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SCRITTURA, GENERI LETTERARI E COSTUMI SESSUALI

2 Set

La Bibbia non è una Wikipedia spirituale, ma una raccolta di comandamenti e principi scritti secondo i generi letterari e i diversi momenti in cui vissero i redattori. Non possiamo, quindi, aspettarci di inserire una parola e trovare una risposta. Non troveremo nulla a proposito di “droga”, se non il comando di rispettare il proprio corpo. Alcune delle tematiche che ci troviamo ad affrontare oggi non sono trattate esplicitamente perché il problema non si poneva. Ma possiamo dedurre delle linee guida.

I costumi sessuali, prima e dopo la costituzione del popolo di Israele, che coincide con l’esodo dall’Egitto e la consegna dei dieci comandamenti, sono stati differenti nel tempo.

Alla creazione dell’uomo e della donna troviamo il comando “crescete e moltiplicatevi (letteralmente “crescete e siate molti)” che in un mondo di sette miliardi di persone va certamente ridimensionato.

Lot, a chi vuole abusare dei suoi ospiti, offre le figlie vergini. Sceglie cioè il male minore. A noi può non piacere ma le figlie erano proprietà del padre, e poi la moglie del marito.

Abramo, per giustificarsi, dice che Sara è sua sorella, il che è una mezza verità.

Sara, che era sterile, offre a Abramo la sua schiava affinché egli abbia un figlio da lei. Non si è trattato di adulterio, anche perché la moglie era conserziente, ma di una prassi.

La vedova senza prole andava in sposa ad un cognato, e il primo figlio sarebbe stato considerato figlio del morto per proseguire la discendenza. Questa prassi si chiamava “legge del levirato “.

Gli esempi potrebbero continuare.

Nella Scrittura non si trova alcun riferimento alla fecondazione eterologa nel senso moderno del termine perché, ovviamente, la scienza non la conosceva.

Però in un certo senso possiamo vederla nella scelta fatta da Sara e nella legge del levirato.

Leggo ciclicamente delle affermazioni polemiche, come quella che tira in ballo la fecondazione di Maria di Nazareth. Si è trattato di un miracolo, come miracolo è stata la gestazione di Sara in età non più fertile e altri casi. Certo, si è liberi o meno di crederci, ma non di farne un uso strumentale. Diverso è il fatto della sua perenne verginità, sia perché contraria ai costumi ebraici che volevano famiglie numerose, perché non se ne fa traccia nei vangeli nei quali invece vengono citati per nome i fratelli di Gesù, assieme alle sorelle, che l’editoria cattolica fino agli anni ’70 aveva cambiato in cugini e cugine (ora è rimasto nelle note).

La Bibbia non parla neppure di convivenza in contrapposizione al matrimonio, perché la convivenza stabile “era” il matrimonio. Non esisteva un termine per marito e moglie ma erano chiamati uomo e donna.

Non autorizza neppure la pratica dell’aborto – pratica invece abbastanza comune tra la nobiltà romana (da cui il termine “taglio cesareo”) – e ne parla solo come fatto incidentale.

Prima di chiedere per forza un avvallo o una negazione dalle Scritture, spesso in tono di sfida, è opportuno valutare questi elementi.

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VALORI

3 Ago

In questo mondo balordo fatto di odio e di violenza, aiutare una persona per strada o restituire un portafogli da atti normali sono diventati oggetto di notizia.

C’è da riflettere.

TUTTI SULLA STESSA BARCA

30 Lug

La prima volta che vidi un’agente con la mitraglietta fu davanti a Montecitorio, non eravamo abituati e mi fece pensare. Il servizio femminile era cominciato da poco.

La prima volta che vidi un’avvocata italiana con il velo fu durante il processo contro un uomo che nel pordenonese aveva ucciso la figlia che secondo lui si era adeguata troppo ai costumi occidentali.

La prima volta che feci caso a un carabiniere di colore fu il corazziere che hanno fatto vedere di guardia al Presidente della Repubblica.

Forse ne avrò visti prima, ma non ne ho mai fatto caso, così come non ho badato troppo alle differenze tra me e i miei due amici, uno filippino e l’altro nigeriano, ora tornati nei loro paesi, o alla signora con il velo addetta all’assistenza utenti della mia biblioteca di riferimento.

