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“NON MOLLARE NOEMI!”

7 Mag

Non ho condiviso, al tempo dell’attentato al Bataclan di Parigi, il “Siamo tutti parigini” e i successivi nell’occasione degli attentati alle metro di Barcellona e di Londra, perché l’empatia si dimostra in altro modo e anche perché non ho mai visto un “siamo tutti” di solidarietà contro gli attentati islamisti nei Paesi mussulmani.

Così come questa mattina mi aspettavo un gesto di solidarietà a Valentina Sestito con un chiaro “Siamo tutti terroni”, che però sembra non essere pervenuto.

Ho scritto però “Non mollare Noemi!”, la bambina di quattro anni che lotta tra la vita e la morte in un ospedale di Napoli.

Da credente accetto per fede ma faccio difficoltà a capire la sofferenza dei bambini, bambini che cadono come moschini sulle lampade all’aperto in estate e che nel loro vocabolario non hanno la parola pace come in Siria e Yemen ma non solo, bambini in ospedale che a differenza degli adulti non sanno darsene una ragione, bambine e bambini che vengono violentati da piccoli e che vivranno quel trauma tutta la vita.

Bambini come Noemi che un attimo prima era sicura con la mamma e la nonna e un attimo dopo in rianimazione in ospedale. Non in guerra, ma nella civilissima Italia.

Noemi non è un simbolo. È una persona e come tale è titolare di diritti giuridici e morali, come ne ha diritto e li può esercitare una bambina di quattro anni.

C’è chi comincia a parlare di situazione irreversibile e di accanimento terapeutico. Non entro nel merito e mi affido alla coscienza e alla capacità dei medici.

È inutile domandare un cambio di rotta a chi fa del male per i propri interessi senza tener conto degli effetti collaterali.

Per questo motivo ho scritto “Non mollare Noemi!”, ma forse anche come gesto di ribellione per come stanno andando avanti le cose e per i morti che contiamo ogni sera.

Alcuni di noi hanno vissuto la stagione degli “anni di piombo”, non fatecela ripetere sotto altra forma!

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SORRIDERE AI BAMBINI

13 Mar

Ieri in attesa dal medico assieme a una coppia con una bimba di quattro anni tutto pepe che ti sorride, ti chiede come ti chiami e tutto il resto. Do un’occhiata ai genitori per chiedere il loro consenso, le rispondo e scambio qualche parola.

Quando viaggio in treno mi porto sempre qualcosa da fare o da leggere ma, se qualcuno mi interpella, rispondo gentilmente, anche se so che spesso si comincia a discorrere del tutto e del niente.

Qualcuno dice che sono affettato perché cedo il passo alle signore, mi tolgo il cappello in ascensore e altre cose che forse sono superate ma per me conservano un valore, poi magari le superò anch’io come ho smesso la cravatta quando non serve.

Certo, se durante la pausa in un incontro una signora mi invita per un caffè lascio che sia lei a pagare in forza dell’uguaglianza di genere, ma vorrei continuare a rispondere al sorriso di un bambino, a essere gentile quando capita e a prendere un caffè con una collega in senso stretto o lato, senza che nessuno pensi a secondi fini.

C’è modo e modo di rapportarsi con il prossimo, e se fatto con correttezza tutto fila liscio, tanto poi come fai fai, fai male (o bene).

Faccio sempre l’esempio della lingua inglese, che con ha la forma di cortesia come il francese e l’italiano ma la confidenza o la distanza tra le persone si sottolinea in altri modi, dove non esiste il “lei non sa chi sono io” e i titoli sono usati quando sono strettamente necessari, e leggete o sentite parlare semplicemente di Theresa May o di Donald Trump.

Ciò che sta accadendo alla Portavoce deM5S dopo il servizio delle Iene e solo l’ultimo degli episodi di hate speech di coloro che non sanno distinguere la persona dal ruolo che ricopre, questo sì in democrazia criticabile nelle forme corrette, cosa che è già ampiamente successo con Maria Elena Boschi e Laura Boldrini, tra le altre, quasi tutte donne.

