Archivio | dicembre, 2017

SCORRERE DEL TEMPO

31 Dic

clessidra

In lingua inglese ciò che è trascorso anche da un secondo si esprime al passato remoto e in lingua ebraica non esiste il tempo presente, che si esprime al futuro. La vita è fatta di attimi, come il carpe diem latino.

Teniamone conto, mentre facciamo programmi e progetti per i prossimi 365 giorni.

 

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BORDERLINE

29 Dic

In questi tempi di rivendicazioni su Gerusalemme questo è un romanzo d’amore non privo di risvolti politici che purtroppo coinvolgono tutti quelli che, ai due fronti di un  confine, quel confine lo subbiscono.

Libro per chi segue la questione israelo-palestinese, che vede in conflitto i due popoli dal 1948, quando con la risoluzione Onu 181 del 1947 la Palestina fu divisa in due e abbia letto, tra gli altri, i due libri dell’israeliano David Grossman, “La guerra che non si può vincere”, in cui l’autore, politicamente impegnato, non vede come si possa realizzare l’idea di “una terra due nazioni” e “Con gli occhi del nemico”, in cui si sforza di guardare con obiettività il conflitto dal punto di vista dei Palestinesi.

Dorit Rabinyan, ebrea e israeliana, nel romanzo Borderline (Linea di confine) racconta della relazione tessuta a New York, in territorio neutro, con un coetaneo palestinese. Romanzo di grande successo in Israele anche grazie al divieto di leggerlo nelle scuole, così come Israele lo scorso anno annullò il premio letterario nazionale per non conferirlo a Grossman.

Le difficoltà di convivenza non sono evidenziate dalle due lingue differenti ma affini, perché i due parlano tra loro in inglese, ma dalle divergenze culturali su ciò che è la Palestina e su ciò che è stata e è l’occupazione israeliana.

Lait, la donna, rimane scioccata da un filmato del fratello di Hilmi, l’uomo, nel quale in una ripresa dal nono piano di un edificio a Ramallah vede praticamente casa sua. L’idea del muro che Israele ha eretto, uno dei tanti muri della vergogna, uno di quelli che noi europei abbiamo cominciato a conoscere dopo la caduta del muro di Berlino, quello di ferro tra Gorizia e Nova Gorica /Nova Gorìza/ la mezza città passata prima alla Jugoslavia e poi alla Slovenia, smantellato all’ingresso della Slovenia nell’area Schengen. Improvvisamente sono sorti quello tra Israele e Palestina, quelli di filo spinato dell’Ungheria e della Slovenia a difesa dei loro confini dai migranti del ventunesimo secolo, quello minuscolo ma significativo dell’Arcella, un rione di Padova, a difesa dagli spacciatori, fino a quello che divide gli Stati Uniti dal Messico e che l’amministrazione Trump ha intenzione di completare… noi che alle elementari avevamo imparato solo la Grande Muraglia Cinese. Un muro nel quale c’è sempre un varco non sorvegliato ma che non può fermare le idee, anche se espresse in due lingue diverse, i colloqui telefonici con lo stesso prefisso e fatti in quella moderna lingua franca che è l’inglese.

Differenze culturali che emergono durante una cena con amici palestinesi di lui quando la discussione va su di tono e lei cita la Shoà, pentendone subito di averlo fatto.

Paura che la sua relazione con un arabo, oggetto di sicura riprovazione, nelle email alla sorella e nelle telefonate a casa sia scoperta a causa di una sua parola di troppo o inopportuna, la sua naturale paura femminile di rimanere incinta di un arabo. Lui chei rimane ferito da tutte queste ritrosie e queste azioni prudenti di lei, quasi che lei si vergognasse della relazione.

Ma tanta dolcezza in quelle telefonate di venerdì sera, che per gli ebrei è l’inizio del sabato (il giorno ebraico comincia al tramonto, il “fu sera e fu mattina” della creazione secondo la Bibbia).

Shabbat shalom” (letteralmente pace sabbatica), l’amorevole saluto familiare della cena del sabato in cui la famiglia si ritrova. Il primo comandamento dato all’uomo, e ribadito al popolo di Israele quando, con Mosè, esso prese coscienza di essere una nazione, è il riposo del sabato, come il Signore si riposò dopo la creazione.

La cena di pasqua celebrata assieme, per ricordare ma anche per insegnare ai piccoli il suo significato che, in tono minore, riunisce ogni venerdì sera in un gesto di amore le famiglie.

La nostra società invece, non le singole persone o famiglie, è riuscita a banalizzare tutto con i regali di natale, le uova di pasqua, e con il detto “Natale con i tuoi e pasqua con chi vuoi”, dimenticando che la pasqua è per antonomasia la festa da trascorrere in famiglia.

Senza appropriarci del senso della pasqua ebraica che non ci appartiene, dovremmo però far nostro il senso di famiglia che essa ci insegna, soprattutto in questo momento nel quale da più parti si invoca il dialogo con i figli.

