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PARLARSI

15 Mag

I primi furono i due libri di Luciano Doddoli, giornalista, Lettera di un padre alla figlia che si droga del 1982 seguito da Lettera a Francesca che non si droga più del 1985, due diari in cui il giornalista racconta il dramma di sua figlia e conseguentemente della famiglia e di come lei sia riuscita a uscire da quell’orrendo tunnel.

Poi arrivò l’epoca dei manuali, tra i quali Etica per un figlio e Politica per un figlio di Savater e delle spiegazioni, i vari “Questa cosa spiegata a mio figlio”.

Il filone delle lettere, dei manuali e delle spiegazioni non è mai cessato e, se la loro pubblicazione può servire a far riflettere altri ben vengano ma sia le lettere sia i manuali danno l’idea di una cosa calata dall’alto, che giustamente i figli rifiutano.

La cosa peggiore che possiamo fare e dare in mano ai figli un libro, perché la vita non è una scienza esatta, ma un romanzo scritto giorno per giorno, con una scaletta che comprende degli obiettivi ma tiene conto anche dei fallimenti.

Proprio perché gli adulti hanno fatto quelle esperienze positive o negative che agli adolescenti mancano queste vanno trasmesse a voce.

Ricavare le pause per parlare con i figli, non da pari perché molti dimenticano che i ruoli sono diversi, ma in confidenza, seduti comodi senza le notifiche degli smartphone, aiuta loro a crescere ma anche i genitori a capire che non hanno un estraneo in casa e la frase ad effetto “questa casa non è un albergo” non avrà più quel tono di rimprovero perché la famiglia sarà vista per quello che realmente è, una comunità.

Senza stendere lettini e scomodare Freud.

DI GENITORI, RAGAZZI E SCUOLA

26 Apr

Dunque… gli arei non cadono più, almeno non dieci alla settimana come tempo fa, non ci sono più lanci dai massi di cavalcavia e gli episodi di bullismo e cyberbullismo si sono trasferiti dalla strada alla scuola.

La scuola, quella che, secondo una storpiatura del detto di Cicerone Historia magistra vitæ (De Oratore, libro II) diventata Scola magistra vitæ (La scuola è maestra di vita), dovrebbe insegnare a vivere in molti casi non lo è perché oltre al 6 politico, promozione d’ufficio, spesso l’insegnamento è ridotto a un susseguirsi di inutili nozioni anziché insegnare agli studenti a ragionare, sviluppare il loro senso critico e saper difendere le loro tesi. Lo si può fare, per gradi, dalle elementari evitando le domande a risposta chiusa e insegnando agli scolari ad esporre sia i fatti sia le le loro idee. Quando diciamo ad un bambino in età prescolare “tu non puoi capire” in realtà siamo noi a non saper trovare le parole adatte alla sua età a spiegare qualcosa (a cominciare dalle tristezze dei cavoli e delle cicogne).

Qualche giorno prima del 4 marzo qualcuno invitò coloro che si sarebbero recati al voto a dare un’occhiata all’interno delle scuole, degli avvisi permanenti scritti sciattamente a penna, al disordine nei corridoi, fino alle carte geografiche o altri manifesti 100 x 150 che probabilmente servono per coprire muffe sul muro, per rendersi conto dell’ospitalità del luogo dove i loro figli o nipoti trascorrono le mattine e sono formati. Alle elementari i bambini si siedono sugli stessi banchi senza che sia presa in considerazione la loro crescita fisica dai 70 ai 140 cm. Viste da fuori il biglietto da visita della scuola è la bandiera nazionale, in molti casi con i colori verde, grigio, rosso, perché non si sa a chi spetta mandarla in lavanderia.

Il 17 marzo scorso, giorno dell’unità nazionale, mio nipote ricevette la sua copia della Costituzione italiana da un addetto del personale ATA, senza alcuna spiegazione da parte degli insegnanti. Forse lasciar perdere gli Assiro-babilonesi concentrandosi sulla storia moderna aiuterebbe i ragazzi a comprendere il mondo in cui vivono.

L’assenza nella scuola italiana dell’educazione di genere, o affettiva, e dell’educazione civica, non aiuta i ragazzi e le ragazze al rispetto dell’altro e a costruirsi, come dovrebbero, una personalità all’interno della società, con diritti che conseguono al rispetto degli obblighi e non viceversa.

A fine maggio leggeremo sui quotidiani le ricorrenti polemiche sui pantaloni corti dei ragazzi e sulle minigonne delle ragazze che distolgono l’attenzione. Certo, questo è un compito che spetta in primo luogo alla famiglia, ma pretendere un abbigliamento consono al luogo di lavoro, perché tale è per gli studenti, aiuterebbe a far capire loro che si va a scuola a svolgere un lavoro, non solo per adempiere ad un obbligo di legge.

È di questi giorni l’innalzamento dell’età di accesso a Facebook e WhatsApp con il consenso dei genitori a 16 anni, per adeguarsi al prossimo GDPR, che molto probabilmente sarà seguito dagli altri Social Media. Occasione per i genitori di rammentare che le schede SIM sono intestate a loro in caso di figli minorenni ma anche, per coloro che non lo sanno di informarsi su cosa soni i Social Media e soprattutto, senza vietarli a priori, cominciare a parlarne con loro per responsabilizzarli, senza delegare tutto alla scuola o alla Polizia postale negli incontri con i giovani.

