Archivio | agosto, 2017

RAZZISMO NON È

31 Ago

L’ICTP è uno dei centri scientifici di eccellenza internazionale sul territorio italiano.

Voluto e fondato dal Nobel per pakistano Abdus Salam si basa su un accordo tra due agenzie delle Nazioni Unite, L’UNESCO che tutti conosciamo e L’IAEA, Agenzia internazionale per l’energia atomica.

L’Onu ha chiesto all’Italia di indirizzare gli studenti di fisica nord coreani, in quanto nord coreani, verso altre discipline, come riferito ieri dal TGR FVG e dall’articolo di Giovanni Tomasini su Il Piccolo.

Sarebbe come vietare la vendita di fotocopiatrici perché potrebbero favorire la violazione del copyright o quella delle automobili perché potrebbero essere usate per compiere rapine e via discorrendo.

Razzismo non è solo quello contro il “diverso” ma, come la calunnia del Barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini, può insinuarsi e si insinua in ogni dove.

 

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CAMBIARE FA BENE

30 Ago

C’era una volta… un re, diranno i miei piccoli lettori.

No, cari bambini, c’era una volta un pezzo di legno”.

Questo è l’incipit di Pinocchio (tagliato dalla Walt Disney, ma questa è un’altra storia), che molti conoscono.

Cosi come quasi tutti, pur non conoscendo Shakespeare e tanto meno la tragedia del principe di Danimarca, hanno prima o poi avuto un dubbio amletico e hanno detto forse la famosa frase “Essere o non essere, questo è il problema”.

Agostino Lombardo, nella sua traduzione dell’opera, ce la propone in altro modo

Amleto

che, senza entrare in analisi linguistiche o delle tecniche di traduzione, sicuramente è innovativo per gli italiani.

Fernando Savater, filosofo spagnolo, nel saggio Etica per un figlio ci evidenzia l’impossibilità della vita se dovessimo pensare e prendere una decisione su tutto ma proprio tutto ciò che facciamo, come mettere il piede destro davanti al sinistro e in sequenza il sinistro davanti al destro per camminare. Ci abbiamo pensato a lungo e abbiamo imparato come si fa da piccoli quando con nostro stupore ci siamo trovati a camminare in posizione eretta e, fatta!, non ci pensiamo più.

Ci sono altre cose, però, che facciamo per abitudine e che gli psicologi affermano che è utile cambiare, come variare il percorso abituale casa-lavoro-casa, per non cadere nelle fossilizzazioni che giustificano, alla lunga, il “si è sempre fatto così” e mortificano l’inventiva.

Rompere gli schemi restando nel buon gusto e nella legalità è un buon esercizio personale, non di ostentazione, come capitò a quel docente che, in cerca di originalità disse “Dal mio angolo di guardatura” e che, dopo un attimo di perplessità da parte dei discenti, ricevette in cambio una fragorosa risata.

SOGNARE COSTA

28 Ago

Oggi è l’anniversario di “I have a dream”, il tanto celebre quanto inascoltato discorso sulla convivenza e sulla parità di Martin Luther King tornato di attualità, se mai non lo è stato, dopo i fatti di Charlottesville. A nulla è valso agli Stati Uniti aver avuto per otto anni una persona di colore come presidente. Lo stesso presidente di tutti che non si è speso particolarmente per le persone di colore, ma che ha invitato a leggere il romanzo di Harper Lee Il buio oltre la siepe, uno dei più celebri manifesti contro il razzismo.

Discorso al quale Rai3 ha dedicato una puntata del proramma “Grandi discorsi della storia”.

Disprezzo per il diverso che non serve andare negli Stati Uniti per trovarlo, che non si esprime solo verso la persona di colore, ma anche contro quella di un’altra etnia, di un’altra fede politica o religiosa, chi conduce una vita sessuale diversa dai presunti standard, il disabile, la donna, il meridionale. Dimensioni nostrane di razzismo quotidiano che nel 2017 speravamo lontane.

Sognare costa, non solo per le delusioni del primo amore delle (e degli) adolescenti, o per le questioni di principio e la conservazione dei diritti acquisiti giorno dopo giorno sempre più erosi a piccole dosi.

Costa lottare per gli ideali in cui si crede, con fermezza e costanza, spesso contro corrente come salmoni che risalgono i fiumi contro ogni apparente logica.

Costa perché, così come non “si nasce imparati” nella società di oggi, salvo gli affetti, niente ci è dato gratis.

ANZIANI

27 Ago

Vecchie sono le cose, le persone sono anziane. Siamo vecchi per i bambini, come quando, ospite di amici, la loro figlia di dieci anni vide un divo in televisione e commentò, “Quarant’anni, ma come li porta bene!”. Io e suo padre ci scambiammo un’occhiata come a dire, “Perché, noi?”.

