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LAVORARE IN SQUADRA

15 Giu

Ieri sera ho guardato con piacere la Carmen di Bizet nell’allestimento di Valentina Carrasco dalle Terme di Caracalla con la direzione di Jesús Cobes Lópoz, in onda su Rai5.

Non è la prima volta che un’opera libera viene trasposta nei tempi moderni. Tempo fa ho visto quella della Bohème di Puccini. Impresa certo impegnativa per l’Aida di G. Verdi o altre ad alta ambientazione storia, che fa capire che i drammi di amore e di gelosia purtroppo non hanno una stagione precisa, ma anche che le opere liriche, come tutta la buona musica, che è poi quella che dura nel tempo e penso per esempio ai Beatles e a De Andrè, non ha età e se presentata “in jeans” può avvicinare anche i giovani.

Mi hanno colpito alla fine la freschezza e i sorrisi degli attori, anche dei protagonisti che più degli altri certo dovevano essere stanchi, e gli applausi all’orchestra, che in teoria dovrebbe avere l’attenzione principale. La lirica nasce come opera d’ingenio musicale al quale segue un libretto e una coreografia per la rappresentazione, ma spesso passa in secondo piano. Mi sono soffermato sull’orchestra.

Orchestrare, anche se ormai la prima definizione è legata principalmente alla musica, vuol dire fare in modo che, in un’azione cui prendono parte elementi diversi, questi concorrano all’effetto o al risultato voluto: quindi anche preordinare, predisporre a un dato fine con una organizzazione accorta ed efficace. Al profano può sfuggire ma l’orecchio allenato nota subito l’eventuale assenza di questo o di quello strumento.

Soprattutto nel mondo del lavoro usiamo altri termini come lavorare in squadra o, mutuati da altre lingue, in équipe o in team.

Come nella musica e nel lavoro un risultato di squadra, o ben orchestrato, si ottiene solo se gli obiettivi sono ben chiari e se tutte le persone coinvolte sono disposte a lavorare assieme dando il massimo e senza rivalità mettendoci del proprio ma seguendo le indicazioni del direttore d’orchestra.

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ULISSE NON AVEVA IL PASSAPORTO

11 Giu

Come molti di coloro che fuggono e sbarcano a Lampedusa, o altrove, e coloro che non ce l’hanno fatta.

:-/

Si potrà dire che l’Odissea è un poema, ma in questo testo troviamo tutta la pìetas verso lo straniero, che, sbattuto dai flutti, si ritrova sporco, affamato e stanco sulla spiaggia di un’isola di cui neanche conosce il nome, e incontra una persona, in questo caso una donna, che lo soccorre senza fargli troppe domande e senza chiedergli il passaporto, ma pronta ad aiutarlo.

Molto attuale, non trovate?

(Il testo è lungo, l’essenziale è nelle enfasi)

Omero, Odissea, Libro VI, 212 – 437 enfasi mie.

[…]

