TI CANCELLO, QUINDI NON ESISTI

14 Ott

Venerdì 12 ottobre, assieme a mio nipote, sono stato a vedere la mostra sulle leggi razziali, proclamate a Trieste il 18 settembre 1938.

Mostra molto ben fatta dagli studenti del Liceo Petrarca che verteva quasi esclusivamente sulla storia della scuola ma con alcuni richiami alla cronaca dell’epoca tratti da Il Piccolo, quotidiano della città.

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La foto simbolo, secondo me, è quella di una classe della scuola con due volti cancellati (questa, fatta da mio nipote ne riprende la metà), segno del tentativo di annullamento delle persone.

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Mostra che dovrebbe far riflettere perché anche se non ufficialmente il diverso, che oggi non si chiama più ebreo, è ancora odiato da parte di alcuni tra noi, come testimoniano alcuni recenti episodi di cronaca.

Ho spiegato a mio nipote che quello che è stato lo sfruttamento dei neri nelle piantagioni di cotone nell’Alabama, nella Georgia e in genere nel Sud degli Stati Uniti lo ritroviamo nel caporalato nel foggiano e non solo per la raccolta dei pomodori.

Personalmente sono per il ripristino della parola negro, piú cruda ma certo piú sincera, perché persona di colore fa parte di quegli eufemismi come non vedente o diversamente abile che la linguista Nora Calzecchi Onesti chiamava nel titolo di un suo celebre manuale Le brutte parole. Semantica dell’eufemismo e che noi ora chiamiamo politicamente scorretto. Rammentiamo che nell’ultima nazione ad avere ufficialmente la discriminazione razziale, la Repubblica Sudafricana, esigeva il colore della pelle scritto sulle carte di identità. Pochi sanno che il titolo originale del famoso giallo di Agatha Christie, “Dieci piccoli indiani” era “Ten little niggers”, poi cambiato in Ten Little Indians perché ritenuto inopportuno dall’editore. La discriminazione contro tutti quei diritti che sono garantiti dall’articolo 3 della nostra Costituzione è esercitata ora in altri modi, pur se la Repubblica ha il compito di osteggiarla.

La mostra è importante, e ora comincerà a girare per l’Italia con prima tappa a Milano, sia perché testimonia di un tragico fatto che ha portato alle consguenze che sappiamo, sia, come ho scritto più sopra, per le tentazioni di ricerca della razza perfetta che sono sempre in agguato qua e là in Europa e nel mondo. I destinatari dovrebbero essere gli studenti, che più di noi non hanno vissuto quella realtà, ma le molte persone adulte distratte o smemorate cui è bene rammentarla.

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LAMENTO NOTTURNO DI UN CITTADINO INSONNE DELL’EUROPA

12 Ott

Dramma in un atto, ma molto lungo.

Scena unica: una stanza da letto qualunque  in Italia, intorno alle due (no, non alle quattordici!).

“Sento ronzare una zanzara”

“L’ho uccisa”

“Allora erano due!” 😦

Arrivati al 12 ottobre, come gli americani hanno inventato il brunch propongo l’unificazione di estate e autunno in estunno. Forse l’Accademia della Crusca non è d’accordo, ma rende l’idea, perché se va avanti così arriviamo direttamente all’estate di San Martino e te la puoi scordare la nebbia agli irti colli.

L’ABORTO NELLA STORIA E NELLA LEGISLAZIONE ITALIANA

10 Ott

Mentre il Tg1 delle 13 del 10 ottobre 2018, dimenticando che la Rai è un servizio di Stato la cui laicità è sancita chiaramente dall’articolo 8 della Costituzione dava ampio spazio alla voce di Bergoglio che una volta di più tuonava contro l’aborto, non facendo caso che avallava un messaggio contrario alla legislazione italiana che, in forza della Legge 22/05/1978, n. 194, quindici minuti più tardi, la rubrica Passato e presente di Rai3 metteva in onda il servizio “194, la legge della discordia”, soffermandosi sulla piaga degli aborti clandestini che avvenivano prima della legge, sulle tensioni sociali da essa provocate, sull’obiezione di coscienza dei medici, istituto che prima esisteva solo avverso la leva mlitare, e le ingerenze della Chiesa cattolica.

Riuscirà mai, quello che con un eufemismo chiamiamo l’Oltretevere, ad assumere un atteggiamento di correttezza verso l’Italia l’evitando le inopportune ingerenze e di attuare quel rispetto della laicità che tanto va sbandierando, ammettendo che può indirizzare i suoi anatemi solo ai cattolici? Penso di no, perché si sente al di sopra di tutti e di tutti, e personalmente diffido di coloro che pensano di essere gli unici detentori della Verità.

