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DIO NON HA GIOCATO A DADI NEANCHE A GENOVA

19 Ago

Basko

Nel suo libro Se questo è un uomo Primo Levi racconta delle chiamate verso i forni crematori, dell’umana paura di tutti ma anche di una preghiera di ringraziamento: “Ti ringrazio, Signore, che hanno scelto lui e non me”. Conclude l’autore, che non scriveva come i giornalisti dall’esterno ma dall’interno del dramma, con la considerazione “A quella preghiera ci avrei sputato sopra”.

È normale che qualcuno o molti dei sopravvissuti al crollo del Ponte Miglio, per diversi motivi, ritardo, banale lite in famiglia prima della partenza, sosta in un Autogrill,  albero sul tragitto della caduta… fate voi, oppure come il conducente dell’ormai famoso camion fermato sul ciglio, diventato uno dei simboli della tragedia, pensi di essere stato “miracolato”.

Non è normale invece che ne scrivano in questi termini i giornalisti, o almeno non so di quale Dio riferiscano, che salva alcuni e fa morire altri quarantuno. Come ebbe a dire Albert Einstein nella discussione con il suo collega Bohr: “Dio non gioca a dadi”. Sappiamo bene che molti degli accidenti che stiamo subendo altro non sono che frutto di scelte dell’uomo, come il riscaldamento globale che tra l’altro provoca i cambiamenti climatici, l’inquinamento atmosferico il cui simbolo nazionale è l’Ilva di Taranto o il crollo di manufatti per l’uso di materiali scadenti o mancanza di manutenzione.

Lasciamo quindi Dio fuori da queste disgrazie.

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NOTA LINGUISTICA SULLE VIGILESSE DEL FUOCO DI GENOVA

16 Ago

Il nome ufficiale dei “pompieri” è Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, così come quello dell’Arma dei Carabinieri, declinato solo al maschile. Ci son volte in cui è opportuno citare il femminile, altre solo il maschile – l’italiano, ricordiamolo è una lingua con il “maschile inclusivo” – per evitare ridondanze perché l’italiano è lingua con “maschile inclusivo”, senza che ciò oscuri la presenza femminile né sminuisca il valore dell’impegno e del servizio delle donne. Diverso sarebbe stato se il presidente conte avesse detto “il vigile del fuoco Maria Rossi (nome di fantasia), o al plurale se con due o più donne”, non riconoscendo alla professione il genere femminile. Un caso linguisticamente analogo è quello delle regioni autonome, in cui l’aggettivo autonoma può essere citato o meno a seconda delle circostanze (pensate alla ridondanza di dover scrivere o dire ogni volta “Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia2).

Ho riproposto a @c0munque il twitt di @FORUMGIURISTE, pur non essendo d’accordo con quanto espresso da @FpCgilVVF per il motivo  spiegato più sopra, per un nostro discorso pregresso sul linguaggio di genere, in cui mi aveva scritto che da piccola voleva fare la pompiera, termine che dalla sua insegnante fu considerato errore.

Il fatto che qualcuno abbia ironizzato proponendo “la Vigila della Fuoca”, e che qualcun altro tirando di nuovo in ballo le “boldrinate”, dimostra quanta strada c’è ancora da fare nell’accettazione del riconoscimento di un titolo accademico, politico o professionale declinato al femminile. Il rispetto della persona, uomo o donna che sia, passa non solo ma anche per il linguaggio.