RISPONDERE SENZA AMBIGUITÀ

12 Dic

…mi ha chiesto cos’è una sgualdrina!”

Glielo hai detto?”.

“No, le ho parlato di Lord Melbourne”.

Jack, per l’amor del cielo, quando un bambino ti chiede qualcosa rispondigli a tono. Non seguire vie traverse. I bambini sono bambini, ma si accorgono prima degli adulti se si dà una risposta evasiva, e l’ambiguità confonde loro le idee ancora di più”.

Harper Lee, Il buio oltre la siepe.

I BAMBINI

2 Dic

Narra una storiella estiva che un bambino italiano sulla spiaggia incontrò una bambina tedesca e i due cominciarono a giocare, incuranti della differenza linguistica, perché i bambini hanno un linguaggio tutto loro incomprensibile da noi adulti.

Verso l’ora della chiusura dello stabilimento balneare i rispettivi genitori li chiamarono e i due andarono sotto la doccia. Quando abbassarono i loro costumini la bambina tedesca vedendo il suo compagno italiano esclamò: “Ah, ecco la differenza tra protestanti e cattolici!”.

Perché i bambini sono puri, senza la malizia degli adulti, come Adamo e Eva nel giardino di Eden che si accorsero di essere nudi dopo il peccato.

DI FARFALLE, CICOGNE E CAVOLI

15 Ago

Pare proprio che il nostro giardino, quanto a lepidotteri, non abbia nulla da invidiare alla (forse) più celebre città di Bordano, in Carnia, e sono tentato di aprire l’account iltrullodellefarfallebianche.

Non è certo merito mio ma del pollice verde di famiglia.

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I fiori mi piacciono ma quanto a piante io, ancor prima di Gugl Map, sono sempre andato d’accordo solo con le piante di Milano, di Roma, della metropolitana di Londra, che non hanno bisogno di essere bagnate.

Fatto sta che una aiuola in particolare, tra le altre, è invasa da decine di farfalle, per la maggior parte bianche, che inscenano quelli che a noi paiono bellissimi balletti. Due di esse, ieri pomeriggio alle cinque mentre in tre stavamo ragionando in veranda, ci hanno offerto lo spettacolo del corteggiamento e dell’accoppiamento, in cui lei era immobile a terra e lui andava, si posava su di lei, svolazzava via e tornava su di lei. L’accoppiamento vero e proprio termina quando lei chiude le ali in senso verticale e dopo un po’ vola via. Cose che si vedono nei documentari ma vederle dal vero con la grazia delle farfalle è un altra cosa.

Sono stato contento che non fosse stato presente nessun bambino piccolo, perché non sarei entrato nei particolari ma gli avrei detto sommariamente che le due farfalle stavano giocando.

Anche se alcuni non vogliono ammetterlo è finito il tempo delle farfalle, delle cicogne e dei cavoli, e con i bambini bisogna cominciare a fare educazione di genere fin da piccoli, usando il linguaggio e gli esempi adeguati alla loro età, anche per non essere impreparati quando prima o poi si fanno avanti loro domandando spiegazioni sul pancione della mamma o della zia.

I bambini meritano tutto il nostro amore e tutto il nostro rispetto.

P.s. Se avete le “farfalle nello stomaco”, non fatevi illusioni, è solo fame. 🙂

LA LUNA ROSSA E IL LUPO CATTIVO

28 Lug

Passata la sbornia, più o meno culturale, più o meno folcloristica, più o meno narcisistica, perché diciamolo pure che, con l’andazzo che tira molti si saranno fatti un sefie con la luna rossa, come resistere?, resta un commento sulla canzone come mi è stato raccontato da una signora.

Quand’era piccola suo papà le intonava la canzone Luna rossa pensando di farla contenta con il verso “E ‘a luna rossa mme parla ‘e te”, come io ho fatto tante volte con mia figlia da piccola in inverno prendendole la mano e cantandole “che gelida manina…”.

