ANTÀRES

4 Giu

La figlia di una nipote sposata a un berlinese si chiama Stella perché il nome è significativo sia in italiano sia in tedesco.

Guardando uno scontrino per la contabilità domestica noto che la nostra fruttivendola di fiducia si chiama Antares, come la stella più luminosa dello Scorpione.

Wikipedia dice che è facilmente riconoscibile… non ci credete perché io non ho mai capito nulla della volta celeste a parte il Sole, la Luna e Marte, il puntino luminoso rosso che mi teneva compagnia nelle sere dell’estate scorsa al trullo.

Antares è una stella rossa a circa 600 anni luce dal sistema solare e il cui perimetro grande 850 volte quello del Sole, che a noi sembra già grande.

A parte le mie digressioni ascientifiche, quante cose si nascondono dietro un nome!

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DELLE PENE

24 Mag

“Nonostante tutto, continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo”.

Chi non punisce il male, comanda che si faccia”.

Non sono due pensieri antitetici, ma complementari.

Il primo lo troviamo nella penultima pagina del Diario di Anna Frank. Scritto da una ragazzina di tredici anni murata viva e che comunque prima di morire pensava ancora che dell’umanità non si possa fare di ogni erba un fascio.

Il secondo invece, non è di Nicolò Machiavelli o di un magistrato dei nostri tempi, ma di Leonardo da Vinci, più famoso per i suoi disegni, le sue invenzioni, i suoi dipinti.

In modo lapidario, senza usare il linguaggio moderno a cui siamo più avvezzi, Leonardo reclama quella certezza della pena invocata da molti e tuttora assente.

Chissà, forse, un giorno.

CARTA DI ASSISI 2019!?

11 Mag

Oggi siamo arrivati a quella che è… direi… formulata la carta di Assisi…” dice testualmente il francescano Enzo Fortunato.

C’è qualcosa che sfugge nella trasmissione cattolica “TG1 Dialogo” di oggi, domenica 11 maggio 2019, perché la Carta di Assisi è stata presentata il 20 settembre 2017 da Articolo 21, presente lo stesso Beppe Giulietti che tra l’altro oggi è a Trieste, presidente della FNSI, carta sulla comunicazione, ennesimo documento di una decina che su per giù dicono o ripetono la stessa cosa.

Dunque, o è una presentazione del libro che il frate ha in mano, o è una brutta replica di qualcosa che è stato già visto un anno e mezzo fa. Comunque c’è qualcosa che non torna e di certo non si fa passare per nuovo qualcosa di vecchio.

Originalità vo cercando.

“NON MOLLARE NOEMI!”

7 Mag

Non ho condiviso, al tempo dell’attentato al Bataclan di Parigi, il “Siamo tutti parigini” e i successivi nell’occasione degli attentati alle metro di Barcellona e di Londra, perché l’empatia si dimostra in altro modo e anche perché non ho mai visto un “siamo tutti” di solidarietà contro gli attentati islamisti nei Paesi mussulmani.

Così come questa mattina mi aspettavo un gesto di solidarietà a Valentina Sestito con un chiaro “Siamo tutti terroni”, che però sembra non essere pervenuto.

Ho scritto però “Non mollare Noemi!”, la bambina di quattro anni che lotta tra la vita e la morte in un ospedale di Napoli.

Da credente accetto per fede ma faccio difficoltà a capire la sofferenza dei bambini, bambini che cadono come moschini sulle lampade all’aperto in estate e che nel loro vocabolario non hanno la parola pace come in Siria e Yemen ma non solo, bambini in ospedale che a differenza degli adulti non sanno darsene una ragione, bambine e bambini che vengono violentati da piccoli e che vivranno quel trauma tutta la vita.

Bambini come Noemi che un attimo prima era sicura con la mamma e la nonna e un attimo dopo in rianimazione in ospedale. Non in guerra, ma nella civilissima Italia.

Noemi non è un simbolo. È una persona e come tale è titolare di diritti giuridici e morali, come ne ha diritto e li può esercitare una bambina di quattro anni.

C’è chi comincia a parlare di situazione irreversibile e di accanimento terapeutico. Non entro nel merito e mi affido alla coscienza e alla capacità dei medici.

È inutile domandare un cambio di rotta a chi fa del male per i propri interessi senza tener conto degli effetti collaterali.

Per questo motivo ho scritto “Non mollare Noemi!”, ma forse anche come gesto di ribellione per come stanno andando avanti le cose e per i morti che contiamo ogni sera.

Alcuni di noi hanno vissuto la stagione degli “anni di piombo”, non fatecela ripetere sotto altra forma!

EDUK

28 Apr

Eduk era un mio amico – al passato solo perché ci si è persi di vista – di famiglia agiata studiava medicina. Nero, all’epoca non di usava l’eufemismo “di colore”. Si vestiva come voleva, qualche volta con una delle sue tuniche perché, diceva, “se hanno sa dire lo fanno perché sono nero, quindi, senza disturbare nessuno, vivo a mio a agio”. Parlava italiano. Una volta ci trovammo ad una conferenza, erano i tempi in cui non si parlava di Unione Europea ma ancora di Comunità economica europea. A udire l’oratore parlare con insistenza di Europa, garbatamente chiese la parola, si alzò e disse “Se lei continua a parlare di Europa, io comincio a parlare di Africa, concetti quanto mai vaghi”.

L’Africa è il terzo continente del pianeta quanto a superfice ed è composto da 54 nazioni, tra le quali il Brukina Faso, considerato il Paese più povero della terra.

