SBURTÀR RADICIO

16 Ott

Stamani, mentre ero in fila dalla nostra erbivendola di fiducia a comperare del radicchio, mi è sovvenuta l’espressione dialettale “sburtar radicio”, letteralmente “spingere radicchio”. Espressione scherzosa per indicare qualcuno che è morto: Te ga visto Mario? No, xè più de un mese che el xè a sburtar radicio” (“Hai visto Mario?” ”No, è morto da più di un mese “), perché notoriamente il radicchio esce da sottoterra e viene su.

Più che espressione scherzosa è un modo come un altro per parlare del tabù della morte.

Scrivo questa nota prima del 2 novembre. 🙂

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USARE SEMPRE IL LINGUAGGIO APPROPIATO

14 Ott

Ho letto in alcuni twitt che Massimo Giletti nella sua trasmissione su La7 ieri sera ha riproposto il tema della dottoressa Serafina Strano, stuprata mentre prestava servizio alla Guardia Medica di Trecastagni.

La lettera con cui la Compagnia d’assicurazione nega il risarcimento è scritta nella perfetta antilingua di Italo Calvino – che, possiamo essere sicuri, sarà usata ancora per molto tempo – liquidando come infortunio lo stupro subito dalla dottoressa. Infortunio, lo dice la stessa radice semantica, deriva da fortuna, è un evento casuale come uno slogamento di una caviglia o la frattura di un braccio. Un atto di violenza su una donna non è casuale – accantoniamo il discorso di raptus del pover’uomo, che non regge – ma un atto deliberato.

Lasciando da parte la trasmissione che non ho visto, quello della sicurezza dei medici in servizio alle Guardie mediche è un tema ancora di attualità, a tutela di tutti gli operatori e del personale femminile in particolare. A poco serve una videosorveglianza e il collegamento con le Forze dell’ordine ad atto compiuto. A Pordenone per un periodo gli ambulatori sono stati presidiati dai membri dell’ANA, quegli alpini che non smettono mai di esserlo e che, oltre a preparare un piatto di pasta alle biciclettate, sono sempre pronti ad intervenire nei disastri naturali.

Tornando all’antilingua di Italo Calvino e alla definizione generica di infortunio usata dalla Compagnia di assicurazione, ci sono termini che sono entrati nell’uso comune, come stupro e mestruazioni, verso i quali è segno di grande ipocrisia usare degli eufemismi, perché i nostri figli li conoscono e perché non siamo più nell’epoca vittoriana, nella quale era sconveniente per una donna pronunciare il termine “pantaloni”.

Della violenza di genere e in particolare della violenza sulle donne si deve parlare ai ragazzi e alle ragazze fin da piccoli, perché se non lo facciamo noi o la scuola cercheranno le informazioni tra i loro pari o, peggio, dal “dottor Gugl”.

Lo si può fare  con i propri figli, magari non ora che sono presi dai libri di scuola, ma proponendo loro l’estate prossima il libro Il buio oltre la siepe, di Harper Lee, ricavato da un fatto vero, che tratta il tema del razzismo nell’Alabama e in Georgia e vede come imputato un giovane di colore, ma che sarà comunque condannato, perché la parola di una donna bianca ha più valore di quella di un nero.

Si può spiegare cos’è una violenza con poche parole, come fa il padre Atticus che nel romanzo risponde alla piccola figlia che tutti chiamano Scott e che, quando richiesto perché impiegasse tempo a difendere un perdente in quanto nero, risponde: “Per vari motivi”, disse Atticus. “Il principale è che se non lo facessi non potrei più andare in giro a testa alta […] e non potrei nemmeno dire a te o a Jem: fa’ questo e non fare quello”. L’esempio viene prima delle parole.

Ci sono libri scritti per ragazzi in realtà destinati agli adulti e viceversa. Questo è uno di quelli. Dipende dalla maturità soggettiva, negli Stati Uniti cominciano a consigliarlo dai dodici anni in su.

