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DINA, UNA DI NOI

9 Mar

Le Scritture, si sa, non si soffermano sui fatti di cronaca relativi alla sfera sessuale, sia perché essa era ben codificata, sia perché le ragazze e i ragazzi si sposavano relativamente presto rispetto ad ora e alcuni problemi non sorgevano.

Certo, è raccontato di come il re Davide, invaghitosi di Betsbabea, la moglie di Uria, alla fine lo mandò in battaglia in prima linea per aver campo libero, e della presunzione di innocenza di una giovane se la violenza fosse avvenuta in campagna, perché “forse ha urlato per chiedere aiuto ma nessuno l’ha udita”.

C’è un episodio che per il nome della protagonista e per il luogo potremmo benissimo trasportare nella nostra realtà di oggi.

Dina, la figlia che Lia aveva partorita a Giacobbe, uscì a vedere le ragazze del paese. Ma la vide Sichem, figlio di Camor l’Eveo, principe di quel paese, e la rapì, si unì a lei e le fece violenza. (Genesi 34:1-2).

Modernità, dicevo, perché Dina è un nome ancora in uso, di una ragazza che andò al pozzo a coglier l’acqua – era un compito da donna – e si fermò a parlare con le amiche, come avviene ora con le nostre giovani in piazza o nei centri commerciali.

La storia prende una brutta piega quando Dina non torna a casa ma Sichem, il figlio del principe di quel paese 1) la vede 2) la rapisce e 3) si unisce a lei facendole violenza.

Chi vuole può leggere il resto in Genesi 34.

Molto attuale se pensiamo a quanto succede quasi ogni giorno nelle nostre città, non da parte di figli di principe ma di bullotti qualunque.

Di un’attualità sconcertante che non può lasciare indifferente nessuno, donna o uomo che sia.

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CINQUE DONNE

9 Mar

Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abrahamo”. Così comincia la storia di Gesù secondo Matteo, che inizia da Abramo, capostipite degli ebrei. Una genealogia incompleta e simbolica, divisa in tre gruppi di quattordici persone.

In tutta questa lista di nomi di uomini – sono loro quelli che contano! – sono nominate cinque donne, Tamàr, Racàb, Ruth, la “vedova di Uria” e Maria di Nazareth. Donne sicuramente diverse tra di loro, per epoca e per destino, ma che lasciano un segno nella storia di Israele.

Sappiamo che quella biblica non è una storia solo di gente per bene. Pensiamo alla facilità con cui Esaù cedette la primogenitura, il racconto del fatto si conclude con la considerazione “Tanto poco stimò Esaù la primogenitura”, o l’inganno con cui Giacobbe estorse la benedizione dal padre Isacco.

La prima donna, Tamar, era la moglie che Giuda, fratello di quel Giuseppe venduto per invidia a una carovana di egiziani, aveva preso per il primogenito Er, come leggiamo in Genesi 38. Dopo la morte di due dei tre figli, Giuda allontanò Tamar, che avrebbe avuto il diritto di sposare il più giovane in base alla legge del levirato, invitandola a tornare a casa di suo padre come vedova, per paura che anche anche il terzo figlio morisse. Che le donne portino sfortuna?!

Tamar, per rivendicare il suo diritto, un giorno in cui Giuda salì dalle sue parti, si finse prostituta per passare una notte con lui nel tentativo, riuscito, di rimanere incinta di lui. Giuda fece una pessima figura, ma da quell’incontro nacquero due gemelli, il primo dei quali fu chiamato Perez, che ritroviamo in Matteo 1 con il nome di Farez.

La seconda donna della genealogia è Racab. Di lei leggiamo, in Giosuè 2, che nascose gli esploratori mandati a Gerico da Giosuè. Potremmo avere molto da dire su questo tradimento verso il re di Gerico, che lei compì per mettere in salvo la sua famiglia, ma la Scrittura ci dice che lo fece perché aveva riconosciuto la sovranità del Signore.

Di Ruth potremmo anche non parlare, tanto è famosa la sua promessa, “Ma Ruth replicò: “Non insistere con me che ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch’io, e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio. Dove morirai tu, morirò anch’io e lì sarò sepolta. Il Signore mi faccia questo male e altro ancora, se altra cosa, che non sia la morte, mi separerà da te”. Questa promessa spesso è usata nei matrimoni, in realtà è fatta, cosa non da poco, da una nuora a una suocera!

