METTERSI IN GIOCO

19 Giu

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Mettersi in gioco, ma non a un tavolo da poker.

Mettersi in gioco, superare i limiti auto imposti, che spesso sono scuse, essere convinti delle proprie idee e saperle difendere ma allo stesso tempo essere aperti al nuovo, alle idee dell’altro.

Mettersi in gioco, forse si può perdere, ma ci si può rialzare.

Mettersi in gioco, a stare fermi non si conclude nulla e si invecchia prima.

Mettersi in gioco, vivere!

Facile? Può darsi, io non l’ho scritto.

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AFORISMI E CITAZIONI

18 Giu

Prima che qualcuno pensasse di monetizzare la proprietà intellettuale inventando il diritto d’autore e il copyright, perché i tempi sono cambiati, già dai tempo della tradizione orale precedenti all’invenzione della scrittura, i testi circolavano liberamente, senza citazione della fonte.

È per questa ragione che un testo che troviamo in scritto in ebraico nel libro biblico dei Giudici:

Si misero in cammino gli alberi per eleggere un re su di essi. Dissero all’ulivo: Regna su di noi. Rispose loro l’ulivo: Rinuncerò al mio olio, grazie al quale si onorano dei e uomini, e andrò ad agitarmi sugli alberi? Dissero gli alberi al fico: Vieni tu, regna su di noi. Rispose loro il fico: Rinuncerò alla mia dolcezza e al mio frutto squisito, e andrò ad agitarmi sugli alberi? Dissero gli alberi alla vite: Vieni tu, regna su di noi. Rispose loro la vite: Rinuncerò al mio mosto che allieta dei e uomini, e andrò ad agitarmi sugli alberi? Dissero tutti gli alberi al rovo: Vieni tu, regna su di noi. Rispose il rovo agli alberi: Se in verità ungete me re su di voi, venite, rifugiatevi alla mia ombra; se no, esca un fuoco dal rovo e divori i cedri del Libano”. (Giudici 9.8-15).

lo troviamo tradotto in greco con il titolo “Gli alberi e l’ulivo”, da Esopo (che sia stato lui a copiare e non il redattore del libro dei Giudici è lo si sa per una questione di cronologia), così come l’apostolo Paolo non brilla certo di originalità quando scrivendo ai Corinzi (a Corinzi 12) si rifà al celebre apologo di Menenio Agrippa.

Certo, bisogna saperlo fare con gusto, evitando di cadere nel ridicolo come quell’oratore che citò una celebre frase in italiano (a chi giova) e, per essere sicuro di esser stato capito, la ripropose nell’originale in latino (cui prodest)!

Così io ho riproposto la prima parte di una citazione dal film Monsier Ibrahim e i fiori del Corano di François Dupeyron come l’ho ricevuta da mia nipote Silvia, perché ci sono pensieri belli in sé stessi.

Altrimenti ogni volta che diciamo “immagina” con riferimento a un futuro migliore dovremmo far riferimento a John Lennon, anche se per molti il pensiero inevitabilmente andrà lì.

APPUNTI SULL’OMOSESSUALITÀ

17 Giu

La sessualità umana ha tre componenti, spirituale, emozionale e fisica.

Spirituale, per chi crede, perché voluta da Dio e così da noi vissuta, emozionale perché siamo in grado di dominarla (e questo esclude i “raptus” tanto cari ad alcuni giornalisti nei casi di stupro) con la donna che la vive in modo diverso dall’uomo, fisica perché è anche così che la esprimiamo.

Il disegno di Dio per l’essere umano è la coppia monogamica maschio e femmina “maschio e femmina lo creò”… “crescete e diventate molti (moltiplicatevi)”… “Allora l’uomo disse “Questa è osso delle mie ossa e carne ella mia carne… per questo l’uomo lascia sua padre e sua madre e si attacca alla sua donna e i due diventano una cosa sola. Or ambedue erano nudi, l’uomo e la sua donna, ma non ne provavano vergogna”. (Genesi 1 e 2). Questo divenire una cosa sola è l’essenza del matrimonio, per questo non è codificato altrove nella Bibbia. La Scrittura parla di coppia, escludendo la poligamia che troviamo prima della Legge e il ripudio è stato concesso per un periodo come male minore, così come ha richiamato lo stesso Gesù.