Cominciando a insegnare loro fin da piccoli il senso dell’amore della famiglia forse si riescono a superare assieme pur sui fronti opposti le battaglie proprie dell’adolescenza – fatta spesso di “tu non capisci niente!”, età balorda ma indispensabile nella formazione di uomo e di una donna

TU VIVRAI

27 Dic

Vent’anni fa Lucio Battisti cantava Io vivrò, storia di un uomo lasciato dalla sua donna, conosciuta forse di più con l’incipit “Che non si muore per amore”. Riascoltatela e notate tutte le cose che quest’uomo si propone di fare, anche quando lei gli torna nella mente.

L’unica azione assente è io ti ammazzerò, entrata però così prepotentemente nella quotidianità dei giorni nostri.

Sarebbe bello che diventasse realtà, e gli uomini di fronte ad un amore naufragato riuscissero a farsi da parte civilmente.

L’ALTRO ASPETTO DEL NATALE

25 Dic

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Non riguarda tanto chi non ti ha fatto gli auguri ma quanto chi ti ha mandato un  messaggio di auguri dopo che non si è fatto vivo tutto l’anno o, peggio, coloro che ti hanno inserito in una lista e li hanno mandati a tutta la loro rubrica, praticamente mandandoli non a te ma al tuo numero.

 

APPROFITTARE DELL’IGNORANZA DELLA GENTE

25 Dic

 Dall’omelia di Bergoglio il 24 sera.

Andiamo indietro di alcuni versetti. Per decreto dell’imperatore, Maria e Giuseppe si videro obbligati a partire. Dovettero lasciare la loro gente, la loro casa, la loro terra e mettersi in cammino per essere censiti. Un tragitto per niente comodo né facile per una giovane coppia che stava per avere un bambino: si trovavano costretti a lasciare la loro terra. Nel cuore erano pieni di speranza e di futuro a causa del bambino che stava per venire; i loro passi invece erano carichi delle incertezze e dei pericoli propri di chi deve lasciare la sua casa”.

Durante i censimenti le persone tornavano alla propria città di origine. Giuseppe e Maria non erano migranti nel senso tecnico perché dalla Galilea dove Giuseppe lavorava si spostarono temporaneamente in Giudea (casomai Giuseppe sarebbe stato un migrante per lavoro dalla Giudea alla Galilea). Lasciarono la loro casa temporaneamente per poi farvi ritorno. Se proprio vogliamo chiamarli migranti possiamo farlo in relazione alla successiva fuga in Egitto, ma non al censimento.

E proprio lì, in quella realtà che era una sfida, Maria ci ha regalato l’Emmanuele. Il Figlio di Dio dovette nascere in una stalla perché i suoi non avevano spazio per Lui. «Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto»” (Gv 1,11)

Questo passo del Vangelo di Giovanni, che assieme a quello di Marco non tratta la natività, ha una forte valenza spirituale in relazione non alla nascita di Gesù ma al rifiuto della maggior parte di Israele di riconoscerlo come il Messia.

Maria e Giuseppe, per i quali non c’era posto”

Non c’era posto per loro non perché la cittadina era affollata per il censimento ma perché nessun luogo pubblico avrebbe accettato una gestante agli ultimi giorni e di conseguenza una puerpera in vista della sua impurità (Levitico 12:1-5).

Un tanto per una corretta esegesi delle Scritture ed evitare che qualcuno le strumentalizzi per dire ciò che non dicono.

Qui il testo integrale riportato da TusciaWeb.

BAMBOCCIONI, GENITORI E NONNI

24 Dic

“FIGLI, DA BONUS BEBE’ A RAGAZZI LAVORATORI – L’assegno per i nuovi nati da 80 euro al mese viene rinnovato per il 2018 ma solo per il primo anno di vita del bambino. E’ destinato alle famiglie con un reddito Isee sotto i 25.000 euro l’anno. Dal 2019 sale invece a 4.000 euro il tetto di reddito entro il quale i ragazzi fino a 24 anni che lavorano sono considerati ancora fiscalmente a carico della famiglia”. (da Repubblica.it, enfasi mia).

Io ho cominciato a lavorare a 24 anni con uno stipendio che, se non mi permetteva di comperare casa mi permetteva di prenderla in affitto e vivere autonomamente.

Con questa decisione il Ministero delle Finanze ha di fatto preso atto che la paga normale di un ventiquatrenne è di € 307,69 (calcolato su tredici mensilità), di certo insufficiente per l’autonomia finanziaria e per “metter su casa”, come si diceva una volta.

Quindi essere bamboccioni, come inopportunamente il ministro Tommaso Padoa Schioppa definì i giovani italiani il 4 ottobre di dieci anni fa, non è una scelta ma un obbligo di sopravvivenza.

Ciò che però non trovo nella Legge di stabilità sono gli incentivi per l’assunzione degli over 35 rimasti senza lavoro e gli sgravi fiscali per i genitori e i nonni, e sono tanti, che sostengono i figli con parte dei loro stipendi e pensioni.

Che questa realtà sia sfuggita al ministero?

C’è ancora qualcuno che si scandalizza per gli inviti ai giovani a lasciare questo Paese?

