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NASCERE, VIVERE O MORIRE NEL MOMENTO SBAGLIATO

16 Ago

Due mesi or sono ho scritto a proposito dell’empatia, quel sentimento che in determinate situazioni ci avvicina a delle persone con le quali altrimenti non avremmo nulla a che fare, persone che spesso non sapremmo collocare geograficamente, come gli abitanti di alcuni Paesi in Africa, America Latina e Asia, ma che sentiamo vicine dopo un’alluvione o un terremoto.

A livello locale ciò è successo con il crollo del ponte Miglio a Genova, che solo Autostrade per Italia nel suo sintetico comunicato chiama con il nome ufficiale di viadotto di Polcevera.

Dalla mattina del 14 agosto quasi tutti gli italiani hanno improvvisamente (ri)scoperto Genova, città famosa soprattutto per il suo Aquario, e hanno imparato che l’autostrada che passa per lì è A10 (controprova: qual è la numerazione del tronco autostradale Udine – Tarvisio?).

L’arena dei Social Media, come purtroppo è nella natura dei molti tuttologi che la frequentano, ha saputo anche questa volta dare il peggio di sé, con offese e i soliti consigli non richiesti che tolgono visibilità a quelli delle Forze dell’Ordine e della Protezione Civile.

Anche molti quotidiani si sono concentrati, e non uscendo oggi le edizioni cartacee, continuano a farlo on line informandoci sullo stato dell’”ultimo bullone” della struttura caduta, al pari di molti tg che dimenticando la loro funzione informativa, trasformano gli eventi in macabri spettacoli mettendo in evidenza l’opinione del vicino. I quotidiani locali tengono a informare doviziosamente sullo stato degli abitanti del loro luogo, con notizie su vita, eventuale morte e discutibili miracoli, dimenticando che anche nel 2018 vige l’avvertenza che “i familiari delle vittime sono stati avvertiti” dalle fonti ufficiali e non dal vicino di disgrazia.

Per il resto del mondo non c’è spazio o non rimane tempo, e la notizia della morte di Rita Borsellino, sorella di Paolo, persona impegnata nella lotta contro la mafia, alla quale va tutto il nostro rispetto anche nel ricordo, viene relegata in comunicato in chiusura.

Ci sarebbero in giro per il mondo tante altre notizie, buone e cattive, ma questo è un momento nel quale il resto del mondo sembra essersi fermato a Genova. La guerra civile in Siria si è miracolosamente fermata? Israele non bombarda più Gaza? …e si potrebbe continuare. Per saperlo dobbiamo rivolgerci alle fonti di informazione straniere.

Questa non è empatia, ma assenza di un sano equilibrio informativo.

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CRISTIANESIMO E ONESTÀ INTELLETTUALE

1 Ago

Un amico in visita in Inghilterra mi ha mandato un twitt con la foto della famosa cattedrale di Canterbury e la didascalia “la nostra religione”.

Se per “nostra” intendeva “cattolica”, come succede in Italia, era un tantino fuori strada, perché la cattedrale, assieme a quella di St. Paul, è anglicana.

Sappiamo che la chiesa anglicana è stata per così dire messa su da tale Enrico VIII come segno di protesta verso il rifiuto da parte del papa alla sua richiesta di divorzio da Caterina per sposare Anna Bolena, e conseguente scomunica… beghe da “piani alti”, potremmo dire.

Sta di fatto che se è plausibile che i giornali stranieri usino indifferentemente i termini “cattolicesimo” e “cristianesimo” riguardo all’Italia per la presenza del Vaticano all’interno dei nei nostri confini, questa confusione non è giustificabile se fatta da parte della stampa italiana.

Il cristianesimo sorse nel quarto decennio dopo Cristo, il cattolicesimo nacque con l’editto di Teodosio nel 380 d. C., quando egli lo impose come religione di stato.

