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METÀ DI CHI!?

10 Gen

Nella fiction Romanzo famigliare, trasmesso a puntate da Rai1 tre cose, per ora, sono saltate all’orecchio:

Il termine famigliare, su cui è intervenuta il 9 gennaio con un twitt esplicativo l’Accademia della Crusca (essendoci libertà di scelta io continuerò a scrivere famigliare).

La pronuncia veneta dell’allieva che almeno a me ha rammentato l’appuntato della saga “Pane, amore e…”, quello impacciato soprattutto nei rapporti con la “Marescialla”.

Ma ancor di più mi ha colpito una frase del Comandante dell’Accademia Navale di Livorno e un’allieva nel colloquio sul comportamento di lei e sulle conseguenti divergenze di opinioni tra i due circa i compiti della Marina Militare (da 16’17”).

I[…] In marina abbiamo fatto entrare delle ragazze, non dei mezzi maschi esaltati, per fare questa vita non deve sacrificare niente, neanche la possibilità di fare dei figli”.

Delle ragazze, non dei mezzi maschi (esaltati o meno che siano) è senza timor di dubbio un’espressione sessista che ben si colloca nell’attuale dibattito sulla parità di genere e parità salariale.

Probabilmente lontana dalla realtà, che visto che il servizio militare femminile è stato introdotto in Italia nel 1999 e dopo il legittimo stupore causato da ogni novità oggi è un fatto normale. Ciò non toglie che siano casi di molestie così come esistono i casi di nonnismo.

Ciò che proprio non va è considerare la donna metà dell’uomo, nel servizio militare come in ogni altra occasione.

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POSSESSO

13 Giu

“Subito, con le prime parole che le rivolse, volle avvisarla che non intendeva compromettersi in una relazione troppo seria. Parlò cioè a un dipresso così: “T’amo molto e per il tuo bene desidero ci si metta d’accordo di andare molto cauti”. La parola era tanto prudente ch’era difficile di crederla detta per amore altrui, e un po’ più franca avrebbe dovuto suonare così: “Mi piaci molto, ma nella mia vita non potrai essere giammai più importante di un giocattolo. Ho altri doveri io, la mia carriera, la mia famiglia”.

La sua famiglia? Una sola sorella non ingombrante né fisicamente né moralmente, piccola e pallida, di qualche anno più giovane di lui, ma più vecchia per carattere o forse per destino. Dei due, era lui l’egoista, il giovane; ella viveva per lui come una madre dimentica di se stessa, ma ciò non impediva a lui di parlarne come di un altro destino importante legato al suo e che pesava sul suo, e così, sentendosi le spalle gravate di tanta responsabilità, egli traversava la vita cauto, lasciando da parte tutti i pericoli ma anche il godimento, la felicità. A trentacinque anni si ritrovava nell’anima la brama insoddisfatta di piaceri e di amore, e già l’amarezza di non averne goduto, e nel cervello una grande paura di se stesso e della debolezza del proprio carattere, invero piuttosto sospettata che saputa per esperienza.

Questo è l’inizio di Senilità, il romanzo di Italo Svevo, in cui il protagonista maschile, Emilio Brentani, dimostra tutto il suo maschilismo nella frase non detta.

Scritto nel 1898 propone un pensiero ancora tristemente attuale per molti uomini.