Archivio | cristianesimo RSS feed for this section

DISCORSI SCOMODI

10 Feb

Detesto quell’usanza nel mondo evangelico e protestante che, con un neologismo di cui mi assumo la paternità definisco versetteotologia, cioè l’arte di coloro che sostengono le loro tesi citando la Scrittura con versi estrapolati qua e là dal loro contesto facendo assumere loro un significato spesso molto lontano da quello inteso dagli scrittori ispirati, un po’ come i titoletti delle diverse edizioni della Bibbia.

Do per scontato, anche se purtroppo so che nella realtà non è così, che ogni credente ha una buona conoscenza della Scrittura, perché è la base della sua fede e della sua crescita spirituale.

Non si tratta di emulare gli ebrei, uomini, che a tredici anni conoscevano la Torah a memoria. I tempi e i mezzi sono cambiati e certamente non è il caso impararla a memoria, una copia della Bibbia in italiano costa pochi euro e tutta la Bibbia sta su uno smartphone in pochi Mb. Mi piace molto l’espressione dell’autore di Ebrei quando scrive “Qualcuno ha scritto in qualche parte” citando un passo di Isaia, a specificare che non sempre serve citare la fonte.

Si tratta piuttosto di conoscerne la struttura, dove e soprattutto perché trovare questo o quello. Certo, conoscere i testi fondamentali aiuta, e questo si può e si deve fare anche insegnandolo ai bambini, perché è nostra responsabilità dare un’educazione alle nostre figlie e ai nostri figli, senza peraltro imporla.

Si tratta anche di non affidarsi ad una sola traduzione – che molti ritengono quasi ispirata – perché ha in essa tutti i limiti culturali del traduttore, che non fanno parte dell’ispirazione del testo.

Il paradosso è che da Lutero in poi credenti si sono battuti per il libero esame della Bibbia, cosa non scontata in Italia fino agli anni ‘70 del secolo scorso, ma quanti sono ora i credenti che la leggono con costanza e quanti, soprattutto, coloro che la studiano? Se superato lo scoglio storico-linguistico continuiamo a dire che la Scrittura è difficile, entriamo in quel gioco pericoloso che autorizza interpreti più o meno ufficiali, ma sempre detentori della Verità e quindi mediatori da noi delegati, come gli ebrei finirono con l’autorizzare gli scribi e i farisei con le conseguenze che sappiamo.

Ritengo che vada rivisto tutto l’attuale “essere chiesa”, intesa come comunità e non istituzione.

La chiesa non è un monolite costruito come un patchwork mettendo assieme i brani in cui Luca nel libro degli Atti e l’apostolo Paolo ne scrivono. È,piuttosto, una realtà dinamica, mutevole nel tempo e nello spazio.

Le comunità che troviamo negli Atti e nelle lettere di Paolo ma anche l’esempio delle sette chiese dell’Apocalisse ci presentano realtà molto diverse tra loro, con stili di vita e tradizioni differenti, che trovano l’unità nella fede in Cristo dei loro membri. Il cosiddetto Concilio di Gerusalemme di Atti 15 ne è la dimostrazione. Mette infatti d’accordo il pensiero giudaico-cristiano e quello etnico-cristiano senza appiattire nessuno dei due, e dei tre divieti imposti in quell’occasione ne sopravvive solo uno, quello relativo ai disordini sessuali, che prescinde da quella decisione e dalle tradizioni più strettamente ebraiche.
In questa luce va letto ciò che Paolo scrive ai Corinzi, lettere che sono state spesso strumentalizzate per far dire all’apostolo le cose più diverse.

Qual è la discriminante per considerare alcune imposizioni superate, magari a metà, del Nuovo Testamento, cito ad esempio il velo, e altre no, come la sottomissione della donna nella comunità? In altre parole, quale legame di civiltà esiste tra il primo e il ventunesimo secolo dopo Cristo? Le donne di oggi sono ignoranti come quelle del primo secolo?

Ricordiamo piuttosto che la chiesa è stata costituita sulle realtà delle parole di Pietro, “tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Tutto il resto, anche alcune direttive di Paolo, è burocrazia, intesa come organizzazione, che viene dopo e non è detto che oggi serva. Pensiamo all’insuccesso della comunione dei beni nella chiesa di Gerusalemme e alla conseguente necessità di una colletta di sostentamento.

