Archivio | novembre, 2017

CHI DI VOI (SIGNORI UOMINI)

26 Nov

E tornarono ciascuno a casa sua. Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”. Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi. Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed essa rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Neanch’io ti condanno; va e non peccare più”. (Giovanni 7:59 – 8:11)

Questo è uno dei brani più famosi del Nuovo Testamento, per quel “Chi di voi è senza peccato…”, usato come metafora in altri contesti.

Il protagonista non è l’adultera al centro della scena, che gli scribi e i farisei portarono a Gesù chiedendogli cosa fare di lei, perché nella loro domanda domanda era già insita la riposta.

Gesù non presta loro attenzione e solo sulle loro insistente dà la famosa autorizzazione che mette in crisi le coscienze degli uomini perché fingono di non rammentare che anche l’uomo dev’essere lapidato e uno alla volta, cominciando dai più anziani, se ne vanno. Ma neppure questo, anche e se importante, è il tema dell’episodio.

Ciò che conta veramente sono le parole di Gesù alla donna:Neppure io ti condanno, va e non peccare più”.

Nell’Antico Testamento, e Gesù è stato un ebreo vissuto nell’Antico Testamento salvo a ribaltarne le regole, era la donna a dover provare la propria innocenza cosa peraltro difficile perché la testimonianza di una donna non aveva valore.

Pare però che nel 2017 le cose non siano cambiate gran che se una donna vittima di una violenza è ancora costretta a provare la propria innocenza, e spesso le viene risposto che “se l’è cercata”.

SE PROPRIO DOBBIAMO

26 Nov

pacchetto-regalo

Quello dei regali a Natale ormai è un obbligo sociale – un po’ come la visita ai parenti quando si torna in paese che se si va a far visita a uno si offende l’altro – a cui sempre più persone tendono a sottrarsi, come abbiamo scelto di fare anche noi da molto tempo.

Personalmente, bambini a parte, ritengo che i regali non debbano rispettare date fisse a parte il compleanno che è una data soggettiva, ma nella coppia e, perché no?, anche verso amici con cui si ha uno stretto rapporto, i regali vadano fatti a sorpresa, senza alcun obbligo di reciprocità ma solo perché si è visto qualcosa di particolare, non necessariamente costoso e si è pensato che al nostro partner o a quel particolare amico o amica avrebbe fatto piacere riceverla, in una data qualsiasi nella quale una persona non si aspetta niente di particolare. Con ciò non escludo assolutamente, per non cadere nell’estremo opposto, quelle le ritualità per cui ad un invito a pranzo ci si presenta con un mazzo di fiori per la signora o con una bottiglia di buon vino.

Sulla valenza dei regali un bel saggio è quello scritto dal filoso Theodor W. Adorno in Meditazioni sulla vita offesa e ben riproposto da Barbara Spinelli anni fa in questo articolo.

La mercificazione del regalo, e uso questo termine pensando a tutto ciò che ai tempi di Adorno non era ancora stato pensato, come la facoltà di pagare un sovrapprezzo per avere la priorità in una fila al museo o a uno spettacolo, ha raggiunto il suo apice con l’espandersi delle carte regalo (gift card, in inglese), come a dire che per me tu vali 25, 50, 100 euro, e poi veditela tu. Si può regalare una ricarica telefonica solo ad un adolescente, ma verso un adulto è squalificante.

Personalmente io regalo anche i miei libri – che poi magari ricompro per la mia biblioteca – perché ciò vuol dire sia che li ho letti sia che conosco i gusti delle persone alle quali li offro.

Anche le aziende hanno cominciato a tagliare i regali anche perché molti si trovavano con sei o sette agende sul tavolo. Più di qualche azienda e  libero professionista nei biglietti di auguri che debbono mandare, anche per una questione di immagine aggiungono il nome e il numero di c/c di una Onlus alla quale destinare i denari spesi eventualmente per il regalo.