Non me ne faccio un vanto, se non per il fatto che esser vissuto a otto chilometri dal confine con l’allora ex Jugoslavia che gli americani di Aviano consideravano comunista e per noi era il confine più bucato d’Europa mi ha fatto capire la necessità dell’inglese come lingua franca e mi ha insegnato la comprensione dell’Altro, che può non pensarla come me.

Leggo molti twitt di solidarietà a Daisy Osakue che pongono l’enfasi sulla sua nazionalità. Li comprendo in questo momento di forte carica emotiva, come comprendo chi esalta le sue doti sportive, ma se fosse stata straniera, come i miei due amici, sarebbe cambiato qualcosa?

Quando capiremo, non lo chiedo ai violenti ma a tutti coloro che pensano che, come è scritto nel sottotitolo del libro Stranieri alle porte di Zygmund Baumand “Noi siamo un solo pianeta, una sola umanità”.

“CIAO, SONO SEMPRE IO”

16 Lug

Bello e delicato il film Chiamatemi Helen, trasmesso il 15 luglio da Rai2”.

Un padre vedovo va a prendere all’aeroporto, dopo un anno trascorso in America, il figlio Finn e  si ritrova di fronte una figlia, Helen.

La storia di un transessuale che fin da piccolo si sentiva nel corpo sbagliato. Film ambientato in Germania, non negli Stati Uniti, anche se la ragazza è stata un anno in California, sotto certi aspetti l’Olanda di oltre oceano. Le difficoltà di accettazione della nuova realtà da parte del padre, i problemi del ritorno nella sua città, nella sua scuola, lo scontro con la burocrazia dove è ancora registrato come maschio, non considerati da Helen mentre era in California. Difficoltà e problemi che con l’accettazione dell’altro, in questo caso di una nuova realtà, possono essere superati.

Film drammatico, che fa riflettere sulle nuove realtà sociali che si possono o meno condividere ma che le persone che pensano non posso fingere di non vedere.

COMPRENDERE L’ALTRO FA VIVERE MEGLIO

8 Lug

Fate caso a come si muovono veloci un branco di pesci o uno stormo di uccelli, senza che mai i componenti sbattano l’uno contro l’altro, come le Frecce Tricolori.

A differenza di queste che riescono a farlo con l’allenamento, quelli sono guidati da ultrasuoni. Meraviglia della natura che mi ha sempre affascinato.

Così è anche per le gocce d’acqua (non vale per i fiocchi di neve perché sono troppo leggeri). Quando piove cadono tutte assieme senza mai incontrarsi e se arriva una raffica di vento ne seguono tutte la stessa direzione, Però, se le osserviamo su una finestra o sullo cruscotto di un’automobile, perdono velocità e alcune si fondono l’una nell’altra.

Questo è il concetto di empatia dal termine greco εμπαθεία composto da en dentro e pathos sofferenza, ma anche sentimento, che nelle scienze umane corrisponde all’impegno di comprendere l’altro. Un impegno che non è simpatia, che proviamo verso le persone con le quali abbiamo qualche affinità.

L’empatia è un sentimento sociale, che ci aiuta a comprendere l’altro, anche rispettandone la diversità e la distanza, senza giudicarlo e continuando a dargli del lei, che però ci aiuta a vivere meglio. Forse anche noi, come le gocce d’acqua, dovremmo pensare di perdere un po’ della velocità della vita di tutti i giorni, perché la conoscenza si ha solo con l’incontro.

A proposito di diversità e distanza, in questi giorni molti di noi dimostrano empatia, pur non potendo far nulla in concreto, interessandosi al dramma dei ragazzi nella grotta in Thailandia.

(dedicato a una twitteramica di Milano)

DARE DEL LEI

30 Giu

Esiste un momento nella vita di un bambino in cui non crede più a Babbo Natale, così come ne esiste un altro in cui smette di dare del tu ai “grandi”, che diventano “adulti”, e dà loro del lei, anche se con quelli conosciuti nell’infanzia questo passaggio non avviene perché sarebbe ridicolo.

