SULL’EDUCAZIONE

19 Apr

Il fatto, purtroppo, ricalca il copione. Un ragazzo che, ribelle alle regole civili, nella fattispecie della scuola, si avventa contro l’insegnante. Non è il primo probabilmente non sarà l’ultimo.

Il dibattito è aperto e si allarga all’uso consapevole dei dispositivi elettronici e dei Social Media nei quali dopo l’invio è impossibile tornare indietro, con tutte le conseguenze che ne derivano.

In assenza di un’educazione digitale nella scuola, nonostante gli annunci del Miur che ora a fine legislatura forse cadranno nel vuoto, oltre all’ottimo lavoro della Polizia postale le province cominciano a muoversi in modo autonomo, come nel verbano.

Ieri sera, in coda a questo fatto un tg ha riproposto quello della dodicenne che si è filmata nuda per rispondere ad un ricatto di un suo coetaneo e in breve si è trovata sugli smartphone dei suoi compagni.

Questa è la conseguenza della seconda grande lacuna,la mancata introduzione dell’educazione di genere – o affettiva – nella scuola, ostacolata dalla CEI e dal Movimento Pro Vita che sorvolano sul fatto che le ragazze e i ragazzi in assenza di altro si affidano ad vasto mondo di internet che come con la medicina non è certo il luogo migliore dove cercare informazioni.

Da qui a un paio di mesi anche i settimanali, soprattutto femminili, si prodigheranno in consigli per l’estate su quali precauzioni adottare negli incontri casuali e estemporanei durante le vacanze, in poche parole, per usare un’espressione volgare ma esplicita, come “darla” la prima volta senza conseguenze, soffermandosi sugli aspetti tecnici e molto meno sulle conseguenze psicologiche soprattutto per le ragazzine anche in assenza di una gravidanza.

Ai ragazzi e alle ragazze va insegnato il rispetto del proprio e dell’altrui corpo che è il biglietto da visita della persona (qui si aprirebbe anche un discorso sul dress code).

Nel nostro mondo 2, 3 o 4 punto 0, fate voi, di queste cose si deve parlare molto più di quanto si faceva una volta. L’aspetto psico-corporeo della persona, maschio e femmina, è uscito dall’oscurantismo e dal “di queste cose non si parla” o “sei troppo piccolo, non puoi capire” – i bambini capiscono molto di più di quanto pensiamo – di non tante generazioni or sono.

Se ne deve parlare anche con i figli dando loro la rassicurazione che non li si guarda dall’alto in basso, ma solo da persone con più esperienza disponibili a dare una mano quando viene richiesta.

Tornando alle violenze nelle scuole e agli atti di cyberbullismo, resta la domanda se dare queste notizie quasi ogni sera ma soprattutto acriticamente nei tg sia rendere un buon servizio o, come per altre cose inciti all’emulazione. Per un lungo periodo ci sono stati servizi quasi quotidiani sui massi lanciati dai cavalcavia. Ora non se ne sente più parlare. Senza illudersi che il fenomeno sia scomparso, perché la madre dei cretini è sempre incinta, forse almeno è diminuito.

Annunci

ERIXIA

17 Apr

Nome, f. s., simile a Elena, Erica ed Enrica.

Non affannatevi, non lo trovate nell’onomastica, o forse sì, in questa epoca nella quale si impongono nomi “cristiani” agli animali da compagnia e i nomi più strani ai bambini.

Erixia è la sorella di Quazel, un bambino che, come il più famoso Piccolo Principe, è sbarcato per sbaglio sulla Terra da un altro pianeta, e vi incontra una famiglia, un ragazzo e i suoi genitori, disposta a riceverlo e con la quale per tre giorni si confronta sulle analogie e diversità, passando per la Costituzione, la Dichirazone Universale dei diritti del bambino e dei diritti dell’uomo.

