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OBBLIGO DIRITTO

13 Lug

Obbligodiritto

L’Italia è tristemente famosa per la sua pessima segnaletica stradale, tra le perle della quale brillano il cartello “TUTTE LE DIREZIONI” che non vuol dire niente se non in alcuni casi l’invito a non andare a sbattere contro il muro di fronte, e il segnale di limite di 50 k/ora ad ogni ingresso in autostrada con la didascalia solo in italiano “IN CASO DI NEBBIA”, che certo qualche perplessità suscita nel turista straniero che non capisce la nostra lingua. In altre nazioni i cartelli autostradali sono corredati dalla didascalia in inglese, in Italia ho visto solo il segnale sui pannelli a messaggio variabile “LAVORI IN CORSO – MEN AT WORK”.

Ecco a voi l’”OBBLIGO DIRITTO”, che, oltre ad essere un ossimoro (o vige un obbligo o vige un diritto), presumibilmente vuol rafforzare il divieto di svolta a destra già segnalato dal cartello stradale (freccia bianca in campo blu rotondo). Stati Uniti a parte, che usano pochi simboli preferendo la comunicazione scritta come fanno anche sulle monete dove il valore è espresso solo in lettere, la filosofia dei cartelli stradali, al pari delle icone su computer, tablet e smartphone, è di essere subito riconoscibili e con un messaggio univoco. A farne le spese fu un negozio, la cui esperienza è entrata nei manuali di e-commerce, che per essere originale nel suo sito di vendite on line anziché il carrello mise un’altra icona poco compresa dai potenziali clienti.

Tornando al cartello, esso è corredato da quattro segnalazioni, oltre al “titolo” di cui ho già detto. Per conformità anche gli orari dei giorni feriali e domenica e festivi avrebbero dovuto essere preceduti dalle icone standard come le altre. Di certo non è chiara la spiegazione dell’icona carico e scarico perché giuridicamente non esiste la residenza di un esercizio commerciale.

L’istituzione pubblica, l’ufficio tecnico di un comune in questo caso, deve porre la massima attenzione nell’emettere dei comunicati che sotto gli aspetti formale e sostanziale non si prestino a interpretazioni non volute dal legislatore.

L’augurio, che però non giustifica l’errore, è che qualcuno faccia caso che sulla strada come nella vita gli obblighi vengono prima dei diritti, ma questa è un’altra storia.

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ČERNOBYL’, CATTINARA E FAKENEWS

23 Giu

Nell’edizione delle 13:00 del 26 aprile 1986 il Tg1 diede la notizia del disastro alla centrale nucleare di Černobyl’ in Ucraina, nell’allora Unione Sovietica facendo vedere questa immagine.

ospedale cattinara

Con grande sorpresa i triestini riconobbero l’ospedale di Cattinara a Trieste e letteralmente intasarono il centralino della sede regionale della RAI per segnalare l’errore. La fotografia fu venduta, pare per venti milioni di lire, alla direzione di Roma del Tg1 facendola passare per quella della centrale nucleare da un fotografo francese poi scomparso.

La storia giornalistica è piena di articoli e didascalie costruiti su fotografie che nulla hanno a che vedere con gli argomenti o addomesticate secondo un determinato punto di vista, come quelle dei comizi dove basta pubblicare un certo particolare o un altro per dare la notizia vista da destra o vista da sinistra, come si diceva una volta, o visto dagli organizzatori e dalle Prefetture. Il caso più famoso è quello di piazza San Giovanni a Roma e si è giunti  alla conclusione che in un metro quadro più di tante persone non possono starci, quindi basta moltiplicare le persone per la superficie per dare il numero massimo dei presenti, che non corrisponde sempre con quanto dichiarato.

L’ultima strumentalizzazione di una fotografia pare l’abbia fatta il settimanale americano TIME a proposito dei bambini immigrati negli Stati Uniti pubblicando in copertina questa fotografia

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Questa è la disamina sul quotidiano La Stampa di Torino di oggi.

