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“VOI DIRETE LORO…”

16 Apr

Dicevamo… ognuno dovrebbe sapere che Gesù era un ebreo, come tale ha vissuto, ridando però alla Torah quel senso che gli scribi e i farisei e di conseguenza tutto il popolo aveva smarrito e che il cristianesimo è iniziato con la sua resurrezione. Fosse morto e basta lo hanno e lo stanno facendo in molti per gli altri o per un ideale.

Anche la pasqua ormai ha due significati, quello commerciale a base di cioccolata e quello religioso, osservato da molti credenti (che poi gli ortodossi e i cattolici di rito ambrosiano lo celebrino in altre date è irrilevante).

Molti oggi si riuniranno alle loro famiglie per festeggiare la pasqua o la Pasqua, come dicevo, comunque una rimpatriata e un’occasione per condividere dei giorni con i propri affetti.

Da qui il detto “Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi”. In realtà dovremmo celebrare “con i tuoi” soprattutto la Pasqua, perché senza resurrezione la nascita di Gesù non avrebbe avuto senso.

Un insegnamento che i credenti possono ricevere dagli ebrei è il loro modo di celebrare la Pasqua (la Pasqua ebraica ricorda l’esodo e la conquista libertà del popolo da parte del popolo ebraico, quella cristiana la risurrezione e la vittoria di Cristo sul peccato) e il dovere di spiegarlo ai piccoli, per non fare che in loro rimanga solo l’aspetto commerciale e l’apertura dei regali.

In Esodo, al capitolo 12, troviamo descritta nei dettagli l’istituzione della Pasqua con la raccomandazione

“Voi osserverete questo comando come un rito fissato per te e per i tuoi figli per sempre. Quando poi sarete entrati nel paese che il Signore vi darà, come ha promesso, osserverete questo rito. Allora i vostri figli vi chiederanno: Che significa questo memoriale? Voi direte loro: E` il sacrificio della pasqua per il Signore, il quale è passato oltre le case degli Israeliti in Egitto, quando colpì l’Egitto e salvò le nostre case”.

A COME ALTAMURA, B COME BETLEMME

11 Apr

panedialtamura

(Per dare un senso alla Pasqua che non sia di cioccolato, come vuol farci credere la pubblicità).

Forse un gesto scontato nella parte ricca del mondo del ventunesimo secolo è quello di comperare il pane, al forno ma molto più spesso al supermercato come un genere alimentare tra gli altri. Poniamo attenzione, almeno chi lo sa fare, ai diversi vini da accompagnare alle pietanze senza pensare che dovremmo farlo anche con i diversi tipi di pane.

Noi di città conosciamo poco il pane, al più, se siamo per strada di mattina presto prima del caos urbano, possiamo sentirne l’odore che esce dai forni a serranda ancora abbassata, senza pensare a quanti lavorano per farcelo trovare bello caldo e fragrante. Fare il pane, nella civiltà contadina, era una cosa comune, come rassettare la casa e cucinare. Lo si faceva una volta alla settimana perché a differenza di oggi il pane si conservava fresco per più giorni.

Dalla scelta della farina, e ancor prima dalla raccolta del grano, fino alla cottura in forno sono  tutti passaggi pregni di significati che pian piano si sono persi.

Qualcuno ricorderà i versi della Spigolatrice di Sarpi di Luigi Mercantini, per averli studiati a scuola. Gli insegnanti ponevano l’enfasi su quei trecento che erano giovani e sono morti senza preoccuparsi troppo della donna.

Spigolare è ciò che facevano i poveri, dai tempi antichi fino a settanta/ottanta anni or sono, andando nei campi a raccogliere le spighe rimaste a terra dopo la trebbiatura. Era un atto di umiltà perché bisognava chiedere e ottenere il permesso per fare una cosa semplice come raccogliere degli scarti. Gli spigolatori del duemila sono coloro che vanno a recuperare gli ortaggi nei cassonetti vicini ai supermercati e non solo.

