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CREDERE È OBBLIGATORIO?

14 Feb

“A cosa crede chi non crede?”, Zygmunt Bauman in “Žycie Duchowe” (Vita spirituale), 2000.

Provocazione o ossimoro?

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DISCORSI SCOMODI

10 Feb

Detesto quell’usanza nel mondo evangelico e protestante che, con un neologismo di cui mi assumo la paternità definisco versetteotologia, cioè l’arte di coloro che sostengono le loro tesi citando la Scrittura con versi estrapolati qua e là dal loro contesto facendo assumere loro un significato spesso molto lontano da quello inteso dagli scrittori ispirati, un po’ come i titoletti delle diverse edizioni della Bibbia.

Do per scontato, anche se purtroppo so che nella realtà non è così, che ogni credente ha una buona conoscenza della Scrittura, perché è la base della sua fede e della sua crescita spirituale.

Non si tratta di emulare gli ebrei, uomini, che a tredici anni conoscevano la Torah a memoria. I tempi e i mezzi sono cambiati e certamente non è il caso impararla a memoria, una copia della Bibbia in italiano costa pochi euro e tutta la Bibbia sta su uno smartphone in pochi Mb. Mi piace molto l’espressione dell’autore di Ebrei quando scrive “Qualcuno ha scritto in qualche parte” citando un passo di Isaia, a specificare che non sempre serve citare la fonte.

Si tratta piuttosto di conoscerne la struttura, dove e soprattutto perché trovare questo o quello. Certo, conoscere i testi fondamentali aiuta, e questo si può e si deve fare anche insegnandolo ai bambini, perché è nostra responsabilità dare un’educazione alle nostre figlie e ai nostri figli, senza peraltro imporla.

Si tratta anche di non affidarsi ad una sola traduzione – che molti ritengono quasi ispirata – perché ha in essa tutti i limiti culturali del traduttore, che non fanno parte dell’ispirazione del testo.

Il paradosso è che da Lutero in poi credenti si sono battuti per il libero esame della Bibbia, cosa non scontata in Italia fino agli anni ‘70 del secolo scorso, ma quanti sono ora i credenti che la leggono con costanza e quanti, soprattutto, coloro che la studiano? Se superato lo scoglio storico-linguistico continuiamo a dire che la Scrittura è difficile, entriamo in quel gioco pericoloso che autorizza interpreti più o meno ufficiali, ma sempre detentori della Verità e quindi mediatori da noi delegati, come gli ebrei finirono con l’autorizzare gli scribi e i farisei con le conseguenze che sappiamo.

Ritengo che vada rivisto tutto l’attuale “essere chiesa”, intesa come comunità e non istituzione.

La chiesa non è un monolite costruito come un patchwork mettendo assieme i brani in cui Luca nel libro degli Atti e l’apostolo Paolo ne scrivono. È,piuttosto, una realtà dinamica, mutevole nel tempo e nello spazio.

Le comunità che troviamo negli Atti e nelle lettere di Paolo ma anche l’esempio delle sette chiese dell’Apocalisse ci presentano realtà molto diverse tra loro, con stili di vita e tradizioni differenti, che trovano l’unità nella fede in Cristo dei loro membri. Il cosiddetto Concilio di Gerusalemme di Atti 15 ne è la dimostrazione. Mette infatti d’accordo il pensiero giudaico-cristiano e quello etnico-cristiano senza appiattire nessuno dei due, e dei tre divieti imposti in quell’occasione ne sopravvive solo uno, quello relativo ai disordini sessuali, che prescinde da quella decisione e dalle tradizioni più strettamente ebraiche.
In questa luce va letto ciò che Paolo scrive ai Corinzi, lettere che sono state spesso strumentalizzate per far dire all’apostolo le cose più diverse.

Qual è la discriminante per considerare alcune imposizioni superate, magari a metà, del Nuovo Testamento, cito ad esempio il velo, e altre no, come la sottomissione della donna nella comunità? In altre parole, quale legame di civiltà esiste tra il primo e il ventunesimo secolo dopo Cristo? Le donne di oggi sono ignoranti come quelle del primo secolo?