L’informazione è una cosa seria e se, da una parte può esserci – in ordine alfabetico – fretta, sciatteria o scelta determinata – di pubblicare un articolo falso o come in questo caso costruirlo su un’immagine che vuol dire altro, sta nel lettore, dalle previsioni meteo per decidere se recarsi o meno al mare alle cose più serie, verificare su più fonti la sua attendibilità. Anche se si tende a dare fiducia ai quotidiani e settimanali autorevoli l’errore più o meno macroscopico è sempre in agguato.

Viviamo nella società dell’immagine che molte persone per pigrizia prendono come verità, stando al gioco anche di molti pubblicitari, ma mai come questa volta il detto “un’immagine vale più di mille parole” va ribaltato.

ESPRESSIONI DI RINGRAZIAMENTO

14 Mag

Questo, in sintesi, è l’ultimo atto della fuga degli Israeliani dall’Egitto:

“Le acque tornarono e coprirono i carri, i cavalieri, tutto l’esercito di Faraone ch’erano entrati nel mare dietro agli Israeliti; e non ne scampò neppur uno. Ma i figliuoli d’Israele camminarono sull’asciutto in mezzo al mare, e le acque formavano come un muro alla loro destra e alla loro sinistra. Così, in quel giorno l’Eterno salvò Israele dalle mani degli Egiziani, e Israele vide sul lido del mare gli Egiziani morti. E Israele vide la gran potenza che l’Eterno aveva spiegata contro gli Egiziani; onde il popolo temette l’Eterno, e credette nell’Eterno e in Mosè suo servo.

Allora Mosè e i figliuoli d’Israele cantarono questo cantico all’Eterno, e dissero così: “Io canterò all’Eterno perché si è sommamente esaltato; ha precipitato in mare cavallo e cavaliere.

L’Eterno è la mia forza e l’oggetto del mio cantico; egli è stato la mia salvezza. Questo è il mio Dio, io lo glorificherò; è l’Iddio di mio padre, io lo esalterò

Questo cantarono gli Israeliti perché i cavalli di Faraone coi suoi carri e i suoi cavalieri erano entrati nel mare, e l’Eterno aveva fatto ritornar su loro le acque del mare, ma i figliuoli d’Israele aveano camminato in mezzo al mare, sull’asciutto.

E Maria, la profetessa, sorella d’Aronne, prese in mano il timpano, e tutte le donne uscirono dietro a lei con de’ timpani, danzando.

E Maria rispondeva ai figliuoli d’Israele: “Cantate all’Eterno, perché si è sommamente esaltato; ha precipitato in mare cavallo e cavaliere”. (Esodo, capitoli 14 e 15)

E Maria, la profetessa, sorella d’Aronne, prese in mano il timpano, e tutte le donne uscirono dietro a lei con de’ timpani, danzando”.

Lezione: Ci sono modi diversi di ringraziare il Signore e di esprimere la gioia, Maria e le altre donne scelsero la danza.

DI FATTI E DI OPINIONI

2 Mag

Anni or sono aspettando l’autobus rimasi coinvolto da pedone in un incidente senza gravi conseguenze. La fermata era di fronte ad una strada con obbligo di svolta a destra.

Durante i rilievi un agente mi domandò se stessi alla destra o alla sinistra del palo della fermata e di descrivere la dinamica dell’accaduto.

Alla prima domanda non seppi rispondere, alla seconda risposi dicendo che una vettura che scendeva da quella strada si inserì nel traffico girando a sinistra, provocando il tamponamento da parte della moto che finì sul mio piede. L’agente mi smentì dicendo che in realtà la vettura aveva fatto un’inversione di marcia.

La mia versione era dovuta non tanto dal fatto che una persona che attende l’autobus facilmente non si guarda in giro ma fa attenzione alla sua sinistra per vedere se arriva, ma piuttosto perché, conoscendo bene quella strada non era facile pensare ad un’inversione di marcia. La vettura, infatti, non era di Trieste.