Una spigolatrice famosa è Ruth, originaria di Betlemme, nella linea genealogica di Gesù, la cui storia possiamo leggere nel libro della Bibbia che porta il suo nome e in cui viene raccontato come un suo lontano parente al quale la donna era piaciuta, la favorì in questo lavoro ordinando ai suoi servi di lasciare delle spighe in abbondanza quando passava lei a raccoglierle.

È forse in ricordo di Ruth, anche se la motivazione si era persa, che settanta/ottanta anni  or sono nel primo anno di matrimonio le nuore usavano portare in dono alle suocere la vaccaredda, in segno sia di affetto sia di riconoscimento della sua autorità. Cose di altri tempi, si dirà oggi. La vaccaredda si portava anche al genitore rimasto vedovo, e si intendeva con questo gesto ripagare la mamma o il papà del latte che avevano donato alla figlia quando era piccola, durante l’allattamento. Scopriamo così l’arcano di questa forma strana che ricorda di mammelle e il gesto di riconoscenza verso i genitori che perdurava fino alla loro morte.

Di pane ci parla Dante Alighieri nel canto decimosettimo del Paradiso,

«. . . Tu lascerai ogne cosa diletta
più caramente; e questo è quello strale
che l’arco de lo essilio pria saetta.
Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale»

perché, per tradizione, a Firenze il pane tuttora è insipido.

Di pane ha scritto Ignazio Silone nei suoi romanzi Pane e vino e Il seme sotto la neve, richiamandosi alla frase di Gesù “Se il seme non muore non può dar frutto”.

Il pane è presente nella nostra cultura nell’espressione, ora un po’ in disuso “Portare il pane a casa”, procacciare il sostentamento per la famiglia con l’onesto lavoro.

Il pane ha sempre avuto un significato simbolico. Le nonne del dopoguerra dicevano che il pane non si butta. In termini moderni si ricicla come pane grattugiato, ingrediente delle polpette dei poveri, degli gnocchi di pane triestini e dei canederli altoatesini, bagnato nell’acqua, cibo per gli animali da cortile

Quello di spezzare il pane ormai è un gesto perduto, vuoi perché lo si affetta vuoi perché molti tipi di pane sono a consumo personale, ma in tempi andati aveva una valenza molto forte, quella di uno stare assieme, un essere parte di uno stesso corpo. Veniva generalmente spezzato dal capofamiglia, quando il desco serale era un momento di unione della famiglia.

È stato spezzato da Gesù e distribuito ai suoi, assieme al vino passato nell’unico calice, a simboleggiare il suo corpo e il suo sangue. Simboleggiare, perché come leggiamo in Giovanni al capitolo 6 (quello di Giovanni è l’unico vangelo che non riporta l’ultima cena) gli ebrei l’avevano inteso in senso letterale e ne erano rimasti scandalizzati perché erano contrari al cannibalismo.

È nel ricordo dell’ultima pasqua ebraica, alla quale Gesù ha dato un significato nuovo, da passaggio del Mare dei Giunchi a passaggio dalla morte alla vita, che le comunità cristiane spezzano il pane e bevono assieme il vino.

Molti conoscono, spesso solo  per le sue imitazioni commerciali, il pane di Altamura, in Puglia, atto ad essere conservato e spezzato a tavola, pochi però sanno che il nome di Betlemme, la città di Davide e della nascita di Gesù vuol dire “Casa di pane ”. בֵּיִת לֶחֶם, [Beit Leḥem].

A COME ALTAMURA, B COME BETLEMME

27 Dic

panedialtamura

Forse un gesto scontato nella parte ricca del mondo del ventunesimo secolo è quello di comperare il pane al forno ma ormai molto più spesso al supermercato come un genere alimentare tra gli altri. Poniamo attenzione, almeno chi lo sa fare, ai diversi vini da accompagnare alle pietanze senza pensare che dovremmo farlo anche con i diversi tipi di pane.

Ormai conosciamo poco il pane, al più, se siamo per strada di mattina presto prima del caos urbano, possiamo sentirne l’odore che esce dai forni a serranda ancora abbassata, senza pensare a quanti lavorano per farcelo trovare bello caldo e fragrante. Fare il pane, nella civiltà contadina, era una cosa comune, come rassettare la casa e cucinare. Lo si faceva una volta alla settimana perché a differenza di oggi il pane durava più giorni.

