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QUESTIONE DI MERENDE

17 Gen

A margine all’episodio della schedatura per reddito avvenuto in una scuola di Roma, rammento un fatto occorso a me quando mia figlia era alla scuola materna.

Ricevemmo “una convocazione per comunicazioni urgenti, alle 17:00”. Tempo di arrivare, alle 17:05 era tutto finito. Mi incontrai con un altro padre che stava uscendo al quale chiesi quale fosse stato il motivo della convocazione.

Mi rispose che le suore, per evitare disparità sociali, avevano deciso che la merenda fosse fornita dalla scuola e non più portata da casa.

Posso capire una decisione del genere per i regali di San Nicolò, come si usa qui, o di Natale, perché può esserci un bambino di famiglia memo abbiente che può restarci male difronte a un regalo di valore ricevuto da un suo compagno, ma ciò non ha nulla a che vedere con la merenda.

La merenda è un fenomeno di crescita sociale, con i bambini che barattano per  scambiarsela, a volte la rubano a un compagno, azione certo non lodevole ma dalla quale la maestra può trarre spunto per una lezione sulla legalità.

I bambini hanno un linguaggio tutto proprio, che supera anche le difficoltà linguistiche e finché non alzano le mani lasciamo che se la sbrighino da soli nei loro negoziati. Sono stati riproposti in versione cinematografica Pinocchio e Piccole donne, qualcuno dovrebbe farlo anche con Cuore che nonostante la sua età ci racconterebbe molte cose sulla scuola.

DI TRADIZIONI E PLAGI

20 Nov

Perla era nata reietta dal mondo infantile. Rampollo di male, emblema e frutto di peccato, non aveva il diritto di frequentare i bambini battezzati. Nulla era più notevole dell’istinto, ché tale appariva, con cui la piccina comprendeva la propria solitudine; il destino che le aveva tracciato intorno un cerchio inviolabile; tutta la particolarità, infine, della sua situazione rispetto a quella dei coetanei. Mai, dopo la scarcerazione, Hester aveva affrontato gli occhi della gente senza di lei. In tutti i suoi tragitti per la città non mancava mai Perla; prima, pargoletta in braccio, poi fanciullina, minuscola compagna della madre, di cui stringeva un dito nel piccolo pugno, mentre saltellava tutta svelta per non restarle addietro. Vedeva i bimbi della colonia sul margine erboso della strada o sulla soglia di casa, baloccarsi nei tristi modi consentiti dall’educazione puritana; giuocando ad andare in chiesa; o a fustigare i quaccheri o a scotennare gli indiani in finte battaglie; o a farsi scambievolmente paura con strambe imitazioni di stregoneria. Perla stava a guardarli, non perdeva nulla della scena, ma non cercava mai di stringere amicizia. Interpellata, non rispondeva. Se i bambini facevan capannello intorno a lei, diventava davvero terribile nella sua piccola rabbia, brandiva dei sassi per colpirli, con certi strilli acuti, incoerenti, che facevan tremare la madre perché somigliavano tanto agli anatemi lanciati da una versiera in una lingua sconosciuta.

Fatto sta che i piccoli puritani, appartenendo alla genia più intollerante che sia mai vissuta, s’eran formati una vaga idea d’alcunché di bizzarro, di soprannaturale, o in contrasto con le abitudini correnti, nella madre e nella figlia; e perciò le disprezzavano in cuor loro, e non di rado le vilipendevano ad alta voce. Perla avvertiva quel sentimento, e lo ripagava con l’odio più fiero che possa esacerbare un seno infantile”.

Quando parliamo di integralisti la nostra mente va agli ebrei vestiti di nero, con le filatterie e col cappello nero oppure ai fanatici islamisti che nulla hanno a che vedere con gli islamici e che con i loro attentati stanno seminando il terrore in mezzo mondo, islamico compreso.

Non dimentichiamo però che anche una parte del cristianesimo quanto a fondamentalismo e intolleranza non fa tanta bella figura. Il cristianesimo che come comando principale ha “Ama Dio sopra ogni cosa e il tuo prossimo come te stesso”, o per dirla con Agostino d’Ipponia “Ama e fa ciò che vuoi”, si scontra con i principi non negoziabili di alcuni e le rivalità di altri.

