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DATI CATASTALI, ABUSI EDILIZI E IL SIGNOR MARIO

6 Nov

Leggo a proposito della sentenza dell’Alta corte di giustizia europea sul recupero dell’Ici da parte dell’Italia, senza entrare nel merito se riguardi solo la Chiesa cattolica o tutte le ong:

La Commissione aveva infatti riconosciuto all’Italia “l’assoluta impossibilità” di recuperare le tasse non versate nel periodo 2006-2011 dato che sarebbe stato “oggettivamente” impossibile sulla base dei dati catastali e delle banche fiscali, calcolare retroattivamente il tipo d’attività (economica o non economica) svolta negli immobili di proprietà degli enti non commerciali, e calcolare l’importo da recuperare”.

Assoluta impossibilità… oggettivamente impossibile… dati catastali… e banche fiscali”, par di capire, a leggerla così, che anche i dati catastali non si incrocino con le banche dati fiscali.

Ma allora il catasto e le banche dati fiscali a cosa servono!? Capisco quindi i molti abusi edilizi, dei quali si parla in questi giorni in seguito all’alluvione di Casteldaccia, che praticamente sono edifici fantasma in quanto oggettivamente non rintracciabili e perché venga colpito dal fisco il pizzicagnolo Mario (o altro a piacere), per aver regalato un panino al figlio di un amico senza aver emesso lo scontrino di € 0,00.

Quanto spendiamo ogni anno per queste banche dati la cui utilità è, con tutta evidenza, molto ridotta?

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4 NOVEMBRE, IL GIORNO DOPO

5 Nov

Ieri, all’Altare della Patria e al Sacrario di Redipuglia prima, in piazza dell’Unità d’Italia a Trieste poi, si è ufficialmente concluso l’anno di celebrazioni delle Grande Guerra.

Sono trascorsi cento anni da quella che ancor oggi è chiamata la guerra di posizione più cruenta dell’epoca moderna. Forse in quest’anno i giovani hanno imparato qualcosa, gli adulti certamente no se in giro per il mondo ci sono più o meno 104 conflitti dichiarati e altri non dichiarati, come le frequenti e ripetute sospensioni dell’accordo di Schengen, se è vero che la violenza verbale fa male, in modo pur diverso, al pari di quella fisica.

Dopo la Grande Guerra ci sono state, cito a soldoni, la Seconda Guerra mondiale, la guerra in Vietnam, la guerra sottovalutata della ex Jugoslavia con l’assedio di Sarajevo, le due guerre del Golfo, la guerra tra Israele e Palestina, le guerre a lungo dimenticate dai media in Siria e Yemen, la guerra non dichiarata degli islamici.

I libri su cui riflettere non mancano, oltre al romantico Addio alle armi il più realistico Niente di nuovo sul fronte occidentale, il Diario di Anne Frank, Se questo è un uomo e La tregua, Il Sergente nella neve e Il ritorno, La guerra che non si può vincere e Con gli occhi del nemico, per citarne solo alcuni.

I grandi della Terra, però, continuano a non capire, a non voler smorzare il proprio ego, ad alzare la voce, a minacciare, ed è notizia di questi giorni la nuova tensione tra gli Stati Uniti e l’Iran.

Quindi è giusto onorare i morti e raccontare la storia ai giovani, affinché sappiano e forse riescano a costruire un mondo migliore ma ora per favore giriamo pagina.

La festività del 4 novembre, anche in linea con le trasformazioni dell’Europa, è stata mutata da anacronistica “giornata della vittoria” in “giorno dell’unità nazionale e giornata delle Forze Armate”.

Per questo motivo, pur riconoscendo il valore e l’abnegazione dei nostri soldati a fianco della Protezione Civile per far fronte alle calamità nazionali, come ha ricordato ieri il Presidente Mattarella, sono dell’opinione che il 2 giugno, “festa della Repubblica”, non vada celebrata con una sfilata militare, anche in ossequio all’art. 11 della Costituzione, ma con una sfilata di maestri, colf, operai, panettieri, imprenditori, muratori, fabbri (scritti in ordine sparso, aggiungete il mestiere o la professione che vi pare), perché sono questi, e non le Forze Armate come ha detto ieri la ministra Trenta nel suo discorso a Trieste, la spina dorsale del Paese.