Tornate assieme al paese di Bet Lehem – che conosciamo meglio con il nome di Betlemme – Ruth comincia a lavorare come spigolatrice per Booz, un coltivatore del posto che scopriremo essere suo parente alla lontana. Questi la prende in ben volere perché ha udito parlare della sua fedeltà alla suocera, e finisce con lo sposarla.

È interessante notare che una storia da “cronaca rosa” come questa è stata inserita nel canone ebraico, così come è stato inserito il Cantico dei Cantici, che, prima di un’eventuale lettura in chiave spirituale, è una bella storia d’amore di insegnamento ai giovani.

Alla nascita del figlio di Booz e Ruth, le donne dissero a Noemi: “Benedetto il Signore, il quale oggi non ti ha fatto mancare uno che esercitasse il diritto di riscatto. Il suo nome sarà ricordato in Israele! Egli sarà il tuo consolatore e il sostegno della tua vecchiaia, perché lo ha partorito tua nuora, che ti ama e che vale per te più di sette figli”. Noemi prese il bambino, se lo pose in grembo e gli fece da nutrice. Le vicine gli cercavano un nome e dicevano: “È nato un figlio a Noemi!”. E lo chiamarono Obed. Egli fu il padre di Iesse, padre di Davide.

La storia di Betsabea, che Matteo non chiama per nome, ma ricorda come “moglie di Uria”, è una storia triste fatta di meschinità e di abuso di potere, degna più degli imperatori romani (Svetonio, Vita dei cesari) che di un re di Israele.

Il re Davide, quello che da giovane fu scelto per la successione a Saul e che con un colpo netto di fionda uccise il gigante Golia, quello che ci ha lasciato gran parte dei centocinquanta salmi, fu artefice di un omicidio per riparare all’avventura di una notte, provocando la morte del marito di lei. 

Più avanti, messo di fronte all’evidenza del suo peccato dal profeta Nathan, se ne pentì, non però senza conseguenze.

L’ultima donna in ordine di tempo è Maria di Nazareth, di cui gli evangelici, per reazione a chi ne parla troppo, parlano poco.

Di lei sappiamo che era una tra le tante ragazze di Israele che speravano di dare alla luce il messia che doveva venire, per questo l’angelo Gabriele la chiama “favorita dalla grazia” e lei dice di se stessa “tutte le generazioni mi chiameranno beata”.  Tanto per chiarirci le idee gli ebrei di quel momento non avevano del messia l’idea che ci ha proposto Gesù, ma piuttosto una guida che li avesse liberati definitivamente dai Romani.

I vangeli di questa donna dicono poco. Dopo gli avvenimenti della nascita, ricordati da Matteo e da Luca, la incontriamo a Gerusalemme quando Gesù a dodici anni si mette a discutere con i dottori, alle nozze di Canan, un paio di volte assieme agli altri suoi figli a cercare Gesù, in ultimo sotto la croce e nel cenacolo alla discesa dello Spirito Santo. Di più non dice neanche l’apostolo Giovanni, cui era stata affidata se non materialmente, poiché aveva altri figli almeno spiritualmente da Gesù sulla croce e che ha scritto il suo vangelo negli anni novanta. Sarà dichiarata assunta in cielo appena nel 1951.

Ma quello che più ci interessa di lei è il suo sì incondizionato, che non va sottovalutato. Se da una parte è un sì di meraviglia e di gioia per essere stata scelta tra tutte le giovani donne d’Israele per dare alla luce il Messia, è anche un sì di completa disponibilità, “ecco la serva del Signore, si faccia di me come hai detto tu”.

Un sì che, dopo la dipartita dell’angelo, sul momento forse le sarà pesato per le conseguenze alle quali si esponeva. Maria era già fidanzata con Giuseppe, e il fidanzamento era un contratto prematrimoniale vincolante. Avrebbe dovuto chiedere il permesso a lui, non rispondere di getto. Tutte cose secondarie rispetto all’annuncio dell’angelo, ma che la mettevano fuori dalla norma.