Si dice sempre “basta il pensiero”. Basterebbe pensare a quanta verità c’è dietro questa espressione, che non esclude un regalo fisico, purché di costo contenuto, ma dice soprattutto che a e da una persona a cui si vuol bene prima di esso basta un sorriso, una telefonata, la rassicurazione che quando serve ci siamo, e viceversa.

 

SEGRETI, INTRALLAZZI E VERITÀ

25 Nov

I cattolici che ieri sera hanno guardato il film La verità sta in cielo dovrebbero porsi più di qualche interrogativo. Coloro che non lo hanno guardato dovrebbero farlo.

Vale poco dire che i tempi di Bonifacio VIII, dei Borgia o di altri papi sono passati, basta leggere le didascalie prima dei titoli di coda per capire che è cambiato poco.

Con buona pace della trasparenza e soprattutto dell’amore per la verità.

L’OMBRELLAIO

24 Nov

I nonni, ma non solo loro, ricorderanno di quando passava l’arrotino con il suo carretto tuttofare e la sua cantilena di richiamo con parole non sempre riconoscibili perché contava il suono, non ciò che diceva.

Tracce di questo servizio ambulante sono rimaste nei paesi dove, con mezzi più grandi e più attrezzati, girano per le strade i fruttivendoli e le massaie escono di casa in ciabatte e portafogli in mano, richiamando un’immagine da “La quiete dopo la tempesta” di Leopardi.

In una delle mie giornate al mare dell’estate scorsa all’improvviso udii l’annuncio “Ombrelli, si riparano ombrelli!”. Visto che in cielo non c’era una nuvola neppure a pagarla, pensai ad un avviso tra ambulanti abusivi, come il “Piove!” di Roma e conseguente fuggi fuggi quando qualcuno di loro vede arrivare la polizia.

Invece no, riparava proprio ombrelli, però non quelli da pioggia ma per ripararsi sole. Se avesse gridato “ombrelloni”, avrei capito subito.

Difetto di comunicazione o lacuna mia, che vado al mare uno o due giorni all’anno proprio perché si deve?

LA SCRITTA INVINCIBILE

21 Nov

LA SCRITTA INVINCIBILE

Al tempo della guerra mondiale
in una cella del carcere italiano di San Carlo
pieno di soldati arrestati, di ubriachi e di ladri,
un soldato socialista incise sul muro col lapis copiativo
viva Lenin!
Su, in alto, nella cella semibuia, appena visibile,
ma scritto in maiuscole enormi.
Quando i secondini videro, mandarono un imbianchino
con un secchio di calce e quello,
con un lungo pennello, imbiancò la scritta minacciosa.
Ma siccome, con la sua calce,
aveva seguito soltanto i caratteri
ecco che c’è scritto nella cella, in bianco
viva Lenin!
Soltanto un secondo imbianchino coprì il tutto con più largo pennello
sì che per lunghe ore non si vide più nulla.
Ma al mattino, quando la calce fu asciutta,
ricomparve la scritta viva Lenin!
Allora i secondini mandarono contro la scritta un muratore armato di coltello.
E quello raschiò una lettera dopo l’altra, per un’ora buona.
E quand’ebbe finito, c’era nella cella, ormai senza colore
ma incisa a fondo nel muro, la scritta invincibile:
viva Lenin!
E ora levate il muro! disse il soldato
.

Bertolt Brecht, Poesie di Svendborg, Trad. it. di Franco Fortini, Einaudi 1976.

Dubito che colui che ha reimbrattato con una frase offensiva il muro sul quale il comune aveva speso i denari pubblici per cancellarne altre abbia letto Brecht e, se lo ha  fatto, non ne ha capito il senso. Perché un carcerato non può esprimersi che vosì, una persona libera ha altri mezzi.

 

LETTURA, STUDIO, PRATICA

19 Nov

Il merito di Martin Lutero fu di ricordare all’umanità che la Parola di Dio non è proprietà esclusiva di qualcuno ma è disponibile a tutti. Tanto per essere chiaro ne fece la prima traduzione in tedesco, seguito poco dopo da altri nelle loro lingue nazionali.