Ricordiamo piuttosto che la chiesa è stata costituita sulle realtà delle parole di Pietro, “tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Tutto il resto, anche alcune direttive di Paolo, è burocrazia, intesa come organizzazione, che viene dopo e non è detto che oggi serva. Pensiamo all’insuccesso della comunione dei beni nella chiesa di Gerusalemme e alla conseguente necessità di una colletta di sostentamento.

Gesù promise che dove due o tre sono riuniti nel suo nome sarebbe stato in mezzo a loro, questo è essere chiesa. Gli olandesi invece usano dire che un cristiano è un credente, due formano una chiesa, tre producono una divisione, ed è quello che sta succedendo anche in Italia da troppo tempo.

Lasciando da parte i grandi raduni americani di risveglio evangelico degli anni ’70 che spesso in buona fede rammentavano i movimenti hippy nel famoso raduno di Woodstock del 1969, e il fenomeno dei telepredicatori, molti dei quali ne hanno fatto un business, come in altre realtà anche la spiritualità, l’essere chiesa, ha assunto anche un’altra dimensione. Di certo non le chiese nazionaliste (d’Inghilterra, di Scozia, di Norvegia eccetera) o peggio le chiese segregazioniste di colore tuttora esistenti negli Stati Uniti.

Ma poiché siamo umani una certa empatia, che non è quella “io son di Paolo, io di Apollo e io di Cefa” di 1a Corinzi 1 e non nega le fondamenta dell’unità ma le esprime in altro modo, va messa in conto.

Spesso si è chiesa, si è cioè comunione con credenti solo fisicamente lontani, ma con una forte unione nello Spirito, e poco importa se ci si incontra di persona solo di rado. Se Gesù, o l’apostolo Paolo, avesse avuto a disposizione i mezzi di comunicazione e i Social Media di oggi, li avrebbero certamente usati. Lo Spirito, ricordiamolo, soffia dove vuole, sta a noi coglierne l’attimo.

Quando Giosia, re d’Israele, trovò i rotoli della Legge e si avvide che il popolo aveva deviato dalla volontà del Signore, non cominciò con i “ma” i “se” e i “forse”, i “vedremo”, ma si pentì e distrusse tutto ciò che aveva contribuito all’allontanamento di Israele dal Signore, si mise in preghiera e in ascolto e ricostruì il rapporto con l’Eterno.

Dobbiamo imparare a farlo!

La nostra civiltà progredisce a tappe di rivoluzioni – se siano evoluzioni o involuzioni si può giudicare solo a posteriori -. Per sommi capi i più recenti macro cambiamenti sono stati conseguenza della scoperta dell’America, dell’invenzione della stampa a caratteri mobili, dell’illuminismo e della rivoluzione industriale. Veri e propri “terremoti culturali” che hanno portato dei vantaggi e contemporaneamente hanno posto delle nuove domande.

Dalla seconda metà del secolo scorso ne stiamo vivendo un’altra che ha toccato quasi tutti i campi della nostra vita – etica, sociale, politica, tecnologica, sanitaria – ponendoci dei nuovi interrogativi cui, come credenti, dobbiamo saper rispondere, o almeno tentare di farlo.

Di certo non troveremo una risposta chiara e univoca nella Bibbia, perché quei temi allora non si ponevano. La Bibbia non è un “prontuario medico” della fede, ma una raccolta di principi.

Alcuni di questi temi, come il prolungamento della vita grazie alle scoperte mediche o un diverso approccio rispetto a quello dell’apostolo Paolo all’omosessualità, che ora sappiamo essere non sempre un vizio, che come tale va condannato, ma anche un fattore di nascita che va rispettato, altri hanno solo cambiato nome.

Formalmente la schiavitù è stata abolita e in Italia è un reato, ma uno schiavo pedagogo di Roma era un signore rispetto ai raccoglitori nei campi del foggiano.

Altri temi sono nuovi, come il concetto di guerra preventiva inventato da George W. Bush e che neanche strateghi romani come Cesare o Adriano erano riusciti a concepire, le grandi migrazioni dall’est e dal Magreb e dal vicino oriente, che ci trovano tuttora impreparati e l’etica negli affari dopo il crollo delle borse del 2008, assieme a tutti i temi etici e pratici sui quali i nostri giovani, sbandati anche dall’incertezza del loro futuro, si interrogano e ci interrogano. Domande a cui dobbiamo saper dare una risposta per non deludere la fiducia che pongono in noi che vedono, prima che nell’Eterno che non vedono.