Il comportamento di due di queste cinque donne non è proprio esemplare, Tamàr si spaccia per prostituta, Betsabea si concede a Davide tradendo il marito. Maria, come abbiamo appena visto, contravviene ad altre regole sociali. Quattro su cinque, inoltre, sono straniere.

L’insegnamento che possiamo ricavarne è che le norme quando ci sono vanno osservate, però con le dovute eccezioni.

DISUGUALI

9 Mar

Disuguale” non è “differente” o “diverso”. Dis-uguali, uguali ma diversi, non è un gioco di parole o un esercizio di stile, è il senso del “Dio creò l’essere umano a sua immagine, a immagine di Dio lo creò (al singolare!), maschio e femmina li creò (al plurale)” (Genesi 1.27).

Essere umano” e non “uomo”, come troviamo nelle traduzioni in italiano, rende l’idea di הָֽאָדָם֙ in ebraico e di τὸν ἄνθρωπον in greco, lingua della traduzione chiamata “Settanta”, cui fanno riferimento tutte le citazioni nel Nuovo Testamento.

Essere umano, dunque, unico, diviso nel verso successivo in due identità, maschile e femminile.  Lo stesso concetto è espresso nella narrazione di Genesi 2:18-25, testo che sappiamo essere antecedente a Genesi 1, ed è bene espresso nelle parole dell’uomo, “Allora l’uomo disse, “Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta”, senza alcuna pretesa di superiorità da parte dell’uomo (l’ebraico, a differenza dell’italiano, ha lo stesso termine per uomo e donna, come i nostri figlio e figlia, cugino e cugina).

Dal punto di vista dell’ebraismo rabbinico non cambia gran che, perché la sottomissione della donna ha altre origini, per un certo cristianesimo neppure perché si fa forza del castighi dopo il peccato in Eden “Alla donna disse, “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà” (Genesi 3:16).

La storia, antica ma neppure recente, non si fa con i “se” e con i “ma”. Certo però che se per onestà si leggesse Genesi 1:27 per quello che dice e non per ciò che si vuole che dica, oggi le cose potrebbero cambiare.

SERENA BRUNO

23 Feb

lavoro

“Scusate se esisto”, film del 2004 riproposto ieri sera da Rai3 (già dato nel 2016 da Rai1) (visibile su RaiPlay) è la storia dell’architetta Serena Bruno rientrata in Italia da Londra, che per vincere un appalto per la riqualificazione di uno dei tanti “casermoni alveare”, è costretta a giocare sull’ambiguità del suo nome quando viene contattata come architetto Bruno Serena.

Commedia brillante, che tocca temi di attualità

  • i giovani che emigrano per lavorare

  • la nostalgia di casa

  • la crisi di identità e i disagi delle persone costrette a vivere nelle case popolari

  • l’eventualità dell’intrusione della famiglia nella vita di una persona adulta e indipendente

  • la disparità tra uomo e donna sul lavoro, con l’aggravante della possibile maternità

  • il servilismo nel mondo del lavoro

  • l’omosessualità

  • i bambini che capiscono molto di più di quanto pensiamo

Insomma, tanti spunti di riflessione per chi l’ha visto e per chi vorrà vederlo.

(post del 2016)

ROTTAMIAMO LE DONNE?

18 Feb

Nel principio Dio creò…” (Genesi 1:1), così cominciano le Scritture sacre per gli ebrei, limitatamente all’Antico Testamento, e per i cristiani anche per il Nuovo.

Poco più avanti troviamo la creazione dell’essere umano.

E Dio disse: “Facciamo l’essere umano a nostra immagine, a nostra impronta, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”. Dio creò l’uomo a sua impronta; a impronta di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra (Genesi 1.26-28)

[…] allora il Signore Dio plasmò l’essere umano con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’essere umano divenne un essere vivente. (Genesi 2:7).

Qualcuno avrà notato che ho scritto “essere umano” e non “uomo”, perché a differenza dell’ebraico (lingua dell’Antico Testamento) e del greco (lingua del Nuovo Testamento), l’italiano non ha un termine neutro, se non “persona” o “essere umano”, termini generici che superano il maschile inclusivo della nostra lingua.

Quindi la creazione non riguarda l’uomo maschio ma l’essere umano. Il racconto di Genesi 1 specifica le due identità di genere, quello di Genesi 2, più avanti, narrerà la creazione della donna alla pari con l’uomo. In ebraico ciò viene rimarcato anche dall’uso delle stesso termine (hish, uomo e hisha, donna, come dire uomo e uoma).

