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TEMPUS FUGIT 2017

22 Mag

Mo vegno”, letteralmente “sto arrivando” va capito come “prima o poi passerò”, un festina lente dialettale, perché da queste parti tutto può aspettare. La locuzione latina tempus fugit, attribuita a Virgilio nelle Georgiche, pare proprio che qui non sia passata.

Arrivare puntuali è da pochi. Non per maleducazione, ma per un fatto di costume dettato da quel più o meno circa che in città non può esistere.

Questa mattina, un forestiero dopo aver percorso quasi metà di una strada a senso unico si è accorto che le automobili in entrambi i lati e mi ha domandato se stava andando in senso vietato. Il cartello di divieto a inizio strada non c’è, forse è caduto, e l’amministrazione comunale non si affrettata a ripristinarlo perché tanto lo sanno tutti… fino al prossimo frontale.

Tornando al concetto di tempo, fatta salva la mia pignola puntualità agli appuntamenti, al trullo abbiamo un solo minuscolo orologio che funge da contaminuti di cucina, per il resto nelle giornate serene ci regoliamo con il sole, perché, come si dice, non ci corre dietro nessuno. Tempo che si dilata e che non è pigrizia, perché ci si alza alle cinque e mezzo sei, ma dimostrazione che, salvo impegni o appuntamenti, siamo noi a comandarlo e non viceversa, così come il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato.

Non che le cose non si facciano con ordine, ma sicuramente senza un orario fisso. Cura della persona, dello spirito, dei rapporti con il prossimo, sia quelli vicini vicini con una chiamata “lu caffè sta ferve!” (il caffè sta uscendo!) sia di quelli più lontani con un messaggio, un’email ma meglio con una telefonata o una videochiamata.

Informazione una volta al giorno, tanto per rimanere aggiornati. Poca internet e uno sguardo ai Social Media.

Letture, e pensieri da sviluppare, meglio sarebbe con la penna ma ormai sono abituati alla tastiera, …nessuno è perfetto.

CONFIDENZA DI ABRAMO

30 Apr

È usanza nei mercati settimanali anche se hanno sempre le stesse baracche con gli stessi mercanti contrattare sul prezzo. Praticamente poco più di un rito, un modo di socializzare,  perché si sa a priori che se un articolo c’è il cartello di venti euro tu lo porti via per quindici, come quei negozi, per esempio gli autoricambi, che alla cassa ti dicono, “Trentacinque euro, con lo sconto trenta” senza che tu lo chieda.

C’è un episodio nella vita di Abramo che sembra ricalcare queste scene, quando intercede con l’Eterno per la città di Sodoma, che l’Eterno aveva deciso di distruggere, come leggiamo più sopra nello stesso capitolo 18 di Genesi.

Quegli uomini partirono e andarono verso Sodoma, mentre Abramo stava ancora davanti al Signore. Abramo gli si avvicinò e gli disse: “Davvero sterminerai il giusto con l‘empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lungi da te il far morire il giusto con l‘empio, così che il giusto sia trattato come l‘empio; lungi da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?”. Rispose il Signore: “Se a Sodoma troverò cinquanta giusti nell‘ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutta la città”. Abramo riprese e disse: “Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere… Forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?”. Rispose: “Non la distruggerò, se ve ne trovo quarantacinque”. Abramo riprese ancora a parlargli e disse: “Forse là se ne troveranno quaranta”. Rispose: “Non lo farò, per riguardo a quei quaranta”. Riprese: “Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno trenta”. Rispose: “Non lo farò, se ve ne troverò trenta”. 31 Riprese: “Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti”. Rispose: “Non la distruggerò per riguardo a quei venti”. Riprese: “Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola; forse là se ne troveranno dieci”. Rispose: “Non la distruggerò per riguardo a quei dieci”. E il Signore, come ebbe finito di parlare con Abramo, se ne andò e Abramo ritornò alla sua abitazione”. (Genesi 18:22-31)

Questo colloquio non è però un mercanteggiare nel senso tecnico del termine, perché non si svolge tra pari e Abramo stesso riconosce la sua inferiorità “Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere…”, né un tirare l’Eterno per la giacca, per usare una metafora moderna.

Dimostra, invece tutta la libertà che Abramo sentiva di parlare con Dio, che non si era ancora manifestato come il Dio unico cosa che avrebbe iniziato a fare con Mosè però nel giusto timore che non è paura, “Non si adiri il mio Signore”.

Capacità che molti di noi hanno perso, pur sapendo di avere un rapporto con Dio molto migliore di quello goduto da Abramo, mediato non da un altro uomo ma da Gesù Cristo.

Riflettendo su questo episodio forse riscopriremo quella fede che, ci è stato detto, sposta le montagne.

DIETRICH BONHÖFFER

9 Apr

Il 2017 è l’anno del 500’° anniversario della Riforma protestante, che simbolicamente inizia con l’affissione delle 95 tesi da parte di Martin Lutero sul portone della cattedrake di Wittemberg.

Quanti italiani lo sanno e quanti sanno cos’è stata e cos’ha comportato nell’Europa settentrionale la Riforma?

Oggi è l’anniversario della morte di Dietrich Bonhöffer, teologo, il cui pensiero andrebbe approfondito da chi voglia farlo.

