DIRITTO D’AUTORE

23 Mar

Anni or sono, quando negli ambienti informatici ci si dilettava a disquisire sulla realtà virtuale scrissi una frase ad affetto, ne feci un quadretto e la appesi nel mio ufficio. Per renderla più credibile la attribuii a Blaise Pascal (1623- 1662). Qualcuno la lesse, qualcuno la commentò, qualcuno chiese chi fosse stato questo Blaise Pascal. Finalmente uno, uno solo, disse che Pascal non avrebbe potuto esprimere, ai suoi tempi, un concetto simile.

Tempo fa mi trovavo a ragionare con un amico e, trovandoci a casa mia, gli lessi una paginetta di un libro di Ignazio Silone. L’amico mi fece notare che è una pratica americana quella di citare brani di libri di autori famosi. Sorvolando sull’”americana”, gli risposi che, purtroppo, si fa così per dar peso a concetti nostri che altrimenti non sarebbero presi in considerazione.

Ciò non vuol dire che si debba far passar per proprio tutto ciò che pensiamo, ma è anche vero che il nostro pensiero è in parte formato – uso il presente perché dovrebbe essere sempre in aggiornamento – anche da ciò che abbiamo udito o letto, siano le nostre fonti i filosofi greci, Topolino, Peppa Pig o Wikipedia (poi la differenza vien fuori da sé).

Le citazioni servono anche per dare il giusto credito all’autore, che è corretto citare in uno scritto o in un evento pubblico. Non siamo più, infatti, ai tempi di Esopo che, traducendola in greco, fece passar per sua la favola “Gli alberi e l’ulivo” che aveva copiato dal libro dei Giudici 9:8-15 (che avesse copiato lui si deduce dalla cronologia), un po’ come quando l’apostolo Paolo ripropose il celebre apologo di Menenio Agrippa in 1.a Corinzi 12:12-26.

Ai tempi di Esopo e di Paolo nessuno se la prendeva, se era citato correttamente, anzi era un sistema di divulgazione del pensiero.

Sarebbe bello poterlo fare anche oggi, sentendosi liberi di esprimere il proprio pensiero senza doverlo per forza avvalorare con la citazione di questo o di quell’altro, dai quali, come detto sopra, si è in parte formato.

È forse anche per questa ragione che Twitter è inondati di aforismi e citazioni copiate pari pari e non dal pensiero, espresso ovviamente con altre parole, di chi li propone.

P.S. La frase che avevo attribuito a Pascal è “Parliamo tanto di realtà virtuale senza pensare alla realtà reale con cui dobbiamo fare i conti ogni mattina”.

TESSERE RELAZIONI

22 Mar

Dopo aver chiarito che è serio chiamare nuove tecnologie quelle che veramente lo sono e non l’informatica in generale e che i nativi digitali spesso sono solo smanettoni, dobbiamo insistere a chiamare i Social Network col termine corretto di Social Media e non solo per una questione di proprietà di linguaggio che spesso dimentichiamo nei calchi dalle parole straniere.

Social Network, infatti, è la traduzione inglese di rete sociale, realtà che sono sempre esistite, molto prima di internet e del Web.

Rete, in senso di comunicazione, come si usa anche nel linguaggio industriale, “fare rete”, o per citare la Volpe del Piccolo principe “creare dei legami”, tessere relazioni.

Relazioni che sono sempre esistite, a cominciare dalle donne che andavano al pozzo a prendere l’acqua, come faceva “Dina, la figlia che Lia aveva partorita a Giacobbe, che uscì a vedere le ragazze del paese” (Genesi 34:1), e che ora formano le “comitive” e si incontrano nei centri commerciali o le “bande” spesso rivali dei bambini delle elementari con i nomi più fantasiosi (“Il club dei casinisti” è quella di mio nipote), fino al loro naturale scioglimento quando i ragazzini alle medie cominciano a lavarsi di più e a guardare con imbarazzo, timidezza e interesse le ragazzine, formando gruppi di coppiette a sentir loro indivisibili.

