“MI MANCHERAI”

10 Nov

So much, in inglese, vuol dire tanto,

so far vuol dire fino a ora,

so long è un saluto americano che non pone l’enfasi sul momento del re-incontro, come il nostro arrivederci o l’inglese see you (again) ma sull’attesa di esso. “Mi mancherai finché non ci rivedremo”.

Come take care, è un saluto confidenziale molto bello, una vera frase idiomatica “tell him so long for me”, “digli ciao da parte mia”.

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TRIESTE 2018, BENTORNATI NEL MEDIOEVO

9 Nov

Trieste, si sa, è una città difficile, nell’estremo Nord Est della repubblica, quella zona di cui nel resto d’Italia si sa poco o nulla, tanto è vero che c’è stato bisogno dello spettacolo teatrale Magazzino 18 per far conoscere, conoscere, non rammentare!, al resto dell’Italia l’esodo dall’Istria e da Fiume a fine della seconda guerra mondiale.

Trieste, con la sua cultura austroungarica, con Maria Teresa, il borgo teresiano e il castello di Miramare di Massimiliano d’Asburgo-Lorena a rammentarci che l’”Austria era una paese ordinato”, aperto verso tutti e con l’inno nazionale cantato in diciotto lingue. Non a caso vi troviamo la gran parte delle chiese storiche, salvo la chiesa anglicana che non c’è più. All’inizio del secolo scorso, quando la città era austro-ungarica, la borghesia parlava indifferentemente l’italiano, lo sloveno e il tedesco. Deve la sua fortuna al fatto che, accanto al porto militare a Pola, ora in Croazia, è stata il porto mercantile dell’impero.

Trieste, questa signora particolare in cui hanno vissuto e scritto Umberto Saba, Italo Svevo e l’irlandese James Joyce, chiamato simpaticamente signor Zois, non chiedeva documenti perché la convivenza è nel suo DNA. La sua cultura continua con l’italianissimo Boris Pahor, poco conosciuto perché di lingua slovena, Claudio Magris e Paolo Rumiz.

Fu a Trieste che l’eretico Primož Trubar, che traducendo le Scritture diede allo sloveno dignità di lingua, trovò ospitalità dal vescovo cattolico Pietro Bonomo.

Cose d’altri tempi se, dopo il veto di anni fa da parte di un consiglio di quartiere alla costruzione di una moschea, l’attuale giunta comunale, dopo aver vietato in uno dei suoi primi provvedimenti Il gioco del rispetto, che mira a far conoscere alle bambine e ai bambini le differenze di genere, ritenendolo, a torto, foriero della teoria gender quando sappiamo che c’è un estremo bisogno di educare fin da piccoli al rispetto reciproco, la giunta Dipiazza, notizia di oggi, fissa al 30% la soglia degli stranieri negli asili comunali, il crocefisso diventa obbligatorio e l’insegnamento della religione cattolica parte integrante del piano dell’offerta formativa. Sappiamo, ma forse in municipio no, che l’obbligo della presenza del crocefisso è già in vigore in forza di una sentenza della Corte europea, la religione cattolica non è religione di stato né è significativa per la storia recente del Paese, la facoltà di scegliere di non avvalersi dell’IRC andrebbe ribaltata, così come sono state sanzionate le Telco per i servizi aggiuntivi attivati di default e che il cliente deve domandare siano tolte, e che le “attività alternative” a scuola o non ci sono o consistono in lavoretti come il riordino della biblioteca scolastica, qualcosa più attinente all’”alternanza scuola – lavoro”.

In ultimo, per coerenza e in ossequio alle decisioni della Corte europea la giunta Dipiazza deve richiedere alla Chiesa cattolica e alle onlus l’Ici non corrisposta dagli anni 2006 al 2011, pur se la diocesi di Trieste minimizza. Lo farà?

DATI CATASTALI, ABUSI EDILIZI E IL SIGNOR MARIO

6 Nov

Leggo a proposito della sentenza dell’Alta corte di giustizia europea sul recupero dell’Ici da parte dell’Italia, senza entrare nel merito se riguardi solo la Chiesa cattolica o tutte le ong:

La Commissione aveva infatti riconosciuto all’Italia “l’assoluta impossibilità” di recuperare le tasse non versate nel periodo 2006-2011 dato che sarebbe stato “oggettivamente” impossibile sulla base dei dati catastali e delle banche fiscali, calcolare retroattivamente il tipo d’attività (economica o non economica) svolta negli immobili di proprietà degli enti non commerciali, e calcolare l’importo da recuperare”.

Assoluta impossibilità… oggettivamente impossibile… dati catastali… e banche fiscali”, par di capire, a leggerla così, che anche i dati catastali non si incrocino con le banche dati fiscali.

