Archivio | Uncategorized RSS feed for this section

SE LA RELIGIONE FA DANNI

16 Lug

Quando Gesù ebbe il famoso incontro con la samaritana al pozzo, per il quale i discepoli non si scandalizzarono, come ci si sarebbe aspettato, perché stava parlando con una straniera, ma perché discuteva con una donna in quanto donna,  ai legittimi dubbi di lei su dove fosse giusto adorare il Signore egli rispose «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità», rispondendo a posteriori anche al legittimo dubbio di Salomone, che ricevette ed eseguì l’ordine di costruire il Tempio quale dimora dell’Eterno,“Ma è proprio vero che Dio abita con gli uomini sulla terra? Ecco i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che ti ho costruita!”, concetto ribadito dall’apostolo Paolo nel suo incontro con gli ateniesi, “Dio non abita in templi fatti da mano d’uomo come se avesse bisogno di qualcosa”.

Il tempio di Gerusalemme era funzionale anche ai sacrifici cruenti che cessarono la loro ragion d’essere con la morte e la resurrezione di Cristo.

Gli ebrei erano un popolo allegro, che sapeva distinguere tra i momenti di mestizia e quelli di gioia. Un’intera sezione dei salmi, termine vuol dire canto, dal 120 al 134, è chiamata “Salmi dell’ascensione” perché erano cantati gioiosamente da quanti si recavano al Tempio di Gerusalemme. L’ultimo salmo della raccolta (150) invita lodare Dio con tutti gli strumenti musicali.

Subito dopo aver passato il Mar Rosso in fuga dall’Egitto, Mosè intonò un salmo di ringraziamento e sua sorella Maria, la profetessa, sorella d’Aronne, prese in mano il timpano, e tutte le donne uscirono dietro a lei con de’ timpani, danzando.

Siamo tanto abituati a vedere il Cristo crocefisso (e i cattolici le madonne piangenti), che molti dimenticano che la sua morte fu seguita dalla resurrezione, ben espressa anche dall’opera di Pierluigi Nervi nella sala Paolo VI in Vaticano.

Nervi

Nella quindicina di luglio appena trascorsa sono apparse due riflessioni e una segnalazione bibliografica su come il cristianesimo debba essere e spesso non è.

La prima è una bella riflessione sul nostro modo di gestire il tempo “Una teologia del gioco. Non dobbiamo sempre fare qualcosa di utile”, in cui l’autore rivendica il suo diritto a praticare dello sport senza per questo essere accusato di perdere tempo. Quando, nel 1978, ci fu l’eccidio della Guyana a opera di Jim Jones, una casa editrice evangelica lo raccontò in un libro che il cui incipit era “Stavo guardando un documentario sulla Bibbia quando l’emittente interruppe la trasmissione…”, lasciando l’idea del “buon cristiano” che anche in televisione guarda solo cose attinenti la fede”.

I cristiani sono persone serie ma non seriose. Rammentiamo spesso Gesù alle nozze di Cana per il miracolo dell’acqua trasformata in vino, dimenticando il fatto che egli era a una festa con tanto di ballo e tutto il resto.

La seconda riflessione è del giornalista Davide Roberto Papini che, sulle pagine di Riforma, propone dei momenti ludici durante il prossimo sinodo Valdo-metodista, facendo notare come spesso questi momenti siano in realtà degli eventi culturali mascherati da svago.

La segnalazione biografica riguarda l’ateismo di Ken Follet che nel suo libro “Cattiva fede” racconta la storia della “religione dei padri”, parente stretta del “si è sempre fatto così”, fatta di obblighi e privazioni, e di come questa abbia avuto un effetto contrario su di lui. Di persone come lui, meno famose, ce ne sono tante!

È dovere dei genitori istruire i figli, e di questa istruzione fa parte anche la spiegazione della propria fede.

La religione è un complesso di credenze, sentimenti, riti che legano un individuo o un gruppo umano con ciò che esso ritiene sacro, in particolare con la divinità, oppure il complesso dei dogmi, dei precetti, dei riti che costituiscono un dato culto religioso (citazione da Treccani.it).

La fede invece è l’accettazione di una rivelazione per sua natura indimostrabile e quindi non può essere imposta ma è un fatto squisitamente personale, altrimenti parliamo di imposizione o di indottrinamento a una religione, con i fenomeni di accettazione del “male minore” o di accettazione e successivo rigetto come il caso di Ken Follet.