Portare i capelli o la barba bianchi era un punto d’onore nelle società in cui l’anziano era un punto di riferimento, pensiamo al Sinedrio ebraico, al Senato romano o più semplicemente agli anziani delle piccole comunità. Giusti o (più spesso) sbagliati che siano si parla dei consigli della nonna, non della mamma.

Mi ha colpito, rileggendo la fine del vangelo di Giovanni (21:18-22), la gentilezza con la quale Gesù parla della vecchiaia di Pietro,

In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi”. Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: “Seguimi”.Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: “Signore, chi è che ti tradisce?”. Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: “Signore, che cosa sarà di lui?”. Gesù gli rispose: “Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi””.

Nell’arco di pochi decenni i cambiamenti della società hanno relegato gli anziani ad un ruolo marginale, spesso ad essere un peso. La scomparsa della famiglia patriarcale, nella quale i genitori continuavano ad avere un proprio seppur diverso ruolo, e spesso quando uno dei due rimaneva vedovo entrava nel nucleo familiare di un figlio o di una figlia. L’esempio dei nonni, si sa, è un valore aggiunto nella crescita dei figli al punto che in un mondo che bada al profitto e monetizza tutto si è calcolato anche quando incida il loro contributo sul PIL nazionale.

Ci sono “anziani ancora giovani e giovani nati vecchi”. Tra i primi c’è una mia zia che dice “quand’ero più giovane”, dimostrando di sentirsi piena di vita nonostante i suoi acciacchi. Non sempre infatti l’allungamento della vita si accompagna al mantenimento della prestanza fisica, e allora cominciano i guai. Può bastare una banale caduta tra le mura di casa per cambiare in peggio la vita di una persona, di quelle persone che fino al giorno prima vivevano da sole ed erano autosufficienti.

La nostra società, dopo quella della colf, è riuscita ad inventare la figura della badante – al femminile perché generalmente svolta da donne – che già nel termine è negativa. Non colei che accudisce, si prende cura, ma colei “che bada” ad una persona non autosufficiente. Come sappiamo spesso con difficoltà di inserimento perché vista dall’anzian* che ha le sue legittime abitudini come un corpo estraneo, e altrettante difficoltà di comunicazione quando, straniera, si esprime male in italiano.

Gli anziani da punto di riferimento quali erano sono diventati per molti un peso, “qualcosa” da sistemare da qualche parte prima di andare in ferie, come cantava scherzosamente ma non troppo Domenico Modugno in Il vecchietto dove lo metto? o nella splendida descrizione che ne fa Claudio Baglioni in I Vecchi.

Eppure gli anziani, nel bene e nel male, sono la nostra memoria storica vivente, quelli che hanno vissuto le guerre, l’industrializzazione del Paese, la televisione in bianco e nero con Lascia o raddoppia e Non è mai troppo tardi, della lira, prima del regno e poi della repubblica, il telefono a disco con le interurbane. Non mettiamoli da parte anche perché potrebbe capitare, in un futuro, di essere noi al loro posto e visti i tempi che corrono non è detto che ce la passeremo meglio. Un invito ai giovani. Parlate con i vostri nonni, anche se spesso si ripetono. Li farete sentire utili e vi trasmetteranno i loro ricordi, le loro emozioni, certamente diverse dalle vostre. Se ne siete capaci, riportate in scritto questi colloqui, che, rileggendoli, vi gratificheranno più in là nella vita.

LE TRE VIE

25 Ago

C’è a Trieste una via dove mi specchio
nei lunghi giorni di chiusa tristezza;
si chiama Via del Lazzaretto Vecchio.
Tra case come ospizi antiche uguali,
ha una nota, una sola, d’allegrezza;
il mare in fondo alle sue laterali.
Odorata di droghe e di catrame
dai magazzini desolati a fronte,
fa commercio di reti, di cordame
per le navi: un negozio ha per insegna
una bandiera; nell’interno, volte
contro il passante, che raro le degna
d’uno sguardo, coi volti esangui e proni
sui colori di tutte le nazioni,
le lavoranti scontano la pena
della vita: innocenti prigioniere
cuciono tetre le allegre bandiere.

A Trieste ove son tristezze molte,
e bellezze di cielo e di contrada,
c’è un’erta che si chiama Via del Monte.
Incomincia con una sinagoga,
e termina ad un chiostro; a mezza strada
ha una cappella; indi la nera foga
della vita scoprire puoi da un prato,
e il mare con le navi e il promontorio,
e la folla e le tende del mercato.