Dopo la separazione dal corpo della madre, prima con la nascita e poi con lo svezzamento, le altre tappe sono l’ingresso nella vita sociale con il trauma del primo giorno di scuola, che vede i genitori allontanarsi e il bambino alle prese con un mondo nuovo e senza la difesa parentale (un mio amico mi ha raccontato che mentre qualcuno piangeva, qualcuno era contento per la novità, lui, varcando la soglia dell’aula, ebbe la sensazione “qui mi hanno fregato!” 🙂 ).

In questo mondo, quello che una volta era il “signor maestro” o la “signora maestra” i rapporti sono ancora confidenziali, e il bambino, come fa con gli zii, li chiama “maestro Franco” o “maestra Lucia”, continuando a dar loro del tu.

Il vero cambio di registro linguistico avviene con l’ingresso nella scuola media, quando il maestro diventa professore e si aspetta che gli allievi gli diano del lei. Un passaggio verso una diversa considerazione dell’altro, fino all’età adulta nella quale il nostro giovanotto, e la nostra giovane donna, avrà imparato che esistono gli amici, i parenti, i vicini, i colleghi eccetera con i quali rapportarsi in modi e con linguaggi diversi.

Lo scorso 18 giugno un giovane ha dato del tu a Emmanuel Macron, presidente della Repubblica Francese, chiamandolo Manu. Macron non l’ha presa male ma ha tenuto a precisare che non erano su un Social Media ma in piazza per una manifestazione ufficiale e ha chiesto al ragazzo di chiamarlo Monsieur le President e dargli del lei (voi in francese), cosa che, se si ascolta l’audio, ha fatto anche il presidente nei confronti del giovane.

Nel mondo del lavoro succede spesso che, dopo le presentazioni ci si dia del tu tra colleghi, anche di aziende con cui si collabora di frequente. Nelle riunioni apicali o con terzi parti però Maria tornerà a essere la dottoressa Dei Tali.

Anni or sono assistei a un dibattito televisivo per un ballottaggio nel quale uno dei candidati, pur dando del tu al contendente, lo chiamava sempre per titolo e cognome mente l’altro insisteva a chiamarlo per nome. Questione di classe.

Come ho già fatto notare altre volte, nel nostro Mezzogiorno c’è chi anche tra i giovani dà ancora del voi e c’è chi abusa del tu famigliare o amicale trasformandolo in quel “tu pesano” che sovente è solo mancanza di rispetto.

Tornando al nostro bambino diventato ormai ragazzo, che poi è mio nipote che a settembre entrerà nella scuola primaria di secondo grado (vulgo scuola media), a parte il lei che già usa con gli adulti, tra le “istruzioni per l’uso nel cambiamento” sua madre gli ha insegnato a non chiamare “prof” gli insegnanti, ma professore o professoressa seguito dal cognome. Che dopo con noi e i suoi compagni esistano la prof d’italiano, il prof di inglese e l’odiatissima prof di mate e un’altra storia.

BARAK

28 Giu

In Terra degli uomini, il racconto di uno dei naufragi di Antoine Sant-Exupéry, l’autore racconta delle traversie della liberazione di uno schiavo, di come egli, dopo l’ebrezza della conquistata libertà avrebbe dovuto fare i conti in capo a tre mesi con la miseria di un un povero,ma libero. “Aveva il diritto di essere se stesso tra i suoi”.

– Su, vecchio Barak, va’ e sii uomo”

[…]

E noi facevamo gesti d’addio al nostro neonato di cinquant’anni, un po’ inquieti nel mandarlo verso il mondo

– Addio Barak!

– No.

– Come sarebbe a dire, no?

– Sono Mohammed ben Lhaoussin, Barak era il nome dello schiavo.

A differenza di noi, in cui è rimasta una traccia nel detto latino Nomen omen, il nome è un presagio, tra gli arabi così come tra gli ebrei il nome non viene imposto a caso o secondo la moda ma tenendo conto del suo significato. Durante la schiavitù Mohammed ben Lhaoussin non si sentiva una persona e poco gli importava se lo chiamavano Barak o in altro modo.

Dovremmo porre più attenzione anche noi, perché l’articolo 22 della Costituzione parla espressamente del diritto al nome. Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome”.