Quello che ho riportato è un brano tratto da La lettera scarlatta, di Nathaniel Hawthorn, nato a Salem, Massachusset. Quella Salem che nel 1692 visse la triste vicenda della caccia alle streghe che portò sul rogo tante donne per il semplice sospetto, ovviamente mai provato, di stregoneria, ben proposto tra gli altri da Arthur Miller nella commedia Il crogiolo.

Pubblicato nel 1850, il romanzo di Nathaniel Hawthorn, con i temi del peccato, della grazia e del perdono è ambientata nella Boston del 1642, appena cinquant’anni prima della caccia alle streghe, in quell’America bigotta dei Puritani, eredi dei Padri Pellegrini che tanto brave persone non furono, che tra le opzioni preferirono la condanna dell’adultera protagonista non a morte come la loro legge avrebbe comandato ma a continuare a vivere ai margini della società con la lettera A di adultera sul vestito finché non avesse confessato con chi aveva consumato il peccato.

La frase in neretto ben evidenzia come tutto ciò e l’educazione che ne conseguiva, influenzavano i bambini che giocavano ad andare in chiesa.

Tutto ciò avveniva nel diciassettesimo secolo ed è stato riproposto da uno scrittore un secolo dopo, ma certi fenomeni, spesso i peggiori, sono duri a morire.

Nel 2016 Ken Follet, scrittore che certo non ha bisogno di presentazioni, ha pubblicato Cattiva fede, la storia del plagio da lui subito, proprio come i bambini di Boston del romanzo, e conseguente allontanamento dalla fede.

È dovere dei genitori allevare e istruire i figli, e dell’istruzione fa parte la trasmissione delle credenze religiose, ma non si deve mai plagiarli o privarli della loro personalità e delle occasioni che hanno, crescendo, di fare le proprie scelte anche non condivise dai genitori.

(È interessante che il libro di Ken Follet nel testo italiano cita i riferimenti biblici, cosa che non fa in quello inglese, perché nel mondo anglofono la conoscenza delle Scritture è un dato assodato).

A PROPOSITO DELL’ORGOGLIO

7 Ott

Siamo abituati ad abusare dei sinonimi, o meglio a usare indistintamente termini che esprimono concetti diversi, come ascoltare, udire e sentire. Si può infatti udire il suono di ciò che l’altro dice senza ascoltare, prestare cioè attenzione alle sue parole e di conseguenza non sentire empatia o disapprovazione per quanto espresso, similmente si può vedere per caso o distrattamente qualcosa o guardare con attenzione.

Contadino, cafone e villano, sono sinonimi usati in aree geografiche diverse da Nord a Sud che però nell’uso comune sono spesso usati in senso dispregiativo riguardo alle persone.

Così abbiamo altezzosità, superbia e orgoglio.

Altezzoso è colui che si ritene superiore agli altri, spesso facendolo notare con il suo atteggiamento distaccato, non a caso il contrario è “alla mano”.

Superbo è colui che ha un’esagerata stima di sé, e dev’essere un vizio antico visto che uno dei re di Roma, Tarquinio, nipote di Tarquinio Prisco, è passato alla storia con questo appellativo non certo gratificante.

L’orgoglio, se vissuto bene in modo da non cadere nell’altezzosità o nella superbia, è una marcia in più, un rafforzamento dell’autostima della persona. Dobbiamo essere orgogliosi, senza necessariamente vantarcene a destra e a manca, di un lavoro fatto bene o un traguardo raggiunto, perché spesso ci dimentichiamo che per voler bene al nostro prossimo dobbiamo voler bene a noi stessi. Dobbiamo essere orgogliosi dell’educazione data ai nostri figli e traferire loro nel modo opportuno questo sentimento, che riguardi un bel voto o a scuola o una loro piccola o grande conquista sociale (qui non c’entrano nulla l’eventuale gelato ai più piccoli o la mancetta ai più grandicelli).

Questo post nasce da un twitt di @francy_0207 che il 3 ottobre ha scritto:

“Mamma, quanto mi da fastidio quando dicono che voi #donne siete deboli o ridono di voi…” “E chi lo fa?” “A volte anche i miei compagni… Ma io vi difendo perché siete forti, molto più forti. E sono un uomo eh!” (Matteo).

