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STORIE DI BUS, DI IERI E DI OGGI

4 Feb

Per capire le cose di oggi, negli Stati Uniti come in Italia e altrove, è utile rileggere la storia di Rosa Parks, della quale oggi ricorre l’anniversario della nascita e del suo atto rivoluzionario, di Tom Robinson, ne Il buio oltre la siepe, ucciso “per errore” con una fucilata alla schiena, personaggio di fantasia, certo, ma molti romanzi prendono spunto da storie vere, o dei due giovani del Senegal e della Guinea, regolari in Italia, uccisi da un balordo al volante che candidamente ha detto di non essersene accorto, o del bambino rumeno rifiutato dalla madre perché non c’è posto nella roulotte – “non c’era posto per loro nell’albergo”, Luca racconta di Giuseppe e Maria a Betlemme la notte del parto di Gesù!” -, la storia sembra ripetersi.

Tornando a Rosa Parks, negli spostamenti urbani uso quasi esclusivamente il bus. Su una linea trovo i ragazzi del liceo italiano di lingua slovena che parlano tra loro senza essere capiti dagli altri, su un’altra degli indiani e pakistani dei centri di ricerca internazionali, su un’altra i pakistani di un centro di accoglienza, questi sì guardati con sospetto per qualche episodio del passato anche se ovviamente non sono tutti uguali, su un’altra ancora vengono guardate con curiosità delle donne mussulmane con i loro vestiti lunghi e il capo coperto.

Poi com’è successo a metà dello scorso gennaio dei ragazzi per un diverbio tra loro hanno sferrato un pugno in faccia a un settantenne che era lì per caso, ferendolo.

Si potrebbe fare una tesi di laurea sui comportamenti dei passeggeri del bus urbani tra i quali, riferito da una autista, quello degli uomini anziani che quando vedono arrivare un bus guidato da una donna nel 2019 (il dato è del 2018, ma poco sembra essere cambiato) aspettano quello successivo.

Quello di Rosa Parks fu un gesto di rifiuto della segregazione razziale, nella sua biografia ha scritto: “Molti dissero che quel giorno non mi alzai perché ero stanca. Ma non è vero. Ero invece stanca di cedere.” Segregazione  che sotto altri aspetti, verso lo straniero o comunque l’altro, è purtroppo ben presente tra noi.

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LE PICCOLE COSE CHE CONTANO

2 Feb

Antonio era lì, a fumare la sua sigaretta dopo il caffè sulla soglia del bar prima di andare al lavoro e come in un film vedeva scorrere davanti a sé la gente.

Qualcuno ha detto che alle sette del mattino il mondo è ancora in ordine, erano le sette e mezzo e la cittadina di provincia si stava animando, con i suoi colori, il suo traffico, i suoi rumori. In campagna il tempo è scandito dalle stagioni e dal movimento del sole, in città dal cambio delle vetrine dei grandi magazzini e dai picchi della circolazione stradale, frenetica a quell’ora e quasi assente dopo le nove.

In quella gente cercò di vedere delle persone, anche se non le conosceva. Luigi, che di lì a poco sarebbe entrato in fabbrica e avrebbe indossato la tuta, Giovanna che voleva essere una dei primi a ritirare la pensione in posta per paura che finiscano i soldi, Marco e Michela che tenendosi per mano si dirigevano, forse, verso la scuola e tante altre, ognuna con la propria storia, come Giulia, commessa in una profumeria che apre alle nove ma era già per via perché si sarebbe fermata a leggere alcune pagine del suo libro, nella sua borsa non ne manca mai uno, lontana si fa per dire dal traffico nel parco comunale.

Improvvisamente Antonio si rese conto che non aveva il diritto di cucire storie addosso a ignari passanti e si ritrovò a chiedersi cosa pensassero gli altri di quell’uomo fermo sulla soglia del bar, e questo pensiero lo accompagnò tutto il giorno.

