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“BEATI GLI OPERATORI DI PACE”

8 Lug

La prima “Giornata internazionale di preghiera per la pace”, organizzata da Giovanni Paolo II, si tenne il 27 ottobre 1986 ad Assisi, con rappresentanti di diverse religioni in cui, in una sorta di Woodstok religiosa, ognuno che pregava il suo dio. Già questo dovrebbe far pensare, perché invitare ciascuno a pregare il proprio dio è in contrasto con il giudaesimo prima e con il cristianesimo poi che riconosco uno e un solo Dio.

Grandi radunate, o incontri al vertice, come quello di ieri a Bari dimenticano che Gesù di Nazareth chiamò beati coloro che si adoperano alla pace, spesso senza far rumore, mettendoci la faccia come molte delle Ong tanto criticate in questi giorni o, per restare nel conflitto in terra di Palestina, la cantante israeliana Noa o lo scrittore, sempre israeliano, David Grossman che dopo la morte sul fronte del figlio ha voluto descrivere la guerra con gli occhi del nemico, che diventò il titolo di un suo libro.

La guerra si prepara a tavolino, ne sapevano qualcosa tutti i nostri meridionali mandati dal 24 maggio 1915 al 4 novembre 1918 sul fronte contro l’Austria Ungheria senza spiegare loro perché. Significativo pur se non riguarda l’Italia è il libro “Niente di nuovo sul fronte occidentale” nell’ultima pagina che gli dà il titolo.

La pace si costruisce giorno per giorno, dal basso, con le persone, non nelle stanze segrete degli “incontri riservarti” che ci sono stati anche ieri e che spesso sfociano spesso in un do ut des, con interessi che se serve, per la machiavellica ragion di stato, schiacciano le persone.

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”. Questo non esclude la preghiera per la pace, fatta senza ostentazione, nella nostra cameretta dopo aver chiuso l’uscio. Il resto è ricerca, spesso inutile, di visibilità.

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LAODICEA SONO IO

1 Lug

Della comunità di Laodicèa, cittadina nell’odierna Turchia, non sappiamo nulla salvo un saluto di Paolo e dell’esistenza di una lettera da lui mandata e andata perduta, “Salutate i fratelli di Laodicea e Ninfa con la comunità che si raduna nella sua casa. E quando questa lettera sarà stata letta da voi, fate che venga letta anche nella Chiesa dei Laodicesi e anche voi leggete quella inviata ai Laodicesi. (Col. 4:15-16)

iGiovanni, l’autore dell’Apocalisse (traslitterazione del termine greco che significa rivelazione), il libro profetico del Nuovo Testamento assieme a qualche brano qua e là, come quello famoso di Matteo 24, la pone tra le sette chiese agli angeli delle quali manda un messaggio. L’unica che non riceve alcun segno di lode dal Signore, ma una riprovazione assieme all’invito al ravvedimento.

All’angelo della chiesa di Laodicea scrivi: Così parla l’Amen, il Testimone fedele e verace, il Principio della creazione di Dio: Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo . Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. Tu dici: “Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla”, ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità e collirio per ungerti gli occhi e ricuperare la vista. Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo. Mostrati dunque zelante e ravvediti. Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese”. (Apocalisse 3:14-22).

Il comando che leggiamo in Giosuè “Non si allontani dalla tua bocca il libro di questa legge, ma meditalo giorno e notte, perché tu cerchi di agire secondo quanto vi è scritto; poiché allora tu porterai a buon fine le tue imprese e avrai successo” (Giosuè 1:8), è un’iperbole che rende bene l’idea. Non va presa alla lettera, dobbiamo pur lavorare, mangiare, divertirci e dormire, così ci viene domandato di essere seri in tutte le occasioni della nostra vita.

Però ci viene chiesto  di non essere “cristiani della domenica” ma di avere un comportamento coerente con ciò che crediamo. L’affermazione che udiamo spesso “da cristiano farei…” è già una spia rossa che qualcosa non va. Un credente vive in un solo modo, da cristiano.

Il testo di Apocalisse citato è rivolto idealmente a una comunità, ma una comunità è composta da persone, da te e da me, e può essere letto anche in chiave personale.