Va ricordato che la nostra situazione sessuale è legata alla vita fisica, in Cielo non si avrà moglie o marito.

In Levitico 18 è codificata tutta una serie di deviazioni sessuali, al verso 22 è condannata l’omosessualità (che sia citata solo quella maschile è dovuto alla forma verbale della lingua ebraica), ripresa poi dall’apostolo Paolo in Romani 1 e in 1a Corinzi 6.

In tutte e due i brani l’enfasi è posta sul vizio, così come all’epoca dei patriarchi lo fu con Sodoma e Gomorra.

Fino a non molto tempo fa l’omosessualità era considerata a tutti gli effetti una malattia, poi la scienza medica ha cominciato a parlare correttamente di adeguamento tra identità fisica ed identità psichica, riferendosi a quelle persone che hanno una mentalità maschile in un corpo femminile o viceversa, che non sono malate ma, detto in modo semplice, sono nate nel corpo sbagliato.

Cosa che né il redattore del Levitico, né l’apostolo Paolo potevano definire in senso scientifico (in 1a Corinzi 7 Paolo distingue bene ciò che è ordine del Signore da quelli che sono pareri e consigli suoi).

L’omosessualità, quindi, è condannata quando è un vizio, una moda, una cosa contro natura rispetto a quanto detto più sopra, che spesso  diventa oggetto di ostentazione come avviene nelle manifestazioni di Gay Pride.

Poi, appunto, esistono coloro che sono nate e nati così, che non sono persone di serie B e meritano tutta la  solidarietà, il  rispetto e, come è stato fatto, da parte del Parlamento una legge che riconosca questo tipo di unioni.

Così come chi la pensa diversamente è libero di farlo, però senza azioni o sentimenti di condanna.

LAVORARE IN SQUADRA

15 Giu

Ieri sera ho guardato con piacere la Carmen di Bizet nell’allestimento di Valentina Carrasco dalle Terme di Caracalla con la direzione di Jesús Cobes Lópoz, in onda su Rai5.

Non è la prima volta che un’opera libera viene trasposta nei tempi moderni. Tempo fa ho visto quella della Bohème di Puccini. Impresa certo impegnativa per l’Aida di G. Verdi o altre ad alta ambientazione storia, che fa capire che i drammi di amore e di gelosia purtroppo non hanno una stagione precisa, ma anche che le opere liriche, come tutta la buona musica, che è poi quella che dura nel tempo e penso per esempio ai Beatles e a De Andrè, non ha età e se presentata “in jeans” può avvicinare anche i giovani.

Mi hanno colpito alla fine la freschezza e i sorrisi degli attori, anche dei protagonisti che più degli altri certo dovevano essere stanchi, e gli applausi all’orchestra, che in teoria dovrebbe avere l’attenzione principale. La lirica nasce come opera d’ingenio musicale al quale segue un libretto e una coreografia per la rappresentazione, ma spesso passa in secondo piano. Mi sono soffermato sull’orchestra.

Orchestrare, anche se ormai la prima definizione è legata principalmente alla musica, vuol dire fare in modo che, in un’azione cui prendono parte elementi diversi, questi concorrano all’effetto o al risultato voluto: quindi anche preordinare, predisporre a un dato fine con una organizzazione accorta ed efficace. Al profano può sfuggire ma l’orecchio allenato nota subito l’eventuale assenza di questo o di quello strumento.

Soprattutto nel mondo del lavoro usiamo altri termini come lavorare in squadra o, mutuati da altre lingue, in équipe o in team.

Come nella musica e nel lavoro un risultato di squadra, o ben orchestrato, si ottiene solo se gli obiettivi sono ben chiari e se tutte le persone coinvolte sono disposte a lavorare assieme dando il massimo e senza rivalità mettendoci del proprio ma seguendo le indicazioni del direttore d’orchestra.

EMPATIA

14 Giu

Fate caso a come si muovono veloci un branco di pesci o uno stormo di uccelli, senza che mai i componenti sbattano l’uno contro l’altro, come le Frecce Tricolori.

A differenza di queste che riescono a farlo con l’allenamento, quelli sono guidati da ultrasuoni. Meraviglia della natura che mi ha sempre affascinato.