“VIENI E VEDI”

12 Mar

Il “vieni e vedi”, che ho scritto nella mia bio su Twitter (@ardovig) è un invito ad entrare e curiosare, come si fa nelle nelle botteghe, senza obbligo di acquisto e se ci si trova bene si torna volentieri e condividere l’esperienza con gli amici.

La frase non è mia. La si trova due volte in Giovanni 1:35-51. Nel versetto 46 Filippo dice a Natanaele di aver trovato il Messia. Di fronte all’osservazione di questi, che da Nazareth non poteva venire qualcosa di buono, gli risponde “vieni e vedi“, verifica da te stesso.

Alcune bio su Twitter sono professionali, altre scherzose, ma tutte rivelano qualcosa di chi le scrive. Poi, bisogna verificare leggendo, come si fa con le etichette sulle confezioni degli alimenti. Non sono necessariamente ingannevoli, piú semplicemente il contenuto può  piacere o meno. Non occorre essere d’accordo su tutto, perché è nella diversità delle opinioni che si impara e si cresce.

DI RESURREZIONE, PACE E SAPIENZA

4 Mar

Tre nomi dai classici, Anastasia, Irene e Sofia, tutti e tre di origine greca.

Anastasia, che ad alcuni rammenta Anastasija Nikolaevna Romanova, e che i più giovani ricordano per il cartone animato non è di origine slava come si potrebbe pensare, ma greca. Αναστασία da  Ανάσταση /anàstasis/ resurrezione. È ricordato alla fine del discorso dell’apostolo Paolo all’areopago di Atene, quando gli epicurei e stoici dediti al politeismo dell’Olimpo pensavano che egli predicasse “divinità straniere” (Gesù e Anastasia) anziché Gesù e la resurrezione.

Irene, greco Ειρήνη, significa pace. È usato spesso nei saluti dell’apostolo Paolo “grazia e pace”, e nella beatitudine “Beati gli operatori di pace” in Matteo 5:9. In italiano letterario ne abbiamo traccia nella locuzione “animo/spirito irenico”, pacifico.

Sofia, in greco Σοφία, nome greco per eccellenza, significa “sapienza”, e anche per esso i greci, che hanno “inventato” la filosofia φιλοσοφία, quell’amore per la conoscenza che ha formato il pensiero occidentale.  Siamo tutti un po’ filosofi e soprattutto va ricordata l’esortazione “prendere la vita con filosofia”, che non invita alla rassegnazione ma ad avere quella sapienza di riconoscere i propri limiti. Di sapienza è pregno, tra gli altri, il libro dei Proverbi, che gli ebrei ci invitano a chiamare piuttosto “modelli di comportamento”.  La sapienza, leggiamo in Proverbi 3:19, ha presieduto alla creazione.

Non siamo più abituati a considerare il significato dei nomi (e spesso delle parole in generale) però, quando ci capita di salutare delle persone con questi nomi, Anastasia, Irene e Sofia, andiamo oltre ai suoni e pensiamo ai messaggi positivi che ci trasmettono, resurrezione, pace e sapienza. Cambierà la nostra giornata.

QUANDO LE PAROLE CAMBIANO SIGNIFICATO

26 Feb

Ci sono dei termini, delle parole, dei nomi che assumono diversi significati non solo nel tempo ma anche nelle singole occasioni.

Per esempio il verbo conferire dovrebbe far pensare alla delega di un’autorità, come nell’espressione “Per l’autorità da me conferita…”, ultimamente però si parla del “corretto conferimento dei rifiuti”. Quando si inciampa nel burocratese anche termini comuni cambiano di significato, come ci ha insegnato Calvino nell’Antilingua.

Così “Non pronuncerai il nome del tuo Dio senza ragione”, è scritto, per i credenti, nei comandamenti dati a Mosè, e al popolo ebraico, dall’Eterno (Esodo 20:7).

Gli ebrei nel corso storia hanno travisato questo comando dimenticando il “senza ragione” finendo col non pronunciarlo più anche quando leggono le Scritture. Pur non cambiandolo nel testo ebraico, quando compare il tetragramma YHWH lo pronunciano Adonai, Signore. Nei testi in italiano troviamo diverse varianti tra cui D_o e Iod.

Nel mondo cinematografico americano è ormai di uso comune l’espressione “Oh My God”, tanto è vero che il Webster Dictionary, corrispondente al nostro Zingarelli, ne ha codificato l’acronimo “HMG”. Con la traduzione dei film l’espressione “Oh mio Dio”, è così entrata nel lessico italiano.

Anche l’espressione islamica “Dio è grande”, che potrebbe corrispondere all’ebraico Alleluja, “Sia lode a Dio”, purtroppo nell’immaginario collettivo occidentale non islamico non è associato tanto all’espressione di lode dei musulmani quanto ad un grido di guerra dei terroristi.

GUARDO FUORI E C’È IL SOLE…

20 Feb

IL TEMPO PERSO

Davanti alla porta dell'officina
l'operaio s'arresta di scatto
il bel tempo l'ha tirato per la giacca
e come egli si volta
e osserva il sole
tutto rosso tutto tondo
sorridente nel suo cielo di piombo e
strizza l'occhio
familiarmente
Su dimmi compagno Sole
forse non trovi
che è piuttosto una coglionata
offrire una simile giornata
a un padrone?

 

Jaques Prevért