È presumibile che molti degli auguri di morte a Giorgio Napolitano in occasione del suo recente malore sui quali ora indaga la Polizia postale siano stati mandati da persone adulte, perché pochi ragazzini hanno una coscienza politica, e che molte di queste persone abbiano dei figli. Con questo tipo di genitori è poco sperabile che i figli abbiano rispetto dell’autorità in senso lato e di quella degli insegnanti in particolare.

Si diventa maggiorenni a 18 anni, ma ci sono tappe intermedie, tra le quali l’accesso gratuito ad alcune strutture, a 12 anni un ragazzino può usare da solo l’ascensore, a 14 anni può usare un ciclomotore, a 16 come abbiamo visto, con l’autorizzazione genitoriale, usare Facebook e WhatsApp, e svolgere un lavoro temporaneo, a 17, assistito da un maggiorenne patentato, iniziare la scuola guida che gli permetterà di conseguire la patente a 18. Visti i cambiamenti del contesto sociale dovuto non solo all’ammodernamento delle tecnologie, è stato richiesto da più un abbassamento dell’età della punibilità civile.

Di stalking, bullismo e cyberbullismo si parla e se ne dovrà continuare a parlare soprattutto per mettere in guardia gli ingenui, adolescenti e ma anche adulti, che non sono in grado di valutare le conseguenze delle loro azioni sugli altri e su se stessi, ma, riflettendo sui filmati di quegli studenti di Lucca, diventati l’ultimo simbolo mediatico del cyberbullismo nella scuola viene da domandarsi se ai ragazzi che sono stati bocciati la cosa interessa o il provvedimento sia scivolato loro addosso perché “scaldano i banchi” in attesa del compimento del sedicesimo anno di età, per liberarsi di un obbligo di legge che ritengono scomodo.

JESSICA

6 Set

Succhietto

Va bene, sgombriamo subito il campo da ogni dubbio e diciamo che la seconda Jessica più famosa in Italia è Jessica Fletcher, la protagonista della serie televisiva americana La signora in giallo interpretata da Angela Lansbury.

Ma siccome per me la televisione può anche rimanere (quasi) spenta ne ho cercate delle altre e, oltre a una mia amichetta delle medie, ho rammentato che Jessica è il nome di un personaggio de Il mercante di Venezia, una commedia teatrale di William Shakespeare. Di lei si sa poco perché l’opera, critica verso l’avarizia degli ebrei, per un periodo fu messa al bando.

Il nome non è inglese come sembrerebbe ma, per quegli scambi linguistici che hanno avuto origine ben prima della stele di Rosetta, è di origine ebraica.

Jessica viene citata in Genesi 11:29 come nipote (di zio) di Abramo “Abram e Nacor si presero delle mogli; la moglie di Abram si chiamava Sarai e la moglie di Nacor Milca, ch’era figlia di Aran, padre di Milca e padre di Yska”, nella LXX (la traduzione in greco dell’Antico testamento) il nome è tradotto Ieskha e nella Vulgata (traduzione in latino) Jesca, fino all’inglese – e italiano – Jessica.

Yska →  Ieskha  → Jesca, → Jessica, sai che bello, anche come segno di pace, se in un aeroporto si incontrassero quattro ragazze e qualcuno dicesse loro che hanno lo stesso nome.

Come tutti i nomi di origine ebraica Jessica ha un significato, vuol dire osservare, contemplare.

Cosa dire? Proviamo a fare uno sforzo per far sì che Jessica possa osservare un mondo migliore e meno diviso di quello di ora (suona un po’ retorico ma ci si prova sempre)?

Perché, come ho detto all’inizio, se fino a ieri la signora Fletcher era la Jessica più famosa, ora ha lasciato il posto a mia nipote, nata questa mattina!

Auguri, piccola, e osserva sempre in avanti, senza girarti!

COME UN DENTE DI LEONE

4 Lug

dentedileone

Le statistiche più o meno ufficiali ci informano periodicamente su quanto costa crescere una figlia o un figlio, nei suoi primi anni di vita e nel suo percorso scolastico fino alle superiori o all’università.

Queste statistiche giustamente parlano di danaro e non tengono conto degli altri parametri. Di quanto sia impegnativo crescere una figlia o un figlio sul piano affettivo, educativo – che non è quello scolastico – emozionale, tutte variabili che non si possono ma sopratutto non si devono monetizzare.

Tirar su una figlia o un figlio, è un’esperienza bellissima, e anche i padri in questi ultimi anni cominciano volentieri ad esserne coinvolti fin dalla prima infanzia, per tradizione o – diciamolo pure – per comodo, compito fino a poco tempo fa delegato alle madri.

Nessuno nasce imparato e a volte si sbaglia, anche questo fa parte delle regole del gioco, ma l’aspirazione di ogni genitore è dare il massimo alla propria figlia o figlio, quanto a educazione, scolarità e quanto serve  per affrontare la vita una volta diventat* indipendente.

Succede invece che per alcune e alcuni un brutto incontro, un incidente stradale o peggio qualcun*, in nome di un’ideologia che niente ha a che vedere con la fede, ponga fine a quella vita, come il soffio su un dente di leone che diverte tanto i bambini.

Dal di fuori non si può comprendere il vuoto lasciato da questa assenza. Pretendere di passarlo al colino della dis-informazione è un atto offensivo verso il dolore altrui.

Possiamo, al massimo, provare sentimenti di com-passione.