Come quando in paese moriva Gigi e lo si sapeva subito, prima dell’affissione dei manifesti, così come se la Maria si sposava lo sapevano tutti, e la solidarietà, assieme a molte invidie e qualche cattiveria, era una cosa tangibile.

Queste reti sociali debbono essere riproposte e rivissute, non in modalità 2.0 ma di persona, come hanno cominciato timidamente a fare dall’anno scorso in qualche condominio a Milano e non solo, istituendo una spontanea banca del tempo di mutuo aiuto, passando avanti gli abiti buoni ma piccoli dei bambini e così via. Anche il crescente fenomeno del book crossing è, a suo modo, una rete sociale tra ignoti che sembra funzionare.

Andare a trovare qualcuno per il piacere di farlo, anche senza preavviso, perché si passa di lì, come succedeva con mia suocera che in paese di giorno aveva la porta sempre aperta e qualcuno, passando di fretta, la apriva e lanciava un semplice saluto vocale.

O come succede tuttora, d’estate, al trullo, che per antonomasia è un luogo aperto. Salvo le ore canoniche pomeridiane nelle quali in estate nessuno si sogna di andare a disturbare nessuno, l’ospite all’improvviso è all’ordine del giorno e della sera, ci si siede e “si ragiona” (si dialoga) per un un po’.

In città tutto è un po’ più complicato, e  spesso meno spontaneo, vuoi per gli impegni di lavoro, vuoi per le distanze (una delle quali è la difficoltà di parcheggio), però, suvvia, il tempo quando si vuole si trova.

Ora che le giornate si allungano, (a fine settimana avremo anche l’ora legale, con relativo tormentone, ma questa è un’altra storia) incontrarsi con una o più persone per un progetto comune o anche solo per il piacere di stare assieme, rinvigorisce lo spirito.

Ben vengano i Social Media intesi come Social Network perché quando la lontananza è reale, scambiarsi un’email, una foto su WhatsUp o su Telegram o parlarsi con Skype fa bene. Molti Silver surfer (i vecchietti digitali) hanno imparato a usare queste tecnologie, che loro chiamano diavolerie, per tenersi in contatto con i figli che abitano altrove e, in questo modo, vedere crescere i nipoti.

Purché se ne sappia fare l’uso adeguato e non sostituiscano il contatto umano. Molti non hanno più i genitori o i nonni a cui chiedere “Ma come facevate senza telefono?!”.

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21 Mar

È ARRIVATA!!!

Questa è una siepe che costeggia un marciapiede vicino a casa mia.

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Avreste dovuto vedere e udire qualche giorno fa il via vai e il cinguettio dei passeri che entravano e uscivano a scontrarsi con i passanti, ma gli uccelli non lo fanno mai.

Questo invece è il pino maestoso del nostro trullo.

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Di sera, d’estate, quando le cicale lasciano spazio alla fantasia dell’udito, capita di sentire dei rumori di esseri in movimento, che una volta o l’altra ci arriverà una cartella esattoriale per il presunto affitto.

Benvenuta primavera, e le tue rondini sotto il tetto, anche se san Benedetto è stato “promosso sul campo” a luglio!

Che poi oggi a Trieste è una giornata da “la nebbia agli irti colli” è un altro discorso.

Q. B.

19 Mar

Q. b, quanto basta. Formula culinaria corrispondente più o meno all’italico “dipende”, e si potrebbe finire qui.

È però un segnale del libero arbitrio, perché, dopo la rigidità delle altre dosi in una ricetta, il q.b. dà libertà al cuoco di fare più o meno ciò che vuole, salvo poi essere pronto, perché questa è la contropartita della libertà, ad accettare le critiche

Il q. b. però può e dovrebbe essere esteso individualmente nelle altre aree della vita, perché come ho scritto ieri, ognuno di noi è una persona con esigenze e limiti particolari, che se da una parte è bene essere pronti a tentare di superare per crescere, dall’altra bisogna anche avere l’accortezza di rispettare.

