Archive | ottobre, 2015

FARSI SENTIRE DAGLI UOMINI

31 Ott

Su noino.org

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DIVERGENZE CULTURALI

29 Ott

Marguerite Yourcenar in una pagina del celeberrimo Memorie di Adriano ci informa di come durante gli ultimi giorni di Gerusalemme, prima che alla città fosse cambiato il nome in Ælia Capitolina tanto per far capire chiaramente chi comanda “furono commessi degli errori, rimediabili in se stessi, ma di cui seppero profittare i mestatori.

La Decima Legione di Spedizione ha per emblema un cinghiale; l’insegna fu affissa alle porte della città, come d’uso, e la plebaglia, poco avvezza ai simulacri dipinti o scolpiti di cui, da secoli, la tien priva una superstizione poco propizia ai progressi delle arti, prese quell’immagine per quella di un porco e ravvisò in questo fatto insignificante un insulto ai costumi di Israele”.

Il racconto poi prosegue con il divieto imposto della lettura delle gesta di Ester nella celebrazione del capodanno ebraico, e della circoncisione, fino alla concessione agli ebrei di recitare le preghiere davanti a quello che noi chiamiamo muro del pianto e loro muro occidentale, “un giorno all’anno, il 9 del mese di Ab”.

Detto sinteticamente, l’Impero Romano era molto tollerante verso i popoli sottomessi, imponeva loro solo il riconoscimento dell’imperatore, che visto dalla loro parte era un dio da aggiungere agli altri, e il pagamento delle tasse. Molto tollerante, fino ai tempi di Adriano, verso Israele che adorava l’unico Dio, e intransigente verso i popoli dell’attuale Romania a cui impose l’uso del latino. I romeni, infatti, sono l’unico popolo a parlare una lingua neolatina nel mondo slavo.

L’errore commesso dalla Decima Legione di non considerare gli interdetti ebraici entrando a Gerusalemme deve ricordarci i diversi modelli culturali, non solo nella lingua, delle persone straniere con le quali molti di noi entrano in contatto ogni giorno. Cose normali per noi possono non esserlo per loro e viceversa.

COSE BELLE

28 Ott

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Chi vede solo le cose brutte della vita consideri questo pianoforte a disposizione gratuita dichi sa suonare nella stazione di Padova. La più bella pensata dopo il bookcrossing.

BUONGIORNO

28 Ott

Oggi  

Non è un “cogli l’attimo” o peggio un vivere “alla giornata”, ma vivere giorno per giorno confidando nel Signore.

(Il testo intero in Matteo 6:25-34)

“CAINO, DOV’È TUO FRATELLO?”

27 Ott

Che fine hanno fatto i vari “mai più”? Sembra che le ripetute “riunioni urgenti” a Bruxelles più che trovare soluzioni sfocino in più di un NIMBY (Not in My Back Yard, Non nel mio cortile), anche di fronte al serpentone di esseri umani, persone, che stanno attraversando la vicina Slovenia.

L”evaporazione dell’emozione collettiva del momento è ben rappresentata da questo disegno

Alex

poi, come cantava Gino Paoli in “Quattro amici al bar”, ognuno a rincorrere i suoi guai.
Però, facciamoci caso, i due bambini simbolo assieme a tutte le altre persone in marcia sono “guai” nostri, pur non essendo nessuno di noi responsabile in prima persona come lo fu Caino e al dì la delle distinzioni fatte dalle istituzioni.

Scrivevo, il giorno dopo il ritrovamento del cadavere del piccolo Alyan Kurdi sulle coste della Turchia, tralasciando volutamente l’accenno al bambino trovato in posizione fetale in un trolley.

IO NON MI INDIGNO
Dopo l’immagine simbolica di Enea che fugge da Troia, dopo quella reale di Kim Phuc terrorizzata che scappa nuda dal suo villaggio in Vietnam o dell’uomo parimenti nudo ripreso di spalle che fugge da Berlino abbiamo bisogno di un’altra icona per capire la stupidità della guerra?
Mi indigna di più un’inutile ONU che si prende un mese di tempo per organizzare una conferenza di pace. Se poi, come accadde per il Vietnam quando il tempo passava solo in riunioni a discutere sulla forma del tavolo delle trattative, te la raccomando.
Mi indigna di più la comunità ebraica che alza la voce contro una presunta marchiatura, che invece è un fatto organizzativo con pennarello delebile, ma non dice niente su ciò che Israele fa da lungo tempo contro i palestinesi, bambini compresi, anche il 20 dicembre, giorno dei diritti dell’infanzia (io distinguo sempre tra ebrei, sionisti e stato di Israele).
Mi indigna di più un capo del governo che riceve il suo omologo israeliano e non gli pone neppure una domanda sui palestinesi, bambini compresi.
Mi indigna di più uno stato che all’articolo 11 della sua costituzione ripudia la guerra ma intanto vende armi, come nel film con Albero Sordi “Finché c’è guerra c’è speranza”.
Mi indigna di più uno stato che non si cura dei suoi bambini – forse perché non votano – ma ha la natalità più bassa d’Europa, non ha una seria politica di sostegno all’infanzia, vede crescere giorno per giorno il numero dei bambini a rischio povertà e abbandono scolastico, dove il primo bicchiere ormai è a undici anni e il bullismo è dilagante.
Mi indignano di più quegli organi di informazione che oggi pubblicano in prima pagina la fotografia di Alyan ma non si sa bene dove fossero durante tutti questi anni di guerra in Siria (per citarne solo una).
Mi indignano di più quelle Onlus che cavalcheranno l’onda di questa fotografia per suscitare sentimenti di pietà nei singoli, in te e in me, quando sappiamo che la guerra è un gioco sporco dei potenti per soddisfare i loro interessi, che spesso non coincidono affatto con quelli dei poveri cristi, bambini compresi.
Ciao, Alyan Kurdi, riposa in pace. Tra un paio di giorni verrai dimenticato come tutti gli altri, tra una partita di calcio e un film della Mostra del cinema di Venezia.