Ma allora il catasto e le banche dati fiscali a cosa servono!? Capisco quindi i molti abusi edilizi, dei quali si parla in questi giorni in seguito all’alluvione di Casteldaccia, che praticamente sono edifici fantasma in quanto oggettivamente non rintracciabili e perché venga colpito dal fisco il pizzicagnolo Mario (o altro a piacere), per aver regalato un panino al figlio di un amico senza aver emesso lo scontrino di € 0,00.

Quanto spendiamo ogni anno per queste banche dati la cui utilità è, con tutta evidenza, molto ridotta?

4 NOVEMBRE, IL GIORNO DOPO

5 Nov

Ieri, all’Altare della Patria e al Sacrario di Redipuglia prima, in piazza dell’Unità d’Italia a Trieste poi, si è ufficialmente concluso l’anno di celebrazioni delle Grande Guerra.

Sono trascorsi cento anni da quella che ancor oggi è chiamata la guerra di posizione più cruenta dell’epoca moderna. Forse in quest’anno i giovani hanno imparato qualcosa, gli adulti certamente no se in giro per il mondo ci sono più o meno 104 conflitti dichiarati e altri non dichiarati, come le frequenti e ripetute sospensioni dell’accordo di Schengen, se è vero che la violenza verbale fa male, in modo pur diverso, al pari di quella fisica.

Dopo la Grande Guerra ci sono state, cito a soldoni, la Seconda Guerra mondiale, la guerra in Vietnam, la guerra sottovalutata della ex Jugoslavia con l’assedio di Sarajevo, le due guerre del Golfo, la guerra tra Israele e Palestina, le guerre a lungo dimenticate dai media in Siria e Yemen, la guerra non dichiarata degli islamici.

I libri su cui riflettere non mancano, oltre al romantico Addio alle armi il più realistico Niente di nuovo sul fronte occidentale, il Diario di Anne Frank, Se questo è un uomo e La tregua, Il Sergente nella neve e Il ritorno, La guerra che non si può vincere e Con gli occhi del nemico, per citarne solo alcuni.

I grandi della Terra, però, continuano a non capire, a non voler smorzare il proprio ego, ad alzare la voce, a minacciare, ed è notizia di questi giorni la nuova tensione tra gli Stati Uniti e l’Iran.

Quindi è giusto onorare i morti e raccontare la storia ai giovani, affinché sappiano e forse riescano a costruire un mondo migliore ma ora per favore giriamo pagina.

La festività del 4 novembre, anche in linea con le trasformazioni dell’Europa, è stata mutata da anacronistica “giornata della vittoria” in “giorno dell’unità nazionale e giornata delle Forze Armate”.

Per questo motivo, pur riconoscendo il valore e l’abnegazione dei nostri soldati a fianco della Protezione Civile per far fronte alle calamità nazionali, come ha ricordato ieri il Presidente Mattarella, sono dell’opinione che il 2 giugno, “festa della Repubblica”, non vada celebrata con una sfilata militare, anche in ossequio all’art. 11 della Costituzione, ma con una sfilata di maestri, colf, operai, panettieri, imprenditori, muratori, fabbri (scritti in ordine sparso, aggiungete il mestiere o la professione che vi pare), perché sono questi, e non le Forze Armate come ha detto ieri la ministra Trenta nel suo discorso a Trieste, la spina dorsale del Paese.

Forse così i nostri figli e i nostri nipoti potranno sperare in un’Italia, in un’Europa, in un mondo migliori, anche con dei confini laddove siano opportuni, perché empatia non è il volemose bene a tutti i costi, ma il rispetto reciproco.

I CENTRI PER L’IMPIEGO

2 Nov

Per un giorno non sono un giornalista. Sono un disoccupato. Un disoccupato che, come tanti, cerca un posto di lavoro senza risultati. E che quindi ha bisogno dell’aiuto pubblico. Vorrei chiedere il “reddito di cittadinanza” – o come si chiamerà – o una qualunque altra forma di sostegno che possa darmi una mano per fare la spesa e pagare un affitto in attesa che la mia situazione personale possa finalmente sbloccarsi”. Comincia così il resoconto pubblicato oggi 2 novembre di “Un giorno da disoccupato in coda con il miraggio del reddito di cittadinanza”, di Giampaolo Sarti, giornalista del Piccolo. Di Trieste ma probabilmente potete mettere la città che volete voi, a scelta.

Sarà una giornata tra uffici, Caf e code. Mia, Rei e altri acronimi poco comprensibili assieme a Isee, Isre, Dsu, Ivie, Dis-coll, Did, Cud, Naspi, Irap, Imu e Aire.

Questa è, giorno dopo giorno dopo giorno, la realtà dei disoccupati che non hanno ancora smesso di cercare lavoro e che, giorno dopo giorno dopo giorno, si scontrano con la burocrazia degli uffici imprigionata nella sua modulistica a risposta chiusa che non prevede eccezioni neppure se sei nato in Jugoslavia, che non esiste più, e non puoi scrivere Croazia perché il codice Istat (le ultime tre cifre prima del codice di controllo) del tuo codice fiscale non la riconosce.

