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I DUE BAMBINI IN PARADISO

20 Set

Senza troppi giri di parole e soprattutto senza le troppe analisi che saranno fatte in questi giorni a proposito dell’uccisione dei suoi due figli da parte di una madre reclusa. Nessuno, soprattutto se ricopre ruoli decisionali, potrà dire di non sapere che da troppo tempo ormai che le carceri italiane non sono luoghi di rieducazione ma magazzini sovraffollati di scarti dell’umanità quasi senza alcun diritto.

Anche in questo caso tutto l’ambaradan che ne seguirà sarà comunque postumo alla tragedia, sparirà ben presto all’attenzione dell’ opinione pubblica e il monito “prima che ci scappi il morto” sarà spostato, di nuovo inascoltato, su altre criticità che non vengono affrontate ma soprattutto risolte per la lentezza burocratica di cui tutti noi, come cittadini, in un modo o nell’altro siamo vittime.

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DI IPOCRISIE, PAGLIUZZE E “MA”.

16 Set

“Guai a voi scribi e farisei ipocriti!” è un’invettiva di Gesù che percorre tutti i vangeli.

Gli scribi, pur in un popolo acculturato come quello ebraico, si erano arrogati il diritto di essere i custodi della Parola, fino al punto di cambiarla negli insegnamenti, come nell’espressione “ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico”. La seconda parte, odia il tuo nemico, non trova spazio nell’Antico Testamento, che al contrario ordina di ospitare lo straniero.

I farisei si erano arrogati il diritto di vigilare sull’osservanza della Legge, arrivando però al punto di stravolgerla e cambiarne il significato, come nella rigida osservanza del sabato fine a se stessa.

Questi, in estrema sintesi, gli scribi e i farisei. Andiamo però a leggere il sermone dal monte secondo Matteo (capitoli 5, 6 e 7) e troveremo che ipocriti non sono solo gli appartenenti a queste due categorie di persone.

Li troviamo tra coloro che annunciano ai quattro venti che fanno l’elemosina, nentre questa deve essere fatta con discrezione;

tra coloro che pregano in piedi nelle sinagoghe o negli angoli delle piazze, mentre la preghiera richiede riservatezza;

tra coloro che ostentano il proprio digiuno;

tra coloro che giudicano gli altri senza aver prima dato un’occhiata al loro specchio interiore.

Fin qui il sermone dal monte, ma esaminando se stesso ognuno può trovare una propria forma di ipocrisia da cui guarire, quando, per esempio,

parliamo male, a torto o a ragione, di una terza persona guardandoci bene dal farne il nome;

usiamo le espressioni “virgola ma”, “non sono razzista, ma…”, “non sono omofobo, ma…”; che preludono all’esatto contrario;

diciamo “da cristiano farei così”, come se il cristiano avesse piú di una morale.

Ognuno di noi è una persona unica, e ognuno di noi deve cercare le proprie ipocrisie per poterle eliminare, come il famoso giovane ricco al quale Gesù, e solo a lui perché la ricchezza se mal gestita può essere un ostacolo ma non è un peccato, visto il suo attaccamento al denaro disse: “Una sola cosa ti manca, vendi ciò che hai e il ricavato dallo ai poveri, poi vieni e seguimi”. Sappiamo però come andò a finire.

L’INDICE TESO DI FRA’ CRISTOFORO

4 Set

Questa, per chi l’abbia dimenticata, è la storia di fra’ Cristoforo, personaggio chiave nei Promessi Sposi, e del suo dito puntato come quello di Bergoglio che alcuni quotidiani ieri hanno posto come immagine. Anche Lucia Mondella aveva ricevuto, al pari delle donne di oggi, delle avance indesiderate che come minimo chiameremmo stalking. La classe ma soprattutto il motivo per cui fra Cristoforo punta il dito indice contro don Rodrigo sono ben diversi. Può essere, pero, che Bergoglio non abbia puntato alcun indice e i giornali, come spesso fanno, abbiano pubblicato un’immagine di repertorio.