Tutto, ma proprio tutto, ciò che è accaduto dopo è responsabilità degli appartenenti al genere maschile, con le loro prevaricazioni e, se del caso, anche una certa interpretazione disinvolta dei testi da parte di chi avrebbe dovuto osservarli e non manipolarli.

Sono cose che ben si sanno, o si dovrebbero sapere, dall’aver insegnato la Scrittura e in generale l’istruzione con poche eccezioni ai soli uomini, passando per Ipazia, assunta a simbolo delle vittime della misoginia, via via nei secoli.

Tanto che una bambina, alla fine di una mostra d’arte, chiese alla maestra, “Ma perché i nomi sono solo di uomini?”.

Gesù di Nazareth, al di là delle fantasie dei vangeli apocrifi, rivalutò le donne permettendo loro di seguirlo intrattendosi a parlare al pozzo con la samaritana (Giovanni 4:4-27). I suoi discepoli infatti non si meravigliarono che parlasse con una straniera ma con una donna (verso 27), e quando fece riporre le pietre a coloro che volevano lapidare l’adultera (non perché così voleva la Legge, ma per metterlo in difficoltà) (Giovanni (8:1-11).

Paolo apostolo, ingiustamente definito misogino, non sovvertì l’ordine sociale e disse che a quei tempi era opportuno che le donne tacessero nelle assemblee, perché avrebbero provocato confusione a causa dell’ignoranza in cui erano tenute e riconosce la patria potestà sulle figlie , così come sui figli, ma esprime il meglio del suo pensiero quando scrive che il marito è padrone del corpo della moglie ma anche viceversa (1a Corinzi 7:4). Questo sul piano sociale e di coppia, ma per quanto riguarda la spiritualità ricorda che “non c’è dunque più giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna, ma tutti siete uguali” (Galati 3:28). Tentate di leggere questi passi con la mentalità del 1° secolo d. C.

Sì, certo, sappiamo di alcuni stimati teologi, tra i quali spicca Agostino d’Ipponia, che vedevano la donna solo come una consolazione dell’uomo e una fattrice, considerando l’atto sessuale una sorta di peccato giustificato ai soli fini della procreazione. La chiesa cattolica per molto tempo ha identificato il cosidetto peccato originale con l’atto sessuale, mettendo in crisi molte persone, per lo più donne.

Scrivo queste note, già scritte e riscritte più volte, in risposta alla dichiarazione di tempo fa del “Consiglio dell’Ideologia Islamica” che vede anti Islamica l’esistenza stessa delle donne.

E si parlava di Tommaso d’Aquino!

All’inizio di questa nota ho scritto che le Sacre Scritture sono tali per gli ebrei e i cristiani. L’ho precisato perché più di qualcuno insiste a parlare delle “tre religioni monoteistiche”.

A chi non ha dimestichezza con la Bibbia suggerisco di leggere la storia di Abramo, in Genesi, di come abbia avuto un figlio, Ismaele, dalla serva (tutto legale, a quei tempi, non è questo il punto), e successivamente l’erede, Isacco, dalla moglie.

La sua discendenza passa per Isacco e non Ismaele. Questi, allontanato assieme alla madre, formerà il popolo arabo (non ancora islamico).

L’Islam inizia nel 610 d. C. e si propone come una nuova rivelazione, che nulla ha a che fare con l’ebraismo e il cristianesimo, tanto è vero che manipola la stessa Scrittura, affermando che in Genesi Abramo sarebbe stato pronto a sacrificare Ismaele – che non era con lui! – anziché Isacco.

Del ruolo subordinato della donna nel pensiero islamico forse non occorre parlare, visto che nella sura (capitolo) “del Misericordioso” si parla del paradiso con le vergini a disposizione degli uomini.

Non stupisce pertanto una decisione come quella pakistana, ma fa male pensare a questa ulteriore umiliazione di tante donne e a come reagiranno i tanti musulmani onesti costretti loro malgrado ad adeguarsi.