LAVORO, OGGI

18 Lug

Non ci è dato di sapere cosa abbia suscitato in Giacomo questa invettiva, ma ciò che scrive è tremendamente attuale. “A voi ora, o ricchi! Piangete e urlate per le calamità che stanno per venirvi addosso! Le vostre ricchezze sono marcite e le vostre vesti sono tarlate. Il vostro oro e il vostro argento sono arrugginiti, e la loro ruggine sarà una testimonianza contro di voi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori negli ultimi giorni. Ecco, il salario da voi frodato ai lavoratori che hanno mietuto i vostri campi, grida; e le grida di quelli che hanno mietuto sono giunte agli orecchi del Signore degli eserciti. Sulla terra siete vissuti sfarzosamente e nelle baldorie sfrenate; avete impinguato i vostri cuori in tempo di strage. Avete condannato, avete ucciso il giusto. Egli non vi oppone resistenza” (Giacomo 5:1-6). Volendo, al posto di lavoro, possiamo mettere dignità, che va tanto di moda.

OBBLIGO DIRITTO

13 Lug

Obbligodiritto

L’Italia è tristemente famosa per la sua pessima segnaletica stradale, tra le perle della quale brillano il cartello “TUTTE LE DIREZIONI” che non vuol dire niente se non in alcuni casi l’invito a non andare a sbattere contro il muro di fronte, e il segnale di limite di 50 k/ora ad ogni ingresso in autostrada con la didascalia solo in italiano “IN CASO DI NEBBIA”, che certo qualche perplessità suscita nel turista straniero che non capisce la nostra lingua. In altre nazioni i cartelli autostradali sono corredati dalla didascalia in inglese, in Italia ho visto solo il segnale sui pannelli a messaggio variabile “LAVORI IN CORSO – MEN AT WORK”.

Ecco a voi l’”OBBLIGO DIRITTO”, che, oltre ad essere un ossimoro (o vige un obbligo o vige un diritto), presumibilmente vuol rafforzare il divieto di svolta a destra già segnalato dal cartello stradale (freccia bianca in campo blu rotondo). Stati Uniti a parte, che usano pochi simboli preferendo la comunicazione scritta come fanno anche sulle monete dove il valore è espresso solo in lettere, la filosofia dei cartelli stradali, al pari delle icone su computer, tablet e smartphone, è di essere subito riconoscibili e con un messaggio univoco. A farne le spese fu un negozio, la cui esperienza è entrata nei manuali di e-commerce, che per essere originale nel suo sito di vendite on line anziché il carrello mise un’altra icona poco compresa dai potenziali clienti.

Tornando al cartello, esso è corredato da quattro segnalazioni, oltre al “titolo” di cui ho già detto. Per conformità anche gli orari dei giorni feriali e domenica e festivi avrebbero dovuto essere preceduti dalle icone standard come le altre. Di certo non è chiara la spiegazione dell’icona carico e scarico perché giuridicamente non esiste la residenza di un esercizio commerciale.

L’istituzione pubblica, l’ufficio tecnico di un comune in questo caso, deve porre la massima attenzione nell’emettere dei comunicati che sotto gli aspetti formale e sostanziale non si prestino a interpretazioni non volute dal legislatore.

L’augurio, che però non giustifica l’errore, è che qualcuno faccia caso che sulla strada come nella vita gli obblighi vengono prima dei diritti, ma questa è un’altra storia.

AFFETTO, AMORE E INIBIZIONI

5 Lug

JoBaez

Questa è la copertina di un’autobiografia di Joan Beaz, del 1969 negli Oscar Mondadori, lire 1500, ma chi di noi non ha in casa una biografia sua, di Bod Dylan o dei Beatles?

Il titolo originale è Daybreak, ma voglio soffermarmi sulla scelta dell’editore italiano. Amore e love sono termini inflazionati – c’è chi dice di amare un colore per dire che lo preferisce – e dovremmo tornare alla distinzione della lingua greca tra i diversi tipi d’amore.

Direi quindi, “Saresti imbarazzata/o se ti dicessi che ti voglio bene?”.

Posta così, superati gli equivoci, è una domanda molto interessante che dovremmo rivolgere alle nostre amiche e ai nostri amici, perché provare affetto, voler bene appunto, come l’amore in una coppia, è qualcosa che va maturata e rinnovata di giorno in giorno, aggiungendo ogni giorno un tassello o un mattoncino Lego, qualche volta accadrà di togliendone uno per un’incomprensione, ma se la relazione è forte resisterà.