Non sono certo temi da “Bar dello Sport”, ma non si può rispondere con un no aprioristico, come alcuni fanno parlando di “principi non negoziabili”.

Questa è politica dello struzzo.

AMOS

9 Feb

Ecco ciò che mi fece vedere il Signore Dio: il Signore stava sopra un muro tirato a piombo e con un filo a piombo in mano. Il Signore mi disse: “Che cosa vedi, Amos?”. Io risposi: “Un filo a piombo”. Il Signore mi disse: “Io pongo un filo a piombo in mezzo al mio popolo, Israele; non gli perdonerò più. Saranno demolite le alture d’Isacco e saranno ridotti in rovina i santuari d’Israele, quando io mi leverò con la spada contro la casa di Geroboamo”.
Amasia, sacerdote di Betel, mandò a dire a Geroboamo, re d’Israele: “Amos congiura contro di te, in mezzo alla casa d’Israele; il paese non può sopportare le sue parole, poiché così dice Amos: “Di spada morirà Geroboamo, e Israele sarà condotto in esilio lontano dalla sua terra””. Amasia disse ad Amos: “Vattene, veggente, ritrati nella terra di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare, ma a Betel non profetizzare più, perché questo è il santuario del re ed è il tempio del regno”. Amos rispose ad Amasia e disse:
“Non ero profeta né figlio di profeta; ero un mandriano e coltivavo piante di sicomòro.Il Signore mi prese, mi chiamò mentre seguivo il gregge.Il Signore mi disse: Va, profetizza al mio popolo Israele”.
Come rammenta anche Qohelet 3 “un tempo per tacere e un tempo per parlare” arriva il momento in cui bisogna alzare la voce e denunciare i malaffari, con garbo, legalmente, ma con decisione, anche se ci sarà chi vorrà mettere a tacere la verità volgendosi

STORIE DI BUS, DI IERI E DI OGGI

4 Feb

Per capire le cose di oggi, negli Stati Uniti come in Italia e altrove, è utile rileggere la storia di Rosa Parks, della quale oggi ricorre l’anniversario della nascita e del suo atto rivoluzionario, di Tom Robinson, ne Il buio oltre la siepe, ucciso “per errore” con una fucilata alla schiena, personaggio di fantasia, certo, ma molti romanzi prendono spunto da storie vere, o dei due giovani del Senegal e della Guinea, regolari in Italia, uccisi da un balordo al volante che candidamente ha detto di non essersene accorto, o del bambino rumeno rifiutato dalla madre perché non c’è posto nella roulotte – “non c’era posto per loro nell’albergo”, Luca racconta di Giuseppe e Maria a Betlemme la notte del parto di Gesù!” -, la storia sembra ripetersi.

Tornando a Rosa Parks, negli spostamenti urbani uso quasi esclusivamente il bus. Su una linea trovo i ragazzi del liceo italiano di lingua slovena che parlano tra loro senza essere capiti dagli altri, su un’altra degli indiani e pakistani dei centri di ricerca internazionali, su un’altra i pakistani di un centro di accoglienza, questi sì guardati con sospetto per qualche episodio del passato anche se ovviamente non sono tutti uguali, su un’altra ancora vengono guardate con curiosità delle donne mussulmane con i loro vestiti lunghi e il capo coperto.

Poi com’è successo a metà dello scorso gennaio dei ragazzi per un diverbio tra loro hanno sferrato un pugno in faccia a un settantenne che era lì per caso, ferendolo.

Si potrebbe fare una tesi di laurea sui comportamenti dei passeggeri del bus urbani tra i quali, riferito da una autista, quello degli uomini anziani che quando vedono arrivare un bus guidato da una donna nel 2019 (il dato è del 2018, ma poco sembra essere cambiato) aspettano quello successivo.

Quello di Rosa Parks fu un gesto di rifiuto della segregazione razziale, nella sua biografia ha scritto: “Molti dissero che quel giorno non mi alzai perché ero stanca. Ma non è vero. Ero invece stanca di cedere.” Segregazione  che sotto altri aspetti, verso lo straniero o comunque l’altro, è purtroppo ben presente tra noi.