A latere, il principio di non ingerenza in uno stato estero non vale solo per quelli che la Santa Sede chiama “principi non negoziabili” ma per tutta la vita sociale italiana e di questo, sempre per un discorso di coerenza devono tener conto coloro che per la soluzione degli affari interni italiani spesso si appellano al Papa.

CINQUE DONNE

9 Ott

Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abrahamo”. Così comincia la storia di Gesù secondo Matteo, che inizia da Abramo, capostipite degli ebrei. Una genealogia incompleta e simbolica, divisa in tre gruppi di quattordici persone.

In tutta questa lista di nomi di uomini – sono loro quelli che contano! – sono nominate cinque donne, Tamàr, Racàb, Ruth, la “vedova di Uria” e Maria di Nazareth. Donne sicuramente diverse tra di loro, per epoca e per destino, ma che lasciano un segno nella storia di Israele.

Sappiamo che quella biblica non è una storia solo di gente per bene. Pensiamo alla facilità con cui Esaù cedette la primogenitura, il racconto del fatto si conclude con la considerazione “Tanto poco stimò Esaù la primogenitura”, o l’inganno con cui Giacobbe estorse la benedizione dal padre Isacco.

La prima donna, Tamar, era la moglie che Giuda, fratello di quel Giuseppe venduto per invidia a una carovana di egiziani, aveva preso per il primogenito Er, come leggiamo in Genesi 38. Dopo la morte di due dei tre figli, Giuda allontanò Tamar, che avrebbe avuto il diritto di sposare il più giovane in base alla legge del levirato, invitandola a tornare a casa di suo padre come vedova, per paura che anche anche il terzo figlio morisse. Che le donne portino sfortuna?! Eppure gli ebreri non credevano nella fortuna.

Tamar, per rivendicare il suo diritto, un giorno in cui Giuda salì dalle sue parti, si finse prostituta per passare una notte con lui nel tentativo, riuscito, di rimanere incinta di lui. Giuda fece una pessima figura, ma da quell’incontro nacquero due gemelli, il primo dei quali fu chiamato Perez, che ritroviamo in Matteo 1 con il nome di Farez.

La seconda donna della genealogia è Racab. Di lei leggiamo, in Giosuè 2, che nascose gli esploratori mandati a Gerico da Giosuè. Potremmo avere molto da dire su questo tradimento verso il re di Gerico, che lei compì per mettere in salvo la sua famiglia, ma la Scrittura ci dice che lo fece perché aveva riconosciuto la sovranità del Signore.

Di Ruth potremmo anche non parlare, tanto è famosa la sua promessa, “Ma Ruth replicò: “Non insistere con me che ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch’io, e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio. Dove morirai tu, morirò anch’io e lì sarò sepolta. Il Signore mi faccia questo male e altro ancora, se altra cosa, che non sia la morte, mi separerà da te”. Questa promessa spesso è usata nei matrimoni, in realtà è fatta, cosa non da poco, da una nuora a una suocera!

Tornate assieme al paese di Bet Lehem – che conosciamo meglio con il nome di Betlemme – Ruth comincia a lavorare come spigolatrice per Booz, un coltivatore del posto che scopriremo essere suo parente alla lontana. Questi la prende in ben volere perché ha udito parlare della sua fedeltà alla suocera, e finisce con lo sposarla.

È interessante notare che una storia da “cronaca rosa” come questa è stata inserita nel canone ebraico, così come è stato inserito il Cantico dei Cantici, che, prima di un’eventuale lettura in chiave spirituale, è una bella storia d’amore di insegnamento ai giovani.

Alla nascita del figlio di Booz e Ruth, le donne dissero a Noemi: “Benedetto il Signore, il quale oggi non ti ha fatto mancare uno che esercitasse il diritto di riscatto. Il suo nome sarà ricordato in Israele! Egli sarà il tuo consolatore e il sostegno della tua vecchiaia, perché lo ha partorito tua nuora, che ti ama e che vale per te più di sette figli”. Noemi prese il bambino, se lo pose in grembo e gli fece da nutrice. Le vicine gli cercavano un nome e dicevano: “È nato un figlio a Noemi!”. E lo chiamarono Obed. Egli fu il padre di Iesse, padre di Davide.

La storia di Betsabea, che Matteo non chiama per nome, ma ricorda come “moglie di Uria”, è una storia triste fatta di meschinità e di abuso di potere, degna più degli imperatori romani (Svetonio, Vita dei cesari) che di un re di Israele.

Il re Davide, quello che da giovane fu scelto per la successione a Saul e che con un colpo netto di fionda uccise il gigante Golia, quello che ci ha lasciato gran parte dei centocinquanta salmi, fu artefice di un omicidio per riparare all’avventura di una notte, provocando la morte del marito di lei. 

