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GUERRA PREVENTIVA?

6 Ago

Guerra preventiva” è un’espressione che abbiamo imparato a conoscere con George Bush, e che neppure strateghi come Cesare o Adriano avevano pensato. Com’è andata a finire con i sospetti sull’Iraq è cosa nota.

Adesso la stessa guerra preventiva è minacciata daun altro presidente della nazione che settantadue anni fa sgnciò la prima bomba atomica sulle teste degli ignari cittadini di Hiroshima, che se la videro cadere sulle proprie teste.

Forse più che di guerra preventiva è più opportuno parlare di un “divide et impera”?

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RAPPRESAGLIA

28 Giu

Ho segnalato l’intercessione di Abramo contro la distruzione di Sodoma e Gomorra come esempio di un abile mercanteggiare, tirare sul prezzo, tipico dei mercati in Medio Oriente ma anche del nostro Sud, tanto da considerarlo un fatto di costume, ma ancor più della confidenza di Abramo con l’Eterno. “Se ne trovi 50, se ne trovi 40 e via via fino a 10”.

Questo episodio si trova nel libro della Genesi, che gli ebrei chiamano secondo il loro uso di chiamare i libri biblici con i loro incipit “Nel principio”, al capitolo 18.

B’Tselem – The Israeli Information Center for Human Rights in the Occupied Territories riporta la notizia di una rappresaglia da parte di Israele contro una città di 10.000 abitanti.

Fenomeno di guerra, assieme alla decimazione e agli abusi sulle donne, sempre esistito. Episodi simili ci sono stati in Italia durante la seconda guerra mondiale durante l’occupazione tedesca in Italia.

Israele moderno è a tutti gli effetti una nazione laica, ciononostante non dovrebbe dimenticare le sue radici, nelle quali si di che che colui che pecca è quello che morrà e l’intercessione rammentata in apertura. Quale colpa hanno gli altri abitanti della città?

Qualcosa, evidentemente, è cambiato.

GENOCIDIO

10 Mag

Non chiedete di Aleppo alla gente comune, ma ai Plato, agli Erode, ai Caifa di oggi che potrebbero fare ma non fanno.

PESTE E BAMBINI SIRIANI

5 Apr

Perché cambiano le circostanze ma l’effetto è lo stesso. :-/

Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori. Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento.

Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, – no! – disse: – non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete –. Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: – promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così.

Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affaccendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come sur un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: – addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri –. Poi voltatasi di nuovo al monatto, – voi, – disse, – passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola.

Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccia, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato”.

I promessi sposi, capitolo XXIV.

CHE STUPIDAGGINE LA GUERRA(*)

10 Dic

(*) Jaques Prévert in Barbara.

iliadexxiv

L’Iliade, l’han detto in molti, con i suoi ultimi cinquantuno giorni della guerra di Troia, non è un libro di guerra ma di pace che ci intrattiene in banchetti e  in terminabili assemblee che oggi chiameremmo “riunioni di lavoro” pur di non andare in battaglia. Da una parte i troiani assediati, dall’altra l’alleanza dei greci, anche questo suona molto moderno, tutti estenuati da una guerra iniziata dieci anni prima e della quale non si vede la fine, fino alla geniale trovata di Odisseo (Ulisse) e il suo cavallo, a proposito del dono del quale Laocoonte, nell’Eneide, disse di non fidarsi, perché “Temo i Greci anche se portano doni” (II, 49). Libro di pace, l’Iliade, in cui eccelle l’inno alla vita declamato da Achille nel libro IX.

In occasione della Giornata mondale dei diritti umani, per quel che possono valere le giornate, oggi a Trieste verrà declamato il libro XXIV, che tratta la morte di Ettore, l’antieroe, rimasto più famoso di chi l’ha sconfitto.

ILIADE, LIBRO VENTESIMO QUARTO

ARGOMENTO

Achille prosegue a fare strazio del corpo di Ettore. Parole dei Numi. Teti è mandata da Giove perché imponga all’eroe di acconsentire la restituzione del cadavere. Iride, spedita da Giove medesimo, scende in Troia e comanda a Priamo che si rechi alle navi de’ Greci e riscatti da Achille coi doni il corpo del figlio. Priamo, non curando le rimostranze della moglie, si accinge alla partenza. Mercurio, presa la figura di un giovanetto, gli si fa incontro fuori di Troia, e salito sul suo carro gli è di scorta fino all’alloggiamento d’Achille. Priamo è al cospetto dell’eroe. Loro colloquio. Il corpo di Ettore è consegnato al padre. Ritorno di Priamo. Lamenti di Andromaca, di Ecuba e di Elena. Funerali di Ettore.

I TAMBURI DELLA PIOGGIA

2 Nov

Tra due giorni, dopo Ognissanti e i defunti, celebreremo il giorno delle Forze Armate, quello che fino a poco tempo fa era l’Anniversario della Vittoria, risalente al 1918. Dell’anniversario ho un ricordo perché in quarta e quinta elementare andavo con la scuola in treno a Redipuglia con il mio mazzetto di fiori, due garofani uno bianco e uno rosso, con il verde. Anche se come ogni bambino ero più interessato alla gita in treno che all’evento.

Parlare di guerra ha un senso solamente se si guarda alla pace. I tamburi della pioggia di Ismail Kadaré è un libro che comperai anni fa in un’edicola a San Pietro in Bevagna (da quelle parti purtroppo non ci sono librerie nel senso proprio del termine).

Parla della rivolta degli albanesi contro i turchi, una delle tante, nel XV secolo a seguito di Giorgio Castriota, detto Scanderberg.

Lo comperai perché prima della rivoluzione degli anni 90 dal trullo potevo ascoltare i notiziari quotidiani in lingua italiana alle 07:00 e alle 19:00 composti secondo lo stereotipo dei regimi totalitaristi da marcetta, noi siamo i migliori, gli americani sono la peste, marcetta – su noi italiani solitamente poco o niente perché “non si sa mai” -, ma soprattutto per leggere un libro su un pezzo di storia dell’Albania scritto da un albanese.

È un romanzo di guerra, non nella nostra tradizione comune che va da Addio alle armi o Niente di nuovo sul fronte e altri fino purtroppo ai giorni nostri, ma che si avvicina al Ponte sulla Drina di Ivo Andrić, che comunque vale la pena di essere letto per capire un po’ di più dei nostri vicini.

P.s. Quando sono a Trieste i riferimenti geografici sono Austria, Croazia e Slovenia che diventano inevitabilmente Albania, Grecia, Turchia, anche nei “discorsi a tavola” quando sono al trullo.

WW1

26 Ott

Oggi il Presidente della Repubblica è stato in visita ufficiale a Trieste, Gorizia e Doberdò del Lago (GO), in occasione dell’annessione di Trieste all’Italia il 26 ottobre e della vittoria della Grande Guerra il 4 novembre 1918.

Parere personale, ma che senso ha celebrare la guerra con tanto di parata militare, in un momento come questo in cui il mondo continua a dimostrare in tutta evidenza di non aver compreso la lezione del 1918 ma neppure tutte le altre?