Così è anche per le gocce d’acqua (non vale per i fiocchi di neve perché sono troppo leggeri). Quando piove cadono tutte assieme senza mai incontrarsi e se arriva una raffica di vento ne seguono tutte la stessa direzione, Però, se le osserviamo su una finestra o sullo cruscotto di un’automobile, perdono velocità e alcune si fondono l’una nell’altra.

Questo è il concetto di empatia dal termine greco εμπαθεία composto da en “dentro” e pathos “sofferenza, ma anche sentimento”, che nelle scienze umane corrisponde all’impegno di comprendere l’altro. Un impegno che non è simpatia, che proviamo verso le persone con le quali abbiamo qualche affinità.

L’empatia è un sentimento sociale, che ci aiuta a comprendere l’altro, anche rispettandone la diversità e la distanza, senza giudicarlo e continuando a dargli del lei, che però ci aiuta a vivere meglio.

ULISSE NON AVEVA IL PASSAPORTO

11 Giu

Come molti di coloro che fuggono e sbarcano a Lampedusa, o altrove, e coloro che non ce l’hanno fatta.

:-/

Si potrà dire che l’Odissea è un poema, ma in questo testo troviamo tutta la pìetas verso lo straniero, che, sbattuto dai flutti, si ritrova sporco, affamato e stanco sulla spiaggia di un’isola di cui neanche conosce il nome, e incontra una persona, in questo caso una donna, che lo soccorre senza fargli troppe domande e senza chiedergli il passaporto, ma pronta ad aiutarlo.

Molto attuale, non trovate?

(Il testo è lungo, l’essenziale è nelle enfasi)

Omero, Odissea, Libro VI, 212 – 437 enfasi mie.

[…]

“Regina, odi i miei voti. Ah degg’io dea
Chiamarti, o umana donna? Se tu alcuna
Sei delle dive che in Olimpo han seggio,
Alla beltade, agli atti, al maestoso
Nobile aspetto, io l’immortal Dïana,
Del gran Giove la figlia, in te ravviso.
E se tra quelli, che la terra nutre,
Le luci apristi al dì, tre volte il padre
Beato, e tre la madre veneranda,
E beati tre volte i tuoi germani,
Cui di conforto almo s’allarga e brilla
Di schietta gioia il cor, sempre che in danza
Veggiono entrar sì grazïoso germe.
Ma felice su tutti oltra ogni detto,
Chi potrà un dì nelle sue case addurti
D’illustri carca nuzïali doni.
Nulla di tal s’offerse unqua nel volto
O di femmina, o d’uomo, alle mie ciglia:
Stupor, mirando, e riverenza tiemmi.
Tal quello era bensì che un giorno in Delo,
Presso l’ara d’Apollo, ergersi io vidi
Nuovo rampollo di mirabil palma:
Ché a Delo ancora io mi condussi, e molta
Mi seguìa gente armata in quel viaggio
Che in danno rïuscir doveami al fine.
E com’io, fìssi nella palma gli occhi
Colmo restai di meraviglia, quando
Di terra mai non surse arbor sì bello;
Così te, donna, stupefatto ammiro,
E le ginocchia tue, benché m’opprima
Dolore immenso, io pur toccar non oso.
Me uscito dell’Ogigia isola dieci
Portava giorni e dieci il vento e il fiotto.
Scampai dall’onda ier soltanto, e un nume
Su queste piagge, a trovar forse nuovi
Disastri, mi gittò: poscia che stanchi
Di travagliarmi non cred’io gli eterni.
Pietà di me, Regina, a cui la prima
Dopo tante sventure innanzi io vegno,
Io, che degli abitanti, o la campagna
Tengali, o la città, nessun conobbi.
La cittade m’addita; e un panno dammi,
Che mi ricopra; dammi un sol, se panni
Qua recasti con te, di panni invoglio.
E a te gli dèi, quanto il tuo cor desìa,
Si compiaccian largir: consorte e figli,
E un sol volere in due, però ch’io vita,
Non so più invidïabile, che dove
La propria casa con un’alma sola
Veggonsi governar marito e donna.
Duol grande i tristi m’hanno, e gioia i buoni:
Ma quei ch’esultan più, sono i due sposi”.