Codice Quazel, un racconto scorrevole di Maria Grazia Masella, avvocata cassazionista del foro di Roma, rivolto ai ragazzini di undici/dodici anni per spiegare loro concetti come la sincerità e il rispetto, che a fronte di ogni diritto esiste un dovere, e che bisogna adempiere i doveri per pretenderere i diritt.

Scrittoin ottimo italiano, cosa che in un libro per ragazzi è essenziale.

 

LA GUERRA CHE VERRÀ

16 Apr

La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente
egualmente.

(Bertold Brecht)

Non occorre risalire a monte fino al primo omicidio, quello perpetrato da Caino su Abele. Bertold Brecht, assieme a Jacques Prevért con il suo “che follia la guerra” nella poesia Barbara, e la dichiarazione del bollettino di guerra  che dà il titolo al romanzo Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque dovrebbero bastare.

Forse chi decide non ha molta dimestichezza con la letteratura.

DELLE PENE

13 Apr

“Nonostante tutto, continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo”.

Chi non punisce il male, comanda che si faccia”.

Non sono due pensieri antitetici, ma complementari.

Il primo è scritto nella penultima pagina del Diario di Anna Frank, di cui  si è molto dibattuto dopo i fatti degli ultrà della Lazio. Scritto da una bambina di tredici anni che, praticamente murata viva, prima di morire pensava ancora che dell’umanità non si possa fare di ogni erba un fascio.

Il secondo invece, non è di Nicolò Machiavelli o di un magistrato dei nostri tempi, ma di Leonardo da Vinci, più famoso per i suoi disegni, le sue invenzioni, i suoi dipinti.

In modo lapidario, senza usare il linguaggio moderno a cui siamo più avvezzi, Leonardo invoca quella certezza della pena chiesta da molti e tuttora assente.

Chissà, forse, un giorno.

A PROPOSITO DEI CONGIUNTIVI

11 Apr

A scrivere di comunicazione sorge sempre il dubbio di cadere in banalità, perché son cose dette e ridette, ma sembra ci sia sempre qualcuno pronto a puntare il dito.

Dividiamo idealmente l’Italia in tre zone, come si fa per le previsioni meteorologiche, Nord, Centro e Sud. Avremo

  1. contadino

  2. cafone

  3. villano

Al di là del significato proprio di “coltivatore della terra”, i tre termini fuori dai rispettivi territori sono usati per indicare una persona sgarbata.

Propongo spesso questo esempio per far notare come, senza ricorrere ai cosiddetti falsi amici, termini simili per grafia o pronuncia che cambiano significato da una lingua all’altra – come il famoso education in inglese che non vuol dire educazione ma istruzione – abbiamo seri problemi di comunicazione nell’ambito di una stesso popolo (gli svizzeri italofoni hanno altre peculiarità).

Chiunque si occupa direttamente o indirettamente di comunicazione sa o dovrebbe sapere che non sempre ciò che A dice è percepito da B allo stesso modo, anzi! Così come dovrebbe conoscere i consigli di don Lorenzo Milani e aver letto il suo Lettere a una professoressa.

La semplificazione linguistica, che ha cancellato referto sostituendolo con risposta, ha ottenuto l’effetto di appiattire il livello medio di conoscenza e conseguente uso della lingua anziché elevare il livello medio della cultura.

Quasi tutti più o meno inconsciamente usiamo tre registri linguistici

  1. un livello alto, spesso contenente termini tecnici relativi a una data professione, usato nelle relazioni scritte o nei discorsi

  2. un livello intermedio, usato nella cosiddetta vita di tutti i giorni

  3. un livello basso, spesso senza alcun rispetto della grammatica e della sintassi, come quello usato troppo spesso nella messaggistica elettronica dove po’ diventa tristemente pò.

Tempo fa un mio interlocutore mi interruppe chiedendomi il significato di un termine assolutamente non tecnico che a me pareva di uso comune. Glielo spiegai, ma poi mi fermai a pensare a quanto analfabetismo di ritorno si sta imponendo nella nostra società che per i motivi che tutti conosciamo si è ridotta a usare un vocabolario molto ristretto.