FISCHIANDO “IL” ZAPPATORE

13 Lug

Non parleremo dell’abuso dell’inglese nella lingua italiana o dell’imminente scomparsa del condizionale. Di questo i francesi hanno già preso atto e non ne sentono la mancanza, di quello ne parlano in troppi quasi tutti i giorni, senza concludere gran che. Potremmo parlare della reintroduzione della k, quasi imposta per comprimere i twitt nei fatidici 140 caratteri. Reintroduzione perché era presente nella nostra lingua ai tempi del Placito di Capua (il famoso kai ke kelle terre, per intenderci), e qualcuno rammenterà che il suo uso fu ripristinato con un Dpr che determinava l’esatta grafia della parola kilometro nei documenti tecnici, a differenza di chilometro in quelli letterari. Salva la conseguenza che molti studenti trasportano la k e le abbreviazioni da ai compiti in classe. Ma anche questa è storia vecchia, com’è vecchia la storia del garibaldino “Bixio” prunciato “Biperio” a un esame.

È noto anche che le varie tastiere, che trent’anni fa erano relegate alle dattilografe ed ora sono il principale mezzo di calcolo e di accesso all’informazione e alla comunicazione, hanno quasi fatto dimenticare la scrittura a mano, non solo quella con la stilografica che già era di élite, ma anche quella con la più popolare biro. Ormai anche le poche lattaie rimaste fanno di conto con la calcolatrice e, quanto allo scrivere, molte persone soprattutto giovani, non vanno più in là di un appunto: già il testo della lunghezza di un A4 sembra richiedere l’apertura di un programma di videoscrittura. Questa abitudine è un’ulteriore fonte di impoverimento culturale perché la facilità di variare il testo, con la cancellazione, il “copia e incolla” e l’eventuale passata del correttore automatico, fa sì che chi scrive non presti più l’attenzione che era necessaria nei manoscritti.

Potremmo continuare evidenziando come l’elettronica faccia pian piano scomparire, oltre ai manoscritti originali e le relative correzioni, anche i carteggi, che ci hanno fatto conoscere le relazioni tra due persone, pensiamo per esempio a quello tra James Joyce e Italo Svevo: le email di solito non vengono conservate e, una volta cancellate dal server e dal client, non ne rimane traccia.

Parleremo invece di Jennifer, dodicenne, che in treno mi ha chiesto come mi chiamo. La cosa non mi ha sorpreso, perché già anni or sono un’altra Jennifer, questa volta americana, mi chiese il nome prima di salire in canna alla mia bicicletta dicendomi tanto gentilmente quanto fermamente: “You know, Mum doesn’t let me talk to strangers!”.

Jennifer, dicevo. Una ragazzina vivace che poi ha continuato a parlare in italiano – così almeno credeva lei – con le sue amiche. Ciò che mi ha colpito non sono tanto i ripetuti scivoloni dal congiuntivo al condizionale, frutto dei dialetti veneti, quanto l’insistenza con cui diceva “il zio, il zucchero”.

Ormai l’italiano non è insegnato più come una volta, detto non in senso nostalgico. Volendo possiamo fare anche distinzione tra i vari tipo di italiano parlati lungo lo stivale, da quello omologante delle reti televisive nazionali (l’Albania era un Paese povero, ma ricco di parabole sulle finestre e nei loro sbarchi nei primi anni Novanta gli albanesi che arrivavano furono distinti, in “immigrati Rai” e “immigrati Mediast” a seconda dei programmi guardati, altro che Turco-Napolitano o Bossi-Fini, a quello romaneggiante dei serial televisivi fino a quello buono di Milano, capitale italiana del commercio, oltre che della moda.

