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ELOGIO DELL’ERRORE

30 Nov

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Quante volte abbiamo sentito questa frase, spesso usata maldestramente e soprattutto a metà come nella fotografia?

Questo è lo spot del Garante dell’infanzia e dell’adolescenza “I diritti dell’infanzia in parole semplici”.

Ascolto, protezione, paura, lentezza, errore. Cose che non sempre diamo per scontate in persone in divenire (aspiranti donne, come un mio amico definiva le sue figlie adolescenti, ma anche aspiranti uomini) dalle quali spesso pretendiamo più del dovuto, oberandole di compiti e responsabilità che loro non spettano.

Non diciamo mai a un bambino “Tu non puoi capire”, perché i bambini capiscono, se usiamo un linguaggio adatto alla loro età, ma ascoltiamolo per comprendere non solo le sue esigenze ma anche la sua personalità che va formandosi.

I bambini sanno che i draghi non esistono…”, come ha scritto Gilbert K. Chesterton, ma una sana paura anche sciocca come quella del buio li aiuta a ragionare, affrontarla e crescere, a “uccidere i draghi”.

L’elogio della lentezza è quello di Augusto e il suo apparente ossimoro “Affrettati lentamente”. Narra Svetonio che egli riteneva che a un perfetto capitano nulla convenisse meno della fretta e della temerarietà. Più avanti nei secoli nei Promessi Sposi troviamo il gran cancelliere spagnolo Antonio Ferrer con il suo “Adelante, presto, con judicio”. Io non credo nell’affermazione “non ho tempo”, anche nei ritmi frenetici della vita odierna, perché il tempo quando si vuole lo si trova.

Sbagliare fa parte della crescita. Consideriamo un bambino che cammina gattoni e la sua meraviglia quando si ritrova a camminare in posizione eretta, come i grandi. Tra i due stadi ci sono molte cadute, ma poi è fatta! L’errore non va visto in chiave negativa ma come una fase della maturazione dell’esperienza, da cui trarre le conclusioni e non commetterlo più anche perché, come si dice in un’espressione dialettale, “nessuno nasce imparato”.

Gli altri diritti citati dal Garante per l’infanzia e l’adolescenza li trovate qui, in uno di quegli “elenchi aperti” come il Cantico di frate Sole a cui potete aggiungere il vostro pensiero o farlo aggiungere ai vostri figli e magari imparare qualcosa.

(dedicato a mio nipote e alla sua prima insufficienza in prima media).

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BUCCE DI CIPOLLA

29 Nov

Gli ebrei pagano la decima dei loro intrioti prima al Tempio di Gerusalemme, ora alla sinagoga, e in Italia possono detrarre questa spesa dalla dichiarazione dei redditi.

Dovrai prelevare la decima da tutto il frutto della tua sementa, che il campo produce ogni anno. Mangerai davanti al Signore tuo Dio, nel luogo dove avrà scelto come sede del suo nome, la decima del tuo frumento, del tuo mosto, del tuo olio e i primi parti del tuo bestiame grosso e minuto, perché tu impari a temere sempre il Signore tuo Dio”. (Deuteronomio 14:22-23).

Un rabbino me la spiegò così:

Prendiamo dieci cipolle, per praticità tutte da un etto, tu come faresti?”

Una cipolla all’Eterno e nove a me”.

Poiché nella Torah è detto di dare all’Eterno le primizie, alcuni offrono all’Eterno un etto di bucce di cipolle e trattengono per sé il resto, perché senza dubbio la buccia è “la primizia” della cipolla”.

A significare quanti – non solo ebrei – addomesticano a loro vantaggio i comandi di Dio”.

C’È DEL MARCIO?

23 Nov

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Si parlava di Shakespeare e tra una cosa e l’altra si è fatta la considerazione di come, nell’immaginario collettivo, sia rimasta viva l’espressione “C’è del marcio in Danimarca” dell’Amleto (anche se i più non conoscono la trama della tragedia), mentre proprio in questi giorni con la storia dei termo-valorizzatori, si è saputo che a Copenaghen ce n’è uno con tanto di pista da sci in plastica sul tetto, tanto per non sprecare spazio.

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Regola di vita da imparare e da applicare: “Mai appiccicare un’etichetta a qualcuno, perché non lo si conosce a fondo, le cose possono non essere come le percepiamo e comunque possono cambiare”, com’è cambiata la Danimarca dai tempi di Amleto ad oggi.

Poi qualcuno ha prudentemente pensato di cambiare discorso, per non addentrarci in temi nostrani, ma questa è un’altra storia.

TRIESTE 2018, BENTORNATI NEL MEDIOEVO

9 Nov

Trieste, si sa, è una città difficile, nell’estremo Nord Est della repubblica, quella zona di cui nel resto d’Italia si sa poco o nulla, tanto è vero che c’è stato bisogno dello spettacolo teatrale Magazzino 18 per far conoscere, conoscere, non rammentare!, al resto dell’Italia l’esodo dall’Istria e da Fiume a fine della seconda guerra mondiale.