Ognuno faccia le sue proprie riflessioni e verifichi, per restare nella metafora a qual livello di temperatura, è la sua fede, il suo impegno con il Signore, rammentando che, come facciamo con i nostri figli, i rimproveri sono a fine educativo, e il Signore sta bussando alla nostra porta, se qualcosa non va.

PUNTO

30 Giu

Il punto, ci hanno insegnato in geometria, esiste ma non ha dimensioni. Sappiamo di lui perché se tracciamo un segmento tra il punto A e il punto B otteniamo una sequenza di punti, chiamata linea, di una certa lunghezza, se poi tracciamo una linea solo dal punto A essa tende all’infinito e se eliminiamo il punto A di partenza abbiamo una linea senza inizio né fine, e già qui per la nostra comprensione cominciano i guai. L’infinito è n+1 e si annota con il simbolo dell’”8 disteso”, ∞ .

L’espressione “mettere i puntini sugli i”, intesa come precisare qualcosa deriva dall’alfabeto latino. Nei manoscritti spesso la i per la sua forma si confondeva e decisero di renderla evidente con un punto (per una ragione analoga scriviamo USA ma non la sola I per indicare l’Italia).

Oltre al punto ci sono molte cose che non vediamo o non udiamo, come gli ultrasuoni percepiti da altre specie animali, o non sentiamo, nel senso etimologico, ben reso dall’inglese to feel.

Molte cose intorno a noi non le vediamo non perché sono invisibili, ma piuttosto perché i nostri stili di vita ci hanno tolto l’abitudine, o meglio, il gusto, di soffermarci sui particolari.

Accade così che in città ci si accorga dei cambi di stagione non dai fenomeni naturali ma dalla differenza dei capi di abbigliamento esposti nelle vetrine dei negozi. Sempre in città siamo così abituati a guardare davanti a noi che ci accorgiamo della bellezza architettonica di alcuni palazzi solo leggendo una guida o quando un nostro ospite, certo più interessato di noi, ce li fa notare.

Non udiamo il nostro interlocutore perché abbiamo dimenticato che dialogo vuol dire sì parlare in due (dal greco dua logos), ma uno per volta e non nel medesimo tempo come purtroppo spesso accade. È una elementare questione di on/off, quando parli tu io ascolto (e non penso già a come risponderti) e viceversa, come nelle comunicazioni unidirezionali in cui si aspetta che l’altro dica “passo” per cominciare a parlare.

La società postmoderna ci ha privato anche di parte dei sentimenti, come la bellezza di mandare o ricevere una lettera scritta a mano. Al piacere dell’aspettativa si è sostituita l’ansia della comunicazione “Ti ho mandato una mail” spesso è il testo di una telefonata o di un sms, pretendendo che il destinatario la legga ma soprattutto risponda subito (consiglio: disattivate le notifiche, si vive meglio). Lo stesso corteggiamento, che è sempre stato alla base della conoscenza tra due persone e del loro eventuale innamoramento, sottostà alla fretta che ci siamo imposti, spesso bruciando tappe che non potranno più essere vissute.

L’infinitamente piccolo ci conduce necessariamente al concetto di tempo, che, come sappiamo, è una delle tante convenzioni umane. Il presente di per sé non esiste perché nell’attimo in cui lo viviamo e già passato. È per questo motivo che i verbi nella lingua ebraica non hanno il tempo presente come lo intendiamo noi ma usano il futuro (“Io sarò colui che sarò” è la traduzione letterale dell’”Io sono colui che sono” il nome con cui l’Eterno dice a Mosè di indicarlo agli ebrei), e nella lingua inglese si distingue tra “I am going” (sto andando) e “I go” (vado abitualmente).

Il mare è proverbialmente una somma di gocce e ci rendiamo conto che un deserto, o più banalmente una spiaggia, è in realtà una somma di granellini quando, dopo la doccia tornati dalla spiaggia, ce ne troviamo ancora qualcuno addosso.

Quante cose infinitamente piccole, anche se più grandi del nostro punto, si possono scoprire se, abbandonato il Centro commerciale, facciamo un giro con attenzione tra cassetti e contenitori in vetro della vecchia bottega sotto casa o se, lasciata l’autostrada, ci addentriamo nella foresta di strade secondarie poco frequentate, ma con dei tesori nascosti al viandante veloce.