Una lingua, come un dialetto, è una realtà dinamica, soggetta a variazioni nel tempo e nello spazio, al punto che la stessa parola può avere un significato primario diverso da una città all’altra, con il conseguente rischio di qualche gaffe. I dialetti sono la parte viva del nostro linguaggio, il nostro abito casual. Alcune espressioni del napoletano sono intraducibili, e incomprensibili da altri, perché sono frutto di una ancestrale realtà quotidiana propria del luogo, così come è interessante verificare la trasformazione del dialetto veneto, con le sue differenze di pronuncia e di vocaboli verso est fino alle cittadine dell’ex Istria italiana. A proposito dell’Istria, si racconta che il sindaco di Buje all’apertura di una riunione di lavoro trilaterale tra Croazia, Slovenia dei comuni del litorale adriatico, conclusi i saluti ufficiali nelle tre lingue disse: “Bon, desso podemo parlar in triestin, cussì se capimo tuti” (Bene, adesso possiamo parlare in triestino, così ci comprendiamo tutti).

Una lingua si impoverisce quando, pian piano, perde i suoi vocaboli, a prescindere da quanti ne acquisisca con i neologismi o i prestiti linguistici. Non esiste un processo di compensazione, è un po’ come accade con l’estinzione delle specie animali o lo scioglimento dei ghiacciai, due fenomeni di grande attualità: c’erano e non ci sono, o non ci saranno, più. Provate a “riportare in vita” parole comuni fino a poco tempo fa, come casigliano, desueto e simili in ambienti culturalmente eterogenei e, se vi va bene, vi chiederanno di spiegare.

Alcune parole cambiano di significato in conseguenza alla realtà del momento, pensiamo ad “amante” nel suo significato nel dolce stil nuovo contrapposto a quello odierno, alla stessa parola “amore” che, sulla scia dell’inglese love, è onnicomprensiva mentre, se usassimo il parametro della lingua greca avremmo quattro termini per quattro diversi sentimenti (affetto, amicizia, eros e agàpe). Altre mutazioni hanno una chiara ragione politica.

Quella regione che noi, seguendo il modello americano, chiamiamo “medio oriente”, viene più propriamente chiamata prochen oriente dai francesi (in altre parole, in italiano abbiamo “medio” ed “estremo” oriente, dov’è, quindi, il “vicino”?). Per non parlare della fantasia con cui l’italiano usa le parole inglesi dando loro significati differenti dall’originale, con la pronuncia delle parole straniere, si sa, ognuno fa come gli garba. Un noto giornalista televisivo saluta i suoi spettatori con un “Arrivederci a martedì prossimo”. Fa piacere udire qualcuno che saluta con il martedì e non con l’ormai omologato màrtedi.

Tornando a Jennifer, coloro che hanno studiato quando ancora si imparavano a memoria le poesie rammenteranno i rancori verso Leopardi e “il zappatore”, che l’insegnante ci spiegava esser “licenza poetica”, mentre i nostri erano solo errori.

Attualmente l’unica eccezione negli articoli è “gli dei”, per evitarne la ripetizione cacofonica al genitivo. Se tra un po’ ci troveremo a dire e scrivere “il gnocco” o “i pseudonimi” è solo questione di tempo, così come è entrato nello scrivere comune “famigliare”, non più dal latino ma direttamente dall’italiano.

È destino di una lingua seguire i cambiamenti che la società le impone, se in meglio o in peggio, però, è tutto da definire, e non aspettatevi che citi il “Cinque maggio” del Manzoni.

ESPRESSIONI DI RINGRAZIAMENTO

9 Lug

Questo, in sintesi, è l’ultimo atto della fuga degli Israeliani dall’Egitto:

Le acque tornarono e coprirono i carri, i cavalieri, tutto l’esercito di Faraone ch’erano entrati nel mare dietro agli Israeliti; e non ne scampò neppur uno. Ma i figliuoli d’Israele camminarono sull’asciutto in mezzo al mare, e le acque formavano come un muro alla loro destra e alla loro sinistra. Così, in quel giorno l’Eterno salvò Israele dalle mani degli Egiziani, e Israele vide sul lido del mare gli Egiziani morti. E Israele vide la gran potenza che l’Eterno aveva spiegata contro gli Egiziani; onde il popolo temette l’Eterno, e credette nell’Eterno e in Mosè suo servo.

Allora Mosè e i figliuoli d’Israele cantarono questo cantico all’Eterno, e dissero così: “Io canterò all’Eterno perché si è sommamente esaltato; ha precipitato in mare cavallo e cavaliere.

