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E SE NON CI “SELFASSIMO”?

26 Lug

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È di una decina di giorni fa la notizia della signora che per farsi un selfie in una mostra di Londra ha provocato un effetto domino dal costo di 200.000 dollari.

Questa mattina La Stampa riporta la notizia di una quindicenne morta nel tentativo di farsi un selfie estremo.

TriestePrima invece ci racconta di un giovane che si è fatto filmare mentre si tuffava dal molo Audace di Trieste per sfidare la tempesta, con il risultato della figuraccia di essere salvato dalla Guardia Costiera.

Tutti comportamenti estremi, che si accompagnano all’uso irresponsabile del cellulare o dello smartphone alla guida, che ha visto l’inasprimento delle sanzioni, ma anche da parte di molti pedoni che, guardando lo schermo, vanno a sbattere il naso da qualche parte.

Fenomeno del momento? Se così fosse speriamo finisca presto, però sembra più mania di protagonismo e ansia di risposta, per non parlare dei gesti estremi degli adolescenti sui binari ferroviari, fenomeni ormai monitorati dalla Polizia Ferroviaria.

Cose già dette, ma val bene ripetere che è più importante la persona che le sue troppe fotografie che uno smartphone ci permette di fare, che una telefonata vale dieci messaggi WhatsApp, e che le relazioni faccia a faccia, quando possibili, valgono molto di più.

Senza sottovalutare il rischio di eventuali divieti indiscriminati che andrebbero a colpire tutti, anche coloro che delle tecnologie fanno un uso cosciente e responsabile, e che rammentano i cartelli in alcuni esercizi commerciali “PER COLPA DI QUALCUNO NON SI FA CREDITO A NESSUNO”.

Pensiamoci.

P.s. Mio nipote, 10 anni, al mare ha comperato un bastone per i selfie… mi sono tranquillizzato quando ho visto che lo usa per grattarsi la schiena. 🙂

TESSERE RELAZIONI

31 Mag

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Dopo aver chiarito che è serio chiamare nuove tecnologie quelle che veramente lo sono e non l’informatica in generale e che i nativi digitali spesso sono solo smanettoni, dobbiamo insistere a chiamare i Social Network col termine corretto di Social Media e non solo per una questione di proprietà di linguaggio che spesso dimentichiamo nei calchi dalle parole straniere.

Social Network, infatti, è la traduzione inglese di rete sociale, realtà che sono sempre esistite, molto prima di internet e del Web.

Rete, in senso di comunicazione, come si usa anche nel linguaggio industriale, “fare rete”, o per citare la Volpe del Piccolo principe “creare dei legami”, tessere relazioni.

Relazioni che sono sempre esistite, a cominciare dalle donne che andavano al pozzo a prendere l’acqua, come faceva “Dina, la figlia che Lia aveva partorita a Giacobbe, che uscì a vedere le ragazze del paese” (Genesi 34:1), e che ora formano le “comitive” e si incontrano nei centri commerciali o le “bande” spesso rivali dei bambini delle elementari con i nomi più fantasiosi (“Il club dei casinisti” è quella di mio nipote), fino al loro naturale scioglimento quando i ragazzini alle medie cominciano a lavarsi di più e a guardare con imbarazzo, timidezza e interesse le ragazzine, formando gruppi di coppiette a sentir loro indivisibili.

Come quando in paese moriva Gigi e lo si sapeva subito, prima dell’affissione dei manifesti, così come se la Maria si sposava lo sapevano tutti, e la solidarietà, assieme a molte invidie e qualche cattiveria, era una cosa tangibile.

Queste reti sociali debbono essere riproposte e rivissute, non in modalità 2.0 ma di persona, come hanno cominciato timidamente a fare dall’anno scorso in qualche condominio a Milano e non solo, istituendo una spontanea banca del tempo di mutuo aiuto, passando avanti gli abiti buoni ma piccoli dei bambini e così via. Anche il crescente fenomeno del book crossing è, a suo modo, una rete sociale tra ignoti che sembra funzionare.

Andare a trovare qualcuno per il piacere di farlo, anche senza preavviso, perché si passa di lì, come succedeva con mia suocera che in paese di giorno aveva la porta sempre aperta e qualcuno, passando di fretta, la apriva e lanciava un semplice saluto vocale.

O come succede tuttora, d’estate, al trullo, che per antonomasia è un luogo aperto. Salvo le ore canoniche pomeridiane nelle quali in estate nessuno si sogna di andare a disturbare nessuno, l’ospite all’improvviso è all’ordine del giorno e della sera, ci si siede e “si ragiona” (si dialoga) per un un po’.

In città tutto è un po’ più complicato, e  spesso meno spontaneo, vuoi per gli impegni di lavoro, vuoi per le distanze (una delle quali è la difficoltà di parcheggio), però, suvvia, il tempo quando si vuole si trova.

Ora che le giornate si allungano, (a fine settimana avremo anche l’ora legale, con relativo tormentone, ma questa è un’altra storia) incontrarsi con una o più persone per un progetto comune o anche solo per il piacere di stare assieme, rinvigorisce lo spirito.