Trieste, con la sua cultura austroungarica, con Maria Teresa, il borgo teresiano e il castello di Miramare di Massimiliano d’Asburgo-Lorena a rammentarci che l’”Austria era una paese ordinato”, aperto verso tutti e con l’inno nazionale cantato in diciotto lingue. Non a caso vi troviamo la gran parte delle chiese storiche, salvo la chiesa anglicana che non c’è più. All’inizio del secolo scorso, quando la città era austro-ungarica, la borghesia parlava indifferentemente l’italiano, lo sloveno e il tedesco. Deve la sua fortuna al fatto che, accanto al porto militare a Pola, ora in Croazia, è stata il porto mercantile dell’impero.

Trieste, questa signora particolare in cui hanno vissuto e scritto Umberto Saba, Italo Svevo e l’irlandese James Joyce, chiamato simpaticamente signor Zois, non chiedeva documenti perché la convivenza è nel suo DNA. La sua cultura continua con l’italianissimo Boris Pahor, poco conosciuto perché di lingua slovena, Claudio Magris e Paolo Rumiz.

Fu a Trieste che l’eretico Primož Trubar, che traducendo le Scritture diede allo sloveno dignità di lingua, trovò ospitalità dal vescovo cattolico Pietro Bonomo.

Cose d’altri tempi se, dopo il veto di anni fa da parte di un consiglio di quartiere alla costruzione di una moschea, l’attuale giunta comunale, dopo aver vietato in uno dei suoi primi provvedimenti Il gioco del rispetto, che mira a far conoscere alle bambine e ai bambini le differenze di genere, ritenendolo, a torto, foriero della teoria gender quando sappiamo che c’è un estremo bisogno di educare fin da piccoli al rispetto reciproco, la giunta Dipiazza, notizia di oggi, fissa al 30% la soglia degli stranieri negli asili comunali, il crocefisso diventa obbligatorio e l’insegnamento della religione cattolica parte integrante del piano dell’offerta formativa. Sappiamo, ma forse in municipio no, che l’obbligo della presenza del crocefisso è già in vigore in forza di una sentenza della Corte europea, la religione cattolica non è religione di stato né è significativa per la storia recente del Paese, la facoltà di scegliere di non avvalersi dell’IRC andrebbe ribaltata, così come sono state sanzionate le Telco per i servizi aggiuntivi attivati di default e che il cliente deve domandare siano tolte, e che le “attività alternative” a scuola o non ci sono o consistono in lavoretti come il riordino della biblioteca scolastica, qualcosa più attinente all’”alternanza scuola – lavoro”.

In ultimo, per coerenza e in ossequio alle decisioni della Corte europea la giunta Dipiazza deve richiedere alla Chiesa cattolica e alle onlus l’Ici non corrisposta dagli anni 2006 al 2011, pur se la diocesi di Trieste minimizza. Lo farà?

I CENTRI PER L’IMPIEGO

2 Nov

Per un giorno non sono un giornalista. Sono un disoccupato. Un disoccupato che, come tanti, cerca un posto di lavoro senza risultati. E che quindi ha bisogno dell’aiuto pubblico. Vorrei chiedere il “reddito di cittadinanza” – o come si chiamerà – o una qualunque altra forma di sostegno che possa darmi una mano per fare la spesa e pagare un affitto in attesa che la mia situazione personale possa finalmente sbloccarsi”. Comincia così il resoconto pubblicato oggi 2 novembre di “Un giorno da disoccupato in coda con il miraggio del reddito di cittadinanza”, di Giampaolo Sarti, giornalista del Piccolo. Di Trieste ma probabilmente potete mettere la città che volete voi, a scelta.

Sarà una giornata tra uffici, Caf e code. Mia, Rei e altri acronimi poco comprensibili assieme a Isee, Isre, Dsu, Ivie, Dis-coll, Did, Cud, Naspi, Irap, Imu e Aire.

Questa è, giorno dopo giorno dopo giorno, la realtà dei disoccupati che non hanno ancora smesso di cercare lavoro e che, giorno dopo giorno dopo giorno, si scontrano con la burocrazia degli uffici imprigionata nella sua modulistica a risposta chiusa che non prevede eccezioni neppure se sei nato in Jugoslavia, che non esiste più, e non puoi scrivere Croazia perché il codice Istat (le ultime tre cifre prima del codice di controllo) del tuo codice fiscale non la riconosce.