DI GUERRA, GUIDE E TURISMO

1 Feb

Prima delle Lonely Planet esistevano già buone guide turistiche.

Una è Viaggio in Italia di Wolfang J. Goethe, che racconta il suo percorrere la nostra penisola dal 1786 al 1788. Più di qualcuno la giudica vecchiotta perché non considera i voli low-cost e le varie Frecce di Trenitalia. Però offre molti spunti storici dell’Italia del tempo vista da uno straniero, e c’è da tener presente che ai tempi di Goethe la Salerno – Reggio Calabria non era ancora stata completata!

Però la guida per eccellenza, che tocca marginalmente l’Italia citando lo Stretto di Messina resta l’Odissea di Omero. Una guida che Alberto Angela non deve aver letto bene perché, scaduti i diritti d’autore, ne ha fatto una serie televisiva, “Ulisse, il piacere della scoperta”, eppure nell’originale non si trova traccia di un eventuale piacere da parte sua di percorre la distanza di circa 500 chilometri da Troia a Itaca in dieci anni.

Di sicuro è una guida molto ampia. Tralasciati il folclore di Polifemo, della maga Circe che trasformava i suoi ospiti in maiali, ripreso poi da Carlo Collodi in Pinocchio che nel capitolo del Paese dei balocchi fa trasformare i discoli in ciuchi e delle sirene, che nulla avevano a che fare con quella di Andresen, tanto per essere chiari, molto attuale è il racconto del suo naufragio nell’isola dei Feaci e di come Nausica, trovatolo sporco sulla spiaggia non lo respinge ma lo aiuta senza domandargli il passaporto. Lo si trova, per chi voglia leggerlo, nel Libro VI.

Non si può parlare di Odissea senza citare l’Iliade, il diario degli ultimi 59 giorni dell’assedio decennale di Troia da parte degli Achei, cominciata per una storia di donne contese e che avrebbe dovuto durare solo un mordi e fuggi.

Attuale, vero?!

L’Iliade, a saperla leggere, non è un libro di guerra, ma il diario di gente che resasi dalla stupidità della guerra cerca la pace. Si, certo, c’è sangue e ci sono battaglie all’arma bianca, ma fateci caso, nel duello tra Achille e Ettore, è il secondo a morire, ma anche ad essere più famoso. Di Achille, in giro, ne abbiamo o abbiamo avuti pochi (Achille Togliani, Achille Campanile, Achille Ochetto) ma di Ettore quanti ne volete, a cominciare dal salumerie di una volta sotto casa.

Gran parte di quei cinquantanove giorni non vengono passati in battaglie, ma in banchetti e soprattutto riunioni per vedere come finire quella querra assurda.

Anche questo, per chi sa leggere, molto attuale.

APPUNTI SULL’OMOSESSUALITÀ

24 Gen

A porposito del titolo del quotidiano Libero di ieri, 23 gennaio 2019, sul quale si è espresso l’Ordine Nazionale dei Giornalisti.

La sessualità umana ha tre componenti: spirituale, emozionale e fisica.

Spirituale perché voluta da Dio e così da noi vissuta, emozionale perché siamo in grado di dominarla (e questo esclude i “raptus” tanto cari ad alcuni giornalisti nei casi di stupro) con la donna che la vive in modo diverso dall’uomo, fisica perché è così che la esprimiamo.

Il disegno di Dio per l’essere umano è la coppia monogamica maschio e femmina “maschio e femmina lo creò”… “crescete e diventate molti (moltiplicatevi)”… “Allora l’uomo disse “Questa è osso delle mie ossa e carne ella mia carne… per questo l’uomo lascia sua padre e sua madre e si attacca alla sua donna e i due diventano una cosa sola. Or ambedue erano nudi, l’uomo e la sua donna, ma non ne provavano vergogna”. (Genesi 1 e 2). Questo divenire una cosa sola è l’essenza del matrimonio, per questo non è codificato altrove nella Bibbia. La Scrittura parla di coppia, escludendo la poligamia che troviamo prima della Legge, il ripudio è stato concesso per un periodo come male minore, così come ha chiarito lo stesso Gesù.