Forse così i nostri figli e i nostri nipoti potranno sperare in un’Italia, in un’Europa, in un mondo migliori, anche con dei confini laddove siano opportuni, perché empatia non è il volemose bene a tutti i costi, ma il rispetto reciproco.

I CENTRI PER L’IMPIEGO

2 Nov

Per un giorno non sono un giornalista. Sono un disoccupato. Un disoccupato che, come tanti, cerca un posto di lavoro senza risultati. E che quindi ha bisogno dell’aiuto pubblico. Vorrei chiedere il “reddito di cittadinanza” – o come si chiamerà – o una qualunque altra forma di sostegno che possa darmi una mano per fare la spesa e pagare un affitto in attesa che la mia situazione personale possa finalmente sbloccarsi”. Comincia così il resoconto pubblicato oggi 2 novembre di “Un giorno da disoccupato in coda con il miraggio del reddito di cittadinanza”, di Giampaolo Sarti, giornalista del Piccolo. Di Trieste ma probabilmente potete mettere la città che volete voi, a scelta.

Sarà una giornata tra uffici, Caf e code. Mia, Rei e altri acronimi poco comprensibili assieme a Isee, Isre, Dsu, Ivie, Dis-coll, Did, Cud, Naspi, Irap, Imu e Aire.

Questa è, giorno dopo giorno dopo giorno, la realtà dei disoccupati che non hanno ancora smesso di cercare lavoro e che, giorno dopo giorno dopo giorno, si scontrano con la burocrazia degli uffici imprigionata nella sua modulistica a risposta chiusa che non prevede eccezioni neppure se sei nato in Jugoslavia, che non esiste più, e non puoi scrivere Croazia perché il codice Istat (le ultime tre cifre prima del codice di controllo) del tuo codice fiscale non la riconosce.

Quella burocrazia ingessata on line che non tiene conto che molti anziani ma neanche tanto, perché il tasso di alfabetizzazione informatica in Italia è basso, non sanno riempire un modulo on line e si trovano spiazzati se, quando finalmente premono Enter, si vedono rifiutata la domanda perché non hanno riempito un campo obbligatorio anche se fuori legge, come il campo “Provincia” in una regione, il Friuli Venezia Giulia, dove le province non esistono più e non sanno risolvere l’enigma se inserire o meno la sigla della ex provincia (GO, PN, TS, UD) perché così facendo commettono un falso in atto pubblico, che tra tre, quattro o cinque anni qualche zelante burocrate potrebbe contestare loro.

Quella burocrazia ingessata fatta di risponditori automatici “premi 1, pigia 2, fraca 3” dopo di cui, essendo nove volte su dieci tutti gli operatori impegnati “ti invitano a rimanere in linea per non perdere non si sa bene quale priorità acquisita, mentre i call center di alcune aziende serie ti rispondono con “enne persone in attesa, tempo previsto tot minuti”, e ti intrattengono con l’inflazionata Quattro stagioni di Vivaldi. Offensiva soprattutto nei confronti delle persone anziane, poco avvezze all’uso della tastiera del cellulare (che chiamano telefonino) mentre stanno parlando.

La sostanziale differenza è che loro sono l’istituzione (a diversi livelli) e tu sei un numero. Il codice fiscale o quello della coda, a scelta.

Non c’è nulla di nuovo in questo post, perché dei CPL leggiamo ogni giorno, salvo l’attesa del riordino dei CPL promesso dal ministro Luigi Di Maio, l’articolo di oggi su Il Piccolo e il film Io, Daniel Blake, che ho visto ieri sera e visibile su Raiplai.it che è ambientato in Inghilterra ma presenta gli stessi problemi.

Di nuovo forse, per voi che non lo sapete, è che io non sono della scuola “mal comune mezzo gaudio”, perché un male comune non è una consolazione, si sta male in due e basta.

Cambierà qualcosa?