L’interscambiabilità di due termini è usata, secondo convenienza, anche dalla Chiesa cattolica. È interessante leggere la pagina dedicata a Ipazia, la matematica di Alessandria di cui si è parlato molto qualche anno fa, su it.cattopedia.org, la Wikipedia del Vaticano. “Stimata dagli intellettuali cattolici del suo tempo, con cui ebbe importanti scambi culturali, morì in tarda età, linciata da un gruppo di fanatici cristiani”. Si noti, in questo caso, l’antitesi tra i termini “cattolici” e “cristiani” usata dal redattore.

Andando a leggere la storia di Ipazia, questa volta su Wikipedia, si apprende che uno dei suoi osteggiatori fu quel (santo per la Chiesa cattolica) Cirillo, che assieme a Metodio evangelizzò i popoli slavi. Di lui ci resta il ricordo nel nome dell’alfabeto usato in Bulgaria, Serbia, Ucraina, Russia e altre nazioni slave.

Quindi, a parte il mio amico che non è tenuto a sapere, un minimo di esattezza quando si parla di cristianesimo non guasta, ma soprattutto l’onestà intellettuale impone di non usare i due termini ora uno ora l’altro secondo la convenienza.

ANGLICISMO O ERRORE?

27 Ott

Nel giorno in cui è posto in vendita il libretto “L’italiano e le lingue degli altri”. “Fun, gender, coach. Quando l’inglese ha la meglio sull’italiano. Tra bilinguismo e identità”, con particolare riferimento ai termini inglesi entrati di prepotenza nel parlar comune complici il governo e la pubblicità, in un articolo sul medesimo quotidiano che lo offre in allegato una giornalista usa il termine libreria per scrivere di una biblioteca (In inglese library). Un po’ come spesso è scritto educazione (dall’inglese education) per intendere istruzione.

La libreria è l’esercizio commerciale che vende i libri e, ultimamente, l’educazione è merce sempre più rara.

GIORNALISMO? 

29 Set

Riportare le notizie di adolescenti che mettono in rete i loro selfie può essere considerato notizia, scendere nei particolari è ben altra cosa.

NEWS CONGELATE

25 Ago

I principali quotidiani on line dedicano quasi interamente le home page alle notizie ma anche alle immagini o ai video, che poco aggiungono alla tragicità del momento, al terremoto in Centro Italia.

Tra le altre sono congelate notizie relative a

  1. Isis
  2. Siria
  3. Sicurezza
  4. Legge di stabilità
  5. Sbarchi di richiedenti asilo
  6. Gestione rifiuti
  7. Incidenti stradali
  8. Unione europea
  9. Terremoto in Birmania

A PROPOSITO DEI PRESUNTI MIRACOLATI

24 Ago

Nel suo libro “Se questo è un uomo” Primo Levi, che spesso si sentiva in colpa perché aveva una posizione privilegiata in quanto scrittore e era esentato dai lavori di fatica, racconta di un suo compagno, “c’era quel Cohn che dopo ogni selezione ringraziava Dio di averlo salvato, e Levi aggiungeva che se fosse stato Dio avrebbe sputato a terra la sua preghiera. Qui ci confessa che prima di una selezione (certo non dopo) anch’egli era stato tentato di pregare. “Una preghiera in quella condizione sarebbe stata non solo assurda… ma blasfema, oscena, carica della massima empietà di cui un non credente sia capace. Cancellai questa tentazione:sapevo che altrimenti, se fossi sopravvissuto, me ne sarei dovuto vergognare”. E infatti sarebbe stato vergognoso fare la “scommessa” di Pascal solo di fronte a una morte imminente, in quel luogo la cui sola esistenza era una smentita definitiva alla teodicea e quindi all’esistenza di un Dio che ha sì gran braccia da accogliere tutti i pentiti d’oggidì, e Dio sa se sono molti”.

Se qualche scampato ad un attentato, come quelli recenti di Dacca o di Nizza, a un incidente come quello ferroviario di Corato, ma anche ad un incidente stradale di una certa gravità o al terremoto che oggi ha colpito il centro Italia, sull’onda emotiva possa autodefinirsi miracolato per essere sopravvissuto all’evento spesso solo per cause fortuite, come banalmente essere arrivato in ritardo, gli organi di stampa, che per missione hanno il dovere di dare le notizie senza enfasi o iperboli spettacolari, non debbono parlare di miracoli, perché ci troveremmo di fronte a un Dio capriccioso che salva uno e fa morire l’altro.

