Archivio | guerra RSS feed for this section

“NON MOLLARE NOEMI!”

7 Mag

Non ho condiviso, al tempo dell’attentato al Bataclan di Parigi, il “Siamo tutti parigini” e i successivi nell’occasione degli attentati alle metro di Barcellona e di Londra, perché l’empatia si dimostra in altro modo e anche perché non ho mai visto un “siamo tutti” di solidarietà contro gli attentati islamisti nei Paesi mussulmani.

Così come questa mattina mi aspettavo un gesto di solidarietà a Valentina Sestito con un chiaro “Siamo tutti terroni”, che però sembra non essere pervenuto.

Ho scritto però “Non mollare Noemi!”, la bambina di quattro anni che lotta tra la vita e la morte in un ospedale di Napoli.

Da credente accetto per fede ma faccio difficoltà a capire la sofferenza dei bambini, bambini che cadono come moschini sulle lampade all’aperto in estate e che nel loro vocabolario non hanno la parola pace come in Siria e Yemen ma non solo, bambini in ospedale che a differenza degli adulti non sanno darsene una ragione, bambine e bambini che vengono violentati da piccoli e che vivranno quel trauma tutta la vita.

Bambini come Noemi che un attimo prima era sicura con la mamma e la nonna e un attimo dopo in rianimazione in ospedale. Non in guerra, ma nella civilissima Italia.

Noemi non è un simbolo. È una persona e come tale è titolare di diritti giuridici e morali, come ne ha diritto e li può esercitare una bambina di quattro anni.

C’è chi comincia a parlare di situazione irreversibile e di accanimento terapeutico. Non entro nel merito e mi affido alla coscienza e alla capacità dei medici.

È inutile domandare un cambio di rotta a chi fa del male per i propri interessi senza tener conto degli effetti collaterali.

Per questo motivo ho scritto “Non mollare Noemi!”, ma forse anche come gesto di ribellione per come stanno andando avanti le cose e per i morti che contiamo ogni sera.

Alcuni di noi hanno vissuto la stagione degli “anni di piombo”, non fatecela ripetere sotto altra forma!

Annunci

DI GUERRA, GUIDE E TURISMO

1 Feb

Prima delle Lonely Planet esistevano già buone guide turistiche.

Una è Viaggio in Italia di Wolfang J. Goethe, che racconta il suo percorrere la nostra penisola dal 1786 al 1788. Più di qualcuno la giudica vecchiotta perché non considera i voli low-cost e le varie Frecce di Trenitalia. Però offre molti spunti storici dell’Italia del tempo vista da uno straniero, e c’è da tener presente che ai tempi di Goethe la Salerno – Reggio Calabria non era ancora stata completata!

Però la guida per eccellenza, che tocca marginalmente l’Italia citando lo Stretto di Messina resta l’Odissea di Omero. Una guida che Alberto Angela non deve aver letto bene perché, scaduti i diritti d’autore, ne ha fatto una serie televisiva, “Ulisse, il piacere della scoperta”, eppure nell’originale non si trova traccia di un eventuale piacere da parte sua di percorre la distanza di circa 500 chilometri da Troia a Itaca in dieci anni.

Di sicuro è una guida molto ampia. Tralasciati il folclore di Polifemo, della maga Circe che trasformava i suoi ospiti in maiali, ripreso poi da Carlo Collodi in Pinocchio che nel capitolo del Paese dei balocchi fa trasformare i discoli in ciuchi e delle sirene, che nulla avevano a che fare con quella di Andresen, tanto per essere chiari, molto attuale è il racconto del suo naufragio nell’isola dei Feaci e di come Nausica, trovatolo sporco sulla spiaggia non lo respinge ma lo aiuta senza domandargli il passaporto. Lo si trova, per chi voglia leggerlo, nel Libro VI.

Non si può parlare di Odissea senza citare l’Iliade, il diario degli ultimi 59 giorni dell’assedio decennale di Troia da parte degli Achei, cominciata per una storia di donne contese e che avrebbe dovuto durare solo un mordi e fuggi.

Attuale, vero?!

L’Iliade, a saperla leggere, non è un libro di guerra, ma il diario di gente che resasi dalla stupidità della guerra cerca la pace. Si, certo, c’è sangue e ci sono battaglie all’arma bianca, ma fateci caso, nel duello tra Achille e Ettore, è il secondo a morire, ma anche ad essere più famoso. Di Achille, in giro, ne abbiamo o abbiamo avuti pochi (Achille Togliani, Achille Campanile, Achille Ochetto) ma di Ettore quanti ne volete, a cominciare dal salumerie di una volta sotto casa.

Gran parte di quei cinquantanove giorni non vengono passati in battaglie, ma in banchetti e soprattutto riunioni per vedere come finire quella querra assurda.