Chi volesse leggere l’intera storia può farlo su liberliber.it

Il padre Cristoforo non era sempre stato così, né sempre era stato Cristoforo: il suo nome di battesimo era Lodovico. Era figliuolo d’un mercante di *** (questi asterischi vengon tutti dalla circospezione del mio anonimo) che, ne’ suoi ultim’anni, trovandosi assai fornito di beni, e con quell’unico figliuolo, aveva rinunziato al traffico, e s’era dato a viver da signore. [..]

Andava un giorno per una strada della sua città, seguito da due bravi, e accompagnato da un tal Cristoforo, altre volte giovine di bottega e, dopo chiusa questa, diventato maestro di casa. Era un uomo di circa cinquant’anni, affezionato, dalla gioventù, a Lodovico, che aveva veduto nascere, e che, tra salario e regali, gli dava non solo da vivere, ma di che mantenere e tirar su una numerosa famiglia. Vide Lodovico spuntar da lontano un signor tale, arrogante e soverchiatore di professione, col quale non aveva mai parlato in vita sua, ma che gli era cordiale nemico, e al quale rendeva, pur di cuore, il contraccambio: giacché è uno de’ vantaggi di questo mondo, quello di poter odiare ed esser odiati, senza conoscersi. Costui, seguito da quattro bravi, s’avanzava diritto, con passo superbo, con la testa alta, con la bocca composta all’alterigia e allo sprezzo. Tutt’e due camminavan rasente al muro; ma Lodovico (notate bene) lo strisciava col lato destro; e ciò, secondo una consuetudine, gli dava il diritto (dove mai si va a ficcare il diritto!) di non istaccarsi dal detto muro, per dar passo a chi si fosse; cosa della quale allora si faceva gran caso. L’altro pretendeva, all’opposto, che quel diritto competesse a lui, come a nobile, e che a Lodovico toccasse d’andar nel mezzo; e ciò in forza d’un’altra consuetudine. Perocché, in questo, come accade in molti altri affari, erano in vigore due consuetudini contrarie, senza che fosse deciso qual delle due fosse la buona; il che dava opportunità di fare una guerra, ogni volta che una testa dura s’abbattesse in un’altra della stessa tempra. Que’ due si venivano incontro, ristretti alla muraglia, come due figure di basso rilievo ambulanti. Quando si trovarono a viso a viso, il signor tale, squadrando Lodovico, a capo alto, col cipiglio imperioso, gli disse, in un tono corrispondente di voce: – fate luogo.

Fate luogo voi, – rispose Lodovico. – La diritta è mia.

Co’ vostri pari, è sempre mia.

Sì, se l’arroganza de’ vostri pari fosse legge per i pari miei. I bravi dell’uno e dell’altro eran rimasti fermi, ciascuno dietro il suo padrone, guardandosi in cagnesco, con le mani alle daghe, preparati alla battaglia. La gente che arrivava di qua e di là, si teneva in distanza, a osservare il fatto; e la presenza di quegli spettatori animava sempre più il puntiglio de’ contendenti.

Nel mezzo, vile meccanico; o ch’io t’insegno una volta come si tratta co’ gentiluomini.

Voi mentite ch’io sia vile.

Tu menti ch’io abbia mentito –. Questa risposta era di prammatica. – E, se tu fossi cavaliere, come son io, – aggiunse quel signore, – ti vorrei far vedere, con la spada e con la cappa, che il mentitore sei tu.

È un buon pretesto per dispensarvi di sostener co’ fatti l’insolenza delle vostre parole.

Gettate nel fango questo ribaldo, – disse il gentiluomo, voltandosi a’ suoi.

Vediamo! – disse Lodovico, dando subitamente un passo indietro, e mettendo mano alla spada.

Temerario! – gridò l’altro, sfoderando la sua: – io spezzerò questa, quando sarà macchiata del tuo vil sangue.