“Regina, odi i miei voti. Ah degg’io dea
Chiamarti, o umana donna? Se tu alcuna
Sei delle dive che in Olimpo han seggio,
Alla beltade, agli atti, al maestoso
Nobile aspetto, io l’immortal Dïana,
Del gran Giove la figlia, in te ravviso.
E se tra quelli, che la terra nutre,
Le luci apristi al dì, tre volte il padre
Beato, e tre la madre veneranda,
E beati tre volte i tuoi germani,
Cui di conforto almo s’allarga e brilla
Di schietta gioia il cor, sempre che in danza
Veggiono entrar sì grazïoso germe.
Ma felice su tutti oltra ogni detto,
Chi potrà un dì nelle sue case addurti
D’illustri carca nuzïali doni.
Nulla di tal s’offerse unqua nel volto
O di femmina, o d’uomo, alle mie ciglia:
Stupor, mirando, e riverenza tiemmi.
Tal quello era bensì che un giorno in Delo,
Presso l’ara d’Apollo, ergersi io vidi
Nuovo rampollo di mirabil palma:
Ché a Delo ancora io mi condussi, e molta
Mi seguìa gente armata in quel viaggio
Che in danno rïuscir doveami al fine.
E com’io, fìssi nella palma gli occhi
Colmo restai di meraviglia, quando
Di terra mai non surse arbor sì bello;
Così te, donna, stupefatto ammiro,
E le ginocchia tue, benché m’opprima
Dolore immenso, io pur toccar non oso.
Me uscito dell’Ogigia isola dieci
Portava giorni e dieci il vento e il fiotto.
Scampai dall’onda ier soltanto, e un nume
Su queste piagge, a trovar forse nuovi
Disastri, mi gittò: poscia che stanchi
Di travagliarmi non cred’io gli eterni.
Pietà di me, Regina, a cui la prima
Dopo tante sventure innanzi io vegno,
Io, che degli abitanti, o la campagna
Tengali, o la città, nessun conobbi.
La cittade m’addita; e un panno dammi,
Che mi ricopra; dammi un sol, se panni
Qua recasti con te, di panni invoglio.
E a te gli dèi, quanto il tuo cor desìa,
Si compiaccian largir: consorte e figli,
E un sol volere in due, però ch’io vita,
Non so più invidïabile, che dove
La propria casa con un’alma sola
Veggonsi governar marito e donna.
Duol grande i tristi m’hanno, e gioia i buoni:
Ma quei ch’esultan più, sono i due sposi”.

“O forestier, tu non mi sembri punto
Dissennato e dappoco”, allor rispose
La verginetta dalle bianche braccia.
“L’Olimpio Giove, che sovente al tristo
Non men che al buon felicità dispensa,
Mandò a te la sciagura, e tu da forte
La sosterrai. Ma, poiché ai nostri lidi
Ti convenne approdar, di veste o d’altro,
Che ai supplici si debba ed ai meschini,
Non patirai disagio. Io la cittade
Mostrarti non ricuso, e il nome dirti
Degli abitanti. È de’ Feaci albergo
Questa fortunata isola; ed io nacqui
Dal magnanimo Alcinoo, in cui la somma
Del poter si restringe, e dell’impero”.

Tal favellò Nausica, e alle compagne:
“Olà”, disse, “fermatevi. In qual parte
Fuggite voi, perché v’apparse un uomo?
Mirar credeste d’un nemico il volto?
Non fu, non è: e non fia chi a noi s’attenti
Guerra portar: tanto agli dèi siam cari.
Oltre che in sen dell’ondeggiante mare
Solitari viviam, viviam divisi
Da tutto l’altro della stirpe umana.
Un misero è costui, che a queste piagge
Capitò errando, e a cui pensare or vuolsi.
Gli stranieri, vedete, ed i mendichi
Vengon da Giove tutti, e non v’ha dono
Picciolo sì, che lor non torni caro.
Su via, di cibo e di bevanda il nuovo
Ospite soccorrete, e pria d’un bagno
Colà nel fiume, ove non puote il vento”.

Le compagne ristêro, ed a vicenda
Si rincorâro, e, come avea d’Alcinoo
La figlia ingiunto, sotto un bel frascato
Menâro Ulisse, e accanto a lui le vesti
Poser, tunica e manto, e la rinchiusa
Nell’ampolla dell’ôr liquida oliva:
Quindi ad entrar col piè nella corrente
Lo inanimîro. Ma l’eroe: “Fanciulle,
Appartarvi da me non vi sia grave,
Finché io questa salsuggine marina
Mi terga io stesso, e del salubre m’unga
Dell’oliva licor, conforto ignoto
Da lungo tempo alle mie membra. Io certo
Non laverommi nel cospetto vostro;
Ché tra voi starmi non ardisco ignudo”.