Quella burocrazia ingessata on line che non tiene conto che molti anziani ma neanche tanto, perché il tasso di alfabetizzazione informatica in Italia è basso, non sanno riempire un modulo on line e si trovano spiazzati se, quando finalmente premono Enter, si vedono rifiutata la domanda perché non hanno riempito un campo obbligatorio anche se fuori legge, come il campo “Provincia” in una regione, il Friuli Venezia Giulia, dove le province non esistono più e non sanno risolvere l’enigma se inserire o meno la sigla della ex provincia (GO, PN, TS, UD) perché così facendo commettono un falso in atto pubblico, che tra tre, quattro o cinque anni qualche zelante burocrate potrebbe contestare loro.

Quella burocrazia ingessata fatta di risponditori automatici “premi 1, pigia 2, fraca 3” dopo di cui, essendo nove volte su dieci tutti gli operatori impegnati “ti invitano a rimanere in linea per non perdere non si sa bene quale priorità acquisita, mentre i call center di alcune aziende serie ti rispondono con “enne persone in attesa, tempo previsto tot minuti”, e ti intrattengono con l’inflazionata Quattro stagioni di Vivaldi. Offensiva soprattutto nei confronti delle persone anziane, poco avvezze all’uso della tastiera del cellulare (che chiamano telefonino) mentre stanno parlando.

La sostanziale differenza è che loro sono l’istituzione (a diversi livelli) e tu sei un numero. Il codice fiscale o quello della coda, a scelta.

Non c’è nulla di nuovo in questo post, perché dei CPL leggiamo ogni giorno, salvo l’attesa del riordino dei CPL promesso dal ministro Luigi Di Maio, l’articolo di oggi su Il Piccolo e il film Io, Daniel Blake, che ho visto ieri sera e visibile su Raiplai.it che è ambientato in Inghilterra ma presenta gli stessi problemi.

Di nuovo forse, per voi che non lo sapete, è che io non sono della scuola “mal comune mezzo gaudio”, perché un male comune non è una consolazione, si sta male in due e basta.

Cambierà qualcosa?

1° NOVEMBRE, I SANTI CHE NON TROVATE SUL CALENDARIO

1 Nov

  • San Dalo, parente di Infra Dito
    San Sonait, gelati
  • Sam Montana, altri gelati
  • San Crispino, gelato di
  • San Mona (…ldo), sul banco di una chiesa, che a Trieste insomma…
  • Sam Sung, patrono degli affetti da sindrome di monofobia e parente del Big Brother
  • Santana, band. A Trieste Sant’Anna, che essendo il cimitero non cantano
  • San Antonio e Santa Fe(derica), probabili fratelli in Texas
  • San Pierdarena, Genova, poi San Pdoria, Samp per gli amici
  • Santo & Jhonny, mitici
  • Sam Atorza, frazione di Duino Aurisina
  • San Gennaro, mai esistito, ma diglielo tu ai napoletani

PARLARSI

27 Ott

Scritto il 15 maggio scorso, lo ripropongo, senza pretese di originalità.

I primi furono i due libri di Luciano Doddoli, giornalista, Lettera di un padre alla figlia che si droga del 1982 seguito da Lettera a Francesca che non si droga più del 1985, due diari in cui il giornalista racconta il dramma di sua figlia e conseguentemente della famiglia e di come lei sia riuscita a uscire da quell’orrendo tunnel.

Poi arrivò l’epoca dei manuali, tra i quali Etica per un figlio e Politica per un figlio di Savater e delle spiegazioni, i vari “Questa cosa spiegata a mio figlio”.

Il filone delle lettere, dei manuali e delle spiegazioni non è mai cessato e, se la loro pubblicazione può servire a far riflettere altri ben vengano ma sia le lettere sia i manuali danno l’idea di una cosa calata dall’alto, che giustamente i figli rifiutano.

La cosa peggiore che possiamo fare e dare in mano ai figli un libro, perché la vita non è una scienza esatta, ma un romanzo scritto giorno per giorno, con una scaletta che comprende degli obiettivi ma tiene conto anche dei fallimenti.

Proprio perché gli adulti hanno fatto quelle esperienze positive o negative che agli adolescenti mancano queste vanno trasmesse a voce.

Ricavare le pause per parlare con i figli, parlare loro del nostro lavoro per farli sentire partecipi, non da pari perché molti dimenticano che i ruoli sono diversi, ma in confidenza, seduti comodi senza le notifiche degli smartphone, aiuta loro a crescere ma anche i genitori a capire che non hanno un estraneo in casa e la frase ad effetto “questa casa non è un albergo” non avrà più quel tono di rimprovero perché la famiglia sarà vista per quello che realmente è, una comunità.

Senza stendere lettini e senza scomodare Freud.