Ben vengano i Social Media intesi come Social Network perché quando la lontananza è reale, scambiarsi un’email, una foto su WhatsUp o su Telegram o parlarsi con Skype fa bene. Molti Silver surfer (i vecchietti digitali) hanno imparato a usare queste tecnologie, che loro chiamano diavolerie, per tenersi in contatto con i figli che abitano altrove e, in questo modo, vedere crescere i nipoti.

Purché se ne sappia fare l’uso adeguato e non sostituiscano il contatto umano. Molti non hanno più i genitori o i nonni a cui chiedere “Ma come facevate senza telefono?!”.

SCELTE DI FEDE E (NUOVE) TECNOLOGIE

18 Mag

Tempo fa in campo ebraico ci fu un dibattito se fosse o meno lecito installare la Torah sullo smartphone, perché alcuni sostenevano che sarebbe avvenuto a discapito del rispetto del testo.

Dovremmo però tener sempre presente che ciò che è sacro è il testo e non questa o quella traduzione, e ancor meno il supporto, sia cartaceo sia elettronico.

Della Bibbia in italiano esistono diverse app, in differenti traduzioni, scaricabili scaricabili quasi tutte gratis. Un ottimo strumento per avere la Parola di Dio sempre a portata di mano.

Il monachesimo “cristiano” è sorto nel IV secolo. Cristiano tra virgolette perché il Vangelo ci chiama a rimanere nel mondo e testimoniare in esso la nostra fede con la nostra vita.

La clausura è una forma estrema di monachesimo che comanda la separazione fisica dal resto del mondo. Ancora una volta con regole più restrittive per le donne. Rammento, durante una visita al monastero maschile di Monte Rua, in Veneto, la panca esterna dove erano sedute le donne ma una di loro, discutendo con uno dei monaci, senza propriamente entrare mise comunque un piede dentro, per dimostrare che se potevano discorrere sull’uscio sarebbe potuta anche entrare.

Le suore clarisse di Oristano sono sbarcate sui Social Media. Questa è la notizia riportata da La Stampa, con il rimando all’esperienza di un breve viaggio di una suora che trae le sue conclusioni “Che pena il mondo là fuori”.

Oltre al fatto che si potrebbe discutere se, in assoluto, il mondo qui fuori faccia veramente pena, come può sembrare ad una suora che non lo vede da 67 anni. Quando torniamo in un luogo che abbiamo lasciato anni fa giocoforza troviamo dei cambiamenti. Sessantasette anni fa c’erano meno urbanizzazione e meno automobili, i centri commerciali dovevamo ancora importarli, la microcriminalità era un fenomeno marginale e tutto il resto.

Il punto però è stabilire se veramente le clarisse che sono sbarcate su WhatsApp possano essere ancora considerate di clausura, cioè se basti la sola assenza del contatto fisico a determinare il loro stato.

TESSERE RELAZIONI

22 Mar

Dopo aver chiarito che è serio chiamare nuove tecnologie quelle che veramente lo sono e non l’informatica in generale e che i nativi digitali spesso sono solo smanettoni, dobbiamo insistere a chiamare i Social Network col termine corretto di Social Media e non solo per una questione di proprietà di linguaggio che spesso dimentichiamo nei calchi dalle parole straniere.

Social Network, infatti, è la traduzione inglese di rete sociale, realtà che sono sempre esistite, molto prima di internet e del Web.

Rete, in senso di comunicazione, come si usa anche nel linguaggio industriale, “fare rete”, o per citare la Volpe del Piccolo principe “creare dei legami”, tessere relazioni.

Relazioni che sono sempre esistite, a cominciare dalle donne che andavano al pozzo a prendere l’acqua, come faceva “Dina, la figlia che Lia aveva partorita a Giacobbe, che uscì a vedere le ragazze del paese” (Genesi 34:1), e che ora formano le “comitive” e si incontrano nei centri commerciali o le “bande” spesso rivali dei bambini delle elementari con i nomi più fantasiosi (“Il club dei casinisti” è quella di mio nipote), fino al loro naturale scioglimento quando i ragazzini alle medie cominciano a lavarsi di più e a guardare con imbarazzo, timidezza e interesse le ragazzine, formando gruppi di coppiette a sentir loro indivisibili.

Come quando in paese moriva Gigi e lo si sapeva subito, prima dell’affissione dei manifesti, così come se la Maria si sposava lo sapevano tutti, e la solidarietà, assieme a molte invidie e qualche cattiveria, era una cosa tangibile.

Queste reti sociali debbono essere riproposte e rivissute, non in modalità 2.0 ma di persona, come hanno cominciato timidamente a fare dall’anno scorso in qualche condominio a Milano e non solo, istituendo una spontanea banca del tempo di mutuo aiuto, passando avanti gli abiti buoni ma piccoli dei bambini e così via. Anche il crescente fenomeno del book crossing è, a suo modo, una rete sociale tra ignoti che sembra funzionare.