Dalla scelta della farina, e ancor prima dalla raccolta del grano, fino alla cottura in forno sono  tutti passaggi pregni di significati che pian piano si sono persi.

Qualcuno ricorderà i versi della Spigolatrice di Sarpi di Luigi Mercantini, per averli studiati a scuola. Gli insegnanti ponevano l’enfasi su quei trecento che erano giovani e sono morti senza preoccuparsi troppo della donna.

Spigolare è ciò che facevano i poveri, dai tempi antichi fino a settanta/ottanta anni or sono, andando nei campi a raccogliere le spighe rimaste a terra dopo la trebbiatura. Era un atto di umiltà perché bisognava chiedere e ottenere il permesso per fare una cosa semplice come raccogliere degli scarti. Gli spigolatori del duemila sono coloro che vanno a recuperare gli ortaggi nei cassonetti vicini ai supermercati e non solo.

Una spigolatrice famosa è Ruth, originaria di Betlemme, nella linea genealogica di Gesù, la cui storia possiamo leggere nel libro della Bibbia che porta il suo nome e in cui viene raccontato come un suo lontano parente al quale era piaciuta, la favorì in questo lavoro ordinando ai suoi servi di lasciare delle spighe in abbondanza quando passava lei a raccoglierle.

È forse in ricordo di Ruth, anche se la motivazione si era persa, che settanta/ottanta anni  or sono nel primo anno di matrimonio le nuore usavano portare in dono alle suocere la vaccaredda, in segno sia di affetto sia di riconoscimento della sua autorità. Cose di altri tempi. La vaccaredda si portava anche al genitore rimasto vedovo, e si intendeva con questo gesto ripagare la mamma o il papà del latte che avevano donato alla figlia quando era piccola, durante l’allattamento. Scopriamo così l’arcano di questa forma strana che ricorda di mammelle e il gesto di riconoscenza verso i genitori che perdurava fino alla loro morte.

Di pane ci parla Dante Alighieri nel canto decimosettimo del Paradiso,

«. . . Tu lascerai ogne cosa diletta
più caramente; e questo è quello strale
che l’arco de lo essilio pria saetta.
Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale…»

perché per tradizione a Firenze il pane era ed tuttora è insipido.

Di pane ha scritto Ignazio Silone nei suoi romanzi Pane e vino e Il seme sotto la neve, rchiamandosi alla frase di Gesù “Se il seme non muore non può dar frutto”.

Il pane è presente nella nostra cultura nelle espressioni, ora un po’ in disuso “Portare il pane a casa”, procacciare il sostentamento per la famiglia con l’onesto lavoro, “lavorare per un tozzo di pane“, quando la paga è miserrima, e altre. 

Ha sempre avuto un significato simbolico, come il richiamo alla pazienza nel tempo necessario alla lievitazione. Le nonne del dopoguerra dicevano che il pane non si butta. In termini moderni si ricicla, come pane grattugiato, ingrediente delle polpette dei poveri, gli gnocchi di pane triestini e i canederli altoatesini, l’acqua e sale pugliese e, bagnato nell’acqua, cibo per gli animali da cortile

Spezzare il pane” è un altro gesto perduto, vuoi perché lo si affetta vuoi perché molti tipi di pane sono a consumo personale, ma in tempi andati aveva una valenza molto forte. Uno stare assieme, un essere parte di uno stesso corpo. Veniva generalmente spezzato dal capofamiglia, quando il desco era un momento di unione, prima dell’unione della comunità contadina più allargata nell’aia. Poi, sappiamo arrivò la televisione che unì le persone ma non più tra di loro.

È stato spezzato da Gesù e distribuito ai suoi, assieme al vino passato nell’unico calice, a simboleggiare il suo corpo e il suo sangue. Simboleggiare, perché come leggiamo in Giovanni 6 (il vangelo che non riporta l’ultima cena) gli ebrei l’avevano inteso in senso letterale e erano contrari al cannibalismo. 