Limiti che nessun altro può imporci, ma è compito di ciascuno di noi identificare.

 

 

PERSONALITÀ

18 Mar

Quando capita, nei discorsi cito tale Lucy van Pelt, e spesso mi chiedono chi sia.

Lucy”, rispondo “la sorella di Linus”. “Ah, ecco!”.

Lucy, antipatica, burbera, piena di sé, innamorata non corrisposta dell’aspirante pianista, con il suo banchetto non di limonata come tutti i bambini americani ma di aiuto psichiatrico a 5 cent (se volete sostituite il nome e volgete gli aggettivi al maschile).

Lucy è unica, come me, come ciascuno e ciascuna di voi. Sarà per questo motivo che un giorno è sbottata con quel famoso

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Lucy non è identificabile solo come la “sorella di Linus”, perché vive di vita propria, come accadde ad una copia di miei amici. Lui più famoso di lei che veniva citata spesso come “la moglie di Orazio”, finché, stufa di questa etichetta, una sera annunciò “urbi et orbi” “Io sono Giulia, non la moglie di Orazio!”.

È per questo motivo che sul mio biglietto da visita, oltre alla mia mitica barba, c’è il nome in grassetto e il cognome no. Perché anche il cognome casale, o maritale per le donne sposate, è certamente utile ma secondario.

Che poi qualcuno veda nell’unicità e itripetibilità di ciascuno di noi un fatto positivo è un’altra storia. 🙂

“ABBI CURA”

15 Mar

Ci sono delle espressioni che in un’altra lingua o in un dialetto sono più pregnanti ed esprimono il concetto in un modo che l’italiano non rende.

Una di queste, che mi piace molto, è l’inglese take care, che esprime molto di più del nostro abbi cura.

Quando il Signore domandò a Caino dove fosse Abele questi rispose, “Non lo so, sono forse il custode di mio fratello?”. Penso che il Signore gli avrebbe ribattuto, “Sì, lo sei, perché io ho affidato lui a te e te a lui in un rapporto di reciproci amore e solidarietà” se la tragicità del momento non avesse richiesto una risposta ben più dura.

Take care of yourself corrisponde al nostro riguardati, che va dalla raccomandazione della mamma premurosa di indossare la famosa maglietta di lana a occasioni più serie riguardante la salute.

(In Italia abbiamo conosciuto l’espressione I care durante una campagna elettorale. I care, mi interesso (di te) ).

Ma il semplice take care, usato come saluto di commiato fisico o in calce a un’e-mail o alla fine di una telefonata tra due persone che si vogliono bene, esprime l‘ἀγάπη agapé, l’amore fraterno e la  ϕιλία, l’amore fra amici che una persona prova per l’altra, a differenza del nostro ciao o del tedesco servus, che etimologicamente esprimono solo disponibilità.

Non va usato verso tutti, proprio affinché non diventi banale come gli americani sono riusciti a fare con love, amore.

“VIENI E VEDI”

12 Mar

Il “vieni e vedi”, che ho scritto nella mia bio su Twitter (@ardovig) è un invito ad entrare e curiosare, come si fa nelle nelle botteghe, senza obbligo di acquisto e se ci si trova bene si torna volentieri e condividere l’esperienza con gli amici.

La frase non è mia. La si trova due volte in Giovanni 1:35-51. Nel versetto 46 Filippo dice a Natanaele di aver trovato il Messia. Di fronte all’osservazione di questi, che da Nazareth non poteva venire qualcosa di buono, gli risponde “vieni e vedi“, verifica da te stesso.

Alcune bio su Twitter sono professionali, altre scherzose, ma tutte rivelano qualcosa di chi le scrive. Poi, bisogna verificare leggendo, come si fa con le etichette sulle confezioni degli alimenti. Non sono necessariamente ingannevoli, piú semplicemente il contenuto può  piacere o meno. Non occorre essere d’accordo su tutto, perché è nella diversità delle opinioni che si impara e si cresce.