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SIAMO TUTTI MASTERSCEF

26 Lug

Tornando in due coppie dal supermercato, le signore disquisivano sulle varie pietanze – ed è già buono che per una volta non parlassero di allergie e cose del genere – “tu come cucini questo e tu cosa ci metti in quest’altro” e sul fatto che molti mariti dicono che “come la mamma preparava la parmigiana…”, senza rendersi conto che questa affermazione è tra le principali cause di divorzio in Italia. 🙂

Io, flemmatico, mi introdussi nel discorso con un secco “Sí, ma il tonno in scatola come lo presento io non lo fa nessun altro!”.

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SENZA NOME

6 Lug

Siete i nonni migliori del mondo

Facendo pulizia trovi un file “senza nome” che tuo nipote aveva salvato in UTENTE e non nella sua cartella del tuo computer il 21/10/2017 per scrivere una dedica per un regalino.

Scoperte che fanno sempre piacere, anche se si sa che “ogni scarafone è bello a nipote suo”.

PUNTO

30 Giu

Il punto, ci hanno insegnato in geometria, esiste ma non ha dimensioni. Sappiamo di lui perché se tracciamo un segmento tra il punto A e il punto B otteniamo una sequenza di punti, chiamata linea, di una certa lunghezza, se poi tracciamo una linea solo dal punto A essa tende all’infinito e se eliminiamo il punto A di partenza abbiamo una linea senza inizio né fine, e già qui per la nostra comprensione cominciano i guai. L’infinito è n+1 e si annota con il simbolo dell’”8 disteso”, ∞ .

L’espressione “mettere i puntini sugli i”, intesa come precisare qualcosa deriva dall’alfabeto latino. Nei manoscritti spesso la i per la sua forma si confondeva e decisero di renderla evidente con un punto (per una ragione analoga scriviamo USA ma non la sola I per indicare l’Italia).

Oltre al punto ci sono molte cose che non vediamo o non udiamo, come gli ultrasuoni percepiti da altre specie animali, o non sentiamo, nel senso etimologico, ben reso dall’inglese to feel.

Molte cose intorno a noi non le vediamo non perché sono invisibili, ma piuttosto perché i nostri stili di vita ci hanno tolto l’abitudine, o meglio, il gusto, di soffermarci sui particolari.

Accade così che in città ci si accorga dei cambi di stagione non dai fenomeni naturali ma dalla differenza dei capi di abbigliamento esposti nelle vetrine dei negozi. Sempre in città siamo così abituati a guardare davanti a noi che ci accorgiamo della bellezza architettonica di alcuni palazzi solo leggendo una guida o quando un nostro ospite, certo più interessato di noi, ce li fa notare.

Non udiamo il nostro interlocutore perché abbiamo dimenticato che dialogo vuol dire sì parlare in due (dal greco dua logos), ma uno per volta e non nel medesimo tempo come purtroppo spesso accade. È una elementare questione di on/off, quando parli tu io ascolto (e non penso già a come risponderti) e viceversa, come nelle comunicazioni unidirezionali in cui si aspetta che l’altro dica “passo” per cominciare a parlare.

La società postmoderna ci ha privato anche di parte dei sentimenti, come la bellezza di mandare o ricevere una lettera scritta a mano. Al piacere dell’aspettativa si è sostituita l’ansia della comunicazione “Ti ho mandato una mail” spesso è il testo di una telefonata o di un sms, pretendendo che il destinatario la legga ma soprattutto risponda subito (consiglio: disattivate le notifiche, si vive meglio). Lo stesso corteggiamento, che è sempre stato alla base della conoscenza tra due persone e del loro eventuale innamoramento, sottostà alla fretta che ci siamo imposti, spesso bruciando tappe che non potranno più essere vissute.

L’infinitamente piccolo ci conduce necessariamente al concetto di tempo, che, come sappiamo, è una delle tante convenzioni umane. Il presente di per sé non esiste perché nell’attimo in cui lo viviamo e già passato. È per questo motivo che i verbi nella lingua ebraica non hanno il tempo presente come lo intendiamo noi ma usano il futuro (“Io sarò colui che sarò” è la traduzione letterale dell’”Io sono colui che sono” il nome con cui l’Eterno dice a Mosè di indicarlo agli ebrei), e nella lingua inglese si distingue tra “I am going” (sto andando) e “I go” (vado abitualmente).

Il mare è proverbialmente una somma di gocce e ci rendiamo conto che un deserto, o più banalmente una spiaggia, è in realtà una somma di granellini quando, dopo la doccia tornati dalla spiaggia, ce ne troviamo ancora qualcuno addosso.