Trasser le ancelle indietro, ed a Nausica
Ciò riportaro. Ei dalle membra il sozzo
Nettunio sal, che gl’incrostò le larghe
Spalle ed il tergo, si togliea col fiume,
E la bruttura del feroce mare
Dal capo s’astergea. Ma come tutto
Si fu lavato ed unto, e di que’ panni
Vestito, ch’ebbe da Nausica in dono,
Lui Minerva, la prole alma di Giove,
Maggior d’aspetto, e più ricolmo in faccia
Rese, e più fresco, e de’ capei lucenti,
Che di giacinto a fior parean sembianti,
Su gli omeri cader gli feo le anella.
E qual se dotto mastro, a cui dell’arte
Nulla celaro Pallade o Vulcano,
Sparge all’argento il liquid’oro intorno,
Sì che all’ultimo suo giunge con l’opra:
Tale ad Ulisse l’Atenèa Minerva
Gli omeri e il capo di decoro asperse;
Ad Ulisse, che poscia, ito in disparte,
Su la riva sedea del mar canuto,
Di grazia irradïato e di beltade.

La donzella stordiva; ed all’ancelle
Dal crin ricciuto disse: “Un mio pensiero
Nascondervi io non posso. Avversi, il giorno
Che le nostre afferrò sponde beate,
Non erano a costui tutti del cielo
Gli abitatori: egli, d’uom vile e abbietto
Vista m’avea da prima, ed or simìle
Sembrami a un dio che su l’Olimpo siede.
Oh colui fosse tal, che i numi a sposo
Mi destinâro! Ed oh piacesse a lui
Fermar qui la sua stanza! Orsù, di cibo
Sovvenitelo, amiche, e di bevanda”.

Quelle ascoltaro con orecchio teso,
E il comando seguîr: cibo e bevanda
All’ospite imbandîro, e il paziente
Divino Ulisse con bramose fauci
L’uno e l’altra prendea, qual chi gran tempo
Bramò i ristori della mensa indarno.

Qui l’occhinera vergine novello
Partito immaginò. Sul vago carro
Le ripiegate vestimenta pose,
Aggiunse i muli di forte unghia, e salse.
Poi così Ulisse confortava: “Sorgi
Stranier, se alla cittade ir ti talenta
E il mio padre veder, nel cui palagio
S’accoglieran della Feacia i capi.
Ma, quando folle non mi sembri punto,
Cotal modo terrai. Finché moviamo
De’ buoi tra le fatiche e de’ coloni,
Tu con le ancelle dopo il carro vieni
Non lentamente: io ti sarò per guida.
Come da presso la cittade avremo,
Divideremci. È la città da un alto
Muro cerchiata, e due bei porti vanta
D’angusta foce, un quinci e l’altro quindi,
Su le cui rive tutti in lunga fila
Posan dal mare i naviganti legni.
Tra un porto e l’altro si distende il foro
Di pietre quadre, e da vicina cava
Condotte, lastricato; e al fôro in mezzo
L’antico tempio di Nettun si leva.
Colà gli arnesi delle negre navi,
Gomene e vele, a racconciar s’intende,
E i remi a ripulir: ché de’ Feaci
Non lusingano il core archi e faretre,
Ma veleggianti e remiganti navi,
Su cui passano allegri il mar spumante.
Di cotestoro a mio potere io sfuggo
Le voci amare, non alcun da tergo
Mi morda, e tal, che s’abbattesse a noi
Della feccia più vil: “Chi è”, non dica,
“Quel forestiero che Nausica siegue,
Bello d’aspetto e grande? Ove trovollo?
Certo è lo sposo. Forse alcun di quelli,
Che da noi parte il mar, ramingo giunse,
Ed ella il ricevé, che uscìa di nave:
O da lunghi chiamato ardenti voti
Scese di cielo, e le comparve un nume,
Che seco riterrà tutti i suoi giorni.
Più bello ancor, se andò ella stessa in traccia
D’uom d’altronde venuto, e a lui donossi,
Dappoi che i molti, che l’ambìano, illustri
Feaci tanto avanti ebbe in dispetto”.
Così dirìano; e crudelmente offesa
Ne sarìa la mia fama. Io stessa sdegno
Concepirei contra chïunque osasse,
De’ genitori non contenti in faccia,
Pria meschiarsi con gli uomini, che sorto
Fosse delle sue nozze il dì festivo.
Dunque a’ miei detti bada; e leggermente
Ritorno e scorta impetrerai dal padre.
Folto di pioppi ed a Minerva sacro
Ci s’offrirà per via bosco fronzuto,
Cui viva fonte bagna, e molli prati
Cingono: ivi non più dalla cittade
Lontan, che un gridar d’uomo, il bel podere
Giace del padre, e l’orto suo verdeggia.
Ivi, tanto che a quella ed al paterno
Tetto io giunga, sostieni; e allor che giunta
Mi crederai, tu pur t’inurba, e cerca
Il palagio del re. Del re il palagio
Gli occhi tosto a sé chiama, e un fanciullino
Vi ti potrìa condur; che de’ Feaci
Non sorge ostello che il paterno adegui.
Entrato nel cortil, rapidamente
Sino alla madre mia per le superbe
Camere varca. Ella davanti al foco,
Che del suo lume le colora il volto,
Siede, e, poggiata a una colonna, torce,
Degli sguardi stupor, purpuree lane.
Siedonle a tergo le fantesche; e presso
S’alza del padre il trono, in ch’ei, qual dio,
S’adagia, e della vite il nèttar bee.
Declina il trono, e stendi alle ginocchia
De la madre le braccia; onde tra poco
Del tuo ritorno alle natìe contrade,
Per remote che sien, ti spunti il giorno.
Stùdiati entrarle tanto e quanto in core;
E di non riveder le patrie sponde,
Gli alberghi avìti, e degli amici il volto,
Bandisci dalla mente ogni sospetto”.