L’ABORTO NELLA STORIA E NELLA LEGISLAZIONE ITALIANA

10 Ott

Mentre il Tg1 delle 13 del 10 ottobre 2018, dimenticando che la Rai è un servizio di Stato la cui laicità è sancita chiaramente dall’articolo 8 della Costituzione dava ampio spazio alla voce di Bergoglio che una volta di più tuonava contro l’aborto, non facendo caso che avallava un messaggio contrario alla legislazione italiana che, in forza della Legge 22/05/1978, n. 194, quindici minuti più tardi, la rubrica Passato e presente di Rai3 metteva in onda il servizio “194, la legge della discordia”, soffermandosi sulla piaga degli aborti clandestini che avvenivano prima della legge, sulle tensioni sociali da essa provocate, sull’obiezione di coscienza dei medici, istituto che prima esisteva solo avverso la leva mlitare, e le ingerenze della Chiesa cattolica.

Riuscirà mai, quello che con un eufemismo chiamiamo l’Oltretevere, ad assumere un atteggiamento di correttezza verso l’Italia l’evitando le inopportune ingerenze e di attuare quel rispetto della laicità che tanto va sbandierando, ammettendo che può indirizzare i suoi anatemi solo ai cattolici? Penso di no, perché si sente al di sopra di tutti e di tutti, e personalmente diffido di coloro che pensano di essere gli unici detentori della Verità.

A latere, il principio di non ingerenza in uno stato estero non vale solo per quelli che la Santa Sede chiama “principi non negoziabili” ma per tutta la vita sociale italiana e di questo, sempre per un discorso di coerenza devono tener conto coloro che per la soluzione degli affari interni italiani spesso si appellano al Papa.

CINQUE DONNE

9 Ott

Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abrahamo”. Così comincia la storia di Gesù secondo Matteo, che inizia da Abramo, capostipite degli ebrei. Una genealogia incompleta e simbolica, divisa in tre gruppi di quattordici persone.

In tutta questa lista di nomi di uomini – sono loro quelli che contano! – sono nominate cinque donne, Tamàr, Racàb, Ruth, la “vedova di Uria” e Maria di Nazareth. Donne sicuramente diverse tra di loro, per epoca e per destino, ma che lasciano un segno nella storia di Israele.

Sappiamo che quella biblica non è una storia solo di gente per bene. Pensiamo alla facilità con cui Esaù cedette la primogenitura, il racconto del fatto si conclude con la considerazione “Tanto poco stimò Esaù la primogenitura”, o l’inganno con cui Giacobbe estorse la benedizione dal padre Isacco.

La prima donna, Tamar, era la moglie che Giuda, fratello di quel Giuseppe venduto per invidia a una carovana di egiziani, aveva preso per il primogenito Er, come leggiamo in Genesi 38. Dopo la morte di due dei tre figli, Giuda allontanò Tamar, che avrebbe avuto il diritto di sposare il più giovane in base alla legge del levirato, invitandola a tornare a casa di suo padre come vedova, per paura che anche anche il terzo figlio morisse. Che le donne portino sfortuna?! Eppure gli ebreri non credevano nella fortuna.

Tamar, per rivendicare il suo diritto, un giorno in cui Giuda salì dalle sue parti, si finse prostituta per passare una notte con lui nel tentativo, riuscito, di rimanere incinta di lui. Giuda fece una pessima figura, ma da quell’incontro nacquero due gemelli, il primo dei quali fu chiamato Perez, che ritroviamo in Matteo 1 con il nome di Farez.

La seconda donna della genealogia è Racab. Di lei leggiamo, in Giosuè 2, che nascose gli esploratori mandati a Gerico da Giosuè. Potremmo avere molto da dire su questo tradimento verso il re di Gerico, che lei compì per mettere in salvo la sua famiglia, ma la Scrittura ci dice che lo fece perché aveva riconosciuto la sovranità del Signore.

Di Ruth potremmo anche non parlare, tanto è famosa la sua promessa, “Ma Ruth replicò: “Non insistere con me che ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch’io, e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio. Dove morirai tu, morirò anch’io e lì sarò sepolta. Il Signore mi faccia questo male e altro ancora, se altra cosa, che non sia la morte, mi separerà da te”. Questa promessa spesso è usata nei matrimoni, in realtà è fatta, cosa non da poco, da una nuora a una suocera!

