COPERTURE FINANZIARIE

14 Gen

A udire a pranzo, merenda e cena le promesse elettorali dei vari schieramenti politici, promesse a sostegno delle quai non viene mai citata la copertura finanziaria, non so a voi ma a me torna in mente il raggiro del Gatto e della Volpe al capitolo dodici di Pinocchio.

E, se debbo dirla tutta, mi hanno anche stufato. Poi magari sbaglio.

Il giorno dipoi Mangiafoco chiamò in disparte Pinocchio e gli domandò:

– Come si chiama tuo padre?

– Geppetto.

– E che mestiere fa?

– Il povero.

– Guadagna molto?

– Guadagna tanto, quanto ci vuole per non aver mai un centesimo in tasca. Si figuri che per comprarmi l’Abbecedario della scuola dové vendere l’unica casacca che aveva addosso: una casacca che, fra toppe e rimendi, era tutta una piaga.

– Povero diavolo! Mi fa quasi compassione. Ecco qui cinque monete d’oro. Vai subito a portargliele e salutalo tanto da parte mia.

Pinocchio, com’è facile immaginarselo, ringraziò mille volte il burattinaio, abbracciò, a uno a uno, tutti i burattini della Compagnia, anche i giandarmi: e fuori di sé dalla contentezza, si mise in viaggio per tornarsene a casa sua.

Ma non aveva fatto ancora mezzo chilometro, che incontrò per la strada una Volpe zoppa da un piede e un Gatto cieco da tutt’e due gli occhi, che se ne andavano là là, aiutandosi fra di loro, da buoni compagni di sventura. La Volpe che era zoppa, camminava appoggiandosi al Gatto: e il Gatto, che era cieco, si lasciava guidare dalla Volpe.

– Buon giorno, Pinocchio, – gli disse la Volpe, salutandolo garbatamente.

– Com’è che sai il mio nome? – domandò il burattino.

– Conosco bene il tuo babbo.

– Dove l’hai veduto?

– L’ho veduto ieri sulla porta di casa sua.

– E che cosa faceva?

– Era in maniche di camicia e tremava dal freddo.

– Povero babbo! Ma, se Dio vuole, da oggi in poi non tremerà più!…

– Perché?

– Perché io sono diventato un gran signore.

– Un gran signore tu? – disse la Volpe, e cominciò a ridere di un riso sguaiato e canzonatore: e il Gatto rideva anche lui, ma per non darlo a vedere, si pettinava i baffi colle zampe davanti.

– C’è poco da ridere, – gridò Pinocchio impermalito. – Mi dispiace davvero di farvi venire l’acquolina in bocca, ma queste qui, se ve ne intendete, sono cinque bellissime monete d’oro.

E tirò fuori le monete avute in regalo da Mangiafoco.

Al simpatico suono di quelle monete la Volpe, per un moto involontario, allungò la gamba che pareva rattrappita, e il Gatto spalancò tutt’e due gli occhi, che parvero due lanterne verdi: ma poi li richiuse subito, tant’è vero che Pinocchio non si accorse di nulla.

– E ora, – gli domandò la Volpe, – che cosa vuoi farne di codeste monete?

– Prima di tutto, – rispose il burattino, – voglio comprare per il mio babbo una bella casacca nuova, tutta d’oro e d’argento e coi bottoni di brillanti: e poi voglio comprare un Abbecedario per me.

– Per te?

– Davvero: perché voglio andare a scuola e mettermi a studiare a buono.

– Guarda me! – disse la Volpe. – Per la passione sciocca di studiare ho perduto una gamba.

– Guarda me! – disse il Gatto. – Per la passione sciocca di studiare ho perduto la vista di tutti e due gli occhi.

In quel mentre un Merlo bianco, che se ne stava appollaiato sulla siepe della strada, fece il solito verso e disse:

– Pinocchio, non dar retta ai consigli dei cattivi compagni: se no, te ne pentirai!

Povero Merlo, non l’avesse mai detto! Il Gatto, spiccando un gran salto, gli si avventò addosso, e senza dargli nemmeno il tempo di dire ohi se lo mangiò in un boccone, con le penne e tutto.