In sole quattro righe questo piccolo ma solo di taglia aspirante uomo dimostra di aver capito molto di più di molti maschi adulti.

Come non essere orgogliosi o se volete, fieri, di un bambino che si esprime così, che in tutta evidenza ha ricevuto un’educazione al rispetto verso le donne in famiglia, prima ancora che a scuola!?

Dedicato a Matteo e a sua mamma Francisca.

“NON MOLLARE NOEMI!”

7 Mag

Non ho condiviso, al tempo dell’attentato al Bataclan di Parigi, il “Siamo tutti parigini” e i successivi nell’occasione degli attentati alle metro di Barcellona e di Londra, perché l’empatia si dimostra in altro modo e anche perché non ho mai visto un “siamo tutti” di solidarietà contro gli attentati islamisti nei Paesi mussulmani.

Così come questa mattina mi aspettavo un gesto di solidarietà a Valentina Sestito con un chiaro “Siamo tutti terroni”, che però sembra non essere pervenuto.

Ho scritto però “Non mollare Noemi!”, la bambina di quattro anni che lotta tra la vita e la morte in un ospedale di Napoli.

Da credente accetto per fede ma faccio difficoltà a capire la sofferenza dei bambini, bambini che cadono come moschini sulle lampade all’aperto in estate e che nel loro vocabolario non hanno la parola pace come in Siria e Yemen ma non solo, bambini in ospedale che a differenza degli adulti non sanno darsene una ragione, bambine e bambini che vengono violentati da piccoli e che vivranno quel trauma tutta la vita.

Bambini come Noemi che un attimo prima era sicura con la mamma e la nonna e un attimo dopo in rianimazione in ospedale. Non in guerra, ma nella civilissima Italia.

Noemi non è un simbolo. È una persona e come tale è titolare di diritti giuridici e morali, come ne ha diritto e li può esercitare una bambina di quattro anni.

C’è chi comincia a parlare di situazione irreversibile e di accanimento terapeutico. Non entro nel merito e mi affido alla coscienza e alla capacità dei medici.

È inutile domandare un cambio di rotta a chi fa del male per i propri interessi senza tener conto degli effetti collaterali.

Per questo motivo ho scritto “Non mollare Noemi!”, ma forse anche come gesto di ribellione per come stanno andando avanti le cose e per i morti che contiamo ogni sera.

Alcuni di noi hanno vissuto la stagione degli “anni di piombo”, non fatecela ripetere sotto altra forma!

SORRIDERE AI BAMBINI

13 Mar

Ieri in attesa dal medico assieme a una coppia con una bimba di quattro anni tutto pepe che ti sorride, ti chiede come ti chiami e tutto il resto. Do un’occhiata ai genitori per chiedere il loro consenso, le rispondo e scambio qualche parola.

Quando viaggio in treno mi porto sempre qualcosa da fare o da leggere ma, se qualcuno mi interpella, rispondo gentilmente, anche se so che spesso si comincia a discorrere del tutto e del niente.

Qualcuno dice che sono affettato perché cedo il passo alle signore, mi tolgo il cappello in ascensore e altre cose che forse sono superate ma per me conservano un valore, poi magari le superò anch’io come ho smesso la cravatta quando non serve.

Certo, se durante la pausa in un incontro una signora mi invita per un caffè lascio che sia lei a pagare in forza dell’uguaglianza di genere, ma vorrei continuare a rispondere al sorriso di un bambino, a essere gentile quando capita e a prendere un caffè con una collega in senso stretto o lato, senza che nessuno pensi a secondi fini.

C’è modo e modo di rapportarsi con il prossimo, e se fatto con correttezza tutto fila liscio, tanto poi come fai fai, fai male (o bene).

Faccio sempre l’esempio della lingua inglese, che con ha la forma di cortesia come il francese e l’italiano ma la confidenza o la distanza tra le persone si sottolinea in altri modi, dove non esiste il “lei non sa chi sono io” e i titoli sono usati quando sono strettamente necessari, e leggete o sentite parlare semplicemente di Theresa May o di Donald Trump.