Anche questo, per chi sa leggere, molto attuale.

NON SI RICORDA PER DECRETO

23 Gen

Non si può ricordare per decreto, anche perché dopo Auschwitz ci sono state le stragi di Sabra e Shatila, di Aleppo, di Sebrenica, delle Torri Gemelle e molte altre, quotidiane, fino ai giorni nostri.

A ricordo dell’Olocausto che non ha riguardato solo gli ebrei e che essi chiamano Shoah e ricordano secondo il calendario ebraico il 27 Nisan, ma seppure in misura minore – anche se parlare di numeri a proposito di vite umane non ha senso, un detto ebraico recita “Chi salva una vita salva il mondo intero” – i malati di mente, gli storpi, gli omosessuali, i Testimoni di Geova.

Come non rammentare la “rotta balcanica”, ancora attiva in questi mesi freddi e della quale si parla poco, gli odierni muri e cavalli di Frisia che sorgono qua e là in Europa, Palestina, Stati Uniti, all’Arcella, un quartiere di Padova, spesso anche tra me e te, ma soprattutto quanti stanno morendo ora in terra e in mare per fuggire dalle guerre?

Forse, spiegando ai giovani il perché sono accadute e accadono le cose che vedono quotidianamente nei telegiornali, essi riuscirebbero a capire di più.

Forse una visita a Sarajevo e al suo teatro distrutto e rifatto o a Mostar e al suo ponte bombardato e ricostruito potrebbe far capire che la vita continua nonostante la malvagità della guerra, per dirla con Jaques Prévert nella poesia Barbara.

Senza con questo dimenticare che i campi di sterminio sono stati una pagina oscura della nostra storia.

Scrivo a tre chilometri in linea d’aria dalla Risiera di San Sabba, unico campo di sterminio in Italia in quella Trieste che il prossimo 10 febbraio ricorderà le Foibe e l’esodo verso l’Italia degli istriani, fiumani e dalmati, realtà fino a pochi anni sconosciuta nel resto dell’Italia.

Di Elena Lowenthal, ebrea, Contro il giorno della memoria.

Proprio perché non credo nelle “giornate pro o contro qualcosa” piuttosto che l’ormai lontano nel tempo Diario di Anna Frank consiglio la lettura di Stanotte guardiamo le stelle, di Alì Ehsani, storia di un ragazzino in fuga dall’Afghanistan in guerra verso una sperata libertà in Italia, attualità certo più vicina e quindi più comprensibile dai nostri ragazzi.

4 NOVEMBRE, IL GIORNO DOPO

5 Nov

Ieri, all’Altare della Patria e al Sacrario di Redipuglia prima, in piazza dell’Unità d’Italia a Trieste poi, si è ufficialmente concluso l’anno di celebrazioni delle Grande Guerra.

Sono trascorsi cento anni da quella che ancor oggi è chiamata la guerra di posizione più cruenta dell’epoca moderna. Forse in quest’anno i giovani hanno imparato qualcosa, gli adulti certamente no se in giro per il mondo ci sono più o meno 104 conflitti dichiarati e altri non dichiarati, come le frequenti e ripetute sospensioni dell’accordo di Schengen, se è vero che la violenza verbale fa male, in modo pur diverso, al pari di quella fisica.

Dopo la Grande Guerra ci sono state, cito a soldoni, la Seconda Guerra mondiale, la guerra in Vietnam, la guerra sottovalutata della ex Jugoslavia con l’assedio di Sarajevo, le due guerre del Golfo, la guerra tra Israele e Palestina, le guerre a lungo dimenticate dai media in Siria e Yemen, la guerra non dichiarata degli islamici.

I libri su cui riflettere non mancano, oltre al romantico Addio alle armi il più realistico Niente di nuovo sul fronte occidentale, il Diario di Anne Frank, Se questo è un uomo e La tregua, Il Sergente nella neve e Il ritorno, La guerra che non si può vincere e Con gli occhi del nemico, per citarne solo alcuni.

I grandi della Terra, però, continuano a non capire, a non voler smorzare il proprio ego, ad alzare la voce, a minacciare, ed è notizia di questi giorni la nuova tensione tra gli Stati Uniti e l’Iran.

Quindi è giusto onorare i morti e raccontare la storia ai giovani, affinché sappiano e forse riescano a costruire un mondo migliore ma ora per favore giriamo pagina.

La festività del 4 novembre, anche in linea con le trasformazioni dell’Europa, è stata mutata da anacronistica “giornata della vittoria” in “giorno dell’unità nazionale e giornata delle Forze Armate”.