NATALE 2017

22 Dic

Ha senso per il cristiano di oggi ricordare il Natale, soprattutto sapendo che il 25 dicembre non c’entra nulla, perché i Romani erano sufficientemente avveduti da non indire un censimento in inverno, ma è la sostituzione della festa del dio Sole, qualche giorno dopo l’equinozio d’inverno, e più in generale, ha senso condividere le altrui feste religiose?

Sì e no, a seconda delle circostanze, di proposito ho scritto ricordare e non celebrare. Può aver senso farlo per spiegare ai bambini piccoli cos’è, visto che con tutta probabilità ne avranno già parlato a scuola e forse imparato qualche canzoncina, un po’ come gli ebrei spiegavano e spiegano ai bambini cosa significa per loro il rito della Pasqua (Esodo 12:26-27) . Ai più piccoli è bene lasciare le loro innocenti illusioni, Babbo Natale, Befana eccetera (e ai genitori l’illusione che i bambini ci credano 🙂 ) che se ne andranno di qua a qualche anno, con i più grandi in famiglia si può cominciare a spiegare che non ha nessuna importanza sapere il giorno esatto, magari evidenziando il controsenso del censimento d’inverno, perché d’inverno anche in Palestina fa freddo, ma la cosa importante è che Gesù sia venuto al mondo e perché è venuto, magari leggendo assieme le narrazioni che ne fanno Luca e Matteo, suscitando le loro domande.

Possiamo cogliere l’occasione per parlarne, a seconda delle convenienze sociali, con i nostri amici e colleghi, ovviamente nel rispetto delle altrui opinioni, e far notare che il 25 dicembre non è una data fissa perché i milanesi, che seguono il rito ambrosiano, e i cristiani ortodossi lo celebrano in altra data, e pure a loro far notare che la data non è importante.

Il natale ormai è una festa essenzialmente consumistica, ed è anche su questo aspetto che possiamo e dobbiamo dire la nostra, con convinzione ed evitando la retorica.
Riscontro una ipocrisia o almeno incoerenza in quei cristiani che dicono di non credere al Natale, non lo celebrano, però il 25 dicembre telefonano per fare gli auguri. Io preferisco un neutro “buone feste”, che copre il periodo dal 25 dicembre a capodanno, sia perché non credo al natale in quanto festività sia perché non so se ci crede chi riceve il mio augurio.

Certo, non parteciperò alle processioni e agli eventi squisitamente religiosi presenti specialmente nei paesi  e nelle piccole città,  ma parteciperò alla cerimonia di matrimonio di amici cattolici o ebrei, pur dissociandomi nelle parti essenziali dei loro riti. Anche questo è rispetto per le convinzioni (o presunte tali) altrui.

Non possiamo estraniarci dalla realtà, senza passare per asociali, anche perché da fine novembre al 6 gennaio siamo, soprattutto nelle città e dai media, avvolti in una full immersion di stucchevole pubblicità e di insistenti inviti dalle Onlus a essere più buoni. Io cestino senza aprirle tutte le email di richiesta fondi che ricevo sotto natale nella convinzione che o si è buoni tutto l’anno o è un buonismo di facciata.

Nello stesso tempo in nel quale la Chiesa cattolica celebra il Natale gli ebrei dal 18 al 25 dicembre, festeggiano hanno la “festa delle luci” (hanukkah), o festa della dedicazione, in ricordo della ridedicazione del Tempio, ricordata in Giovanni 10:22, questa sì avvenuta d’inverno (il 25 dicembre). Non la si trova nelle bibbie evangeliche ma in fonti ebraiche extra bibliche tra  le quali 1° Maccabei 4:36-61 (per inciso il Concilio di Trento, quello della controriforma ha inserito 1° e 2° Maccabei tra i libri dueterocanonici, quei sette testi scritti in lingua greca che non appartengono al canone ebraico ma si trovano, assieme ad altri sette, in alcuni manoscritti della LXX, che noi chiamiamo apocrifi, e agli ebrei è vietato leggerli).

Quanto ai simboli, il presepe, con tutto rispetto per Francesco d’Assisi che fu il primo a proporlo lo escludo, per insegnare anche ai bambini che la fede non ha bisogno di rappresentazioni.

L’albero di natale è un simbolo di origine pagana, che niente ha a che fare con la festività, e può essere usato per ornare la casa come elemento estraneo alla natività ma legato al periodo festivo (in un ospedale nel periodo pasquale ho visto un bell’albero di Pasqua, composto da una pianticella con delle uova appese ai rami).

Ben fanno questa volta gli americani e i canadesi che hanno spostato il valore religioso della festa al Ringraziamento (Thanksgiving, in inglese, festa in cui la famiglia si riunisce, e al natale riconoscono solo l’aspetto commerciale). Non dimentichiamo che il Babbo Natale vestito di rosso che conosciamo oggi è un prodotto della Coca Cola.

Di sicuro è triste, molto triste, riscontrare che ogni anno il natale continua a essere ostaggio di quelle “guerre di religione” politiche tra i due schieramenti natale sì contro natale no nelle scuole fino ad arrivare a quel dirigente scolastico che ha vietato la distribuzione di biglietti gratuiti al luna park ai bambini di una scuola primaria perché non è consono con gli obiettivi della scuola.