Ciò che sta accadendo alla Portavoce deM5S dopo il servizio delle Iene e solo l’ultimo degli episodi di hate speech di coloro che non sanno distinguere la persona dal ruolo che ricopre, questo sì in democrazia criticabile nelle forme corrette, cosa che è già ampiamente successo con Maria Elena Boschi e Laura Boldrini, tra le altre, quasi tutte donne.

RISPONDERE SENZA AMBIGUITÀ

12 Dic

…mi ha chiesto cos’è una sgualdrina!”

Glielo hai detto?”.

“No, le ho parlato di Lord Melbourne”.

Jack, per l’amor del cielo, quando un bambino ti chiede qualcosa rispondigli a tono. Non seguire vie traverse. I bambini sono bambini, ma si accorgono prima degli adulti se si dà una risposta evasiva, e l’ambiguità confonde loro le idee ancora di più”.

Harper Lee, Il buio oltre la siepe.

I BAMBINI

2 Dic

Narra una storiella estiva che un bambino italiano sulla spiaggia incontrò una bambina tedesca e i due cominciarono a giocare, incuranti della differenza linguistica, perché i bambini hanno un linguaggio tutto loro incomprensibile da noi adulti.

Verso l’ora della chiusura dello stabilimento balneare i rispettivi genitori li chiamarono e i due andarono sotto la doccia. Quando abbassarono i loro costumini la bambina tedesca vedendo il suo compagno italiano esclamò: “Ah, ecco la differenza tra protestanti e cattolici!”.

Perché i bambini sono puri, senza la malizia degli adulti, come Adamo e Eva nel giardino di Eden che si accorsero di essere nudi dopo il peccato.

DI FARFALLE, CICOGNE E CAVOLI

15 Ago

Pare proprio che il nostro giardino, quanto a lepidotteri, non abbia nulla da invidiare alla (forse) più celebre città di Bordano, in Carnia, e sono tentato di aprire l’account iltrullodellefarfallebianche.

Non è certo merito mio ma del pollice verde di famiglia.

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I fiori mi piacciono ma quanto a piante io, ancor prima di Gugl Map, sono sempre andato d’accordo solo con le piante di Milano, di Roma, della metropolitana di Londra, che non hanno bisogno di essere bagnate.

Fatto sta che una aiuola in particolare, tra le altre, è invasa da decine di farfalle, per la maggior parte bianche, che inscenano quelli che a noi paiono bellissimi balletti. Due di esse, ieri pomeriggio alle cinque mentre in tre stavamo ragionando in veranda, ci hanno offerto lo spettacolo del corteggiamento e dell’accoppiamento, in cui lei era immobile a terra e lui andava, si posava su di lei, svolazzava via e tornava su di lei. L’accoppiamento vero e proprio termina quando lei chiude le ali in senso verticale e dopo un po’ vola via. Cose che si vedono nei documentari ma vederle dal vero con la grazia delle farfalle è un altra cosa.

Sono stato contento che non fosse stato presente nessun bambino piccolo, perché non sarei entrato nei particolari ma gli avrei detto sommariamente che le due farfalle stavano giocando.

Anche se alcuni non vogliono ammetterlo è finito il tempo delle farfalle, delle cicogne e dei cavoli, e con i bambini bisogna cominciare a fare educazione di genere fin da piccoli, usando il linguaggio e gli esempi adeguati alla loro età, anche per non essere impreparati quando prima o poi si fanno avanti loro domandando spiegazioni sul pancione della mamma o della zia.

I bambini meritano tutto il nostro amore e tutto il nostro rispetto.

P.s. Se avete le “farfalle nello stomaco”, non fatevi illusioni, è solo fame. 🙂

LA LUNA ROSSA E IL LUPO CATTIVO

28 Lug

Passata la sbornia, più o meno culturale, più o meno folcloristica, più o meno narcisistica, perché diciamolo pure che, con l’andazzo che tira molti si saranno fatti un sefie con la luna rossa, come resistere?, resta un commento sulla canzone come mi è stato raccontato da una signora.

Quand’era piccola suo papà le intonava la canzone Luna rossa pensando di farla contenta con il verso “E ‘a luna rossa mme parla ‘e te”, come io ho fatto tante volte con mia figlia da piccola in inverno prendendole la mano e cantandole “che gelida manina…”.