L’Eterno è la mia forza e l’oggetto del mio cantico; egli è stato la mia salvezza. Questo è il mio Dio, io lo glorificherò; è l’Iddio di mio padre, io lo esalterò

Questo cantarono gli Israeliti perché i cavalli di Faraone coi suoi carri e i suoi cavalieri erano entrati nel mare, e l’Eterno aveva fatto ritornar su loro le acque del mare, ma i figliuoli d’Israele aveano camminato in mezzo al mare, sull’asciutto.

E Maria, la profetessa, sorella d’Aronne, prese in mano il timpano, e tutte le donne uscirono dietro a lei con de’ timpani, danzando.

E Maria rispondeva ai figliuoli d’Israele: “Cantate all’Eterno, perché si è sommamente esaltato; ha precipitato in mare cavallo e cavaliere”. (Esodo, capitoli 14 e 15)

E Maria, la profetessa, sorella d’Aronne, prese in mano il timpano, e tutte le donne uscirono dietro a lei con de’ timpani, danzando.

Lezione: Ci sono modi diversi di ringraziare il Signore e di esprimere la gioia, Maria e le altre donne scelsero la danza.

LETTURE PER LE “ASPIRANTI DONNE”

29 Giu

Piccole donne, nonostante sia stato scritto nel 1868, è un libro ancora attuale e una lettura da consigliare alle ragazzine di oggi (e non solo). La storia delle quattro sorelle March, scritta dall’autrice statunitense Louisa May Alcott, arrivò in Italia attorno ai primi del Novecento – le prime traduzioni risalgono al 1908 – diviso in due parti Piccole donne, per l’appunto, e Piccole donne crescono. E da allora è diventato un grande classico per ragazze anche nel nostro paese.

Le ragazzine di oggi, leggendo “Piccole donne”, possono prima di tutto capire com’è cambiato il mondo, ma soprattutto l’importanza di nutrire e coltivare le proprie aspirazioni e i propri sogni. Ecco, dunque, perché si tratta di un romanzo che bisogna leggere ancora…

Il successo delle quattro sorelle si deve anche alle molte trasposizioni cinematografiche del romanzo, da quella del 1933 in cui Jo è interpretata da Katharine Hepburn, fino a quella del 1994 dove la sorella ribelle ha il volto di Winona Ryder.

Tuttavia, non si può negare che gran parte del fascino delle sorelle March si deve alla loro originalità: in un mondo scosso dalla guerra di secessione, e quindi privato degli uomini, le quattro ragazze sperimentano una libertà nuova, simile a quella di cui più in grande le donne statunitensi ed europee godranno con la prima guerra mondiale. Peccato però che la guerra finisca e a un certo punto anche le quattro ragazze debbano affrontare la dura realtà: il mondo, almeno nel 1868, era un posto “da uomini”.

Anche Bustle si è occupato del romanzo elencando i motivi per Piccole donne è ancora attuale ed è un libro da consigliare alle giovani lettrici di oggi.

Prima di tutto i personaggi principali sono tutte ragazze, che si confrontano tra loro su molti temi, dall’amore tra sorelle alle aspirazioni personali. In tutto il primo libro, inoltre, godendo dell’assenza degli uomini e spronate dalla madre, lavorano sodo per raggiungere i propri obiettivi. Beth si dedica alla musica, Jo alla scrittura e, nonostante i problemi economici, nessuno tenta di dissuadere le ragazze.

Tuttavia, il mondo in cui vivono non è tanto progressista quanto la loro madre e così alla fine della guerra i sogni delle ragazze vengono ridimensionati e a subire la “batosta” più grande è Jo, la sorella con il desiderio di diventare scrittrice.

Le ragazzine di oggi, leggendo Piccole donne, possono prima di tutto capire come oggi è cambiato il mondo, ma soprattutto l’importanza di nutrire e coltivare le proprie aspirazioni e i propri sogni.

RAPPRESAGLIA

28 Giu

Ho segnalato l’intercessione di Abramo contro la distruzione di Sodoma e Gomorra come esempio di un abile mercanteggiare, tirare sul prezzo, tipico dei mercati in Medio Oriente ma anche del nostro Sud, tanto da considerarlo un fatto di costume, ma ancor più della confidenza di Abramo con l’Eterno. “Se ne trovi 50, se ne trovi 40 e via via fino a 10”.

Questo episodio si trova nel libro della Genesi, che gli ebrei chiamano secondo il loro uso di chiamare i libri biblici con i loro incipit “Nel principio”, al capitolo 18.