PLOG

13 Ott

pennadoca

L’altra sera tornando a casa in autobus stavo rispondendo al telefono ad un amico che mi chiedeva spiegazioni tecniche sul blog (non riusciva ad inviare un commento, anzi, l’aveva mandato a metà, cosa che infatti mi ha fuorviato). Mentre parlavo a bassa voce ho visto una persona in abiti da cantiere che stava scrivendo il proprio plog (crasi inventata sul momento per paper log) su un quaderno a righe di quelli piccoli vecchio tipo delle (mie) elementari. Ha scritto per tutto il tempo del mio tragitto e probabilmente oltre.

Morale: usiamo al meglio le moderne tecnologie, con cui possiamo comunicare velocemente con il resto del mondo, ma non permettiamo loro di dominarci e di tanto in tanto torniamo alla penna, ci aiuta a rimanere umani!

COSA IMPARARE DAL DISASTRO DEL VAJONT

9 Ott

Oggi, i più giovani forse non lo sanno, ricorre l’anniversario del Vajont, disastro non naturale ma causato dall’imperizia umana per aver costruito sotto un monte una diga di contenimento. Furono coinvolti i paesi di Erto e Casso e di Longarone.

Imperizia umana come con l’albergo di Rigopiano, travolto dalla neve.

Il 9 ottobre 1963 costò la vita a 1917 persone.

Ciò che l’informazione tende a o vuole dimenticare è che quasi tutti i giornali scrissero del cedimento della diga, che cinquantasei anni dopo è ancora lì, inutile, se non a monito, mentre fu la cima del Monte Toc a cadere nell’invaso, provocando l’uscita dell’acqua. Un po’ come quando a colazione il vostro pezzo di torta di pan di Spagna si spezza e cade nella tazza del caffelatte, provocandone la fuoriuscita e sporcando la tovaglia.

All’epoca non erano ancora di uso comune i termini scoop e fakenews ma il principio è lo stesso, quasi nessuno aveva verificato la notizia.

Bisogna contare fino a dieci e se serve fino a quindici e verificare da fonti certe prima di premere Enter.

Da fine settembre si dice che Silvia Romano sia stata liberata, ma il Ministero degli Esteri non ha confermato, forse perché sono in corso trattative. Renderle pubbliche senza l’autorizzazione della Farnesina potrebbe forse compromettere tutto.

E sarebbe peggio che asciugare la tovaglia della colazione.

A PROPOSITO DELL’ORGOGLIO

7 Ott

Siamo abituati ad abusare dei sinonimi, o meglio a usare indistintamente termini che esprimono concetti diversi, come ascoltare, udire e sentire. Si può infatti udire il suono di ciò che l’altro dice senza ascoltare, prestare cioè attenzione alle sue parole e di conseguenza non sentire empatia o disapprovazione per quanto espresso, similmente si può vedere per caso o distrattamente qualcosa o guardare con attenzione.

Contadino, cafone e villano, sono sinonimi usati in aree geografiche diverse da Nord a Sud che però nell’uso comune sono spesso usati in senso dispregiativo riguardo alle persone.

Così abbiamo altezzosità, superbia e orgoglio.

Altezzoso è colui che si ritene superiore agli altri, spesso facendolo notare con il suo atteggiamento distaccato, non a caso il contrario è “alla mano”.

Superbo è colui che ha un’esagerata stima di sé, e dev’essere un vizio antico visto che uno dei re di Roma, Tarquinio, nipote di Tarquinio Prisco, è passato alla storia con questo appellativo non certo gratificante.

L’orgoglio, se vissuto bene in modo da non cadere nell’altezzosità o nella superbia, è una marcia in più, un rafforzamento dell’autostima della persona. Dobbiamo essere orgogliosi, senza necessariamente vantarcene a destra e a manca, di un lavoro fatto bene o un traguardo raggiunto, perché spesso ci dimentichiamo che per voler bene al nostro prossimo dobbiamo voler bene a noi stessi. Dobbiamo essere orgogliosi dell’educazione data ai nostri figli e traferire loro nel modo opportuno questo sentimento, che riguardi un bel voto o a scuola o una loro piccola o grande conquista sociale (qui non c’entrano nulla l’eventuale gelato ai più piccoli o la mancetta ai più grandicelli).