Uno dei pani più famosi in Italia è quello il pane di  Altamura, in Puglia (non il pane tipo Altamura dei supermecati), atto ad essere conservato e spezzato a tavola. Pochi però sanno che il nome di Betlemme, la città di Davide e della nascita di Gesù che abbiamo ricordato tre giorni or sono, vuol dire “Casa di pane” in ebraico  בֵּיִת לֶחֶם, [Beit Leḥem].

Certo, si vive anche senza queste informazioni, ma farle proprie aiuta a rendere più coesa la famiglia più di tanti manuali.

CI SON DUE COCCODRILLI E UN ORANGO-TANGO… E POI CI SONO I BAMBINI

27 Ago

Sappiamo che l’uomo ha in sé quel soffio vitale di Genesi 2:7 che lo differenzia dal resto del regno animale con il quale ha molte cose in comune o, se vogliamo parlare più laicamente, ha la capacità di pensiero e di arbitrio che lo distingue e che si esprime dalla decisione di alzarsi o meno la mattina (che poi lo debba fare per impegni scolastici o per un contratto di lavoro è un altro discorso e può sempre marinare la scuola o prendere un giorno di ferie), alla pianificazione familiare e tutto il resto.

Tra le altre notizie riguardanti il terremoto in centro Italia c’è quella, rimbalzata qua è la, che mette in risalto l’abilità dei cani nel lavoro di ricerca dei superstiti e delle vittime.

Nessuno nega più che nella scala delle diverse specie animali esiste un quoziente più o meno elevato di elaborazione dell’informazione. Questi cani, come quelli antidroga della Guardia di Finanza, i simpatici San Bernardo del Soccorso Alpino fino a quelli in aiuto alle persone cieche, sono addestrati per un compito specifico, e gli uni non sanno fare il lavoro degli altri.

Sappiamo che la nostra società attuale ha dato grande spazio agli animali da compagnia, cani, gatti, furetti e quant’altro, con un giro d’affari sempre più in crescita.

Abbiamo, o dovremmo avere, preso coscienza che gli animali hanno dei diritti, come quello che esclude la loro tortura o l’abbandono stradale, fenomeno che si ripresenta ogni estate. Sono molte ormai le strutture ricettive, alberghi e B&B che accettano gli animali da compagnia nelle loro strutture, in particolare a seguito delle sollecitazioni della ex ministra Michela Vittoria Brambilla, del governo Berlusconi.

Si fa strada in questo periodo il fenomeno opposto. Quello di alberghi, per ora riservati alla clientela cosiddetta VIP, che non accettano bambini, in quanto “potenziali portatori sani di disturbo acustico”. L’espressione ironica è ovviamente mia, ma ritengo che debba farci pensare.

Fino a tempi non troppo lontani la nobiltà e quella che definiamo l’alta borghesia affidavano i figli fino ad una certa età ad una governante che dava loro l’educazione adatta al loro rango sociale e i rapporti tra genitori e figli erano rari, tant’è che si spesso si instaurava quella complicità tra governante e bambini ben rappresentata dalla figura di Mary Poppins. La governante seguiva la famiglia anche in villeggiatura, quella che noi dei piani più bassi chiamiamo vacanza o, peggio, ferie e i genitori avevano tutto il tempo di passare il tempo da soli o tessere le relazioni sociali che ritenevano opportune.

Come per altri fenomeni più o meno condivisibili c’è il pericolo che questo staccarsi dai figli diventi, come purtroppo succede spesso in Italia, una moda che si allarga anche a strutture ricettive più alla portata di tutti e diventi un’”elegante” scusa per qualche coppia che voglia anche d’estate “scaricare” i figli ai nonni, con buona pace della tanto invocata unità della famiglia. In questo caso non sarebbero i figli (adolescenti) a voler abbandonare il nido ma viceversa.

Eppure, Gesù di Nazareth, una volta che i discepoli volevano allontanare i bambini in quanto chiassosi rispose fermamente “Lasciate che i piccoli vengano a me, perché di loro è il Regno dei cieli” (Matteo 19:13-15).

Non scrivo questa nota perché, lontano dal rumore urbano, mi sono ritrovato durante tutto luglio con l’assordante rumore di fondo delle cicale. 🙂