“O forestier, tu non mi sembri punto
Dissennato e dappoco”, allor rispose
La verginetta dalle bianche braccia.
“L’Olimpio Giove, che sovente al tristo
Non men che al buon felicità dispensa,
Mandò a te la sciagura, e tu da forte
La sosterrai. Ma, poiché ai nostri lidi
Ti convenne approdar, di veste o d’altro,
Che ai supplici si debba ed ai meschini,
Non patirai disagio. Io la cittade
Mostrarti non ricuso, e il nome dirti
Degli abitanti. È de’ Feaci albergo
Questa fortunata isola; ed io nacqui
Dal magnanimo Alcinoo, in cui la somma
Del poter si restringe, e dell’impero”.

Tal favellò Nausica, e alle compagne:
“Olà”, disse, “fermatevi. In qual parte
Fuggite voi, perché v’apparse un uomo?
Mirar credeste d’un nemico il volto?
Non fu, non è: e non fia chi a noi s’attenti
Guerra portar: tanto agli dèi siam cari.
Oltre che in sen dell’ondeggiante mare
Solitari viviam, viviam divisi
Da tutto l’altro della stirpe umana.
Un misero è costui, che a queste piagge
Capitò errando, e a cui pensare or vuolsi.
Gli stranieri, vedete, ed i mendichi
Vengon da Giove tutti, e non v’ha dono
Picciolo sì, che lor non torni caro.
Su via, di cibo e di bevanda il nuovo
Ospite soccorrete, e pria d’un bagno
Colà nel fiume, ove non puote il vento”.

Le compagne ristêro, ed a vicenda
Si rincorâro, e, come avea d’Alcinoo
La figlia ingiunto, sotto un bel frascato
Menâro Ulisse, e accanto a lui le vesti
Poser, tunica e manto, e la rinchiusa
Nell’ampolla dell’ôr liquida oliva:
Quindi ad entrar col piè nella corrente
Lo inanimîro. Ma l’eroe: “Fanciulle,
Appartarvi da me non vi sia grave,
Finché io questa salsuggine marina
Mi terga io stesso, e del salubre m’unga
Dell’oliva licor, conforto ignoto
Da lungo tempo alle mie membra. Io certo
Non laverommi nel cospetto vostro;
Ché tra voi starmi non ardisco ignudo”.

Trasser le ancelle indietro, ed a Nausica
Ciò riportaro. Ei dalle membra il sozzo
Nettunio sal, che gl’incrostò le larghe
Spalle ed il tergo, si togliea col fiume,
E la bruttura del feroce mare
Dal capo s’astergea. Ma come tutto
Si fu lavato ed unto, e di que’ panni
Vestito, ch’ebbe da Nausica in dono,
Lui Minerva, la prole alma di Giove,
Maggior d’aspetto, e più ricolmo in faccia
Rese, e più fresco, e de’ capei lucenti,
Che di giacinto a fior parean sembianti,
Su gli omeri cader gli feo le anella.
E qual se dotto mastro, a cui dell’arte
Nulla celaro Pallade o Vulcano,
Sparge all’argento il liquid’oro intorno,
Sì che all’ultimo suo giunge con l’opra:
Tale ad Ulisse l’Atenèa Minerva
Gli omeri e il capo di decoro asperse;
Ad Ulisse, che poscia, ito in disparte,
Su la riva sedea del mar canuto,
Di grazia irradïato e di beltade.

La donzella stordiva; ed all’ancelle
Dal crin ricciuto disse: “Un mio pensiero
Nascondervi io non posso. Avversi, il giorno
Che le nostre afferrò sponde beate,
Non erano a costui tutti del cielo
Gli abitatori: egli, d’uom vile e abbietto
Vista m’avea da prima, ed or simìle
Sembrami a un dio che su l’Olimpo siede.
Oh colui fosse tal, che i numi a sposo
Mi destinâro! Ed oh piacesse a lui
Fermar qui la sua stanza! Orsù, di cibo
Sovvenitelo, amiche, e di bevanda”.

Quelle ascoltaro con orecchio teso,
E il comando seguîr: cibo e bevanda
All’ospite imbandîro, e il paziente
Divino Ulisse con bramose fauci
L’uno e l’altra prendea, qual chi gran tempo
Bramò i ristori della mensa indarno.

