obbligo di reciprocità, ma solo perché si è visto qualcosa di particolare, non necessariamente costoso, e si è pensato che al/la nostr* partner o a quel/la particolare amic* avrebbe fatto piacere riceverla, in una data qualsiasi dove una persona non si aspetta niente di particolare. Con ciò non escludo assolutamente, per non cadere nell’estremo opposto, quelle le ritualità per cui ad un invito a pranzo ci si presenta con un mazzo di fiori per la signora o con una bottiglia di buon vino.

Sulla valenza dei regali un bel saggio è quello scritto dal filoso Theodor W. Adorno in “”Meditazioni sulla vita offesa” e ben riproposto da Barbara Spinelli anni fa in questo articolo.

La “mercificazione del regalo”, e uso questo termine pensando a tutto ciò che ai tempi di Adorno non era ancora stato pensato, come per esempio la facoltà di pagare un sovrapprezzo per avere la priorità in una fila al museo o ad uno spettacolo, ha raggiunto il suo apice con l’espandersi delle “carte regalo” (gift card, in inglese), come a dire che per me tu vali 25, 50, 100 euro, e poi “veditela tu”. Si può regalare una ricarica telefonica solo ad un/a adolescente, ma verso un adulto è squalificante.

Personalmente io regalo anche i miei libri usati, perché ciò vuol dire sia che li ho letti  sia che conosco i gusti delle persone che li ricevono.

Anche le aziende hanno cominciato a tagliare i regali anche perché molti si trovavano con sei o sette agende sul tavolo. Più di qualche azienda e qualche liber* professionista, nei biglietti di auguri che debbono mandare, anche per una questione di immagine, aggiungono il nome e il numero di c/c di una Onlus alla quale destinare i denari spesi eventualmente per il regalo.

Si dice sempre “basta il pensiero”. Basterebbe pensare a quanta verità c’è dietro questa espressione, che non esclude un regalo fisico, purché di costo contenuto, ma dice soprattutto che a e da una persona a cui si vuol bene prima di esso basta un sorriso, una telefonata, la rassicurazione che quando serve lei c’è, e viceversa.

DI MINESTRE E PRIMOGENITURE

17 Gen

Molti conoscono l’espressione “cedere qualcosa per un piatto di lenticchie” ma forse non tutti sanno che deriva dai tempi in cui la primogenitura era un valore, per l’eredità ma soprattutto, presso gli ebrei, per una benedizione particolare.

Ecco come andò.

“I due bambini crebbero. Esaú divenne un esperto cacciatore, un uomo della steppa, e Giacobbe un uomo tranquillo che se ne stava nelle tende. Isacco amava Esaú, perché la cacciagione era di suo gusto. Rebecca invece amava Giacobbe. Or mentre Giacobbe faceva cuocere una minestra, Esaú sopraggiunse dai campi, tutto stanco. Esaú disse a Giacobbe: «Dammi per favore da mangiare un po’ di questa minestra rossa, perché sono stanco». Perciò fu chiamato Edom [tutti i nomi avevano un significato]. Giacobbe gli rispose: «Vendimi prima di tutto la tua primogenitura». Esaú disse: «Ecco, io sto morendo; a che mi serve la primogenitura?» Giacobbe disse: «Prima, giuramelo». Esaú glielo giurò e vendette la sua primogenitura a Giacobbe. Allora Giacobbe diede a Esaú del pane e della minestra di lenticchie. Egli mangiò e bevve; poi si alzò, e se ne andò. (Genesi 25:27-34).

Lo scrittore conclude la narrazione con un commento molto amaro,”Fu in questo modo che Esaú disprezzò la primogenitura”.

Ci sia da monito per quando sottovalutiamo, trascuriamo o addirittura nascondiamo i doni che il Signore ci ha dato e continua a darci anziché farli fruttare.