Mangiato che l’ebbe e ripulitasi la bocca, chiuse gli occhi daccapo e ricominciò a fare il cieco, come prima.

– Povero Merlo! – disse Pinocchio al Gatto, – perché l’hai trattato così male?

– Ho fatto per dargli una lezione. Così un’altra volta imparerà a non metter bocca nei discorsi degli altri.

Erano giunti più che a mezza strada, quando la Volpe, fermandosi di punto in bianco, disse al burattino:

– Vuoi raddoppiare le tue monete d’oro?

– Cioè?

– Vuoi tu, di cinque miserabili zecchini, farne cento, mille, duemila?

– Magari! E la maniera?

– La maniera è facilissima. Invece di tornartene a casa tua, dovresti venire con noi.

– E dove mi volete condurre?

– Nel paese dei Barbagianni.

Pinocchio ci pensò un poco, e poi disse risolutamente:

– No, non ci voglio venire. Oramai sono vicino a casa, e voglio andarmene a casa, dove c’è il mio babbo che m’aspetta. Chi lo sa, povero vecchio, quanto ha sospirato ieri, a non vedermi tornare. Pur troppo io sono stato un figliolo cattivo, e il Grillo-parlante aveva ragione quando diceva: “I ragazzi disobbedienti non possono aver bene in questo mondo”. E io l’ho provato a mie spese, Perché mi sono capitate dimolte disgrazie, e anche ieri sera in casa di Mangiafoco, ho corso pericolo… Brrr! mi viene i bordoni soltanto a pensarci!

– Dunque, – disse la Volpe, – vuoi proprio andare a casa tua? Allora vai pure, e tanto peggio per te!

– Tanto peggio per te! – ripeté il Gatto.

– Pensaci bene, Pinocchio, perché tu dai un calcio alla fortuna.

– Alla fortuna! – ripeté il Gatto.

– I tuoi cinque zecchini, dall’oggi al domani sarebbero diventati duemila.

– Duemila! – ripeté il Gatto.

– Ma com’è mai possibile che diventino tanti? – domandò Pinocchio, restando a bocca aperta dallo stupore.

– Te lo spiego subito, – disse la Volpe. – Bisogna sapere che nel paese dei Barbagianni c’è un campo benedetto, chiamato da tutti il Campo dei miracoli. Tu fai in questo campo una piccola buca e ci metti dentro per esempio uno zecchino d’oro. Poi ricuopri la buca con un po’ di terra: l’annaffi con due secchie d’acqua di fontana, ci getti sopra una presa di sale, e la sera te ne vai tranquillamente a letto. Intanto, durante la notte, lo zecchino germoglia e fiorisce, e la mattina dopo, di levata, ritornando nel campo, che cosa trovi? Trovi un bell’albero carico di tanti zecchini d’oro, quanti chicchi di grano può avere una bella spiga nel mese di giugno.

– Sicché dunque, – disse Pinocchio sempre più sbalordito, – se io sotterrassi in quel campo i miei cinque zecchini, la mattina dopo quanti zecchini ci troverei?

– È un conto facilissimo, – rispose la Volpe, – un conto che puoi farlo sulla punta delle dita. Poni che ogni zecchino ti faccia un grappolo di cinquecento zecchini: moltiplica il cinquecento per cinque e la mattina dopo ti trovi in tasca duemila cinquecento zecchini lampanti e sonanti.

– Oh che bella cosa! – gridò Pinocchio, ballando dall’allegrezza. – Appena che questi zecchini gli avrò raccolti, ne prenderò per me duemila e gli altri cinquecento di più li darò in regalo a voi altri due.

– Un regalo a noi? – gridò la Volpe sdegnandosi e chiamandosi offesa. – Dio te ne liberi!

– Te ne liberi! – ripeté il Gatto.

– Noi, – riprese la Volpe, – non lavoriamo per il vile interesse: noi lavoriamo unicamente per arricchire gli altri.

– Gli altri! – ripeté il Gatto.