Detto così, della lucente sferza
Diè sulle groppe ai vigorosi muli,
Che pronti si lasciâro il fiume addietro.

[…]

OLTRE LA CRONACA

9 Giu

Poiché giornali, editori e altri proporranno, alcuni l’hanno già fatto, le famose liste dei “libri sotto l’ombrellone”, perché non pensare anche a quelli che fanno vedere le realtà scomode delle comunità, che possono essere i paesi a cui fanno ritorno gli emigrati per lavoro, nei quali tutti sanno tutto di tutti spesso più degli interessati, ma anche quelle comunità stagionali come le spiagge, dove anno dopo anno si ritrovano gli stessi bagnanti e, giocoforza i loro figli almeno fino a una certa età?

Non necessariamente tradimenti, materiale per i “patinati” specializzati in questo, ma le piccole storie comuni che quando passano di bocca in bocca possono ingrandirsi fino a logorare una comunità. Per comprendere cos’è un pettegolezzo e quali sono i suoi effetti basta ascoltare la famosa romanza del Barbiere di Siviglia.

Un libro famoso e simbolico di questa realtà, ambientato nell’America degli anni venti è Antologia di Spoon River, di Edgard L. Master, che magistralmente mette le reciproche critiche in epitaffi sulle tombe del paese.

L’OROLOGIO

8 Giu

Orologio_da_tasca

     “Dal taschino destro pendeva una pesante catena d’argento con appesa una macchina straordinaria. Gli facemmo cenno di estrarre ciò che stava a capo della catena: si trattava di un globo per metà d’argento e per metà di un metallo trasparente attraverso il quale si potevano vedere strane figure disposte in cerchio. Pensavamo di poterle toccare, ma le nostre dita non andarono oltre quella materia traslucida.

    Ci mise agli orecchi quella macchina che faceva un rumore incessante, come quello d’un mulino. Pensiamo che si tratti di qualche bestia sconosciuta o del dio che lui adora, siamo anzi favorevoli a questa seconda ipotesi, perché ci assicurò (se abbiamo capito bene quel che ci disse, dal momento che si esprimeva in maniera assai scorretta) che raramente intraprendeva qualche azione senza prima averlo consultato.

     L’ha definito il suo oracolo dicendo che gli indicava il momento idoneo a ogni azione”.

Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver, cap. II

Di quanto possono essere diversi i punti di vista sulle persone, i fatti, le cose, soprattutto quando non li si conoscono.