Questo per dire che una cosa è la realtà, un’altra è la rielaborazione che ciascuno di noi ne fa.

Tutte le informazioni che riceviamo sono filtrate dalle nostre convinzioni, etiche, filosofiche, politiche, religiose.

Dovremmo imparare a scindere le due cose per esaminare i fatti con obiettività, adattandoli solo dopo alle nostre convinzioni, oppure se è il caso, ad essere pronti a modificare le nostre convinzioni.

Altrimenti, per citare l’esempio forse più famoso, ci troveremmo ancora su una Terra piatta con il Sole che sorge e tramonta.

“ABBI CURA”

27 Apr

Amalimperfetto

Ci sono delle espressioni che in un’altra lingua o in un dialetto sono più pregnanti ed esprimono il concetto in un modo che l’italiano non rende.

Una di queste, che mi piace molto, è l’inglese take care, che esprime molto di più del nostro abbi cura.

Quando il Signore domandò a Caino dove fosse Abele questi rispose, “Non lo so, sono forse il custode di mio fratello?”. Penso che il Signore gli avrebbe ribattuto, “Sì, lo sei, perché io ho affidato lui a te e te a lui in un rapporto di reciproci amore e solidarietà” se la tragicità del momento non avesse richiesto una risposta ben più dura.

Take care of yourself corrisponde al nostro riguardati, che va dalla raccomandazione della mamma premurosa di indossare la famosa maglietta di lana a occasioni più serie riguardante la salute.

(In Italia abbiamo conosciuto l’espressione I care durante una campagna elettorale. I care, mi interesso (di te) ).

Ma il semplice take care, usato come saluto di commiato fisico o in calce a un’e-mail (sì, anche a una lettera, esistono ancora 🙂 ) o alla fine di una telefonata tra due persone che si vogliono bene, esprime l‘ἀγάπη agapé, l’amore fraterno e la ϕιλία, l’amore fra amici che una persona prova per l’altra, a differenza del nostro ciao o del tedesco servus, che etimologicamente esprimono solo disponibilità.

Va usato con parsimonia, verso le persone care, proprio affinché non diventi banale come gli americani sono riusciti a fare con love, amore.

CAMBIA LE PAROLE, CAMBIERAI IL MONDO

22 Mar

C’era un cieco seduto in una via della zona pedonale con il suo barattolo per le offerte e il suo cartello “SONO CIECO. AIUTATEMI”.

Ogni tanto sentiva il rumore di un soldo, ringraziava e dopo averlo cercato lo metteva nel barattolo. Ben poca cosa, però, si sa… la gente va di fretta.

Passò oltre una persona (no, non il buon samaritano, una quasi), tornò sui suoi passi, prese il cartello, lo girò e scrisse qualcosa.

Fu così che quasi ogni passante lasciò una moneta.

Quando il passante tornò fu riconosciuto dal cieco che gli chiese cosa avesse scritto. Il passante lesse il cartello. C’era scritto “OGGI È UNA BELLA GIORNATA MA IO NON POSSO VEDERLA”.

Basta poco per convogliare un messaggio più efficace!

L’esempio forse più famoso è Gesù, quando disse di non essere venuto ad abolire la legge, ma a compierla. In Matteo 5 propose alcuni dei comandamenti principali. Non li annullò, anzi, li rafforzò, portandoli dal piano giuridico al piano etico. Questa è la forza dell’espressione “…ma io vi dico”.

A me però torna in mente l’apostolo Paolo quando ad Atene vide gli altari dedicato i vari dei dell’Olimpo, compreso quello “al dio sconosciuto”… non si sa mai. Racconta Luca che “fremeva nello spirito”.