LAVORARE IN SQUADRA

15 Giu

Ieri sera ho guardato con piacere la Carmen di Bizet nell’allestimento di Valentina Carrasco dalle Terme di Caracalla con la direzione di Jesús Cobes Lópoz, in onda su Rai5.

Non è la prima volta che un’opera libera viene trasposta nei tempi moderni. Tempo fa ho visto quella della Bohème di Puccini. Impresa certo impegnativa per l’Aida di G. Verdi o altre ad alta ambientazione storia, che fa capire che i drammi di amore e di gelosia purtroppo non hanno una stagione precisa, ma anche che le opere liriche, come tutta la buona musica, che è poi quella che dura nel tempo e penso per esempio ai Beatles e a De Andrè, non ha età e se presentata “in jeans” può avvicinare anche i giovani.

Mi hanno colpito alla fine la freschezza e i sorrisi degli attori, anche dei protagonisti che più degli altri certo dovevano essere stanchi, e gli applausi all’orchestra, che in teoria dovrebbe avere l’attenzione principale. La lirica nasce come opera d’ingenio musicale al quale segue un libretto e una coreografia per la rappresentazione, ma spesso passa in secondo piano. Mi sono soffermato sull’orchestra.

Orchestrare, anche se ormai la prima definizione è legata principalmente alla musica, vuol dire fare in modo che, in un’azione cui prendono parte elementi diversi, questi concorrano all’effetto o al risultato voluto: quindi anche preordinare, predisporre a un dato fine con una organizzazione accorta ed efficace. Al profano può sfuggire ma l’orecchio allenato nota subito l’eventuale assenza di questo o di quello strumento.

Soprattutto nel mondo del lavoro usiamo altri termini come lavorare in squadra o, mutuati da altre lingue, in équipe o in team.

Come nella musica e nel lavoro un risultato di squadra, o ben orchestrato, si ottiene solo se gli obiettivi sono ben chiari e se tutte le persone coinvolte sono disposte a lavorare assieme dando il massimo e senza rivalità mettendoci del proprio ma seguendo le indicazioni del direttore d’orchestra.

L’OROLOGIO

8 Giu

Orologio_da_tasca

     “Dal taschino destro pendeva una pesante catena d’argento con appesa una macchina straordinaria. Gli facemmo cenno di estrarre ciò che stava a capo della catena: si trattava di un globo per metà d’argento e per metà di un metallo trasparente attraverso il quale si potevano vedere strane figure disposte in cerchio. Pensavamo di poterle toccare, ma le nostre dita non andarono oltre quella materia traslucida.

    Ci mise agli orecchi quella macchina che faceva un rumore incessante, come quello d’un mulino. Pensiamo che si tratti di qualche bestia sconosciuta o del dio che lui adora, siamo anzi favorevoli a questa seconda ipotesi, perché ci assicurò (se abbiamo capito bene quel che ci disse, dal momento che si esprimeva in maniera assai scorretta) che raramente intraprendeva qualche azione senza prima averlo consultato.

     L’ha definito il suo oracolo dicendo che gli indicava il momento idoneo a ogni azione”.

Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver, cap. II

Di quanto possono essere diversi i punti di vista sulle persone, i fatti, le cose, soprattutto quando non li si conoscono.

A NORD DI NESSUN SUD

23 Mag

Nel sermone dal monte Gesù di Nazareth tra le altre cose dice:

“Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”, richiamando il comando in Levitico 19:18 “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Matteo 5:43).

La seconda parte, odierai il tuo nemico, non trova spazio nelle Scritture, ma è un’aggiunta di comodo dei rabbini che circolava all’epoca di Gesù. In Levitico 19, ai versetti 33-34, troviamo invece scritto “Quando un forestiero dimorerà presso di voi nella vostra terra, non lo opprimerete. Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto”.

Le mie citazioni sono come quasi sempre dalla traduzione ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana. Sembra strano che un leader politico non le conosca, come ha dimostra nel suo show del febbraio scorso, “Gli ultimi saranno i primi”. Così Matteo Salvini in piazza Duomo sul palco di “Prima gli italiani. Ora o mai più, mostrando un rosario e citando “un Matteo più importante di me, che non è Renzi“. “Me lo ha regalato un don, fatto da una donna che combatte in strada, e non lo mollo più”, ha detto il leader della Lega. Il Matteo più importante di lui è con tutta evidenza l’evangelista della mia prima citazione.