Quante cose infinitamente piccole, anche se più grandi del nostro punto, si possono scoprire se, abbandonato il Centro commerciale, facciamo un giro con attenzione tra cassetti e contenitori in vetro della vecchia bottega sotto casa o se, lasciata l’autostrada, ci addentriamo nella foresta di strade secondarie poco frequentate, ma con dei tesori nascosti al viandante veloce.

GIRASOLO

27 Giu

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Nome di fiore, m. s.

Il Piccolo Principe ha la sua rosa, quella che lui solo sa distinguere tra tutte le altre, che è diversa da tutte le altre perché è lui che l’ha curata.

Io ho il mio girasole. Mi piacciono i girasoli per il loro colore, per il loro movimento, per il richiamo a Vincent Van Gogh che ne ha dipinti tanti e, si sa, un po’ – ho scritto un po’, non allargatevi! – di pazzia non guasta.

L’anno scorso ne avevo nove ma quest’anno è andata così.

Uno, figlio unico.

Il che mi pone un problema linguistico: debbo chiamarlo col nome comune di girasole in quanto più o meno visibilmente segue il corso del sole o girasolo, perché poverino quest’anno non ha fratelli, anche se è in compagnia di tante bei fiori suoi, come dire?, cugini? 🙂

METTERSI IN GIOCO

19 Giu

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Mettersi in gioco, ma non a un tavolo da poker.

Mettersi in gioco, superare i limiti auto imposti, che spesso sono scuse, essere convinti delle proprie idee e saperle difendere ma allo stesso tempo essere aperti al nuovo, alle idee dell’altro.

Mettersi in gioco, forse si può perdere, ma ci si può rialzare.

Mettersi in gioco, a stare fermi non si conclude nulla e si invecchia prima.

Mettersi in gioco, vivere!

Facile? Può darsi, io non l’ho scritto.

ORAZIO

20 Mag

Nome maschile, dal latino Horatius.

A quanti ricordano i loro studi di storia ne tornano in mente almeno due:

Orazio Coclide, per il suo nome strano. Eroe mitico romano del V secolo che difese da solo il ponte che conduceva a Roma contro l’attacco degli Etruschi guidati da Porsenna. Forse per non distrarre l’enfasi dalla battaglia gli insegnanti non ci dissero che coclide, più banalmente, vuol dire orbo.

Gli Orazi e Curiazi, dei primi era discende anche l’Orazio appena descritto, secondo Tito Livio erano due famiglie di cugini che troviamo nel mito di Romolo, fondatore di Roma, nella guerra che li vide gli un gli uni a difesa di Roma gli altri di Albalonga. La realtà storica è un po’ diversa ma a distanza di tanti anni perché scomodarla?

Coloro che hanno studiano al liceo classico non possono non aver incontrato Quinto Orazio Flacco, uno dei maggiori poeti dell’antichità. Epicureo, sempre alla ricerca del significato della vita, e ciò dovrebbe bastare a rivalutarlo e a farci riflettere.

L’Orazio più famoso è però colui che compare nell’Amleto di Shakespeare. È lui che, nella tragedia del principe al quale lo zio aveva ucciso il padre per impossessarsi del trono e che aveva sposato la madre senza rispettare i tempi del lutto, gli è sempre vicino, come amico, consigliere e spalla. Senza di lui l’opera sarebbe monca.

La figura di Orazio nell’Amleto deve farci riflettere non tanto sul suo ruolo istituzionale, quanto a quello di amico e di confidente di cui, in determinati momenti della vita ognuno di noi ha bisogno.

Amico non è colui che c’è sempre, ma sai che quando serve c’è, e non è un gioco di parole.

DI PASSAPORTI E DI ETICHETTE

6 Mag

Trubar_Primoz

Primož Trubar è una persona poco conosciuta in Italia, paese che non ha vissuto la Riforma. Nato nel 1508 in Carniola, nella attuale Slovenia, fu dapprima sacerdote cattolico e in seguito pastore luterano in Germania.

Si avvicinò al luteranesimo alla scuola del vescovo cattolico Pietro Bonomo, di Trieste. Fu contemporaneo anche di Pier Paolo Vergerio, teologo e vescovo cattolico italiano di Capodistria durante il dominio veneziano.

Fu un’importante figura nella storia slovena perché nel 1550 pubblicò il Catechismo, primo libro in sloveno dando ad esso la dignità di lingua, seguìto poi dall’Abbecedario e da un’altra ventina di libri, i più importanti dei quali furono il Nuovo Testamento e il libro dei Salmi. Fu per gli sloveni quello che Lutero fu per i tedeschi.

Prima della Riforma protestante iniziata nel 1517 con le novantacinque tesi affisse da Lutero e della reazione cattolica con la Controriforma del 1545, i cristiani di idee diverse si frequentavano, come dovrebbe essere naturale, senza guardare passaporti o etichette. Ciò che per estensione dovrebbe essere in tutti i rapporti della società.