Una lingua si impoverisce quando, pian piano, perde i suoi vocaboli, a prescindere da quanti ne acquisisca con i neologismi, spesso effimeri che durano quanto un dente di leone, o i prestiti linguistici. Non esiste un processo di compensazione, è un po’ come accade con l’estinzione delle specie animali o lo scioglimento dei ghiacciai, due fenomeni di grande attualità: c’erano e non ci sono o non ci saranno più. Provate a “riportare in vita” parole comuni fino a poco tempo fa in ambienti culturalmente eterogenei e, se vi va bene, vi chiederanno di spiegare come è successo a me

Alcune parole cambiano di significato in conseguenza alla realtà del momento, pensiamo ad “amante” nel suo significato nel dolce stil nuovo contrapposto a quello odierno, alla stessa parola “amore” che, sulla scia dell’inglese love, è onnicomprensiva mentre se usassimo il parametro della lingua greca avremmo quattro termini per quattro diversi sentimenti (affetto, amicizia, eros e com-passione). Altre mutazioni hanno una più o meno velata ragione politica.

Quella regione che noi, seguendo il modello americano, chiamiamo “medio oriente”, viene più propriamente chiamata prochen oriente dai francesi (in altre parole, in italiano abbiamo “medio” ed “estremo” oriente, dov’è, quindi, il “vicino”?). Per non parlare della fantasia con cui l’italiano usa le parole inglesi dando loro significati differenti dall’originale. Per la pronuncia delle parole straniere, si sa, ognuno fa come gli garba ma anche con l’italiano siamo messi male con il lùnedi e avanti fino a vènerdi.

Ciò mi rammenta tre episodi significativi.

Ero in una stanza dove un giovane nigeriano che parla italiano stava dando ripetizioni di fisica a un ragazzo italiano. Durante tutta la lezione, evidentemente senza rendersene conto, usò therefore in inglese anziché perciò in italiano e io mi chiedevo se il ragazzo italiano ne conoscesse il significato.

Durante una gita osservai una ragazzina delle medie, Jennifer, che parlava in italiano – così almeno credeva lei – con le sue amiche. Ciò che mi colpì non furono i suoi ripetuti scivoloni dal congiuntivo al condizionale frutto dei dialetti veneti, quanto l’insistenza con cui diceva “il zio, il zucchero”.

Si racconta che il sindaco di Buje una volta italiana e ora in Croazia all’apertura di un incontro di lavoro trilaterale tra comuni del litorale adriatico croati, italiani e sloveni, dopo i saluti ufficiali nelle tre lingue disse: “Bon, desso podemo parlar in triestin, cussì se capimo tuti” (Bene, adesso possiamo parlare in triestino, così ci comprendiamo tutti), dimostrando tra l’altro che in alcune occasioni la praticità vale molto più del protocollo.

Tornando a Jennifer, coloro che hanno studiato quando ancora si imparavano a memoria le poesie rammenteranno i rancori verso Leopardi e “il zappatore”, che l’insegnante ci spiegava essere licenza poetica, mentre i nostri erano solo errori.

Attualmente una delle poche eccezioni negli articoli è gli anteposto a  dei, per evitarne la ripetizione cacofonica al genitivo. Se tra un po’ ci troveremo a dire e scrivere “il gnocco” o “i pseudonimi” è solo questione di tempo, così come è entrato nello scrivere comune “famigliare”, non più dal latino ma direttamente dall’italiano.

È destino di una lingua “-volversi”. Se “e-“ o “in-“, però, è tutto da discutere.

TRE QUARTI PIÚ TRE QUARTI

10 Apr

L’impresario non diceva nulla. Lasciava parlare gli altri e sorrideva, col sigaro spento a un angolo della bocca.

La vera soluzione la presentò don Circostanza.