Gesù promise che dove due o tre sono riuniti nel suo nome sarebbe stato in mezzo a loro, questo è essere chiesa. Gli olandesi invece usano dire che un cristiano è un credente, due formano una chiesa, tre producono una divisione, ed è quello che sta succedendo anche in Italia da troppo tempo.

Lasciando da parte i grandi raduni americani di risveglio evangelico degli anni ’70 che spesso in buona fede rammentavano i movimenti hippy nel famoso raduno di Woodstock del 1969, e il fenomeno dei telepredicatori, molti dei quali ne hanno fatto un business, come in altre realtà anche la spiritualità, l’essere chiesa, ha assunto anche un’altra dimensione. Di certo non le chiese nazionaliste (d’Inghilterra, di Scozia, di Norvegia eccetera) o peggio le chiese segregazioniste di colore tuttora esistenti negli Stati Uniti.

Ma poiché siamo umani una certa empatia, che non è quella “io son di Paolo, io di Apollo e io di Cefa” di 1a Corinzi 1 e non nega le fondamenta dell’unità ma le esprime in altro modo, va messa in conto.

Spesso si è chiesa, si è cioè comunione con credenti solo fisicamente lontani, ma con una forte unione nello Spirito, e poco importa se ci si incontra di persona solo di rado. Se Gesù, o l’apostolo Paolo, avesse avuto a disposizione i mezzi di comunicazione e i Social Media di oggi, li avrebbero certamente usati. Lo Spirito, ricordiamolo, soffia dove vuole, sta a noi coglierne l’attimo.

Quando Giosia, re d’Israele, trovò i rotoli della Legge e si avvide che il popolo aveva deviato dalla volontà del Signore, non cominciò con i “ma” i “se” e i “forse”, i “vedremo”, ma si pentì e distrusse tutto ciò che aveva contribuito all’allontanamento di Israele dal Signore, si mise in preghiera e in ascolto e ricostruì il rapporto con l’Eterno.

Dobbiamo imparare a farlo!

La nostra civiltà progredisce a tappe di rivoluzioni – se siano evoluzioni o involuzioni si può giudicare solo a posteriori -. Per sommi capi i più recenti macro cambiamenti sono stati conseguenza della scoperta dell’America, dell’invenzione della stampa a caratteri mobili, dell’illuminismo e della rivoluzione industriale. Veri e propri “terremoti culturali” che hanno portato dei vantaggi e contemporaneamente hanno posto delle nuove domande.

Dalla seconda metà del secolo scorso ne stiamo vivendo un’altra che ha toccato quasi tutti i campi della nostra vita – etica, sociale, politica, tecnologica, sanitaria – ponendoci dei nuovi interrogativi cui, come credenti, dobbiamo saper rispondere, o almeno tentare di farlo.

Di certo non troveremo una risposta chiara e univoca nella Bibbia, perché quei temi allora non si ponevano. La Bibbia non è un “prontuario medico” della fede, ma una raccolta di principi.

Alcuni di questi temi, come il prolungamento della vita grazie alle scoperte mediche o un diverso approccio rispetto a quello dell’apostolo Paolo all’omosessualità, che ora sappiamo essere non sempre un vizio, che come tale va condannato, ma anche un fattore di nascita che va rispettato, altri hanno solo cambiato nome.

Formalmente la schiavitù è stata abolita e in Italia è un reato, ma uno schiavo pedagogo di Roma era un signore rispetto ai raccoglitori nei campi del foggiano.

Altri temi sono nuovi, come il concetto di guerra preventiva inventato da George W. Bush e che neanche strateghi romani come Cesare o Adriano erano riusciti a concepire, le grandi migrazioni dall’est e dal Magreb e dal vicino oriente, che ci trovano tuttora impreparati e l’etica negli affari dopo il crollo delle borse del 2008, assieme a tutti i temi etici e pratici sui quali i nostri giovani, sbandati anche dall’incertezza del loro futuro, si interrogano e ci interrogano. Domande a cui dobbiamo saper dare una risposta per non deludere la fiducia che pongono in noi che vedono, prima che nell’Eterno che non vedono.

Non sono certo temi da “Bar dello Sport”, ma non si può rispondere con un no aprioristico, come alcuni fanno parlando di “principi non negoziabili”.