– Che brave persone! – pensò dentro di sé Pinocchio: e dimenticandosi lì sul tamburo, del suo babbo, della casacca nuova, dell’Abbecedario e di tutti i buoni proponimenti fatti, disse alla Volpe e al Gatto:

– Andiamo pure. Io vengo con voi”.

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METÀ DI CHI!?

10 Gen

Nella fiction Romanzo famigliare, trasmesso a puntate da Rai1 tre cose, per ora, sono saltate all’orecchio:

Il termine famigliare, su cui è intervenuta il 9 gennaio con un twitt esplicativo l’Accademia della Crusca (essendoci libertà di scelta io continuerò a scrivere famigliare).

La pronuncia veneta dell’allieva che almeno a me ha rammentato l’appuntato della saga “Pane, amore e…”, quello impacciato soprattutto nei rapporti con la “Marescialla”.

Ma ancor di più mi ha colpito una frase del Comandante dell’Accademia Navale di Livorno e un’allieva nel colloquio sul comportamento di lei e sulle conseguenti divergenze di opinioni tra i due circa i compiti della Marina Militare (da 16’17”).

I[…] In marina abbiamo fatto entrare delle ragazze, non dei mezzi maschi esaltati, per fare questa vita non deve sacrificare niente, neanche la possibilità di fare dei figli”.

Delle ragazze, non dei mezzi maschi (esaltati o meno che siano) è senza timor di dubbio un’espressione sessista che ben si colloca nell’attuale dibattito sulla parità di genere e parità salariale.

Probabilmente lontana dalla realtà, che visto che il servizio militare femminile è stato introdotto in Italia nel 1999 e dopo il legittimo stupore causato da ogni novità oggi è un fatto normale. Ciò non toglie che siano casi di molestie così come esistono i casi di nonnismo.

Ciò che proprio non va è considerare la donna metà dell’uomo, nel servizio militare come in ogni altra occasione.

MI PIACEREBBE

4 Gen

Mi piacerebbe che, in quest’anno appena iniziato, si tornasse a dire inventare e non creare, si parlasse di consigli e non di decalogo, lasciando la creazione e i comandamenti al legittimo Proprietario, così come si evitasse di dire “salvo per miracolo”, lasciando l’idea di un Dio o distratto o che fa preferenze, “Tizio sì, Caio no”

Mi piacerebbe una maggior coerenza nel rispetto per l’ambiente, se il riscaldamento domestico dopo il traffico urbano è uno dei maggiori imputati, non si possono rilasciare deroghe per i fuochi epifanici, retaggio di una credenza si spera ormai superata ma di certo con effetti dannosi per l’ambiente.

Mi piacerebbe che il costo dei sacchetti nei mercati, oltre a chiarire se si tratta di una direttiva quindi vincolante o di una raccomandazione quindi facoltativa, venga riassorbito dall’accisa della guerra in Abissinia del 1935. Perché gli italiani, o almeno io, sono stufi di pagare gabelle di qua e di là senza che ne sia chiarito lo scopo, anche perché la salvaguardia dell’ambiente non riguarda solo il Mezzogiorno, decreto legge nelle pieghe del quale è stato inserito.

Mi piacerebbero altre cose, ma facciamo un po’ alla volta.

MEMO PER IL PROSSIMO GOVERNO

2 Gen

Di due documenti uguali “precisi” però relativi a due persone diverse uno perché prodotto dall’Agenzia delle Entrate, di cui non rimane traccia se non sulla busta ormai gettata, e l’altro dalla locale Asl, il primo non ha scadenza se non al variare delle condizioni economiche, l’altro rinnovato questa mattina ha scadenza il 31 marzo prossimo (tra tre mesi).

Il colloquio tra le due cortesi impiegate che ovviamente non fa testo in quanto orale, “guarda che qualcuno è messe col nome e qualcuno con il cognome” con riferimento all’archivio storico cartaceo, mi conferma se mai avessi avuto dubbi, l’incomunicabilità tra i database della Pubblica Amministrazione.