SAPER LEGGERE LE NOTIZIE

9 Lug

Venticinque anni fa, in questi giorni di luglio, molto prima dunque di Facebook e gli altri Social Media, la RAI trasmise in diretta quasi tutta l’agonia e la morte di Alfredo Rampi, un bambino di sei anni caduto in un pozzo lasciato inavvertitamente aperto.

Fu l’inizio della televisione spettacolo, preceduta solo dalla diretta notturna del giornalista Tito Stagno sullo sbarco sulla Luna.

I due eventi non sono certamente comparabili, mentre il primo sbarco sulla Luna fu un evento culturale unico nel suo genere, la morte del piccolo Alfredo Rampi diede origine alla televisione pietistica, strappalacrime, quella che “bucando lo schermo” porta in casa le disgrazie altrui non tanto come fatti di cronaca quanto come fatti da commentare, sezionare, giudicare, per giorni, giorni e giorni.

Mario Calabresi oggi su Repubblica.it fa una condivisibile riflessione sulle notizie e i commenti che girano sui Social, in particolare su Facebook a cui, per i motivi più volte espressi, non sono iscritto e non frequento.

I Social Media – “Social Network” esprime un altro concetto – vanno seguiti con cautela perché la tesi vox populi vox dei non regge. Spesso sono opinioni personali e troppo spesso sono degli sfoghi volgari che degradano chi li fa.

Ma torniamo alle immagini.

Un motto giornalistico dice che “un’immagine vale più di mille parole”, mentre sappiamo che basta un buon fotografo per far passare un messaggio completamente diverso dalla realtà dei fatti.

La domanda che pongo a Mario Calabresi, ma anche alla filosofa Michela Marzano che oggi ha scritto che le parole non bastano più è se, forse, non ci siamo assoggettati passivamente a quella società dell’immagine ben descritta nel “quindici minuti di notorietà” da Andy Warhol.

Abbiamo veramente perso la capacità di decifrare le parole che i nostri nonni comprendevano quando ascoltavano un giornale radio?

Che l’Italia abbia il primato dell’analfabetismo di ritorno è una triste realtà, che però non si risolve con le immagini “a nastro”. C’è bisogno di un riscatto culturale personale, che prevede anche lo spegnimento della televisione, e una rieducazione alla comprensione delle singole parole e al loro uso nei vari contesti. La scuola è utile se si trova l’insegnante preparat* e motivat* la televisione, con i programmi cosiddetti di intrattenimento, rema contro.

Per fare un esempio molto recente, non è stato molto utile il giorno dell’attentato a Dacca far vedere la pianta del Bangladesh quando molti, anziani e giovani, non sanno dov’è questa nazione.

Ascoltando un giornale radio svizzero nelle previsioni del tempo può capitare di udire “A Sud, sulle Alpi…” e di certo dobbiamo fare un attimo di mente locale e rammentare che la Svizzera è a Nord della catena montuosa.

Questione di abitudine. La stessa che ci fa usare normalmente la tastiera del telefono, che va da 1 a * e quella di una calcolatrice che ha le cifre in ordine inverso senza problemi ma che ci chiede uno sforzo quando impostiamo il nome di una località nel navigatore perché le lettere sono in ordine alfabetico, quello al quale, invece, dovremmo essere più abituati.

Questione culturale, quella che per una volta offrì la RAI in occasione del disastro dell’Heysell, il 29 maggio 1985, quando mandò in onda la diretta senza alcun commento, le immagini erano sufficientemente eloquenti.

Molti lo stanno facendo per situazione meno drammatiche anzi, di svago, togliendo l’audio nelle corse di Formula 1 o nelle partite di calcio perché preferiscono la propria opinione a quella del commentatore.

Saper ragionare con la propria testa.