Tornate assieme al paese di Bet Lehem – che conosciamo meglio con il nome di Betlemme – Ruth comincia a lavorare come spigolatrice per Booz, un coltivatore del posto che scopriremo essere suo parente alla lontana. Questi la prende in ben volere perché ha udito parlare della sua fedeltà alla suocera, e finisce con lo sposarla.

È interessante notare che una storia da “cronaca rosa” come questa è stata inserita nel canone ebraico, così come è stato inserito il Cantico dei Cantici, che, prima di un’eventuale lettura in chiave spirituale, è una bella storia d’amore di insegnamento ai giovani.

Alla nascita del figlio di Booz e Ruth, le donne dissero a Noemi: “Benedetto il Signore, il quale oggi non ti ha fatto mancare uno che esercitasse il diritto di riscatto. Il suo nome sarà ricordato in Israele! Egli sarà il tuo consolatore e il sostegno della tua vecchiaia, perché lo ha partorito tua nuora, che ti ama e che vale per te più di sette figli”. Noemi prese il bambino, se lo pose in grembo e gli fece da nutrice. Le vicine gli cercavano un nome e dicevano: “È nato un figlio a Noemi!”. E lo chiamarono Obed. Egli fu il padre di Iesse, padre di Davide.

La storia di Betsabea, che Matteo non chiama per nome, ma ricorda come “moglie di Uria”, è una storia triste fatta di meschinità e di abuso di potere, degna più degli imperatori romani (Svetonio, Vita dei cesari) che di un re di Israele.

Il re Davide, quello che da giovane fu scelto per la successione a Saul e che con un colpo netto di fionda uccise il gigante Golia, quello che ci ha lasciato gran parte dei centocinquanta salmi, fu artefice di un omicidio per riparare all’avventura di una notte, provocando la morte del marito di lei. 

Più avanti, messo di fronte all’evidenza del suo peccato dal profeta Nathan, se ne pentì, non però senza conseguenze.

L’ultima donna in ordine di tempo è Maria di Nazareth, di cui gli evangelici, per reazione a chi ne parla troppo, parlano poco.

Di lei sappiamo che era una tra le tante ragazze di Israele che speravano di dare alla luce il messia che doveva venire, per questo l’angelo Gabriele la chiama “favorita dalla grazia” e lei dice di se stessa “tutte le generazioni mi chiameranno beata”.  Tanto per chiarirci le idee gli ebrei di quel momento non avevano del messia l’idea che ci ha proposto Gesù, ma piuttosto una guida che li avesse liberati definitivamente dai Romani.

I vangeli di questa donna dicono poco. Dopo gli avvenimenti della nascita, ricordati da Matteo e da Luca, la incontriamo a Gerusalemme quando Gesù a dodici anni si mette a discutere con i dottori, alle nozze di Canan, un paio di volte assieme agli altri suoi figli a cercare Gesù, in ultimo sotto la croce e nel cenacolo alla discesa dello Spirito Santo. Di più non dice neanche l’apostolo Giovanni, cui era stata affidata se non materialmente almeno spiritualmente da Gesù sulla croce e che ha scritto il suo vangelo negli anni novanta. Sarà dichiarata assunta in cielo appena nel 1951.

Ma quello che più ci interessa di lei è il suo sì incondizionato, che non va sottovalutato. Se da una parte è un sì di meraviglia e di gioia per essere stata scelta tra tutte le giovani donne d’Israele per dare alla luce il Messia, è anche un sì di completa disponibilità, “ecco la serva del Signore, si faccia di me come hai detto tu”.

Un sì che, dopo la dipartita dell’angelo, sul momento forse le sarà pesato per le conseguenze alle quali si esponeva. Maria era già fidanzata con Giuseppe, e il fidanzamento era un contratto prematrimoniale vincolante. Avrebbe dovuto chiedere il permesso a lui, non rispondere di getto. Tutte cose secondarie rispetto all’annuncio dell’angelo, ma che la mettevano fuori dalla norma.

Il comportamento di due di queste cinque donne non è proprio esemplare, Tamàr si spaccia per prostituta, Betsabea si concede a Davide tradendo il marito. Maria, come abbiamo appena visto, contravviene ad altre regole sociali. Quattro su cinque, inoltre, sono straniere.

L’insegnamento che possiamo ricavarne è che le norme quando ci sono vanno osservate, però con le dovute eccezioni.