Così s’avventarono l’uno all’altro; i servitori delle due parti si slanciarono alla difesa de’ loro padroni. Il combattimento era disuguale, e per il numero, e anche perché Lodovico mirava piuttosto a scansare i colpi, e a disarmare il nemico, che ad ucciderlo; ma questo voleva la morte di lui, a ogni costo. Lodovico aveva già ricevuta al braccio sinistro una pugnalata d’un bravo, e una sgraffiatura leggiera in una guancia, e il nemico principale gli piombava addosso per finirlo; quando Cristoforo, vedendo il suo padrone nell’estremo pericolo, andò col pugnale addosso al signore. Questo, rivolta tutta la sua ira contro di lui, lo passò con la spada. A quella vista, Lodovico, come fuor di sé, cacciò la sua nel ventre del feritore, il quale cadde moribondo, quasi a un punto col povero Cristoforo. I bravi del gentiluomo, visto ch’era finita, si diedero alla fuga, malconci: quelli di Lodovico, tartassati e sfregiati anche loro, non essendovi più a chi dare, e non volendo trovarsi impicciati nella gente, che già accorreva, scantonarono dall’altra parte: e Lodovico si trovò solo, con que’ due funesti compagni ai piedi, in mezzo a una folla. Riflettendo quindi a’ casi suoi, sentì rinascere più che mai vivo e serio quel pensiero di farsi frate, che altre volte gli era passato per la mente: gli parve che Dio medesimo l’avesse messo sulla strada, e datogli un segno del suo volere, facendolo capitare in un convento, in quella congiuntura; e il partito fu preso. Fece chiamare il guardiano, e gli manifestò il suo desiderio. […]

Ebbene, la consigli di venire a mettersi sotto la mia protezione. Non le mancherà più nulla, e nessuno ardirà d’inquietarla, o ch’io non son cavaliere.

A siffatta proposta, l’indegnazione del frate, trattenuta a stento fin allora, traboccò. Tutti que’ bei proponimenti di prudenza e di pazienza andarono in fumo: l’uomo vecchio si trovò d’accordo col nuovo; e, in que’ casi, fra Cristoforo valeva veramente per due.

La vostra protezione! – esclamò, dando indietro due passi, postandosi fieramente sul piede destro, mettendo la destra sull’anca, alzando la sinistra con l’indice teso verso don Rodrigo, e piantandogli in faccia due occhi infiammati: – la vostra protezione! È meglio che abbiate parlato così, che abbiate fatta a me una tale proposta. Avete colmata la misura; e non vi temo più.

Come parli, frate?…

Parlo come si parla a chi è abbandonato da Dio, e non può più far paura. La vostra protezione! Sapevo bene che quella innocente è sotto la protezione di Dio; ma voi, voi me lo fate sentire ora, con tanta certezza, che non ho più bisogno di riguardi a parlarvene. Lucia, dico: vedete come io pronunzio questo nome con la fronte alta, e con gli occhi immobili.

Come! in questa casa…!

Ho compassione di questa casa: la maledizione le sta sopra sospesa. State a vedere che la giustizia di Dio avrà riguardo a quattro pietre, e suggezione di quattro sgherri. Voi avete creduto che Dio abbia fatta una creatura a sua immagine, per darvi il piacere di tormentarla! Voi avete creduto che Dio non saprebbe difenderla! Voi avete disprezzato il suo avviso! Vi siete giudicato. Il cuore di Faraone era indurito quanto il vostro; e Dio ha saputo spezzarlo. Lucia è sicura da voi: ve lo dico io povero frate; e in quanto a voi, sentite bene quel ch’io vi prometto. Verrà un giorno…”

DEL RISPETTO E DEL DISSENSO VERSO L’AUTORITÀ COSTITUITA

30 Ago

Quello seguente, considerando anche ciò che sta succedendo in Italia, è uno dei passi più difficili del Nuovo Testamento

Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite. Infatti non c’è autorità se non da Dio: quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono attireranno su di sé la condanna. I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver paura dell’autorità? Fa’ il bene e ne avrai lode, poiché essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora devi temere, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi fa il male. Perciò è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza. Per questo infatti voi pagate anche le tasse: quelli che svolgono questo compito sono a servizio di Dio. Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi si devono le tasse, date le tasse; a chi l’imposta, l’imposta; a chi il timore, il timore; a chi il rispetto, il rispetto”. (Romani 13:1-7).