Questa è politica dello struzzo.

Annunci

LA TORRE CHE TOCCA IL CIELO

26 Nov

Tutta la terra aveva un’unica lingua e uniche parole. Emigrando dall’oriente, gli uomini capitarono in una pianura nella regione di Sinar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: “Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco”. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da malta. Poi dissero: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo, e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra”. Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che i figli degli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: “Ecco, essi sono un unico popolo e hanno tutti un’unica lingua; questo è l’inizio della loro opera, e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra. (Genesi 11:1-9)

Questo è l’episodio della divisione dei popoli in base alle lingue conosciuto anche da chi non frequenta le Scritture, perché Babele è diventato sinonimo di confusione arrivato fino al dialettale baba, plurale babe, detto di donna che parla facendo solo rumore, ora in disuso per la sua connotazione offensiva.

Il tema però, non è costituto dalle lingue ma dalla voglia degli uomini di sfidare l’alto, l’infinito, gli dei, i limiti della natura umana che in epoca moderna si sviluppa in alcuni sport estremi.

Si dice che il Pirellone sia un pelo più basso della guglia più alta del Duomo di Milano, mentre c’è una sfrenata corsa alla costruzione del grattacielo più alto del mondo, spesso aggiungendo un’inutile antenna.

Qualcosa del genere, riferisce Il Piccolo di ieri, sta accadendo nel vicino Est europeo con la costruzione a Bucarest del tempio ortodosso più alto al mondo con i suoi 120 metri e la moschea di Tirana che batterà di qualche metro quella di Sarajevo (sorvoliamo sull’errore del giornalista di averla, un paio di righe dopo, definita chiesa). Un misto di mal riposto orgoglio nazionalistico, politica e mal celato tentativo supremazia religiosa.

Esempi del genere li troviamo in Italia con il Tempio mariano di Monte Grisa, a Trieste, costruito in tempi di crisi economica e oggetto di recente di inopportuni restauri d’oro e la chiesa di San Giovanni Rotondo, troppo grande per le reali esigenze.

Eppure, nell’incontro con la samaritana al pozzo (Giovanni 4:21-24), Gesù affermò a chiare lettere che “viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità”.

Chiesa, dal greco ἐκκλησία, vuol dire radunanza, comunità dei credenti, indicando il contenuto e non il contenitore, ma pochi ne fanno caso, dando così luogo a inutili rivalità come quelle di Bucarest e, per il mondo mussulmano, di Tirana.

CRISTIANESIMO E ONESTÀ INTELLETTUALE

1 Ago

Un amico in visita in Inghilterra mi ha mandato un twitt con la foto della famosa cattedrale di Canterbury e la didascalia “la nostra religione”.

Se per “nostra” intendeva “cattolica”, come succede in Italia, era un tantino fuori strada, perché la cattedrale, assieme a quella di St. Paul, è anglicana.

Sappiamo che la chiesa anglicana è stata per così dire messa su da tale Enrico VIII come segno di protesta verso il rifiuto da parte del papa alla sua richiesta di divorzio da Caterina per sposare Anna Bolena, e conseguente scomunica… beghe da “piani alti”, potremmo dire.

Sta di fatto che se è plausibile che i giornali stranieri usino indifferentemente i termini “cattolicesimo” e “cristianesimo” riguardo all’Italia per la presenza del Vaticano all’interno dei nei nostri confini, questa confusione non è giustificabile se fatta da parte della stampa italiana.

Il cristianesimo sorse nel quarto decennio dopo Cristo, il cattolicesimo nacque con l’editto di Teodosio nel 380 d. C., quando egli lo impose come religione di stato.

L’interscambiabilità di due termini è usata, secondo convenienza, anche dalla Chiesa cattolica. È interessante leggere la pagina dedicata a Ipazia, la matematica di Alessandria di cui si è parlato molto qualche anno fa, su it.cattopedia.org, la Wikipedia del Vaticano. “Stimata dagli intellettuali cattolici del suo tempo, con cui ebbe importanti scambi culturali, morì in tarda età, linciata da un gruppo di fanatici cristiani”. Si noti, in questo caso, l’antitesi tra i termini “cattolici” e “cristiani” usata dal redattore.