B’Tselem – The Israeli Information Center for Human Rights in the Occupied Territories riporta la notizia di una rappresaglia da parte di Israele contro una città di 10.000 abitanti.

Fenomeno di guerra, assieme alla decimazione e agli abusi sulle donne, sempre esistito. Episodi simili ci sono stati in Italia durante la seconda guerra mondiale durante l’occupazione tedesca in Italia.

Israele moderno è a tutti gli effetti una nazione laica, ciononostante non dovrebbe dimenticare le sue radici, nelle quali si di che che colui che pecca è quello che morrà e l’intercessione rammentata in apertura. Quale colpa hanno gli altri abitanti della città?

Qualcosa, evidentemente, è cambiato.

NON C’È SESSO SENZA AMORE

27 Giu

La Bibbia, l’ho scritto altre volte, non è fatta solo di persone per bene. Gli esempi classici sono Caino che uccise il fratello, Davide che fece uccidere Uria l’Ittita perché aveva messo incinta Betsabea sua moglie nello svago di una notte, le figlie di Lot, che, ubriacato il padre, ebbero un rapporto sessuale con lui (le traduzioni italiane preferiscono il più delicato “si giacquero”) per assicurargli la discendenza, (a fin di bene, si potrebbe dire), e Giacobbe che, approfittando della cecità del padre, con l’inganno estorse la benedizione al posto del fratello Esaù.

Storie di altri tempi, quelli nei quali la posterità era un valore primario e la donna era considerata una proprietà nell’ambito della famiglia. Lot offrì le figlie vergini ai due stranieri perché il rispetto dell’ospitalità era superiore a quello della donna, e quando un uomo moriva senza aver avuto un figlio maschio, la donna si accoppiava con il cognato e il primo figlio era considerato agli effetti legali figlio del defunto.

Una civiltà, prima di Mosè e del patto dell’Eterno con Israele sul Sinai che, pur rimanendo una società maschilista prima dell’avvento del cristianesimo, in parte avrebbe rivisto i diritti delle donne stabilendo delle regole e dei limiti anche per quanto riguarda la sfera sessuale.

Una civiltà che comunque si pensava superata nel 2017.

E invece L’espresso ci propone un articolo che spiega come, a fronte di difficoltà legali e alti costi la fecondazione passa dal web.

Ognuno/a, certo, è libero/a di pensarla come vuole, ma questo traffico del sesso, per denaro o per filantropia, dovrebbe fa riflettere.

A me vengono in mente le parole che Tiziano Terzani scrisse in Lettere contro la guerra (al singolare, perché la guerra è una sola, quella contro l’umanità) “torniamo a dire “fare all’amore” e non “fare sesso”. Alla lunga anche questo fa la differenza”

terzani_lettere

e le parole nella canzone di Baglioni “Ricordati di me”, che ho usato come titolo di questo post.

“E QUINDI USCIMMO A RIVEDER LE STELLE”

24 Giu

Tradizionalmente il 24 giugno è la festa del Patrono di Firenze. Per me assume un significato particolare perché quand’ero più giovane, arrivato nella città medicea il 1° del mese per lavorarvi, dopo soli ventitré giorni portai la mia fidanzata a Venezia dove al bar ordinai due “‘affè”. Il fiorentino, con il suo impersonale (si va, si viene), la sua c dura aspirata e le sue parole di un italiano ormai dimenticato, ti affascina e si impossessa di te in soli venti giorni.

Il 24 giugno di quest’anno, che segue di poco il solstizio d’estate, è anche la notte di luna nuova, cioè del cielo in cui la luna non si vede.

Uno dei privilegi di abitare in un trullo, lontano da ogni fonte di inquinamento luminoso, è poter spengere le luci e osservare il cielo stellato.

In una notte di cielo sereno come la prossima, si vedono tutte ma proprio tutte le stelle sopra l’Italia, e sono molte ma molte di più di quelle che appaiono con una sola luce accesa.

Al credente, più che il celeberrimo verso di Dante all’uscita dell’Inferno della Divina Commedia, torna in mente la promessa dell’Eterno a Abramo riguardo la sua posterità

“Poi lo condusse fuori e gli disse: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle” e soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza”. Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia”. (Genesi 11:5-6).