Queste donne pretendono che la metà del ruscello non basta per irrigare le loro terre. Esse vogliono piú della metà, almeno così credo di interpretare i loro desideri. Esiste perciò un solo accomodamento possibile. Bisogna lasciare al podestà i tre quarti dell’acqua del ruscello e i tre quarti dell’acqua che restano saranno per i Fontamaresi. Cosí gli uni e gli altri avranno tre quarti, cioè un po’ più della metà. Capisco” aggiunse don Circostanza “che la mia proposta danneggia enormemente il podestà, ma io faccio appello al suo buon cuore di filantropo e benefattore”.

Questo brano, tratto dal romanzo Fontamara di Ignazio Silone, è la risposta dell’impresario, il signorotto del paese, alle donne fontamaresi che erano andate a protestare perché egli aveva dirottato il corso del ruscello per i suoi interessi. Andarono le donne perché i mariti, i cafoni, come venivano chiamati i contadini della Marsica, erano impegnati nel lavoro dei campi. Donne ignoranti e timorose di affrontare l’impresario, che tutti consideravano un’autorità. Di matematica non sapevano un gran che quindi ne tornarono soddisfatte perché tre quarti all’impresario e tre quarti a loro parve loro una soluzione di parità.

Questo nella Marsica descritta da Ignazio Silone.

Ora i tempi sono cambiati, le donne sono diverse e soprattutto le statistiche ci dicono che quanto a istruzione sono più avanti degli uomini, ma c’è chi ancora finge di non saperlo applicando così quella sperequazione salariale che, prima di essere vietata dall’articolo 37 della nostra Costituzione e da altre leggi mai applicate, le offende.

Così come anche molti uomini stanno prendendo coscienza e posizione contro gli abusi sessuali è giunto il momento che facciano sentire la loro voce anche contro questa discriminazione e per l’applicazione delle leggi in vigore.

Sempre che si voglia vivere in un Paese migliore.

ONESTÀ NEGLI APPALTI

7 Apr

“Nell’anno diciottesimo del re Giosia, il re mandò Safan, figlio di Asalia, figlio di Mesullàm, scriba, nel tempio del Signore, dicendo: “Sali da Chelkia, il sommo sacerdote, perché metta assieme il denaro depositato nel tempio del Signore, che i custodi della soglia hanno raccolto dal popolo. Lo si dia in mano agli esecutori dei lavori, sovrintendenti al tempio del Signore; costoro lo diano agli esecutori dei lavori che sono nel tempio del Signore, per riparare le parti danneggiate del tempio, ossia ai falegnami, ai costruttori e ai muratori, per l’acquisto di legname e pietre da taglio per riparare il tempio. Tuttavia non si controlli il denaro consegnato nelle loro mani, perché lavorano con onestà”. (2 Re 22:3-7)

Il re Giosia (640 -609 a. C.) è rimasto famoso perché, ritrovato un vecchio manoscritto della Legge e resosi conto  che il popolo di Giuda se ne era allontanato, non aggirò ma il problema ma fu artefice di una riforma radicale, che troviamo descritta nel capitolo 22 e 23 del secondo libro dei Re.

(“Riforma” dovrebbe essere anche un termine che ne evoca un’altra più recente).

Pongo l’enfasi  anche sull’operato degli esecutori dei lavori e sulla raccomandazione di Giosia, “Tuttavia non si controlli il denaro consegnato nelle loro mani, perché lavorano con onestà”.

Affermazione d’altri tempi. Già intorno agli anni 30 d. C. le cose erano cambiate,

Gesù entrò nel tempio e scacciò tutti quelli che nel tempio vendevano e compravano; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe e disse loro: “Sta scritto:
La mia casa sarà chiamata casa di preghiera.
Voi invece ne fate un covo di ladri”. (Mt. 21:12-13)

Non che nel tempio non dovessero, allora, esserci i cambiavalute e i mercanti degli animali per i sacrifici, ma le loro attività avevano, detto in termini moderni, cambiamo la destinazione d’uso del  tempio.