CORPOREITÀ DELLA SPIRITUALITÀ

25 Ott

Ho iniziato a leggere “Il risus paschalis e il fondamento teologico del piacere sessuale” di Maria Caterina Jacobelli. Il libro trae origine da un’usanza durante la messa di Pasqua nei paesi di lingua tedesca, di cui in Italia si sa poco.

È un libro di teologia sessuale, anche se a molti questo aspetto della teologia può sembrare strano.

Nella premessa l’autrice rammenta ciò che le scrisse Maria-Dominique Chenu a cui il libro è dedicato.“Ne parlez jamais de la joie, madame: parlez tojours du plaisir: autrement ils peuvent vous la spiritualiser”.

Gioia contrapposta a piacere, così come è più corretto chiedere “per favore” che “per piacere”.

Le premesse del libro, ovviamente, sono i racconti della creazione dell’uomo e della donna in Genesi 1 e 2 e il Cantico dei Cantici.

Nell’attesa di leggere gli atti del Sinodo cattolico sulla famiglia, mi domando se abbiano tenuto conto di questa realtà.

TRA DUE MESI SARÀ NATALE

25 Ott

Ha senso per il cristiano di oggi ricordare il Natale, soprattutto sapendo che il 25 dicembre non c’entra nulla, perché i Romani erano sufficientemente avveduti per non indire un censimento in inverno, ma è la sostituzione della festa del dio Sole, qualche giorno dopo l’equinozio d’inverno, e più in generale, ha senso condividere le altrui feste religiose?
Sì e no, a seconda delle circostanze, di proposito ho scritto ricordare e non celebrare.
Può aver senso farlo per spiegare ai bambini piccoli cos’è, visto che con tutta probabilità ne avranno già parlato a scuola e forse imparato qualche canzoncina, un po’ come gli ebrei spiegavano e spiegano ai bambini cosa significa per loro il rito della Pasqua (Esodo 12:26-27) . Ai più piccoli è bene lasciare le loro innocenti illusioni, Babbo Natale, Befana eccetera (e ai genitori l’illusione che i bambini ci credano 🙂 ) che se ne andranno di là a qualche anno, con i più grandi in famiglia si può cominciare a spiegare che non ha nessuna importanza sapere il giorno esatto, magari spiegando il controsenso del censimento d’inverno, perché d’inverno anche in Palestina fa freddo, ma la cosa importante è che Gesù sia venuto al mondo e perché è venuto, magari leggendo assieme le narrazioni che ne fanno Luca e Matteo, suscitando le loro domande.
Possiamo cogliere l’occasione per parlarne, a seconda delle convenienze sociali, con i nostri amici e colleghi, ovviamente nel rispetto delle altrui opinioni, e far notare che il 25 dicembre non è una data fissa perché i milanesi, che seguono il rito ambrosiano, e i cristiani ortodossi lo celebrano in altra data, e pure a loro far notare che la data non è importante.
Il natale ormai è una festa essenzialmente consumistica, ed è anche su questo aspetto che possiamo e dobbiamo dire la nostra, con convinzione ed evitando la retorica.
Riscontro una ipocrisia o almeno incoerenza in quei cristiani che dicono di non credere al Natale, non lo celebrano, però il 25 dicembre telefonano per fare gli auguri. Io preferisco un neutro “buone feste”, che copre il periodo dal 25 dicembre a capodanno, sia perché non credo al Natale in quanto festività sia perché non so se ci crede chi riceve il mio augurio.
Certo, non parteciperò alle processioni e agli eventi squisitamente religiosi presenti specialmente nei paesi  e nelle piccole città,  ma parteciperò alla cerimonia di matrimonio di amici cattolici o ebrei, pur dissociandomi nelle parti essenziali dei loro riti. Anche questo è rispetto per le convinzioni (o presunte tali) altrui.
Non possiamo estraniarci dalla realtà, senza passare per asociali, anche perché da fine novembre al 6 gennaio siamo, soprattutto nelle città e dai media, avvolti in una full immersion di stucchevole pubblicità e di insistenti inviti dalle Onlus a essere più buoni. Io cestino senza aprirle tutte le email di richiesta fondi che ricevo sotto natale nella convinzione che o si è buoni tutto l’anno o è un buonismo di facciata.