La signora mi ha detto che ogni volta si metteva a piangere non per quel verso, ma per quelli che lo precedono

Vaco distrattamente abbandunato…
Ll’uocchie sott”o cappiello annascunnute,
mane ‘int”a sacca e bávero aizato…
Vaco siscanno ê stelle ca só’ asciute…
Fischio…………………….

rimanendo terrorrizzata al pensiero dell’esistenza di quell’uomo con gli occhi nascosti sotto il cappello, le mani in tasca e il bavero rialzato che fischiava.

Molti bambini sono stati messi a tacere con la minaccia, a seconda delle tradizioni locali, dell’arrivo del lupo cattivo, dell’uomo nero, di cappello sporco. Quante mamme, cantando la celeberrima “inna nanna, ninna o”, hanno pensato alla minaccia dell’abbandono insita nell’incipit “questo bimbo a chi lo do”?

Ma forse i bambini non ci hanno mai badato, seguendo la cantilena senza far caso alle parole… tanto meglio, perché Gilbert Keith Chesteron ci ha insegnato che le fiabe non raccontano ai bambini che i draghi esistono. I bambini sanno già che i draghi esistono. Le fiabe raccontano ai bambini che i draghi possono essere uccisi.

MEMORIE DI AZZURRO

23 Lug

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L’altra sera a cena con amici ci siamo trovati a parlare delle vacanze estive dai nonni.

Quelle descritte da Celentano in Azzurro, che io passavo spesso da mia nonna, con l’obbligo formale del riposino pomeridiano. Formale perché, per quell’accordo non scritto che si può stipulare con i nonni che sono più permissivi dei genitori, ogni tanto, novello Tom Sawyer, lo trasgredivo saltando dalla finestra al pian terreno della villetta e via per i fatti miei!

Anche quel giorno che, cammina cammina sul lato sinistro della strada come mi avevano insegnato a scuola, percorsi cinque chilometri fino ad arrivare al paese vicino dove abitava uno zio mugnaio che aveva un mulino ad acqua, non proprio bianco come quello dei famosi biscotti e merendine, ma che mi affascinava ugualmente (forse già all’epoca mi stavo appassionando al tempo e il roteare della ruota mi ricordava un orologio). Interrogatomi sul cosa facessi lì e se mia nonna ne fosse al corrente, mio zio mi pagò il biglietto per il primo autobus di ritorno. Mia nonna non lo venne a sapere perché non aveva il telefono, neanche quello nero a muro con il disco.

Una signora più giovane mi ha raccontato in altra occasion di come veniva mandata dai suoi nonni in Sardegna e di come era coccolata dalla nonna che ogni giorno ne trovava una nuova per farla mangiare, preparandole se necessario le tagliatelle a merenda. Suo nonno era un pastore, un pastore sardo di quelli che avevo visto sui libri delle elementari. Incuriosito, le ho chiesto se parlassero in dialetto o in italiano. Mi ha risposto che sì, qualche parola in dialetto usciva, ma parlavano in italiano perché a suo modo suo nonno era una persona colta. Quando recava il gregge al pascolo portava con sé un libro di un autore italiano, D’Annunzio, Verga o qualche altro, assieme a un piccolo dizionario nel quale cercava le parole che non conosceva e scriveva i suoi marginalia.

Sono rimasto stupito e lei, a sua volta mi ha detto di esserlo stata quando, da adulta, ha visto il film tratto dal romanzo Padre Padrone di Gavino Ledda, che certo non corrispondeva all’immagine del pastore sardo avuta da piccola.

Questo per dire che ci sono luoghi comuni e stereotipi che non sempre corrispondono alla realtà, che non debbono essere presi per buoni ma verificati, e facilmente si trova che derivano da chiacchiere popolari senza fondamento.

Come quella, fraintesa da molti, “contadino, scarpe grosse e cervello fino”. Scarpe grosse sicuramente, perché altrimenti affonda nel terreno bagnato, ma cervello fino non si riferisce ad una persona che non ci arriva ma piuttosto che sa ragionare. Forse non sempre come i libri di scuola ma, si sa, i libri sono la forma scritta in bella copia della pratica.