Pure, a fianco dell’erta, è un camposanto
abbandonato, ove nessun mortorio
entra, non si sotterra più, per quanto
io mi ricordi: il vecchio cimitero
degli ebrei, così caro al mio pensiero,
se vi penso ai miei vecchi, dopo tanto
penare e mercatare, là sepolti,
simili tutti d’animo e di volti.

Via del Monte è la via dei santi affetti,
ma la via della gioia e dell’amore
è sempre Via Domenico Rossetti.
Questa verde contrada suburbana,
che perde dì per dì del suo colore,
che è sempre più città, meno campagna,
serba il fascino ancora dei suoi belli
anni, delle sue prime ville, sperse,
dei suoi radi filari d’alberelli.

Chi la passeggia in queste ultime sere
d’estate, quando tutte sono aperte
le finestre, e ciascuna è un belvedere,
dove agucchiando o leggendo si aspetta,
pensa che forse qui la sua diletta
rifiorirebbe all’antico piacere
di vivere, di amare lui, lui solo;
e a più rosea salute il suo figliolo.

di Umberto Saba (enfasi mie)

Poesia che solo i triestini posso apprezzare appieno. In via Domenico Rossetti c’era, fino a poco tempo fa, una caserma e si racconta che ai tempi di Umberto Saba le “servette”, le domestiche delle ville, andassero a passeggiarvi per farsi li occhi guardando i militari in uscita.

(Una più ampia descrizione della toponomastica della città di quei tempi si trova nel romanzo di Italo Svevo Senilità, nel quale Emiolio Brentani passeggia con colei che considerava la sua Angiolina).

PENELOPE

23 Ago

Ci racconta Omero nell’Odissea, la prima guida turistica per mare della storia, che Penelope, un po’ stufa di attendere il marito che era partito una ventina di anni prima per quella che avrebbe dovuto una delle famose guerre lampo che conosciamo anche oggi che si sa quando iniziano ma non quando finiscono, per far quadrare i conti mise su una start up nel campo della tessitura, aiutata dalle sue ancelle. La chiamò “FARE E DISFARE È TUTTO UN LAVORARE” perché la sua peculiarità era che ciò che veniva tessuto di giorno era disfatto di notte. Contenta lei.

Non che ne avesse particolare bisogna, perché in quanto regina aveva pur sempre il suo appannaggio, ma le spese di palazzo stavano crescendo a dismisura anche a causa di alcuni ospiti che, immemori che del detto che dopo tre giorni l’ospite puzza, si erano stabiliti pianta stabile in reggia, alcuni perché si mangiava bene, altri perché, in assenza del marito avevano cominciato a mettere gli occhi su di lei, con avance certo non gradite. Erano chiamati Proci, ma a noi studenti è sempre rimasto il dubbio che il nome fosse dovuto ad un errore tipografico dell’editore.

Il figlio della coppia, che mal sopportava tutto questo via vai di uomini per casa, sia per il buon nome della madre sia perché, in caso di “dichiarazione di morte presunta” era pur sempre lui l’erede al trono, un giorno decise di fare un giro per l’arcipelago greco per vedere se qualcuno avesse notizie di suo padre. La cosa si rivelò più un po’ impegnativa del previsto perché suo padre si faceva chiamare Nessuno. “Ciao, amico re, hai notizie di Nessuno?”, provate voi a porgere questa domanda!

Mentre il figlio era per mare Odisseo, questo, assieme a Ulisse era il suo nome, fece alla moglie la bella sorpresa di tornare ma, siccome a detta dei più, era quell’astuto birbone che aveva fatto introdurre il famoso cavallo a Troia, per non smentirsi, giocò a non farsi riconoscere finché si tradì durante una partita di tiro con l’arco. Poi come sappiamo la partita degenerò in baruffa e i Proci furono costretti a lasciare la reggia.

Omero, su insistenza dell’editore, dovette togliere dalla sua opera la storia dell’azienda tessile, perché a quei tempi non era il caso che una regina fosse anche imprenditrice.

Penelope (dal greco Πηνελόπεια o Πηνελόπη) è un nome altisonante che ben si s’addice a una regina, un po’ Cleopatra d’Egitto della quale si invaghì più di un nostro predecessore.

La più famosa Penelope vivente è Penelope Cruz, che non ha bisogno di tante descrizioni, poi c’è la Penelope che conosco io.

Tipa strana ma se la sapete prendere per il verso giusto cordiale, che appartiene ad una famiglia ma ci tiene alla sua indipendenza tanto da andarsene in giro per un paio di giorni, salvo poi tornare, perché è sempre dell’idea che “casa dolce casa”.

Dimenticavo di dirvi che Penelope è una gatta. 🙂

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(Dedicato a quelli che, ingenuamente, insistono a pensare di essere i padroni di Penelope 🙂 ).

DI PIUME E DI CADUTE

18 Ago

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