Andando a leggere la storia di Ipazia, questa volta su Wikipedia, si apprende che uno dei suoi osteggiatori fu quel (santo per la Chiesa cattolica) Cirillo, che assieme a Metodio evangelizzò i popoli slavi. Di lui ci resta il ricordo nel nome dell’alfabeto usato in Bulgaria, Serbia, Ucraina, Russia e altre nazioni slave.

Quindi, a parte il mio amico che non è tenuto a sapere, un minimo di esattezza quando si parla di cristianesimo non guasta, ma soprattutto l’onestà intellettuale impone di non usare i due termini ora uno ora l’altro secondo la convenienza.

DI TRADIZIONI E PLAGI

10 Giu

Perla era nata reietta dal mondo infantile. Rampollo di male, emblema e frutto di peccato, non aveva il diritto di frequentare i bambini battezzati. Nulla era più notevole dell’istinto, ché tale appariva, con cui la piccina comprendeva la propria solitudine; il destino che le aveva tracciato intorno un cerchio inviolabile; tutta la particolarità, infine, della sua situazione rispetto a quella dei coetanei. Mai, dopo la scarcerazione, Hester aveva affrontato gli occhi della gente senza di lei. In tutti i suoi tragitti per la città non mancava mai Perla; prima, pargoletta in braccio, poi fanciullina, minuscola compagna della madre, di cui stringeva un dito nel piccolo pugno, mentre saltellava tutta svelta per non restarle addietro. Vedeva i bimbi della colonia sul margine erboso della strada o sulla soglia di casa, baloccarsi nei tristi modi consentiti dall’educazione puritana; giuocando ad andare in chiesa; o a fustigare i quaccheri o a scotennare gli indiani in finte battaglie; o a farsi scambievolmente paura con strambe imitazioni di stregoneria. Perla stava a guardarli, non perdeva nulla della scena, ma non cercava mai di stringere amicizia. Interpellata, non rispondeva. Se i bambini facevan capannello intorno a lei, diventava davvero terribile nella sua piccola rabbia, brandiva dei sassi per colpirli, con certi strilli acuti, incoerenti, che facevan tremare la madre perché somigliavano tanto agli anatemi lanciati da una versiera in una lingua sconosciuta.

Fatto sta che i piccoli puritani, appartenendo alla genia più intollerante che sia mai vissuta, s’eran formati una vaga idea d’alcunché di bizzarro, di soprannaturale, o in contrasto con le abitudini correnti, nella madre e nella figlia; e perciò le disprezzavano in cuor loro, e non di rado le vilipendevano ad alta voce. Perla avvertiva quel sentimento, e lo ripagava con l’odio più fiero che possa esacerbare un seno infantile”.

Quando parliamo di integralisti la nostra mente va agli ebrei vestiti di nero, con le filatterie e col cappello nero oppure ai fanatici islamisti che nulla hanno a che vedere con gli islamici e che con i loro attentati stanno seminando il terrore in mezzo mondo, islamico compreso.

Non dimentichiamo però che anche una parte del cristianesimo quanto a fondamentalismo e intolleranza non fa tanta bella figura. Il cristianesimo che come comando principale ha “Ama Dio sopra ogni cosa e il tuo prossimo come te stesso”, o per dirla con Agostino d’Ipponia “Ama e fa ciò che vuoi”, si scontra con i principi non negoziabili di alcuni e le rivalità di altri.

Quello che ho riportato è un brano tratto da La lettera scarlatta, di Nathaniel Hawthorn, nato a Salem, Massachusset. Quella Salem che nel 1692 visse la triste vicenda vide della caccia alle streghe che portò sul rogo tante donne per il semplice sospetto, ovviamente mai provato, di stregoneria, ben proposto tra gli altri da Arthur Miller nella commedia Il crogiolo.

Pubblicato nel 1850, il romanzo Nathaniel Hawthorn, con i temi del peccato, della grazia e del perdono è ambientata nella Boston del 1642, appena cinquant’anni prima della caccia alle streghe, in quell’America bigotta dei Puritani, eredi dei Padri Pellegrini che tanto brave persone non furono, che tra le opzioni preferirono la condanna dell’adultera protagonista non a morte come la loro legge avrebbe comandato ma a continuare a vivere ai margini della società con la lettera A di adultera sul vestito finché non avesse confessato con chi aveva consumato il peccato.