Nello stesso tempo in nel quale la Chiesa cattolica celebra il Natale gli ebrei dal 18 al 25 dicembre, festeggiano hanno la “festa delle luci” (hanukkah), o festa della dedicazione, in ricordo della ridedicazione del Tempio, ricordata in Giovanni 10:22, questa sì avvenuta d’inverno (il 25 dicembre). Non la si trova nelle bibbie evangeliche ma in fonti ebraiche extra bibliche tra  le quali 1° Maccabei 4:36-61 (per inciso il Concilio di Trento, quello della controriforma ha inserito 1° e 2° Maccabei tra i libri dueterocanonici, quei sette testi scritti in lingua greca che non appartengono al canone ebraico ma si trovano, assieme ad altri sette, in alcuni manoscritti della LXX, che noi chiamiamo apocrifi, e agli ebrei è vietato leggerli).
Quanto ai simboli. Il presepe, con tutto rispetto per Francesco d’Assisi che fu il primo a proporlo lo escludo, per insegnare anche ai bambini che la fede non ha bisogno di rappresentazioni.
L’albero di natale è un simbolo di origine pagana, che niente ha a che fare con il natale, e può essere usato per ornare la casa come elemento estraneo alla natività ma legato al periodo festivo (in un ospedale nel periodo pasquale ho visto un bell’albero di Pasqua, composto da una pianticella con delle uova appese ai rami).
Ben fanno questa volta gli americani e i canadesi che hanno spostato il valore religioso della festa al Ringraziamento (Thanksgiving, in inglese, festa in cui la famiglia si riunisce, e al natale riconoscono solo l’aspetto commerciale). Non dimentichiamo che il Babbo Natale vestito di rosso che conosciamo oggi è un prodotto della Coca Cola.
Più interessante è il discorso dei regali. I regali, di natale, pasqua, matrimonio eccetera, avevano un senso nella società di un tempo, dove le classi sociali, ma anche le disponibilità economiche erano differenti da persona a persona. Le uova di Pasqua hanno origine contadina, e agli sposi si dava una mano a “metter su casa”. Nella nostra società abbiamo ancora bisogno di regali?
Quello dei regali a natale ormai solo è un obbligo sociale – un po’ come la visita ai parenti quando si torna in paese, che se vai da uno si offende l’altro – a cui sempre più persone tendono a sottrarsi, come abbiamo scelto di fare anche noi da molto tempo.
Personalmente, bambini a parte, ritengo che i regali non debbano rispettare date fisse, a parte il compleanno che è una data soggettiva, ma nella coppia e, perché no?, anche verso  amici con cui si ha uno stretto rapporto, i regali vadano fatti a sorpresa, senza alcun obbligo di reciprocità, ma solo perché si è visto qualcosa di particolare, non necessariamente costoso, e si è pensato che a quel/la particolare amic* avrebbe fatto piacere riceverla, in una data qualsiasi dove una persona non si aspetta niente di particolare. Con ciò non escludo assolutamente, per non cadere nell’estremo opposto, quelle le ritualità per cui ad un invito a pranzo ci si presenta con un mazzo di fiori per la signora o con una bottiglia di buon vino.
Sulla valenza dei regali un bel saggio è quello scritto dal filoso Theodor W. Adorno in “”Meditazioni sulla vita offesa” e ben riproposto da Barbara Spinelli in quest’articolo.
La “mercificazione del regalo”, e uso questo termine pensando a tutto ciò che ai tempi di Adorno non era ancora stato pensato, come per esempio pagare un sovrapprezzo avere la priorità in una fila al museo o ad uno spettacolo, ha raggiunto il suo apice con l’espandersi delle “carte regalo”, come a dire che per me tu vali 25, 50, 100 euro, e poi “veditela tu”. Si può regalare una ricarica telefonica solo ad un/a adolescente, ma verso un adulto è squalificante.
Personalmente io regalo anche i libri usati, perché ciò vuol dire sia che li ho letti  sia che conosco i gusti delle persone che li ricevono.
Anche le aziende hanno cominciato a tagliare i regali sia perché molti si trovavano con sei o sette agende sul tavolo. Più di qualche azienda e qualche liber* professionista, nei biglietti di auguri che debbono mandare, anche per una questione di immagine, aggiungono il nome e il numero di c/c di una Onlus alla quale destinare i denari spesi eventualmente per il regalo.
Si dice sempre “basta il pensiero”. Basterebbe pensare a quanta verità c’è dietro questa espressione, che non esclude un regalo fisico, purché di costo contenuto, ma dice soprattutto che a e da una persona a cui si vuol bene prima di esso basta un sorriso, una telefonata, la rassicurazione che quando serve lei c’è, e viceversa.