La signora mi ha detto che ogni volta si metteva a piangere non per quel verso, ma per quelli che lo precedono

Vaco distrattamente abbandunato…
Ll’uocchie sott”o cappiello annascunnute,
mane ‘int”a sacca e bávero aizato…
Vaco siscanno ê stelle ca só’ asciute…
Fischio…………………….

rimanendo terrorrizzata al pensiero dell’esistenza di quell’uomo con gli occhi nascosti sotto il cappello, le mani in tasca e il bavero rialzato che fischiava.

Molti bambini sono stati messi a tacere con la minaccia, a seconda delle tradizioni locali, dell’arrivo del lupo cattivo, dell’uomo nero, di cappello sporco. Quante mamme, cantando la celeberrima “inna nanna, ninna o”, hanno pensato alla minaccia dell’abbandono insita nell’incipit “questo bimbo a chi lo do”?

Ma forse i bambini non ci hanno mai badato, seguendo la cantilena senza far caso alle parole… tanto meglio, perché Gilbert Keith Chesteron ci ha insegnato che le fiabe non raccontano ai bambini che i draghi esistono. I bambini sanno già che i draghi esistono. Le fiabe raccontano ai bambini che i draghi possono essere uccisi.

MEMORIE DI AZZURRO

23 Lug

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L’altra sera a cena con amici ci siamo trovati a parlare delle vacanze estive dai nonni.

Quelle descritte da Celentano in Azzurro, che io passavo spesso da mia nonna, con l’obbligo formale del riposino pomeridiano. Formale perché, per quell’accordo non scritto che si può stipulare con i nonni che sono più permissivi dei genitori, ogni tanto, novello Tom Sawyer, lo trasgredivo saltando dalla finestra al pian terreno della villetta e via per i fatti miei!

Anche quel giorno che, cammina cammina sul lato sinistro della strada come mi avevano insegnato a scuola, percorsi cinque chilometri fino ad arrivare al paese vicino dove abitava uno zio mugnaio che aveva un mulino ad acqua, non proprio bianco come quello dei famosi biscotti e merendine, ma che mi affascinava ugualmente (forse già all’epoca mi stavo appassionando al tempo e il roteare della ruota mi ricordava un orologio). Interrogatomi sul cosa facessi lì e se mia nonna ne fosse al corrente, mio zio mi pagò il biglietto per il primo autobus di ritorno. Mia nonna non lo venne a sapere perché non aveva il telefono, neanche quello nero a muro con il disco.

Una signora più giovane mi ha raccontato in altra occasion di come veniva mandata dai suoi nonni in Sardegna e di come era coccolata dalla nonna che ogni giorno ne trovava una nuova per farla mangiare, preparandole se necessario le tagliatelle a merenda. Suo nonno era un pastore, un pastore sardo di quelli che avevo visto sui libri delle elementari. Incuriosito, le ho chiesto se parlassero in dialetto o in italiano. Mi ha risposto che sì, qualche parola in dialetto usciva, ma parlavano in italiano perché a suo modo suo nonno era una persona colta. Quando recava il gregge al pascolo portava con sé un libro di un autore italiano, D’Annunzio, Verga o qualche altro, assieme a un piccolo dizionario nel quale cercava le parole che non conosceva e scriveva i suoi marginalia.

Sono rimasto stupito e lei, a sua volta mi ha detto di esserlo stata quando, da adulta, ha visto il film tratto dal romanzo Padre Padrone di Gavino Ledda, che certo non corrispondeva all’immagine del pastore sardo avuta da piccola.

Questo per dire che ci sono luoghi comuni e stereotipi che non sempre corrispondono alla realtà, che non debbono essere presi per buoni ma verificati, e facilmente si trova che derivano da chiacchiere popolari senza fondamento.

Come quella, fraintesa da molti, “contadino, scarpe grosse e cervello fino”. Scarpe grosse sicuramente, perché altrimenti affonda nel terreno bagnato, ma cervello fino non si riferisce ad una persona che non ci arriva ma piuttosto che sa ragionare. Forse non sempre come i libri di scuola ma, si sa, i libri sono la forma scritta in bella copia della pratica.