Un altro ufficio della stessa struttura è aperto solo il lunedì, il mercoledì e il venerdì, e oggi è martedì. Busso comunque e dentro trovo un impiegato che, mangiando il suo sacrosanto panino (non contesto la pausa caffè/panino), mi invita a tornare domani. Perché non uniformare gli orari di una stessa struttura, salvo esigenze particolari?

Per la verifica del superamento di una soglia di imponibile mi si invita a rivolgermi ad un Caf. Vado a uno e oggi è chiuso, vado ad un altro ed è chiuso fino all’8 gennaio. Immagino le code di coloro che entro il 15 gennaio dovranno produrre l’Isee per varie esenzioni, oppure per richiedere il Rei. Domanda: poiché avevo chiesto indicazioni di massima e non particolareggiate, possibile che l’ufficio al quale mi son rivolto non sia istruito al proposito?

Per fare l’abbonamento al TPL on line ed avere lo sconto del 5% che su uno annuale sono circa 17 euro, bisogna entrare con l’email e password. Una persona nata a Zagabria, allora Jugoslavia, che l’ha persa non ha potuto recuperarla perché il database dell’azienda non riconosce il codice fiscale con Z118, Jugoslavia, ma dà un fantomatico Serbia-Montenegro, fantomatico perché, a differenza della Bosnia ed Erzegovina, sono due stati indipendenti. Del resto ci sono dei database che nel menù a tendina dellla provincia di Trieste, che tra l’altro non esiste più, offrono i toponimi in italiano molte città della Slovenia con un balzo indietro a prima della Seconda Guerra Mondiale, quando quei territori erano italiani. Ovviamente il numero verde dell’azienda era sempre occupato, mi ha detto la persona.

Le Asl e il TPL sono di competenza regionale quindi le difficoltà non riguardano direttamente il governo centrale, ma almeno per lo Z118 è il caso di emettere una circolare univoca e certa, considerando che sono passati diciannove anni dallo scioglimento della Jugoslavia e siamo ancora a questi problemi (mia nonna, italiana nata a Pola, allora Impero Austro-Ungarico ha avuto la fortuna di morire prima dell’introduzione del codice fiscale).

Come ho già scritto qualche altra volta, non pretendo l’Estonia, ma qualcosa di più anche da noi sì, dai!

SCORRERE DEL TEMPO

31 Dic

clessidra

In lingua inglese ciò che è trascorso anche da un secondo si esprime al passato remoto e in lingua ebraica non esiste il tempo presente, che si esprime al futuro. La vita è fatta di attimi, come il carpe diem latino.

Teniamone conto, mentre facciamo programmi e progetti per i prossimi 365 giorni.

 

BORDERLINE

29 Dic

In questi tempi di rivendicazioni su Gerusalemme questo è un romanzo d’amore non privo di risvolti politici che purtroppo coinvolgono tutti quelli che, ai due fronti di un  confine, quel confine lo subbiscono.

Libro per chi segue la questione israelo-palestinese, che vede in conflitto i due popoli dal 1948, quando con la risoluzione Onu 181 del 1947 la Palestina fu divisa in due e abbia letto, tra gli altri, i due libri dell’israeliano David Grossman, “La guerra che non si può vincere”, in cui l’autore, politicamente impegnato, non vede come si possa realizzare l’idea di “una terra due nazioni” e “Con gli occhi del nemico”, in cui si sforza di guardare con obiettività il conflitto dal punto di vista dei Palestinesi.

Dorit Rabinyan, ebrea e israeliana, nel romanzo Borderline (Linea di confine) racconta della relazione tessuta a New York, in territorio neutro, con un coetaneo palestinese. Romanzo di grande successo in Israele anche grazie al divieto di leggerlo nelle scuole, così come Israele lo scorso anno annullò il premio letterario nazionale per non conferirlo a Grossman.

Le difficoltà di convivenza non sono evidenziate dalle due lingue differenti ma affini, perché i due parlano tra loro in inglese, ma dalle divergenze culturali su ciò che è la Palestina e su ciò che è stata e è l’occupazione israeliana.