Non era narcisismo, tanto meno un tentativo maldestro di introspezione, ma la presa di coscienza che nessuno è solo al mondo. Come un uccello che plana a cerchi concentrici cominciò a prima a chiedersi quante persone lo conoscessero anche solo di vista, restrinse poi il campo a coloro che conosceva lui, ai colleghi e amici, ai familiari, giù giù fino ai compagni di scuola, all’amichetta del cuore dei tempi dell’asilo.

In una cittadina di provincia nessuno passa inosservato, ogni persona lascia tracce del suo passaggio che a pensarci prima gireremmo tutti con guanti in lattice, non tanto per i sistemi di videosorveglianza le cui registrazioni sono cancellate dopo quarantotto ore, quanto nelle persone più impensate e lontane dalla nostra mente che per qualche ragione serbano un ricordo di noi.

Questo pensiero gli riaffiorò più volte nella giornata, ma era una persona per bene e come tale, senza presunzione, pensò che da qualche parte ma soprattutto in qualche persona uno o più ricordi belli li aveva lasciati, perché sì, i grandi personaggi passano alla storia, ma la vita è un puzzle di tante piccole cose, che sono quelle che contano.

A PROPOSITO DI SICUREZZA

12 Gen

Sicurezza non significa soltanto un esercito forte. Sicurezza, nella sua accezione più ampia, significa anche un’economia forte e stabile, una riduzione del divario sociale e una crescita della coesione interna, un buon sistema educativo, la legalità, l’identificazione dei diversi gruppi sociali con lo Stato e i suoi obiettivi,la scelta dalla parte delle élites di restare nel paese e contribuire al suo progresso…”

Scritto da David Grossman nel 2004 a proposito di Israele in Con gli occhi del nemico, ma a mio parere fotocopiabile per l’Italia nel 2019.

RAZZISMO

28 Dic

Per parlare di razzismo bisognerebbe conoscere la storia di Tom Robinson che, a differenza di Rosa Parks, Martin L. King e John F. Kennedy, è un personaggio di fantasia di un romanzo di Nelle Harper Lee basato sulla storia dei Scottsboro Boys, cosi come di fantasia ma tratti dalla realtà sono Renzo e Lucia del Manzoni o i fontamaresi di Ignazio Silone.

Perché il razzismo non è solo una questione di colore della pelle.

LA BELLEZZA DEL NATALE

27 Dic

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Dopo il disgusto provocato dal fiorire a dicembre, mai in aprile o agosto, della massa di 45XXX solidali come se gli altri mesi non contassero, dopo aver eliminato le email di auguri, magari perdendo qualche sconto in allegato ma fa nulla,

restano i messaggi di auguri sul telefono, via SMS , Telegram e WhatsApp che sono i più antipatici, da persone che li mandano a tutti, che neanche sanno di averti in rubrica e forse non sanno più chi sei, come l’artigiano cui tre anni fa avevi chiesto un preventivo.

I più antipatici sono quelli di amici e parenti che ti mandano un messaggio standard, così impersonale che si vede lontano un miglio che non è destinato a te ma a una mailing list in rubrica.

Quelli che per due anni di seguito ti domandano la data del tuo compleanno e poi per due anni di seguito non ti fanno gli auguri oppure quelli che ti chiedono il numero con un “dai, una sera andiamo a cena assieme” e poi non si fanno più sentire.

A qualcuno, soprattutto parenti, rispondi per il quieto vivere o per non turbare gli equilibri familiari, gli altri li cancelli dalla tua rubrica, così fai spazio nella memoria dello smartphone tanto, se vogliono, il tuo numero hanno dimostrato di averlo e, sempre se vogliono, possono sempre chiamarti a voce.

IL VALORE DI UN DONO

23 Dic

Quello dei regali a Natale ormai è un obbligo sociale – un po’ come la visita ai parenti quando si torna in paese che se si va a far visita a uno si offende l’altro – a cui sempre più persone tendono a sottrarsi, come abbiamo scelto di fare anche noi da molto tempo.