Voler bene è abbassare le difese, fidarsi. A un’amica o a un amico non bisogna raccontare tutto, lasciamolo fare alle adolescenti, ma essere pronti a farlo quando serve.

Per questo ogni tanto bisognerebbe salutare un’amica o un amico con un “piacere di conoscerti”, perché nel tempo io sono cambiato e tu sei cambiato, ma continuo volerti bene per come sei, per la ricchezza interiore che solo tu hai.

MOLTO BREVEMENTE

3 Lug

Così come gli scribi avevano accomodato alcuni passi della Scrittura dando origine a quella sottomissione della donna che le donne continuano a subire, un’interpretazione di comodo della maledizione di Cam, quello tra i figli di Noè che derise la sua nudità, ha visto in essa la pelle nera, e prese alla lettera la maledizione “Sia maledetto Canaan! Sia schiavo dei suo fratelli” (Genesi 9:18-27). Niente ci viene detto del colore della pelle e dell’eventuale relazione con quelli che con un linguaggio sempre più politicamente corretto abbiamo chiamato prima neghi, poi neri e ora di colore, così come in Genesi 4 non ci viene assolutamente detto quale sia stato il segno su Caino per preservarlo dalla vendetta.

Molti dovrebbero riflettere sui danni causati dalle loro interpretazioni di comodo e dalla presunzione di alcuni di essere superiori agli altri.

ČERNOBYL’, CATTINARA E FAKENEWS

23 Giu

Nell’edizione delle 13:00 del 26 aprile 1986 il Tg1 diede la notizia del disastro alla centrale nucleare di Černobyl’ in Ucraina, nell’allora Unione Sovietica facendo vedere questa immagine.

ospedale cattinara

Con grande sorpresa i triestini riconobbero l’ospedale di Cattinara a Trieste e letteralmente intasarono il centralino della sede regionale della RAI per segnalare l’errore. La fotografia fu venduta, pare per venti milioni di lire, alla direzione di Roma del Tg1 facendola passare per quella della centrale nucleare da un fotografo francese poi scomparso.

La storia giornalistica è piena di articoli e didascalie costruiti su fotografie che nulla hanno a che vedere con gli argomenti o addomesticate secondo un determinato punto di vista, come quelle dei comizi dove basta pubblicare un certo particolare o un altro per dare la notizia vista da destra o vista da sinistra, come si diceva una volta, o visto dagli organizzatori e dalle Prefetture. Il caso più famoso è quello di piazza San Giovanni a Roma e si è giunti  alla conclusione che in un metro quadro più di tante persone non possono starci, quindi basta moltiplicare le persone per la superficie per dare il numero massimo dei presenti, che non corrisponde sempre con quanto dichiarato.

L’ultima strumentalizzazione di una fotografia pare l’abbia fatta il settimanale americano TIME a proposito dei bambini immigrati negli Stati Uniti pubblicando in copertina questa fotografia

coperina_Time_2

Questa è la disamina sul quotidiano La Stampa di Torino di oggi.

L’informazione è una cosa seria e se, da una parte può esserci – in ordine alfabetico – fretta, sciatteria o scelta determinata – di pubblicare un articolo falso o come in questo caso costruirlo su un’immagine che vuol dire altro, sta nel lettore, dalle previsioni meteo per decidere se recarsi o meno al mare alle cose più serie, verificare su più fonti la sua attendibilità. Anche se si tende a dare fiducia ai quotidiani e settimanali autorevoli l’errore più o meno macroscopico è sempre in agguato.

Viviamo nella società dell’immagine che molte persone per pigrizia prendono come verità, stando al gioco anche di molti pubblicitari, ma mai come questa volta il detto “un’immagine vale più di mille parole” va ribaltato.