Per questo motivo, pur riconoscendo il valore e l’abnegazione dei nostri soldati a fianco della Protezione Civile per far fronte alle calamità nazionali, come ha ricordato ieri il Presidente Mattarella, sono dell’opinione che il 2 giugno, “festa della Repubblica”, non vada celebrata con una sfilata militare, anche in ossequio all’art. 11 della Costituzione, ma con una sfilata di maestri, colf, operai, panettieri, imprenditori, muratori, fabbri (scritti in ordine sparso, aggiungete il mestiere o la professione che vi pare), perché sono questi, e non le Forze Armate come ha detto ieri la ministra Trenta nel suo discorso a Trieste, la spina dorsale del Paese.

Forse così i nostri figli e i nostri nipoti potranno sperare in un’Italia, in un’Europa, in un mondo migliori, anche con dei confini laddove siano opportuni, perché empatia non è il volemose bene a tutti i costi, ma il rispetto reciproco.

LA DOMENICA DELLE SCOPE

12 Ago

Oggi è domenica 12 agosto e questa, assieme a quella di domani, sarà la vera notte delle Perseidi.

Lontano nella memoria, e sconosciuta ai più, è la domenica 13 agosto del 1950, passata tra gli atti minori della storia come la domenica delle scope.

Con la ridefinizione dei confini seguita alla Seconda Guerra Mondiale, la città di Gorizia fu letteralmente divisa in due, prima con dei cavalli di cavalli di Frisia poi con una cortina di ferro ben strutturata, della quale dopo l’ingresso della Slovenia nell’area Schengen rimane qualche metro a inutile monito del passato, visto che in Europa le cose si ripetono.

Cortina di ferro”, locuzione che fino a quasi trent’anni fa identificava il blocco dei Paesi comunisti satelliti dell’Unione Sovietica, seppure la Jugoslavia del maresciallo Tito e Cuba non fossero allineati.

Il 13 agosto 1950 un gruppo di italiani che furono costretti a passare “di là”, diventando così iugoslavi, ruppe gli argini e per un giorno tornarono in Italia, e acquistarono i beni di prima necessità difficilmente reperibili a Nova Gorica NovaGoriza, nei negozi che fino a sera attuarono un’apertura straordinaria, tra i quali le scope di saggina. L’evento è narrato nel blog ilpinguinoviaggiatore dal figlio di uno dei protagonisti.

Zone di confine nelle quali, nel corso di mezzo secolo, un persona si trovava facilmente a essere nata austroungarica, essere diventata italiana e poi iugoslava forse senza aver capito bene perché.

Più indietro nella storia, intorno al 25 dicembre 1914, il primo anno della Grande Guerra, sul fronte anglo-francese molti militari dei due Paesi cominciarono a scambiarsi dei regali e a organizzare perfino una partita di calcio, iniziative che furono duramente represse nel sangue dai rispettivi comandi ma che dimostrò, se ce ne fosse bisogno, che la guerra, quella che Jaque Prévert in Barbara chiama quelle cornerie, che follia, è organizzata da coloro che stanno a tavolino e che spesso i confini sono segnati con il righello senza tener conto delle realtà (date un’occhiata al perimetro del Texas o di alcuni stati africani, mi rifiuto di commentare quella regione della Turchia che vuole assomigliare a Batman 🙂 ). Questo episodio è ricordato come la tregua di Natale.

Quando udiamo l’espressione “essere nato col colore della pelle o nel posto sbagliato” pensiamo a questi due episodi. Solo così, forse, comprenderemo di far parte dello stesso mondo, della stessa umanità, come scrive Zygmund Bauman in Stranieri alle porte o che Siamo tutti sulla stessa barca, il motto molto significativo che Regata Barcolana ha scelto per l’edizione di quest’anno, riusciremo a guardare l’altro con occhi diversi.

BAMBINI

16 Mag

Beato chi afferrerà i tuoi piccoli
e li sfracellerà contro la pietra.”
Questi versi che chiudono ill salmo 137, per il suo desiderio di vendetta è recitato con disagio e a bassa voce dagli ebrei moderati, ma è tornato tristemente di attualità da quando lo stato si Israele uccide anche i bambini e non ha altro da aggiungre se non che di mattina dovrebbero essere a scuola.
Lasciate i bambini fuori dalle guerre!

 

LA GUERRA CHE VERRÀ

16 Apr

La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente
egualmente.

(Bertold Brecht)

Non occorre risalire a monte fino al primo omicidio, quello perpetrato da Caino su Abele. Bertold Brecht, assieme a Jacques Prevért con il suo “che follia la guerra” nella poesia Barbara, e la dichiarazione del bollettino di guerra  che dà il titolo al romanzo Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque dovrebbero bastare.

Forse chi decide non ha molta dimestichezza con la letteratura.