Il concetto di libero esame, dove libero vuol dire senza interpretazioni di parte, non può essere messo in pratica senza conoscere ciò che si deve esaminare.

La Parola di Dio va copiata, va letta, va studiata, va messa in pratica.

Va scritta, nel senso che, a cominciare dal re, ogni uomo doveva trascrivere una copia ad uso personale (Deuteronomio 17:18). Questa fase è ormai superata. Una copia della Bibbia si trova ormai a poco prezzo, ma resta l’ammonimento ad averla sempre a portata di mano, magari scaricata gratuitamente sullo smartphone.

La lettura della Bibbia, invece, non è un fatto secondario. È una cosa da fare con costanza, da fare da soli prima che in comunità. A prima vista può sembrare banale, superflua, anche perché subito dopo parleremo del fatto che la Parola va studiata. Leggere la Bibbia non è un atto liturgico, di abitudine, al contrario è una pratica che aiuta a “farla nostra”, a considerarla parte della nostra vita. Da molto tempo, per non disturbare chi ci sta vicino, non leggiamo più ad alta voce. Provate a farlo e ne gusterete i vantaggi, primo tra tutti quello di saper leggere in un’assemblea senza difficoltà. Come tutte le cose nuove richiede esercizio e applicazione.

Ricordiamo poi che è ispirato il testo, non le sue traduzioni e che nella nostra copia personale possiamo cambiare le parole difficili senza tradire il testo, salvo che non siano significative. Può essere utile per esempio cambiare fanciulla in ragazza o talamo in letto, per citare due parole che non usiamo più.

Gli ebrei dividono la Torah (che noi chiamiamo Pentateuco) in cinquanta parti da leggere durante il corso dell’anno. È interessante che, quando arrivano all’ultimo brano del Deuteronomio, finiscono la lettura con l’inizio della Genesi, per indicare continuità di una lettura senza interruzione.

Lo studio della Scrittura prima che comunitario deve essere personale. Delegare ad altra persona questo compito è rinunciare alla libertà che abbiamo di andare direttamente alla Parola di Dio ma è anche venir meno alla responsabilità che ogni singolo credente ha di confrontarsi con essa. Non si tratta di mancare di fiducia a nessuno.

L’applicazione nella vita pratica della Parola di Dio sembra non aver bisogno di commenti. La Parola di Dio è valida oggi come ieri. Un po’ più difficile potrebbe sembrare il suo confronto con i problemi di oggi. Per questo motivo bisogna studiarla e ricavarne non le indicazioni precise, che non ci sono, ma dei principi, che come tali sono sempre validi anche se la loro applicazione sarà diversa tra dieci o venti anni.

La Bibbia non è un testo monolitico. Va letta tenendo conto degli stili degli scrittori e dei generi letterari.

Non si può farne una lettura letterale perché il primo intoppo lo troviamo già in Genesi quando è detto che il Signore “prese l’uomo e lo mise nel giardino di Eden” oppure “poi udirono il rumore dei passi del Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno”.

Un errore che fanno gli ebrei è la proibizione che si sono imposti di pronunciare il tetragramma YHWH, senza considerare che la proibizione di pronunciare il nome di Dio è limitata alla pronuncia inutile, vana, e di certo la lettura della Bibbia non lo è.

Ragionando di queste cose gli ebrei prima e i cristiani del primo secolo dopo non si ponevano il grosso problema della società attuale di non avere tempo. Non è questione di non averlo, ma di non trovarlo.

È un tema che non affronto neppure, provate ad immaginare la vita quotidiana di una persona di allora, e vedrete che non era meno indaffarata della, ma avevano messo la Parola di Dio, nella teoria della lettura e dello studio e nella pratica della vita al primo posto.

Tutto, ma proprio tutto, era secondario e conseguente.