Qui l’occhinera vergine novello
Partito immaginò. Sul vago carro
Le ripiegate vestimenta pose,
Aggiunse i muli di forte unghia, e salse.
Poi così Ulisse confortava: “Sorgi
Stranier, se alla cittade ir ti talenta
E il mio padre veder, nel cui palagio
S’accoglieran della Feacia i capi.
Ma, quando folle non mi sembri punto,
Cotal modo terrai. Finché moviamo
De’ buoi tra le fatiche e de’ coloni,
Tu con le ancelle dopo il carro vieni
Non lentamente: io ti sarò per guida.
Come da presso la cittade avremo,
Divideremci. È la città da un alto
Muro cerchiata, e due bei porti vanta
D’angusta foce, un quinci e l’altro quindi,
Su le cui rive tutti in lunga fila
Posan dal mare i naviganti legni.
Tra un porto e l’altro si distende il foro
Di pietre quadre, e da vicina cava
Condotte, lastricato; e al fôro in mezzo
L’antico tempio di Nettun si leva.
Colà gli arnesi delle negre navi,
Gomene e vele, a racconciar s’intende,
E i remi a ripulir: ché de’ Feaci
Non lusingano il core archi e faretre,
Ma veleggianti e remiganti navi,
Su cui passano allegri il mar spumante.
Di cotestoro a mio potere io sfuggo
Le voci amare, non alcun da tergo
Mi morda, e tal, che s’abbattesse a noi
Della feccia più vil: “Chi è”, non dica,
“Quel forestiero che Nausica siegue,
Bello d’aspetto e grande? Ove trovollo?
Certo è lo sposo. Forse alcun di quelli,
Che da noi parte il mar, ramingo giunse,
Ed ella il ricevé, che uscìa di nave:
O da lunghi chiamato ardenti voti
Scese di cielo, e le comparve un nume,
Che seco riterrà tutti i suoi giorni.
Più bello ancor, se andò ella stessa in traccia
D’uom d’altronde venuto, e a lui donossi,
Dappoi che i molti, che l’ambìano, illustri
Feaci tanto avanti ebbe in dispetto”.
Così dirìano; e crudelmente offesa
Ne sarìa la mia fama. Io stessa sdegno
Concepirei contra chïunque osasse,
De’ genitori non contenti in faccia,
Pria meschiarsi con gli uomini, che sorto
Fosse delle sue nozze il dì festivo.
Dunque a’ miei detti bada; e leggermente
Ritorno e scorta impetrerai dal padre.
Folto di pioppi ed a Minerva sacro
Ci s’offrirà per via bosco fronzuto,
Cui viva fonte bagna, e molli prati
Cingono: ivi non più dalla cittade
Lontan, che un gridar d’uomo, il bel podere
Giace del padre, e l’orto suo verdeggia.
Ivi, tanto che a quella ed al paterno
Tetto io giunga, sostieni; e allor che giunta
Mi crederai, tu pur t’inurba, e cerca
Il palagio del re. Del re il palagio
Gli occhi tosto a sé chiama, e un fanciullino
Vi ti potrìa condur; che de’ Feaci
Non sorge ostello che il paterno adegui.
Entrato nel cortil, rapidamente
Sino alla madre mia per le superbe
Camere varca. Ella davanti al foco,
Che del suo lume le colora il volto,
Siede, e, poggiata a una colonna, torce,
Degli sguardi stupor, purpuree lane.
Siedonle a tergo le fantesche; e presso
S’alza del padre il trono, in ch’ei, qual dio,
S’adagia, e della vite il nèttar bee.
Declina il trono, e stendi alle ginocchia
De la madre le braccia; onde tra poco
Del tuo ritorno alle natìe contrade,
Per remote che sien, ti spunti il giorno.
Stùdiati entrarle tanto e quanto in core;
E di non riveder le patrie sponde,
Gli alberghi avìti, e degli amici il volto,
Bandisci dalla mente ogni sospetto”.

Detto così, della lucente sferza
Diè sulle groppe ai vigorosi muli,
Che pronti si lasciâro il fiume addietro.

[…]