Non si possono estrapolare le frasi della Bibbia che fanno comodo, facendo loro dire ciò che non dicono.

I nostri nonni o genitori come gli ebrei della Bibbia (che andarono in Egitto in seguito a una carestia) sono stati forestieri per lavoro in Belgio, Germania, Sud America e Australia, e hanno sbattuto il naso di fronte a molti cartelli “È vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”. Senza andare all’estero basterà ricordare i cartelli “Non si fitta ai meridionali” a Torino, dove molti andavano a lavorare alla Fiat. Quei terroni i nonni dei quali furono mandati a combattere sul fronte nordorientale della prima guerra mondiale, senza sapere perché (“lì, dove le pietre le chiamano sassi”, come diceva un mio amico pugliese).

Prima – avverbio di tempo – ha senso solo se c’è un dopo, altrimenti in italiano si dice solamente, e di fronte alle chiusure spesso pretestuose, come sta succedendo a Monfalcone, con impedimenti burocratici contro la costruzione del centro islamico e il diniego della erezione di tre gazebo per la festa della fine del Ramadan perché è un evento contrario all’identità locale, quando poi scopri che nelle sagre – autorizzate – trovi dalla cucina romana a quella australiana (notizia di oggi è che anche il comune di Pordenone autorizza solo i cibi autoctoni).

Un vero peccato perché la vicina Trieste è sempre stata un melting pot, una fucina di interscambio di idee il cui unico ostacolo può eventualmente essere quello linguistico (all’inizio dello scorso secolo, invece, la borghesia parlava indifferentemente italiano, sloveno e tedesco). Certo dispetti di frontiera ce ne sono stati, ce ne sono e ce ne saranno prima con la Jugoslavia e ora con la Slovenia ma sono fenomeni fisiologici che non minano la convivenza. Trieste aveva (da molti anni è chiuso ma dall’esterno si vede la mezzaluna) anche il cimitero turco, proprietà del consolato della Turchia, ma dove turco va letto piuttosto nel senso di musulmano come nel detto di quando Dubrovnik era italiana e si chiamava Ragusa: “No semo (siamo) né turchi né ebrei, semo nobili ragusei”.

Le statistiche ci dicono che la paura del diverso e il numero dei reati anche a sfondo sessuale commessi dagli stranieri sono in numero molto inferiore rispetto a quello che il martellamento dei media vuol farci credere. Ci sono zone critiche, nessuno lo nega, ma la microcriminalità quotidiana è anche italiana.

Se invece di imporre divieti, alimentare paure, guardare all’altro con diffidenza, cominciassimo a parlargli, anzi, a parlarci l’un l’altro? Scopriremmo, come ha la fortuna di fare chi lavora nei centri di ricerca internazionali di Trieste (Area Science Park, Ictp, MIB, Sissa e altri) o chi studia al Collegio del Mondo Unito di Duino, che le differenze ci sono – d’altronde sai che noia se fossimo tutti uguali! – che l’altro è prima di tutto una persona e come tale va rispettata, ma soprattutto che un cinese e un medio orientale hanno uno humor diverso dal nostro ma fondamentalmente ridono o piangono come noi.

Il titolo del celebre libro di Charles Bukowski A sud di nessun nord dovrebbe rammentarci che siamo sempre il Nord e noi in Italia il Sud di qualcun altro. Certamente della Finlandia, ma anche della Germania, e della Francia che non ci impone terrore o diffidenza ma ci sta mettendo i piedi in testa dal punto di vista economico.

C’è da riflettere.

SICUREZZA

17 Mag

Sicurezza non significa soltanto un esercito forte. Sicurezza, nella sua accezione più ampia, significa anche un’economia forte e stabile, una riduzione del divario sociale e una crescita della coesione interna, un buon sistema educativo, la legalità, l’identificazione dei diversi gruppi sociali con lo Stato e i suoi obiettivi,la scelta dalla parte delle élites di restare nel paese e contribuire al suo progresso…”

Scritto da David Grossman nel 2004 a proposito di Israele in “Con gli occhi del nemico”, ma a mio parere fotocopiabile per l’Italia nel 2018.

Memo per il prossimo governo.