Va tenuto presente che Paolo le scrive nel primo secolo, nel quale concetti come la democrazia come la intendiamo ora erano tutti da inventare e certo l’Impero romano non andava per il sottile. Il suo motto era “divide et impera” anche se, in tempo di pace, bastava che i popoli soggetti riconoscessero la sua autorità e pagassero le tasse.

Lo stesso Gesù, nella famosa frase che segna la divisione tra ciò che riguarda la fede e il potere temporale “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”, dice che le tasse debbono essere pagate e, durante uno degli interrogatori che precedettero la sua condanna a morte disse a Pilato che la sua autorità veniva dall’alto.

Senza autorità, senza regole, si scaderebbe velocemente nell’anarchia con tutte le conseguenze che possiamo immaginare e in parte vedere in alcuni Paesi africani nei quali le diverse tribù, i diversi gruppi di persone, sono antagonisti tra di loro.

La Scrittura non è un testo monolitico ma soprattutto non è un manuale o un codice da cui estrapolare questa o quella “verità” a seconda del momento.

A me piace far notare come, nell’elenco delle antitesi “C’è un tempo per…” di Qohelet 3, tutte le azioni sono espresse prima al positivo poi al negativo, salvo il “c’è un tempo per tacere e un tempo per parlare”.

Ecco, questo è il tempo “per parlare”, per far sentire la nostra voce di dissenso, anche con toni forti, purché nel rispetto della legalità.

DIO NON HA GIOCATO A DADI NEANCHE A GENOVA

19 Ago

Basko

Nel suo libro Se questo è un uomo Primo Levi racconta delle chiamate verso i forni crematori, dell’umana paura di tutti ma anche di una preghiera di ringraziamento: “Ti ringrazio, Signore, che hanno scelto lui e non me”. Conclude l’autore, che non scriveva come i giornalisti dall’esterno ma dall’interno del dramma, con la considerazione “A quella preghiera ci avrei sputato sopra”.

È normale che qualcuno o molti dei sopravvissuti al crollo del Ponte Miglio, per diversi motivi, ritardo, banale lite in famiglia prima della partenza, sosta in un Autogrill,  albero sul tragitto della caduta… fate voi, oppure come il conducente dell’ormai famoso camion fermato sul ciglio, diventato uno dei simboli della tragedia, pensi di essere stato “miracolato”.

Non è normale invece che ne scrivano in questi termini i giornalisti, o almeno non so di quale Dio riferiscano, che salva alcuni e fa morire altri quarantuno. Come ebbe a dire Albert Einstein nella discussione con il suo collega Bohr: “Dio non gioca a dadi”. Sappiamo bene che molti degli accidenti che stiamo subendo altro non sono che frutto di scelte dell’uomo, come il riscaldamento globale che tra l’altro provoca i cambiamenti climatici, l’inquinamento atmosferico il cui simbolo nazionale è l’Ilva di Taranto o il crollo di manufatti per l’uso di materiali scadenti o mancanza di manutenzione.

Lasciamo quindi Dio fuori da queste disgrazie.

ERRORI, FAKE NEWS E VERIFICHE

5 Ago

Nella Bibbia, il testo della “religione del libro per eccellenza”, l’ordine dell’Eterno di scrivere appare solo nel capitolo 17 di Esodo, ben lontano dalla creazione e dalla stessa vita di Mosè.

Allora il Signore disse a Mosè: “Scrivi questo per ricordo nel libro e mettilo negli orecchi di Giosuè: io cancellerò del tutto la memoria di Amalèk sotto il cielo!” (Esodo 17:14).

I libri Pentateuco, che non ebraico ma in altre lingue come per esempio il tedesco, sono chiamati 1°, 2°, 3° , 4°, e 5° Mosè non sono stati certo scritti da lui, visto che coprono anche un periodo posteriore alla sua morte.

Più tardi si sentì l’esigenza di fissare le tradizioni, spesso in varie versioni come i due racconti della creazione dell’essere umano in Genesi 2 e Genesi 1 (in ordine cronologico di redazione) o gli stessi dieci comandamenti in Esodo 20 e Deuteronomio 5.