Lait, la donna, rimane scioccata da un filmato del fratello di Hilmi, l’uomo, nel quale in una ripresa dal nono piano di un edificio a Ramallah vede praticamente casa sua. L’idea del muro che Israele ha eretto, uno dei tanti muri della vergogna, uno di quelli che noi europei abbiamo cominciato a conoscere dopo la caduta del muro di Berlino, quello di ferro tra Gorizia e Nova Gorica /Nova Gorìza/ la mezza città passata prima alla Jugoslavia e poi alla Slovenia, smantellato all’ingresso della Slovenia nell’area Schengen. Improvvisamente sono sorti quello tra Israele e Palestina, quelli di filo spinato dell’Ungheria e della Slovenia a difesa dei loro confini dai migranti del ventunesimo secolo, quello minuscolo ma significativo dell’Arcella, un rione di Padova, a difesa dagli spacciatori, fino a quello che divide gli Stati Uniti dal Messico e che l’amministrazione Trump ha intenzione di completare… noi che alle elementari avevamo imparato solo la Grande Muraglia Cinese. Un muro nel quale c’è sempre un varco non sorvegliato ma che non può fermare le idee, anche se espresse in due lingue diverse, i colloqui telefonici con lo stesso prefisso e fatti in quella moderna lingua franca che è l’inglese.

Differenze culturali che emergono durante una cena con amici palestinesi di lui quando la discussione va su di tono e lei cita la Shoà, pentendone subito di averlo fatto.

Paura che la sua relazione con un arabo, oggetto di sicura riprovazione, nelle email alla sorella e nelle telefonate a casa sia scoperta a causa di una sua parola di troppo o inopportuna, la sua naturale paura femminile di rimanere incinta di un arabo. Lui chei rimane ferito da tutte queste ritrosie e queste azioni prudenti di lei, quasi che lei si vergognasse della relazione.

Ma tanta dolcezza in quelle telefonate di venerdì sera, che per gli ebrei è l’inizio del sabato (il giorno ebraico comincia al tramonto, il “fu sera e fu mattina” della creazione secondo la Bibbia).

Shabbat shalom” (letteralmente pace sabbatica), l’amorevole saluto familiare della cena del sabato in cui la famiglia si ritrova. Il primo comandamento dato all’uomo, e ribadito al popolo di Israele quando, con Mosè, esso prese coscienza di essere una nazione, è il riposo del sabato, come il Signore si riposò dopo la creazione.

La cena di pasqua celebrata assieme, per ricordare ma anche per insegnare ai piccoli il suo significato che, in tono minore, riunisce ogni venerdì sera in un gesto di amore le famiglie.

La nostra società invece, non le singole persone o famiglie, è riuscita a banalizzare tutto con i regali di natale, le uova di pasqua, e con il detto “Natale con i tuoi e pasqua con chi vuoi”, dimenticando che la pasqua è per antonomasia la festa da trascorrere in famiglia.

Senza appropriarci del senso della pasqua ebraica che non ci appartiene, dovremmo però far nostro il senso di famiglia che essa ci insegna, soprattutto in questo momento nel quale da più parti si invoca il dialogo con i figli.

Cominciando a insegnare loro fin da piccoli il senso dell’amore della famiglia forse si riescono a superare assieme pur sui fronti opposti le battaglie proprie dell’adolescenza – fatta spesso di “tu non capisci niente!”, età balorda ma indispensabile nella formazione di uomo e di una donna

TU VIVRAI

27 Dic

Vent’anni fa Lucio Battisti cantava Io vivrò, storia di un uomo lasciato dalla sua donna, conosciuta forse di più con l’incipit “Che non si muore per amore”. Riascoltatela e notate tutte le cose che quest’uomo si propone di fare, anche quando lei gli torna nella mente.

L’unica azione assente è io ti ammazzerò, entrata però così prepotentemente nella quotidianità dei giorni nostri.

Sarebbe bello che diventasse realtà, e gli uomini di fronte ad un amore naufragato riuscissero a farsi da parte civilmente.