TRADIZIONE E RINNOVAMENTO

7 Giu

Sogliamo leggere i classici italiani, fin dalla Divina Commedia, in lingua originale con apparato critico se antichi. Nessuno, se non per gioco o per spiegarlo agli studenti, oserebbe riproporre A Silvia o I sepolcri in lingua corrente, anche se c’è chi ha tradotto Pinocchio in dialetto ma questa è un’altra storia.

Viceversa se non abbiamo accesso ai testi originali perché non ne conosciamo la lingua, e comunque conoscere e praticare una lingua spesso non ci offre quella familiarità necessaria per distinguere le espressioni e i vocaboli desueti, leggiamo volentieri le traduzioni più aggiornate delle opere straniere, scevre dagli eventuali errori del passato perché tradurre è sempre interpretare, dover scegliere tra un vocabolo e l’altro.

Morale, mentre la nostra cultura si basa spesso sulla forza della tradizione che volentieri accettiamo anche dovendo esercitare un minimo sforzo mentale, siamo pronti ad apprezzare il nuovo in ciò di cui non abbiamo una padronanza sufficiente.

Questo discorso può essere trasferito alla scuola, che non necessita di riforme su riforme o peggio di istituti o classi sperimentali che tali rimangono per lungo tempo, ma di un rinnovamento costante e di quella agilità che la renda viva e non depositaria di una verità assoluta da trasmettere, perché le cose cambiano, come cambiano gli studenti.

L’esempio banale e pratico oltre alla didattica è costituito dai banchi della scuola primaria, sui quali le bambine e i bambini siedono dalla prima alla quinta senza che nessuno tenga conto della loro crescita fisica.

Non c’è dicotomia ma complementarietà tra le materie umanistiche (il vecchio?), che formano il cittadino, e le materie scientifiche (il nuovo?), che allargano i suoi orizzonti. Così come coesistono, al di là delle preferenze personali, i libri di testo e il tablet, usati nella didattica con due scopi diversi ma complementari.

Propongo sempre l’esempio della radice quadrata che, al di là degli esercizi di geometria, nella vita serve a ben poche persone e se proprio dovesse servire si estrae pigiando un tasto sulla calcolatrice.

Il tempo degli “Amish”, bontà loro, è finito (se non sapete chi sono cercate su treccani.it non su Wikipedia!).

A NORD DI NESSUN SUD

23 Mag

Nel sermone dal monte Gesù di Nazareth tra le altre cose dice:

“Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”, richiamando il comando in Levitico 19:18 “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Matteo 5:43).

La seconda parte, odierai il tuo nemico, non trova spazio nelle Scritture, ma è un’aggiunta di comodo dei rabbini che circolava all’epoca di Gesù. In Levitico 19, ai versetti 33-34, troviamo invece scritto “Quando un forestiero dimorerà presso di voi nella vostra terra, non lo opprimerete. Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto”.

Le mie citazioni sono come quasi sempre dalla traduzione ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana. Sembra strano che un leader politico non le conosca, come ha dimostra nel suo show del febbraio scorso, “Gli ultimi saranno i primi”. Così Matteo Salvini in piazza Duomo sul palco di “Prima gli italiani. Ora o mai più, mostrando un rosario e citando “un Matteo più importante di me, che non è Renzi“. “Me lo ha regalato un don, fatto da una donna che combatte in strada, e non lo mollo più”, ha detto il leader della Lega. Il Matteo più importante di lui è con tutta evidenza l’evangelista della mia prima citazione.

Non si possono estrapolare le frasi della Bibbia che fanno comodo, facendo loro dire ciò che non dicono.

I nostri nonni o genitori come gli ebrei della Bibbia (che andarono in Egitto in seguito a una carestia) sono stati forestieri per lavoro in Belgio, Germania, Sud America e Australia, e hanno sbattuto il naso di fronte a molti cartelli “È vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”. Senza andare all’estero basterà ricordare i cartelli “Non si fitta ai meridionali” a Torino, dove molti andavano a lavorare alla Fiat. Quei terroni i nonni dei quali furono mandati a combattere sul fronte nordorientale della prima guerra mondiale, senza sapere perché (“lì, dove le pietre le chiamano sassi”, come diceva un mio amico pugliese).