Quella burocrazia ingessata on line che non tiene conto che molti anziani ma neanche tanto, perché il tasso di alfabetizzazione informatica in Italia è basso, non sanno riempire un modulo on line e si trovano spiazzati se, quando finalmente premono Enter, si vedono rifiutata la domanda perché non hanno riempito un campo obbligatorio anche se fuori legge, come il campo “Provincia” in una regione, il Friuli Venezia Giulia, dove le province non esistono più e non sanno risolvere l’enigma se inserire o meno la sigla della ex provincia (GO, PN, TS, UD) perché così facendo commettono un falso in atto pubblico, che tra tre, quattro o cinque anni qualche zelante burocrate potrebbe contestare loro.

Quella burocrazia ingessata fatta di risponditori automatici “premi 1, pigia 2, fraca 3” dopo di cui, essendo nove volte su dieci tutti gli operatori impegnati “ti invitano a rimanere in linea per non perdere non si sa bene quale priorità acquisita, mentre i call center di alcune aziende serie ti rispondono con “enne persone in attesa, tempo previsto tot minuti”, e ti intrattengono con l’inflazionata Quattro stagioni di Vivaldi. Offensiva soprattutto nei confronti delle persone anziane, poco avvezze all’uso della tastiera del cellulare (che chiamano telefonino) mentre stanno parlando.

La sostanziale differenza è che loro sono l’istituzione (a diversi livelli) e tu sei un numero. Il codice fiscale o quello della coda, a scelta.

Non c’è nulla di nuovo in questo post, perché dei CPL leggiamo ogni giorno, salvo l’attesa del riordino dei CPL promesso dal ministro Luigi Di Maio, l’articolo di oggi su Il Piccolo e il film Io, Daniel Blake, che ho visto ieri sera e visibile su Raiplai.it che è ambientato in Inghilterra ma presenta gli stessi problemi.

Di nuovo forse, per voi che non lo sapete, è che io non sono della scuola “mal comune mezzo gaudio”, perché un male comune non è una consolazione, si sta male in due e basta.

Cambierà qualcosa?

PARLARSI

27 Ott

Scritto il 15 maggio scorso, lo ripropongo, senza pretese di originalità.

I primi furono i due libri di Luciano Doddoli, giornalista, Lettera di un padre alla figlia che si droga del 1982 seguito da Lettera a Francesca che non si droga più del 1985, due diari in cui il giornalista racconta il dramma di sua figlia e conseguentemente della famiglia e di come lei sia riuscita a uscire da quell’orrendo tunnel.

Poi arrivò l’epoca dei manuali, tra i quali Etica per un figlio e Politica per un figlio di Savater e delle spiegazioni, i vari “Questa cosa spiegata a mio figlio”.

Il filone delle lettere, dei manuali e delle spiegazioni non è mai cessato e, se la loro pubblicazione può servire a far riflettere altri ben vengano ma sia le lettere sia i manuali danno l’idea di una cosa calata dall’alto, che giustamente i figli rifiutano.

La cosa peggiore che possiamo fare e dare in mano ai figli un libro, perché la vita non è una scienza esatta, ma un romanzo scritto giorno per giorno, con una scaletta che comprende degli obiettivi ma tiene conto anche dei fallimenti.

Proprio perché gli adulti hanno fatto quelle esperienze positive o negative che agli adolescenti mancano queste vanno trasmesse a voce.

Ricavare le pause per parlare con i figli, parlare loro del nostro lavoro per farli sentire partecipi, non da pari perché molti dimenticano che i ruoli sono diversi, ma in confidenza, seduti comodi senza le notifiche degli smartphone, aiuta loro a crescere ma anche i genitori a capire che non hanno un estraneo in casa e la frase ad effetto “questa casa non è un albergo” non avrà più quel tono di rimprovero perché la famiglia sarà vista per quello che realmente è, una comunità.

Senza stendere lettini e senza scomodare Freud.

EMPATIA

21 Ott

Fate caso a come si muove veloce un branco di pesci o uno stormo di uccelli, senza che mai i componenti sbattano l’uno contro l’altro, come le Frecce Tricolori.

A differenza di queste che riescono a farlo con l’allenamento, quelli sono guidati da ultrasuoni. Meraviglia della natura che mi ha sempre affascinato.

Così è anche per le gocce d’acqua (non vale per i fiocchi di neve perché sono troppo leggeri). Quando piove cadono tutte assieme senza mai incontrarsi e se arriva una raffica di vento ne seguono tutte la stessa direzione, Però, se le osserviamo su una finestra o sullo cruscotto di un’automobile, perdono velocità e alcune si fondono l’una nell’altra.

Questo è il concetto di empatia dal termine greco εμπαθεία composto da en “dentro” e pathos “sofferenza, ma anche sentimento”, che nelle scienze umane corrisponde all’impegno di comprendere l’altro. Un impegno che non è simpatia, che proviamo verso le persone con le quali abbiamo qualche affinità.

L’empatia è un sentimento sociale, che ci aiuta a comprendere l’altro, anche rispettandone la diversità e la distanza, senza giudicarlo e continuando a dargli del lei, che però ci aiuta a vivere meglio.