Personalmente, bambini a parte, ritengo che i regali non debbano rispettare date fisse a parte il compleanno che è una data soggettiva, ma nella coppia e, perché no?, anche verso amici con cui si ha uno stretto rapporto, i regali vadano fatti a sorpresa, senza alcun obbligo di reciprocità ma solo perché si è visto qualcosa di particolare, non necessariamente costoso e si è pensato che al nostro partner o a quel particolare amico o amica avrebbe fatto piacere riceverla, in una data qualsiasi nella quale una persona non si aspetta niente di particolare. Con ciò non escludo assolutamente, per non cadere nell’estremo opposto, quelle le ritualità per cui ad un invito a pranzo ci si presenta con un mazzo di fiori per la signora o con una bottiglia di buon vino.

Sulla valenza dei regali  un bel saggio è quello scritto dal filoso Theodor W. Adorno in Meditazioni sulla vita offesa e ben riproposto da Barbara Spinelli anni fa in questo articolo.

La mercificazione del regalo, e uso questo termine pensando a tutto ciò che ai tempi di Adorno non era ancora stato pensato, come la facoltà di pagare un sovrapprezzo per avere la priorità in una fila al museo o a uno spettacolo, ha raggiunto il suo apice con l’espandersi delle carte regalo (gift card, in inglese), come a dire che per me tu vali 25, 50, 100 euro, e poi veditela tu. Si può regalare una ricarica telefonica solo ad un adolescente, ma verso un adulto è squalificante.

Personalmente io regalo anche i miei libri – che poi magari ricompro per la mia biblioteca – perché ciò vuol dire sia che li ho letti sia che conosco i gusti delle persone alle quali li offro.

Anche le aziende hanno cominciato a tagliare i regali anche perché molti si trovavano con sei o sette agende sul tavolo. Più di qualche azienda e  libero professionista nei biglietti di auguri che debbono mandare, anche per una questione di immagine aggiungono il nome e il numero di c/c di una Onlus alla quale destinare i denari spesi eventualmente per il regalo.

Si dice sempre “basta il pensiero”. Basterebbe pensare a quanta verità c’è dietro questa espressione, che non esclude un regalo fisico, purché di costo contenuto, ma dice soprattutto che a e da una persona a cui si vuol bene prima di esso basta un sorriso, una telefonata, la rassicurazione che quando serve ci siamo, e viceversa.

FA QUELLO CHE TI PARE

17 Dic

(Pensiero prenatalizio)

Sabato sera mi son trovato di nuovo a spiegare a un romano un detto romanesco: “A una spanna da me fa quello che te pare”, che rammenta il più comune “vivi e lascia vivere” al quale fa compagnia.

Tutti e due sono l’elogio dell’intolleranza. Già il termine tolleranza denota un atteggiamento negativo, di sopportazione di qualcuno o qualcosa che non si può evitare, cosa diversa invece è la convivenza, anche senza condivisione delle idee ma nel rispetto reciproco.

Quando, dopo la morte di Abele l’Eterno chiese: “Caino, dov’è Abele, tuo fratello?”, questi rispose: “Non lo so. Sono forse io custode di mio fratello”. Lasciatemi pensare che, se il momento non avesse richiesto una risposta più dura, l’Eterno avrebbe ribattuto, “Sì che lo sei, perché io ho affidato te a lui e lui a te!”.

Mi piace notare come il termine prossimo, quello della parabola del buon samaritano, nelle traduzioni in inglese è reso con neighbour che vuol dire anche vicino di casa, quello o quelli con cui spesso litighiamo nelle riunioni di condominio o non salutiamo per le scale.

Non perché “a Natale siamo tutti più buoni” – lo si può fare con più calma anche a gennaio – proviamo a cambiare atteggiamento verso il nostro vicino, scambiando due parole sul pianerottolo o invitandolo “da noi” per un te o per una partita a carte in una domenica pomeriggio piovosa. Magari, chissà, troveremo una persona totalmente diversa di cui conoscevamo solo i nostri pregiudizi.