Più avanti, messo di fronte all’evidenza del suo peccato dal profeta Nathan, se ne pentì, non però senza conseguenze.

L’ultima donna in ordine di tempo è Maria di Nazareth, di cui gli evangelici, per reazione a chi ne parla troppo, parlano poco.

Di lei sappiamo che era una tra le tante ragazze di Israele che speravano di dare alla luce il messia che doveva venire, per questo l’angelo Gabriele la chiama “favorita dalla grazia” e lei dice di se stessa “tutte le generazioni mi chiameranno beata”.  Tanto per chiarirci le idee gli ebrei di quel momento non avevano del messia l’idea che ci ha proposto Gesù, ma piuttosto una guida che li avesse liberati definitivamente dai Romani.

I vangeli di questa donna dicono poco. Dopo gli avvenimenti della nascita, ricordati da Matteo e da Luca, la incontriamo a Gerusalemme quando Gesù a dodici anni si mette a discutere con i dottori, alle nozze di Canan, un paio di volte assieme agli altri suoi figli a cercare Gesù, in ultimo sotto la croce e nel cenacolo alla discesa dello Spirito Santo. Di più non dice neanche l’apostolo Giovanni, cui era stata affidata se non materialmente almeno spiritualmente da Gesù sulla croce e che ha scritto il suo vangelo negli anni novanta. Sarà dichiarata assunta in cielo appena nel 1951.

Ma quello che più ci interessa di lei è il suo sì incondizionato, che non va sottovalutato. Se da una parte è un sì di meraviglia e di gioia per essere stata scelta tra tutte le giovani donne d’Israele per dare alla luce il Messia, è anche un sì di completa disponibilità, “ecco la serva del Signore, si faccia di me come hai detto tu”.

Un sì che, dopo la dipartita dell’angelo, sul momento forse le sarà pesato per le conseguenze alle quali si esponeva. Maria era già fidanzata con Giuseppe, e il fidanzamento era un contratto prematrimoniale vincolante. Avrebbe dovuto chiedere il permesso a lui, non rispondere di getto. Tutte cose secondarie rispetto all’annuncio dell’angelo, ma che la mettevano fuori dalla norma.

Il comportamento di due di queste cinque donne non è proprio esemplare, Tamàr si spaccia per prostituta, Betsabea si concede a Davide tradendo il marito. Maria, come abbiamo appena visto, contravviene ad altre regole sociali. Quattro su cinque, inoltre, sono straniere.

L’insegnamento che possiamo ricavarne è che le norme quando ci sono vanno osservate, però con le dovute eccezioni.

ORIGINALITÀ VO CERCANDO

6 Ott

Ad oltre un anno dal 20 settembre 2017, quando è stata presentata, oggi ad Assisi Articolo 21 vara la Carta di Assisi, la carta sulla comunicazione. Ennesimo documento di una decina che su per giù dicono o ripetono la stessa cosa.

Il 27 settembre 2017 usciva il “Manifesto delle giornaliste e dei giornalisti per il rispetto della parità di genere nell’informazione […]” scritto dal CPO Fnsi e altre sigle e che fu presentato il 25 novembre in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne. La giornalista Marilù Mastrogiovanni (@lmastrogiovanni), che vive sotto scorta per i suoi scomodi articoli e inchieste sulla Sacra Corona Unita, ha domandato in un tweet “E’ possibile che serva sempre un “manifesto” per costringerci a far bene nostro mestiere?.

Come spesso accade, le regole ci sono già ma o sono ignorate o sono disattese (basti pensare al tempo perso in polemiche e discussioni sul velo islamico, quando la legislazione italiana vieta a chiunque, uomini e donne, di circolare a volto coperto).

A seguito del femminicidio della diciassettenne Noemi Durini, nel settembre 2017 in Puglia, sia il Co.Re.Com. della Puglia sia l’Ordine dei giornalisti invitarono formalmente ma con scarso riscontro i giornalisti a dare solo le notizie essenziali. In settembre ero in Puglia e l’informazione locale oltre ad abbondare in particolari inutili nei servizi televisivi spesso rimandava “a nastro” le foto della ragazza (che nel caso di una persona defunta possono essere rese pubbliche anche se minorenne) e i filmati del luogo del ritrovamento e del momento dell’arresto del giovane.

La prima diffusione di internet con il modem a 56k, quello che “friggeva” durante il collegamento, vide la comparsa della Netiquette, casi di net e étiquette, in italiano “regole di buon comportamento nella Rete”. Di fronte a un fenomeno nuovo bisognava rammentare che in internet valgono le regole di convivenza usate negli altri rapporti con qualche accortezza dovuta al testo scritto, come per esempio evitare di scrivere una parola in TUTTO MAIUSCOLO perché per convenzione è intesa come gridata. La Netiquette degli inizi della comunicazione elettronica ancor prima di internet nei forum era comunque concentrata più sugli aspetti tecnici, perché chi partecipava e era offensivo veniva subito emarginato o messo fuori (bannato, dall’inglese to ban, mettere al bando).