Quando incontrò gli ateniesi all’Aeròpago, il luogo dove si riunivano per discutere, disse loro così,

“Ateniesi, vedo che nonostante tutta la vostra cultura, i vostri filosofi epicurei e stoici, non avete capito niente tanto che, pavidi come siete, avete costruito un altare “A un dio ignoto”. Siate seri e cercate di darvi una regolata! Io sono qui per spiegarvi proprio come funzionano le cose”.
Suona strano, eh? Un discorso così oltre che essere offensivo l’avrebbe lasciato solo, nella migliore delle ipotesi.
Questo è come in realtà andò l’incontro: “Allora Paolo, in piedi in mezzo all’Areopago, disse: “Ateniesi, vedo che, in tutto, siete molto religiosi. Passando infatti e osservando i vostri monumenti sacri, ho trovato anche un altare con l’iscrizione: “A un dio ignoto”. Ebbene, colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa: è lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio perché cerchino Dio, se mai, tastando qua e là come ciechi, arrivino a trovarlo, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come hanno detto anche alcuni dei vostri poeti: “Perché di lui anche noi siamo stirpe”. Poiché dunque siamo stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’ingegno umano. Ora Dio, passando sopra ai tempi dell’ignoranza, ordina agli uomini che tutti e dappertutto si convertano, perché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare il mondo con giustizia, per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti”. (Atti 17:22-31).
Paolo pose l’enfasi sulla qualità positive degli ateniesi “siete molto timorati degli dei”, e da questa realtà comincia ad evidenziare il loro errore e proporre loro la verità. Senza scendere a compromessi o mezze verità. Anche questo è farsi “giudeo con il giudeo e greco con il greco”, richiamando una sua espressione .
Diverso invece è l’atteggiamento di Gesù verso gli scribi e i farisei, che chiama “ipocriti”, perché loro sì conoscevano le Scritture.

Al giorno d’oggi quasi tutti i discorsi importanti non sono pronunciati “a braccio” ma sono studiati e scritti in anticipo, spesso uno speach writer che sceglie le parole giuste, le pause e tutto il resto”. Lo sappiamo perché spesso sono dati alle agenzie di stampa, e quando l’oratore stravolge il discorso preparato o aggiunge qualcosa si dice che “parla a braccio”, cioè improvvisa.

E noi? Coscienti o meno siamo tutti comunicatori, anche se non abbiamo mai parlato in pubblico o in un’occasione ufficiale. La vita umana è fatta di relazioni, e le relazioni iniziano con la parola.

Scegliere le parole giuste non è segno di ipocrisia o mancanza di spontaneità. In molte occasioni è importante, ed è sicuramente un valore aggiunto al pensiero che trasmettiamo.

Possiamo dire l’ineccepibile “TI VOGLIO BENE”, che però è un po’ abusato oppure “SEI IMPORTANTE PER ME”, che è la stessa cosa, ma trasmette certamente un messaggio positivo a chi lo riceve,

L’OMBRELLAIO

24 Nov

I nonni, ma non solo loro, ricorderanno di quando passava l’arrotino con il suo carretto tuttofare e la sua cantilena di richiamo con parole non sempre riconoscibili perché contava il suono, non ciò che diceva.

Tracce di questo servizio ambulante sono rimaste nei paesi dove, con mezzi più grandi e più attrezzati, girano per le strade i fruttivendoli e le massaie escono di casa in ciabatte e portafogli in mano, richiamando un’immagine da “La quiete dopo la tempesta” di Leopardi.

In una delle mie giornate al mare dell’estate scorsa all’improvviso udii l’annuncio “Ombrelli, si riparano ombrelli!”. Visto che in cielo non c’era una nuvola neppure a pagarla, pensai ad un avviso tra ambulanti abusivi, come il “Piove!” di Roma e conseguente fuggi fuggi quando qualcuno di loro vede arrivare la polizia.

Invece no, riparava proprio ombrelli, però non quelli da pioggia ma per ripararsi sole. Se avesse gridato “ombrelloni”, avrei capito subito.

Difetto di comunicazione o lacuna mia, che vado al mare uno o due giorni all’anno proprio perché si deve?