1° NOVEMBRE, I SANTI CHE NON TROVATE SUL CALENDARIO

1 Nov

  • San Dalo, parente di Infra Dito
    San Sonait, gelati
  • Sam Montana, altri gelati
  • San Crispino, gelato di
  • San Mona (…ldo), sul banco di una chiesa, che a Trieste insomma…
  • Sam Sung, patrono degli affetti da sindrome di monofobia e parente del Big Brother
  • Santana, band. A Trieste Sant’Anna, che essendo il cimitero non cantano
  • San Antonio e Santa Fe(derica), probabili fratelli in Texas
  • San Pierdarena, Genova, poi San Pdoria, Samp per gli amici
  • Santo & Jhonny, mitici
  • Sam Atorza, frazione di Duino Aurisina
  • San Gennaro, mai esistito, ma diglielo tu ai napoletani

TI CANCELLO, QUINDI NON ESISTI

14 Ott

Venerdì 12 ottobre, assieme a mio nipote, sono stato a vedere la mostra sulle leggi razziali, proclamate a Trieste il 18 settembre 1938.

Mostra molto ben fatta dagli studenti del Liceo Petrarca che verteva quasi esclusivamente sulla storia della scuola ma con alcuni richiami alla cronaca dell’epoca tratti da Il Piccolo, quotidiano della città.

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La foto simbolo, secondo me, è quella di una classe della scuola con due volti cancellati (questa, fatta da mio nipote ne riprende la metà), segno del tentativo di annullamento delle persone.

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Mostra che dovrebbe far riflettere perché anche se non ufficialmente il diverso, che oggi non si chiama più ebreo, è ancora odiato da parte di alcuni tra noi, come testimoniano alcuni recenti episodi di cronaca.

Ho spiegato a mio nipote che quello che è stato lo sfruttamento dei neri nelle piantagioni di cotone nell’Alabama, nella Georgia e in genere nel Sud degli Stati Uniti lo ritroviamo nel caporalato nel foggiano e non solo per la raccolta dei pomodori.

Personalmente sono per il ripristino della parola negro, piú cruda ma certo piú sincera, perché persona di colore fa parte di quegli eufemismi come non vedente o diversamente abile che la linguista Nora Calzecchi Onesti chiamava nel titolo di un suo celebre manuale Le brutte parole. Semantica dell’eufemismo e che noi ora chiamiamo politicamente scorretto. Rammentiamo che nell’ultima nazione ad avere ufficialmente la discriminazione razziale, la Repubblica Sudafricana, esigeva il colore della pelle scritto sulle carte di identità. Pochi sanno che il titolo originale del famoso giallo di Agatha Christie, “Dieci piccoli indiani” era “Ten little niggers”, poi cambiato in Ten Little Indians perché ritenuto inopportuno dall’editore. La discriminazione contro tutti quei diritti che sono garantiti dall’articolo 3 della nostra Costituzione è esercitata ora in altri modi, pur se la Repubblica ha il compito di osteggiarla.

La mostra è importante, e ora comincerà a girare per l’Italia con prima tappa a Milano, sia perché testimonia di un tragico fatto che ha portato alle consguenze che sappiamo, sia, come ho scritto più sopra, per le tentazioni di ricerca della razza perfetta che sono sempre in agguato qua e là in Europa e nel mondo. I destinatari dovrebbero essere gli studenti, che più di noi non hanno vissuto quella realtà, ma le molte persone adulte distratte o smemorate cui è bene rammentarla.

I DUE BAMBINI IN PARADISO

20 Set

Senza troppi giri di parole e soprattutto senza le troppe analisi che saranno fatte in questi giorni a proposito dell’uccisione dei suoi due figli da parte di una madre reclusa. Nessuno, soprattutto se ricopre ruoli decisionali, potrà dire di non sapere che da troppo tempo ormai che le carceri italiane non sono luoghi di rieducazione ma magazzini sovraffollati di scarti dell’umanità quasi senza alcun diritto.

Anche in questo caso tutto l’ambaradan che ne seguirà sarà comunque postumo alla tragedia, sparirà ben presto all’attenzione dell’ opinione pubblica e il monito “prima che ci scappi il morto” sarà spostato, di nuovo inascoltato, su altre criticità che non vengono affrontate ma soprattutto risolte per la lentezza burocratica di cui tutti noi, come cittadini, in un modo o nell’altro siamo vittime.