Il 28 luglio 2015 la Commissione per i diritti e doveri in internet, presieduta dal giurista Stefano Rodotà, varava la Dichiarazione dei diritti in internet, che pur non avendo valore giuridico, rimane comunque un testo fondamentale.

Una per tutte, dell’onorevole Laura Boldrini rammentiamo la campagna, sostenuta da L’Aria che tira di La7tv #ioodiolodio.

Tornando alla Carta di Assisi, proprio per il luogo così caro ai cattolici italiani devoti a Francesco, stona il titolo “”decalogo” che come ho fatto notare più volte va riservato alle “dieci parole” che l’Eterno tramite Mosè diede al neonato popolo di Israele. Con più umiltà tutti gli altri dovrebbero essere chiamati consigli, suggerimenti o, eventualmente legge con articoli se emanata dall’organo legislativo dello Stato, e ancor di più il punto 1. “Non scrivere degli altri ciò che non vorresti fosse scritto di te” è una maldestra parodia di “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti” (Matteo 7:12).

Esiste un’usanza tutta italiana nello stravolgere il significato dei termini consolidati, come per esempio omofobia, che in greco significa paura dell’uguale e non odio per gli omosessuali, passando per i false friends della lingua inglese, fino ad arrivare agli hashstag.

L’hashtag #leparolesonopietre (e pesano come macigni) è usato contro la violenza verbale e visiva in internet, ed è ormai consolidato. Lanciare l’hashtag #leparolenonsonopietre, al di fuori della cerchia dei partecipanti all’incontro di Assisi, dà un messaggio completamente opposto.

Ben venga un reale pluralismo religioso in un’Italia ormai cambiata e che troppo sovente, si è visto con il pellegrinaggio ufficiale, in quanto riportato sul sito del Governo, del Presidente del Consiglio a San Giovanni Rotondo, dimentica di essere una repubblica laica in forza dell’articolo 8 della Costituzione. Bello l’articolo di Gia Mario Gillio, che però dimentica le percentuali e il fatto che Protestantesimo viene trasmesso di notte e Culto evangelico alle 06:30, mentre Rai1, rete ricordiamo di servizio pubblico, è praticamente monopolizzata dalla Chiesa cattolica per gran parte del sabato pomeriggio e della domenica mattina. Secondo Il fatto quotidiano “La religione cattolica occupa il 95% dello spazio in tv. Anche grazie a Bergoglio”.

Al di là delle parole cambierà qualcosa?

AFFETTO, AMORE E INIBIZIONI

1 Ott

JoBaez

Ripropongo questo post a beneficio di quanti hanno ironizzato sulla maldestra traduzione in italiano della frase di Donald Trump a proposito dei rapporti con Kim.

Questa è la copertina di un’autobiografia di Joan Beaz, del 1969 negli Oscar Mondadori, lire 1500, ma chi di noi al di sopra di una certa età non ha in casa una biografia di Joan Beaz, di Bod Dylan o dei Beatles?

Il titolo originale è Daybreak, ma voglio soffermarmi sulla scelta dell’editore italiano. Amore e love sono termini inflazionati – c’è chi dice di “amare” un colore per dire che lo preferisce – e dovremmo tornare alla distinzione della lingua greca tra i diversi tipi d’amore.

Direi quindi, “Saresti imbarazzata/o se ti dicessi che ti voglio bene?”.

Posta così, superati gli equivoci, è una domanda molto interessante che dovremmo rivolgere alle nostre amiche e ai nostri amici, perché provare affetto, “voler bene” appunto, come l’amore in una coppia, è qualcosa che va maturata e rinnovata di giorno in giorno, aggiungendo ogni giorno un tassello o un mattoncino Lego, qualche volta accadrà di togliendone uno per un’incomprensione, ma se la relazione è forte resisterà.

Voler bene” è abbassare le difese, fidarsi. A un’amica o a un amico non bisogna “raccontare tutto”, lasciamolo fare alle adolescenti (gli adolescenti sono più riservati), ma essere pronti a farlo quando serve.

Relazione. Una dei maggiori esperti in assoluto, la Volpe del Piccolo Principe, dice che va costruita ogni giorno.

Per questo ogni tanto bisognerebbe salutare un’amica o un amico con un “piacere di conoscerti”, perché nel tempo io sono cambiata/o, tu sei cambiata/o, ma continuo volerti bene per come sei, per la ricchezza interiore che solo tu hai.