Andare a trovare qualcuno per il piacere di farlo, anche senza preavviso, perché si passa di lì, come succedeva con mia suocera che in paese di giorno aveva la porta sempre aperta e qualcuno, passando di fretta, la apriva e lanciava un semplice saluto vocale.

O come succede tuttora, d’estate, al trullo, che per antonomasia è un luogo aperto. Salvo le ore canoniche pomeridiane nelle quali in estate nessuno si sogna di andare a disturbare nessuno, l’ospite all’improvviso è all’ordine del giorno e della sera, ci si siede e “si ragiona” (si dialoga) per un un po’.

In città tutto è un po’ più complicato, e  spesso meno spontaneo, vuoi per gli impegni di lavoro, vuoi per le distanze (una delle quali è la difficoltà di parcheggio), però, suvvia, il tempo quando si vuole si trova.

Ora che le giornate si allungano, (a fine settimana avremo anche l’ora legale, con relativo tormentone, ma questa è un’altra storia) incontrarsi con una o più persone per un progetto comune o anche solo per il piacere di stare assieme, rinvigorisce lo spirito.

Ben vengano i Social Media intesi come Social Network perché quando la lontananza è reale, scambiarsi un’email, una foto su WhatsUp o su Telegram o parlarsi con Skype fa bene. Molti Silver surfer (i vecchietti digitali) hanno imparato a usare queste tecnologie, che loro chiamano diavolerie, per tenersi in contatto con i figli che abitano altrove e, in questo modo, vedere crescere i nipoti.

Purché se ne sappia fare l’uso adeguato e non sostituiscano il contatto umano. Molti non hanno più i genitori o i nonni a cui chiedere “Ma come facevate senza telefono?!”.

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“VIENI E VEDI”

12 Mar

Il “vieni e vedi”, che ho scritto nella mia bio su Twitter (@ardovig) è un invito ad entrare e curiosare, come si fa nelle nelle botteghe, senza obbligo di acquisto e se ci si trova bene si torna volentieri e condividere l’esperienza con gli amici.

La frase non è mia. La si trova due volte in Giovanni 1:35-51. Nel versetto 46 Filippo dice a Natanaele di aver trovato il Messia. Di fronte all’osservazione di questi, che da Nazareth non poteva venire qualcosa di buono, gli risponde “vieni e vedi“, verifica da te stesso.

Alcune bio su Twitter sono professionali, altre scherzose, ma tutte rivelano qualcosa di chi le scrive. Poi, bisogna verificare leggendo, come si fa con le etichette sulle confezioni degli alimenti. Non sono necessariamente ingannevoli, piú semplicemente il contenuto può  piacere o meno. Non occorre essere d’accordo su tutto, perché è nella diversità delle opinioni che si impara e si cresce.

A PROPOSITO DELLA CENSURA DI FACEBOOK

9 Set

Scrivevo, più di un anno fa, perché c’è nudo e nudo. La parte in grassetto è quella che riguarda la censura di Facebook.

DIPENDE DA NOI UOMINI

La prima foto è di una donna, probabilmente bella, così accovacciata non si vede un gran che. Come ho scritto un po’ di tempo fa a proposito dei calendari, usando la stessa foto, non è il nudo in sé – sia femminile sia maschile – ad essere provocatorio, ma il messaggio che convoglia e l’atteggiamento di chi lo guarda.

donna

Le tre successive sono altri tre nudi famosi, di cui nessuno si scandalizza.

enea

vietnam

berlino

Solo una persona mentalmente instabile può vedere una bambina nuda anziché Phan Thị Kim Phúc, la bambina disperata in fuga dal villaggio di Trang Bang, Vietnam del Sud.

L’ultima foto mostra la protesta pacifica delle ragazze indonesiane, molto diversa da quella provocatoria delle Femen, che rivendicano il loro diritto di essere e vestirsi da giovani.

filippine

Gesù di Nazareth diceva che è l’occhio, cioè l’intenzione con cui un uomo guarda una donna, che lo fa cadere in peccato, non la donna che guarda (e ai suoi tempi le donne erano certamente vestite).

L’uomo maturo, adulto, sa guardare senza desiderio quando ciò non è lecito, se è lecito basta chiedere nel modo giusto e non imporre.

I bambini e gli adolescenti devono essere ducati a questa distinzione fin da piccoli, per trovarsi da adulti in un mondo migliore.

SOCIAL MEDIA E NON SOLO

9 Ago

Ci sono delle raccomandazioni che andrebbero fatte solo alle persone inesperte  e alle e agli adolescenti. Le persone adulte non avrebbero bisogno che si parli loro ancora di hate speech e Netiquette.

Ma, contrariamente alle aspettative di maturità, gli insulti sembrano crescere.

Vietare è pericoloso perché, come qualche volta accade, gli automatismi dell’elettronica non distinguono i limiti, ma isolare queste persone, iniziando col  non rispondere alle provocazioni, è una delle buone pratiche da adottare.

Affinché i Social Media continuino ad essere delle agorà civili in cui si può non condividere il pensiero dell’altro, ma si dissente con un intervento garbato.