Prima, e anche dopo, vigeva per motivi che nell’epoca di internet sembrano lontani, la tradizione orale. Le storie erano raccontate da generazione a generazione. Sembrano lontani ma in realtà non lo sono così tanto perché fino all’alfabetizzazione di massa favorita in parte dalla scuola dell’obbligo e in parte dal maestro Manzi con la sua trasmissione “Non è mai troppo tardi”, il sapere nella sua forma essenziale continuava a essere trasmesso a voce. Per molti cafoni, contadini o villani, a seconda dei dialetti locali, Roma era la capitale ma continuava in un certo senso ad essere un’entità astratta.

Quella dello scriba prima e dell’amanuense poi era considerata una “scienza esatta”, scevra da errori, perché il testo copiato era simile all’originale posseduto, la verifica veniva fatta contando le lettere e gli spazi di ogni riga. Invece sappiamo che era tutto fuorché esatta, perché ogni tanto si infilava, in buona o mala fede, un commento o una glossa dello scriba o dell’amanuense.

Platone diffidava del testo scritto perché, in qualche modo, fissa la realtà nel momento in cui lo scrittore ha steso il suo elaborato dando adito alle interpretazioni più diverse.

Poi venne Gutenberg, che con la stampa a caratteri mobili fece in modo che tutte le copie di uno scritto fossero uguali… errori compresi.

In ultimo, e siamo ai tempi nostri arrivarono i giornali, Wikipedia e i Social Media. I giornali hanno un proprio indirizzo editorialw, di conseguenza pongono l’enfasi su determinate notizie dando minor rilievo a altre, Wikipedia è sorta come enciclopedia dal basso e anche se ultimamente ha rafforzato i controlli non è esente da errori, i Social Media sono l’espressione di persone note ma non per questo necessariamente affidabili, al pari delle persone sconosciute che, spesso, verificano le fonti.

È ormai diventata pratica comune dei notiziari televisivi rafforzare i propri articoli con la segnalazione di questo o quel twitt o post su Fakebook. Segnalazione perché li fanno scorrere così veloci che spesso non si riescono a leggere. Comunque sia le opinioni personali non sono notizie.

Quando l’apostolo Paolo andò a Berea (Atti 17) non si offese perché quelli della sinagoga andavano ogni giorno a cercare un riscontro di ciò che diceva nelle Scritture.

Questo deve fare il lettore attento senza prendere per oro colato ciò che legge o vede nei mezzi di comunicazione in questa epoca di fake news confrontando diverse fonti attendibili.

COME VASI COMUNICANTI

19 Lug

Anni or sono, quando i rumeni venivano in massa a lavorare in Italia, un mio amico di madrelingua slovena che parla anche l’italiano e l’inglese, andò in camper fino in Moldavia.

Tornato, condivise con me le sue impressioni, come quando seppe di una donna moldava che tentava di vendere il figlio perché non poteva mantenerlo, ma anche dei moldavi che andavano a lavorare in Romania a fare quei lavori che i rumeni non vogliono più fare.

Morale: così come diciamo che c’è sempre qualcuno più a Nord, così c’è sempre qualcuno più povero di un altro.

Se solo riuscissimo a comprendere questa banale realtà ci accorgeremmo che viviamo su una Terra con i confini che a tutti gli effetti seguono la teoria dei vasi comunicanti e basta un niente che l'”acqua” si sposti da un Paese all’altro, e che i nostri giovani che vanno in cerca di lavoro all’estero sono a tutti gli effetti dei migranti, anche se la politica e l’informazione affibbiano questa etichetta solo a una determinata categoria di persone.

La seconda domenica di ottobre si svolgerà a Trieste la Regata Barcolana, il cui titolo molto significativo di quest’anno Siamo tutti sulla stessa barca non è piaciuto al vicesindaco di Trieste e al presidente della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, pur se non si riferisce direttemente alla situazione politica.

P.s. Si è tanto parlato della distensione USA – Corea del Nord, ma poco si è detto della pacificazione, dopo venti anni di guerra dimentica dal mondo, tra Etiopia e Eritrea, eppure anche questo è segno tangibile di un cambiamento tra due Paesi dei quali si è ormai persa la memoria.