Parlare tout court di africani, come è successo nella tempesta riguardo il Trieste Running Festival, può essere dunque impegnativo.

Un’estate a Otranto, il punto italiano più vicino alla costa albanese, vidi un’automobile con il distintivo ovale IS, Islanda. Non pensai a quanti chilometri avevano fatto, ma a quanto differente potesse essere un islandese da me.

Proprio come il concetto astratto di Africa e africani richiamato da Eduk.

A COME ALTAMURA, B COME BETLEMME

18 Apr

panedialtamura

Per dare un senso alla Pasqua che non sia di cioccolato, come vuol farci credere la pubblicità.

Forse un gesto scontato nella parte ricca del mondo del ventunesimo secolo è quello di comperare il pane, al forno ma molto più spesso al supermercato come un genere alimentare tra gli altri. Poniamo attenzione, almeno chi lo sa fare, ai diversi vini da accompagnare alle pietanze senza pensare che dovremmo farlo anche con i diversi tipi di pane.

Noi di città conosciamo poco il pane, al più, se siamo per strada di mattina presto prima del caos urbano, possiamo sentirne l’odore che esce dai forni a serranda ancora abbassata, senza pensare a quanti lavorano per farcelo trovare bello caldo e fragrante. Fare il pane, nella civiltà contadina, era una cosa comune, come rassettare la casa e cucinare. Lo si faceva una volta alla settimana perché a differenza di oggi il pane durava più giorni.

Dalla scelta della farina, e ancor prima dalla raccolta del grano, fino alla cottura in forno sono tutti passaggi pregni di significati che pian piano si sono persi.

Qualcuno ricorderà i versi della Spigolatrice di Sarpi di Luigi Mercantini, per averli studiati a scuola. Gli insegnanti ponevano l’enfasi su quei trecento che erano giovani e sono morti senza preoccuparsi troppo della donna.

Spigolare è ciò che facevano i poveri, dai tempi antichi fino a settanta/ottanta anni or sono, andando nei campi a raccogliere le spighe rimaste a terra dopo la trebbiatura. Era un atto di umiltà perché bisognava chiedere e ottenere il permesso per fare una cosa semplice come raccogliere degli scarti. Gli spigolatori del duemila sono coloro che vanno a recuperare gli ortaggi nei cassonetti vicini ai supermercati e non solo.

Una spigolatrice famosa è Ruth, originaria di Betlemme, nella linea genealogica di Gesù, la cui storia possiamo leggere nel libro della Bibbia che porta il suo nome e in cui viene raccontato come un suo lontano parente al quale la donna era piaciuta, la favorì in questo lavoro ordinando ai suoi servi di lasciare delle spighe in abbondanza quando passava lei a raccoglierle.

È forse in ricordo di Ruth, anche se la motivazione si era persa, che settanta/ottanta anni or sono nel primo anno di matrimonio le nuore usavano portare in dono alle suocere la vaccaredda,

la-vaccaredda

in segno sia di affetto sia di riconoscimento della sua autorità. Cose di altri tempi, si dirà oggi. La vaccaredda si portava anche al genitore rimasto vedovo, e si intendeva con questo gesto ripagare la mamma o il papà del latte che avevano donato alla figlia quando era piccola, durante l’allattamento. Scopriamo così l’arcano di questa forma strana che ricorda di mammelle e il gesto di riconoscenza verso i genitori che perdurava fino alla loro morte.

Di pane ci parla Dante Alighieri nel canto decimosettimo del Paradiso,

«. . . Tu lascerai ogne cosa diletta
più caramente; e questo è quello strale
che l’arco de lo essilio pria saetta.
Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale…»

perché, per tradizione, a Firenze il pane tuttora è insipido.

Di pane ha scritto Ignazio Silone nei suoi romanzi Pane e vino e Il seme sotto la neve, richiamandosi alla frase di Gesù “Se il seme non muore non può dar frutto”.

Il pane è presente nella nostra cultura nell’espressione, ormai in disuso “Portare il pane a casa”, procacciare il sostentamento per la famiglia con l’onesto lavoro.

Il pane ha sempre avuto un significato simbolico. Le nonne del dopoguerra dicevano che il pane non si butta. In termini moderni si ricicla come pane grattugiato, ingrediente delle polpette dei poveri, gli gnocchi di pane triestini e i canederli altoatesini, bagnato nell’acqua, cibo per gli animali da cortile

Quello di spezzare il pane ormai è un gesto perduto, vuoi perché lo si affetta vuoi perché molti tipi di pane sono a consumo personale, ma in tempi andati aveva una valenza molto forte. Uno stare assieme, un essere parte di uno stesso corpo. Veniva generalmente spezzato dal capofamiglia, quando il desco era un momento di unione della famiglia.

È stato spezzato da Gesù e distribuito ai suoi, assieme al vino passato nell’unico calice, a simboleggiare il suo corpo e il suo sangue. Simboleggiare, perché come leggiamo in Giovanni 6 (il vangelo che non riporta l’ultima cena) gli ebrei l’avevano inteso in senso letterale ed erano rimasti scandalizzati perché la Legge non prevedeva il cannibalismo.

Uno dei pani più famosi in Italia è quello di Altamura, in Puglia, atto ad essere conservato e spezzato a tavola, poche persone però sanno che il nome di Betlemme, la città di Davide e della nascita di Gesù vuol dire “Casa di pane ”. בֵּיִת לֶחֶם, [Beit Leḥem]. Si può anche non saperlo, ma questa città a otto chilometri da Gerusalemme, patria di Davide e Ruth, che ha visto nascere Gesù ha la sua importanza nella storia della salvezza.