Va ricordato che la nostra situazione sessuale è legata alla vita fisica, in Cielo non si avrà moglie o marito.

In Levitico 18 è codificata tutta una serie di deviazioni sessuali, al verso 22 è condannata l’omosessualità (che sia citata solo quella maschile è dovuto alla forma verbale), ripresa poi dall’apostolo Paolo in Romani 1 e in 1a Corinzi 6.

In tutte e due i brani l’enfasi è posta sul vizio, così come all’epoca dei patriarchi lo fu con Sodoma e Gomorra.

Fino a non molto tempo fa l’omosessualità era considerata a tutti gli effetti una malattia, poi la scienza medica ha cominciato a parlare correttamente di adeguamento tra identità fisica ed identità psichica, riferendosi a quelle persone che hanno una mentalità maschile in un corpo femminile o viceversa, che non sono malate ma, detto in modo semplice, sono nate nel corpo sbagliato.

Cosa che né il redattore del Levitico, né l’apostolo Paolo potevano definire in senso scientifico (in 1a Corinzi 7 Paolo distingue bene ciò che è ordine del Signore da quelli che sono pareri e consigli suoi).

L’omosessualità, quindi, è condannata quando è un vizio, una moda, una cosa contro natura rispetto a quanto detto più sopra, anche quando diventa oggetto di spettacolarizzazione come molto spesso avviene nelle manifestazioni di “Gay pride”.

Poi, appunto, esistono coloro che sono nate e nati così, che non sono persone di serie B e meritano tutta la nostra solidarietà, il nostro rispetto e è stata emanata una legge che, non parlando di matrimonio, riconosce questo tipo di unioni di fatto.

A differenza del quotidiano Libero uso correttamente il termine italiano omossessuale, evitando il sostantivo americano gay, derivato dall’aggettivo che significa allegro.

NON SI RICORDA PER DECRETO

23 Gen

Non si può ricordare per decreto, anche perché dopo Auschwitz ci sono state le stragi di Sabra e Shatila, di Aleppo, di Sebrenica, delle Torri Gemelle e molte altre, quotidiane, fino ai giorni nostri.

A ricordo dell’Olocausto che non ha riguardato solo gli ebrei e che essi chiamano Shoah e ricordano secondo il calendario ebraico il 27 Nisan, ma seppure in misura minore – anche se parlare di numeri a proposito di vite umane non ha senso, un detto ebraico recita “Chi salva una vita salva il mondo intero” – i malati di mente, gli storpi, gli omosessuali, i Testimoni di Geova.

Come non rammentare la “rotta balcanica”, ancora attiva in questi mesi freddi e della quale si parla poco, gli odierni muri e cavalli di Frisia che sorgono qua e là in Europa, Palestina, Stati Uniti, all’Arcella, un quartiere di Padova, spesso anche tra me e te, ma soprattutto quanti stanno morendo ora in terra e in mare per fuggire dalle guerre?

Forse, spiegando ai giovani il perché sono accadute e accadono le cose che vedono quotidianamente nei telegiornali, essi riuscirebbero a capire di più.

Forse una visita a Sarajevo e al suo teatro distrutto e rifatto o a Mostar e al suo ponte bombardato e ricostruito potrebbe far capire che la vita continua nonostante la malvagità della guerra, per dirla con Jaques Prévert nella poesia Barbara.

Senza con questo dimenticare che i campi di sterminio sono stati una pagina oscura della nostra storia.

Scrivo a tre chilometri in linea d’aria dalla Risiera di San Sabba, unico campo di sterminio in Italia in quella Trieste che il prossimo 10 febbraio ricorderà le Foibe e l’esodo verso l’Italia degli istriani, fiumani e dalmati, realtà fino a pochi anni sconosciuta nel resto dell’Italia.

Di Elena Lowenthal, ebrea, Contro il giorno della memoria.

Proprio perché non credo nelle “giornate pro o contro qualcosa” piuttosto che l’ormai lontano nel tempo Diario di Anna Frank consiglio la lettura di Stanotte guardiamo le stelle, di Alì Ehsani, storia di un ragazzino in fuga dall’Afghanistan in guerra verso una sperata libertà in Italia, attualità certo più vicina e quindi più comprensibile dai nostri ragazzi.