Prima – avverbio di tempo – ha senso solo se c’è un dopo, altrimenti in italiano si dice solamente, e di fronte alle chiusure spesso pretestuose, come sta succedendo a Monfalcone, con impedimenti burocratici contro la costruzione del centro islamico e il diniego della erezione di tre gazebo per la festa della fine del Ramadan perché è un evento contrario all’identità locale, quando poi scopri che nelle sagre – autorizzate – trovi dalla cucina romana a quella australiana (notizia di oggi è che anche il comune di Pordenone autorizza solo i cibi autoctoni).

Un vero peccato perché la vicina Trieste è sempre stata un melting pot, una fucina di interscambio di idee il cui unico ostacolo può eventualmente essere quello linguistico (all’inizio dello scorso secolo, invece, la borghesia parlava indifferentemente italiano, sloveno e tedesco). Certo dispetti di frontiera ce ne sono stati, ce ne sono e ce ne saranno prima con la Jugoslavia e ora con la Slovenia ma sono fenomeni fisiologici che non minano la convivenza. Trieste aveva (da molti anni è chiuso ma dall’esterno si vede la mezzaluna) anche il cimitero turco, proprietà del consolato della Turchia, ma dove turco va letto piuttosto nel senso di musulmano come nel detto di quando Dubrovnik era italiana e si chiamava Ragusa: “No semo (siamo) né turchi né ebrei, semo nobili ragusei”.

Le statistiche ci dicono che la paura del diverso e il numero dei reati anche a sfondo sessuale commessi dagli stranieri sono in numero molto inferiore rispetto a quello che il martellamento dei media vuol farci credere. Ci sono zone critiche, nessuno lo nega, ma la microcriminalità quotidiana è anche italiana.

Se invece di imporre divieti, alimentare paure, guardare all’altro con diffidenza, cominciassimo a parlargli, anzi, a parlarci l’un l’altro? Scopriremmo, come ha la fortuna di fare chi lavora nei centri di ricerca internazionali di Trieste (Area Science Park, Ictp, MIB, Sissa e altri) o chi studia al Collegio del Mondo Unito di Duino, che le differenze ci sono – d’altronde sai che noia se fossimo tutti uguali! – che l’altro è prima di tutto una persona e come tale va rispettata, ma soprattutto che un cinese e un medio orientale hanno uno humor diverso dal nostro ma fondamentalmente ridono o piangono come noi.

Il titolo del celebre libro di Charles Bukowski A sud di nessun nord dovrebbe rammentarci che siamo sempre il Nord e noi in Italia il Sud di qualcun altro. Certamente della Finlandia, ma anche della Germania, e della Francia che non ci impone terrore o diffidenza ma ci sta mettendo i piedi in testa dal punto di vista economico.

C’è da riflettere.

BUON SENSO

10 Mag

Buongiorno.

Segnalo che nel punto vendita XYZ di via Tal dei Tali a Trieste i cani vengono fatti entrare anche se sprovvisti di museruola come previsto dall’ordinamento comune e che questi, se di taglia medio grande, hanno facile accesso alla verdura esposta sugli scaffali più bassi. Alla segnalazione di ieri un addetto ha risposto sgarbatamente che “non cambia nulla perché tanto la verdura deve essere lavata”, che, in tutta ovvietà, non è una risposta corretta.

Nel locale c’è un piccolo cartello che richiama il regolamento comunale, non sulla vetrata di ingresso come sarebbe logico, ma su un espositore a stelo, spesso girato di 90° con la conseguenza che poche persone lo vedono (o vogliono vederlo).

Prima di una mia segnalazione al competente ufficio della Polizia locale, vi chiedo di segnalare l’irregolarità al responsabile del punto vendita e di darmi conferma che ciò sia avvenuto.

Cordialmente,