La frase in neretto ben evidenzia come tutto ciò e l’educazione che ne conseguiva, influenzavano i bambini che giocavano ad andare in chiesa.

Tutto ciò avveniva nel diciassettesimo secolo ed è stato riproposto da uno scrittore un secolo dopo, ma certi fenomeni, spesso i peggiori, sono duri a morire.

Nel 2016 Ken Follet, scrittore che certo non ha bisogno di presentazioni, ha pubblicato Cattiva fede, la storia del plagio da lui subito, proprio come i bambini di Boston del romanzo, e conseguente allontanamento dalla fede.

È dovere dei genitori allevare e istruire i figli, e dell’istruzione fa parte la trasmissione delle credenze religiose, ma non si deve mai plagiarli o privarli della loro personalità e delle occasioni che hanno, crescendo, di fare le proprie scelte anche non condivise dai genitori.

(È interessante che il libro di Ken Follet nel testo italiano cita i riferimenti biblici, cosa che non fa in quello inglese, perché nel mondo anglofono la conoscenza delle Scritture è un dato assodato).

SEGRETI, INTRALLAZZI E VERITÀ

25 Nov

I cattolici che ieri sera hanno guardato il film La verità sta in cielo dovrebbero porsi più di qualche interrogativo. Coloro che non lo hanno guardato dovrebbero farlo.

Vale poco dire che i tempi di Bonifacio VIII, dei Borgia o di altri papi sono passati, basta leggere le didascalie prima dei titoli di coda per capire che è cambiato poco.

Con buona pace della trasparenza e soprattutto dell’amore per la verità.

ESSERE COMUNITÀ

4 Giu

IMG_20170527_215723

Il termine chiesa deriva dal greco ἐκκλησία e non si riferisce al luogo di culto ma vuol dire radunanza, comunità. Prendo a prestito queste parole del filosofo polacco Zygmunt Bauman, morto lo scorso gennaio, perché purtroppo ben si applicano a molte chiese del cristianesimo di oggi, per le quali, anche se non lo ammettono, conta più il numero e l’apparenza che la sostanza, l’essere chiesa, appunto, dimenticando la promessa di Gesù, “Dovunque due o tre – non duemila o tremila, ventimila o trentamila – sono riuniti nel mio nome sono in mezzo a loro”.

La chiesa, come Gesù disse alla samaritana al pozzo, e come ribadì l’apostolo Paolo agli ateniesi, non è l’edificio, ma i credenti che si incontrano, cosa che potrebbero fare lì come in qualsiasi altro luogo, anche in campagna sotto un fico. Gesù che, non dimentichiamo, era un ebreo e frequentava il tempio di Gerusalemme, ma predicava dovunque trovasse persone con il cuore aperto, come nel famoso sermone sul monte.

Chiesa non è quella che pretende di avere l’esclusiva sulla Verità, vuoi perché per molti secoli ha proibito la lettura delle Scritture, vuoi perché pretende di essere l’esclusiva proprietaria della sua interpretazione. Ispirate sono le Scritture e non questa o quella traduzione e questa o quella interpretazione.

La chiesa non è una realtà statica ma al contrario è fortemente dinamica che, già nell’incontro e nello scontro tra la cultura ebraica e quella greca, ha saputo scendere a un compromesso – compromesso non è una brutta parola – del quale è rimasto solo il divieto dei disordini sessuali.

Gesù non ha detto ai suoi discepoli di andare per il mondo a fondare chiese, ma a convertire le singole persone.

In quest’anno in cui ricorre il cinquecentenario della Riforma, momento storico, che dopo Pietro Valdo e Francesco d’Assisi per citare due persone famose, ha dato un nuovo slancio al cristianesimo, è bene ricordare che l‘ecumenismo che rispetta la differenze non può essere oggetto di trattati calati dall’alto o accordi stretti dai vertici di organizzazioni ma si realizza dal basso, con i gesti di ogni giorno, mettendo in pratica il grande comandamento “Amerai il tuo Dio sopra ogni cosa e il tuo prossimo come te stesso”. Tutto il resto ne è una conseguenza.

PASQUA (2017)

16 Apr

Orsù, andate a dire ai suoi discepoli che egli è risorto”.

Ciò che è stato prima e ciò che è stato e sarà dopo sono in funzione di questa verità.