Questo post nasce da un twitt di @francy_0207 che il 3 ottobre ha scritto:

“Mamma, quanto mi da fastidio quando dicono che voi #donne siete deboli o ridono di voi…” “E chi lo fa?” “A volte anche i miei compagni… Ma io vi difendo perché siete forti, molto più forti. E sono un uomo eh!” (Matteo).

In sole quattro righe questo piccolo ma solo di taglia aspirante uomo dimostra di aver capito molto di più di molti maschi adulti.

Come non essere orgogliosi o se volete, fieri, di un bambino che si esprime così, che in tutta evidenza ha ricevuto un’educazione al rispetto verso le donne in famiglia, prima ancora che a scuola!?

Dedicato a Matteo e a sua mamma Francisca.

LA SOLITUDINE DEI CITTADINI

3 Ott

Una decina di anni or sono è morto un mio vicino. Io e lui qualche volta ci frequentavamo. Parlavamo di informatica o di letteratura, o giocavamo a scacchi, a seconda dell’occasione.

Dopo la sua morte solo qualche cordiale saluto con la vedova, una signora giovane, figlia unica, gravata anche dall’assistenza ai genitori anziani. Mia moglie tentò piú volte di invitarla per un te, ma senza successo.

Lo scorso luglio è morta sua madre e lei, anche preoccupata per le condizioni del padre, è caduta in uno stato depressivo e nel circolo vizioso “casa – lavoro – padre – casa” chiudendosi a riccio in una sorta di difesa dal resto del mondo.

L’altra sera con nostra sorpresa ci ha telefonato e ha chiesto di mia moglie. Si sono parlate un po’ e mia moglie, dopo averle porto le condoglianze, l’ha invita sentirsi libera di richiamare quando vuole e a salire da noi. Lo farà? Forse.

Racconto questo episodio per significare come in una città si possa essere così lontani pur abitando vicini, parafrasando il titolo della “Solitudine dei numeri primi” mentre in paese i rapporti sono più immediati.

Mia suocera, abitando sulla strada, chiudeva la porta solo di notte. Durante il giorno c’era chi entrava a salutarla senza troppi formalismi o chi, aperta la porta, le mandava un saluto anche senza entrare: “Ciao Maria!”, tutti la chiamano così anche se il suo nome era un altro.

Poi abbiamo “inventato” la telefonata di avviso, la scusa del parcheggio, scordando che le visite più gradite sono proprio quelle senza preavviso, con la casa così come la viviamo e non tirata a lustro. Soffermandoci solo qualche minuto se gli ospiti hanno da fare ma dopo aver fatto sentire, non notare, la nostra presenza, proprio come con chi è fisicamente lontano basta un “ciao, ti voglio bene!” come canta Steve Wonder in “I Just called to Say I Love you”.

Pensiamoci.

IL DIO DELLE PICCOLE COSE

30 Set

[L’angelo del Signore] gli disse: “Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore”. Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco, venne a lui una voce che gli diceva: “Che cosa fai qui, Elia?”. Egli rispose: “Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita”. Il Signore gli disse: […] (1 Re 11:15).

Elia è uno dei profeti più famosi dell’Antico Testamento, tanto che molti videro in Gesù la sua ricomparsa. Questo passo, che ricorda la sua fuga dopo il confronto con i profeti di Baalci dice che il Signore passò e

  • non era nel vento

  • non era nel terremoto

  • non era nel fuoco

ma era in una brezza leggera, perché il Signore si manifesta anche in tutte quelle piccole cose e persone in cui ci imbattiamo ogni giorno e siamo noi a non saper distinguere la sua presenza.