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“LA SINDACA”

3 Set

Non abito a Roma, quindi non entro assolutamente nella polemica di questi giorni sulla Giunta Raggi.

Da esterno, ma anche da persona attenta al linguaggio di genere, mi domando però se più che la presa d’atto di una forma della lingua italiana per troppo tempo dimenticata, il femminile nei mestieri, professioni e cariche istituzionali, nel caso della dottoressa Virginia Raggi ora sotto i riflettori la forma femminile da qualcuno ma anche qualcuna, perché nel mondo del lavoro la rivalità è femminile come spesso ha rammentato la rubrica del Corriere della Sera “La Ventisettesima ora”, non sia usato, non necessariamente da un/a giornalista, in senso di sfottò. “La sindaca”, sottintendendo che si è messa a fare un “mestiere da uomo”.

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“CHIAMATEMI VIRGINIA”

27 Giu

Alla fine la diretta interessata, la sindaca di Roma Virginia Raggi, ha riconosciuto il parere dell’Accademia della Crusca e ha adottato il femminile sindaca, seguita in tutto l’articolo dalla redazione romana di Repubblica.it. No, non hanno vinto gli uni e perso gli altri, non c’è stato alcun referendum. 🙂

Farsi chiamare per nome può andar bene per instaurare un rapporto amichevole con i romani, sui Social Media e in altri contesti dove è consuetudine darsi del tu.

L’invito “chiamatemi Virginia” invece, non può essere accolto nelle sedi istituzionali in quanto lei ne ricopre una carica e tanto meno dagli organi di informazione.

Troppe volte abbiamo letto o assisto ai  telegiornali che fanno “entrare” nelle nostre case le persone, i politici ma anche gli indiziati tanto cari ad un certo “filone d’inchiesta” televisivo, citandole per nome, come fossero nostri amici o parenti. Penso a tutte le volte che ho letto o udito chiamare per nome, Debora, la presidente della Regione Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani. Certamente non “la Razzi o la Serracchiani”, forma che, salvo che per i personaggi storici (il Carducci), non si usa al maschile. Inoltre, indicare le donne per nome, cosa infrequente per gli uomini, può essere interpretato come una, seppur involontaria, forma di sessismo linguistico.

SAFFO, ANDREA E LEONIDA

10 Giu

Nell’incipit del mio intervento a proposito del linguaggio di genere su La Stampa ho citato Saffo, la poetessa di Lesbo.

Si racconta che durante il Regno Austro-Ungarico padrino di battesimo  dei bambini nel Quarnero e la costa dalmata per tradizione fosse il comandante della prima nave mercantile partita da Trieste, all’epoca porto mercantile dell’Austria-Ungheria (il porto militare era Pola). Fu così che a un bel bambino fu imposto il nome di Saffo.

Poi, si sa, avvenne l’attentato del 28 giugno 1914 a Sarajevo che uccise l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este e che fu la scintilla dello scoppio della Grande Guerra.

C’era chi andava in guerra come volontario chi, come molti del nostro Mezzogiorno, senza ben sapere perché (lassù, dove le pietre le chiamano sassi, diceva un mio amico) e chi, magari controvoglia, era costretto a farlo perché tutti i giovani del suo paese erano già partiti.

Fu così che un giovanotto, non avendo ricevuto la cartolina precetto, si recò a chiedere informazioni all’ufficio preposto.

“Certo che non ti è arrivata la cartolina precetto, ti hanno mai detto che Saffo è un nome femminile?”.

Un mio amico Andrea con un cognome tedesco arrivato in Austria si sentì dire alla reception dell’albergo che stavano aspettando una signora (in tedesco Andrea è femminile e Andreas maschile), e vi assicuro che conosco una signora cui è stato imposto il nome di Leonida. Probabilmente i suoi genitori non avevano molta confidenza con i libri di storia.

Non sempre, quindi, le desinenze fanno la differenza!