Archivio | febbraio, 2019

BUSSOLA DIGITALE PER NAVIGANTI CONSAPEVOLI

28 Feb

Bussoladigitale

Libro rivolto soprattutto ai genitori – ma anche a tutti adulti che hanno una connessione – che non sanno di preciso cosa sono il Web, internet e le dinamiche dei Social Media, e di conseguenza prestano poca attenzione all’uso che ne fanno i figli adolescenti, il che è un po’ come dar loro le chiavi della macchina senza che abbiano conseguito la patente. Da leggere assieme ai figli e da tenere a portata i mano, “in tasca”, come suggerisce il nome della collana.

Purtroppo la Polizia postale e la scuola ci dicono che i genitori spesso sono assenti sia nei confronti dei comportamenti dei figli sia nelle riunioni informative che pure, salvo problemi particolari, hanno un profilo basso, accessibile a tutti. I “gruppi WhatsApp” dei genitori più che uno scambio di informazioni non sempre ma molto spesso si sono rivelati piazze di pettegolezzi e denigrazione più che agorà costruttive.

Snello ma a tratti necessariamente tecnico e con una nutrita biografia, affronta il tema da quattro punti di vista. In un’epoca in cui alla cresima non si regala più l’orologio ma lo smartphone negare l’accesso alla Rete ai ragazzi produce l’effetto contrario, soprattutto in termini di isolamento dal loro gruppo. Bisogna stare vicini ai figli dialogando con loro con cognizione di causa, tenendo presenti le normative, le linee guida ma anche i consigli semplici degli esperti “fai questo, evita quello”, perché i pericoli principali nella navigazione in internet e nell’uso dello smartphone sono la leggerezza e il sentito dire non documentato che hanno portato all’esplosione immotivata del fenomeno dei sefie a discapito della fotografia ragionata fino ai noti casi di cyberbullismo.

Senza pregiudizi, perché anche un buon videogioco aiuta a pensare.

Il resto, per studio, lavoro o svago, una volta comprese le dinamiche, viene di conseguenza.

Il ricavato dalla vendita andrà al Comitato Nazionale Maculopatie Giovanili APRI Onlus.

STORIE DI MARE

27 Feb

Se solo mettessimo in pratica le cose di cui siamo convinti in teoria, metà del lavoro sarebbe fatto, perché leggere e studiare serve a capire, alzarsi ed agire, cominciando dalle famose piccole cose di ogni giorno, serve a dimostrare di aver capito.

SERENA BRUNO

23 Feb

lavoro

“Scusate se esisto”, film del 2014 riproposto ieri sera da Rai3 (già dato nel 2016 da Rai1) (visibile su RaiPlay) è la storia dell’architetta Serena Bruno rientrata in Italia da Londra, che per vincere un appalto per la riqualificazione di uno dei tanti “casermoni alveare”, è costretta a giocare sull’ambiguità del suo nome quando viene contattata come architetto Bruno Serena.

Commedia brillante, che tocca temi di attualità

  • i giovani che emigrano per lavorare

  • la nostalgia di casa

  • la crisi di identità e i disagi delle persone costrette a vivere nelle case popolari

  • l’eventualità dell’intrusione della famiglia nella vita di una persona adulta e indipendente

  • la disparità tra uomo e donna sul lavoro, con l’aggravante della possibile maternità

  • il servilismo nel mondo del lavoro

  • l’omosessualità

  • i bambini che capiscono molto di più di quanto pensiamo

Insomma, tanti spunti di riflessione per chi l’ha visto e per chi vorrà vederlo.

(post del 2016)

SINTESI DELLA COMUNICAZIONE

22 Feb

Sia il vostro parlare sì, sì, no, no, perché il di più vien dal Maligno”

Detto dal Figlio di Colui che dettò le dieci parole.

“SÍ, MA GLI ALTRI GIORNI NO!”

19 Feb

Il merito di Charles S. Schulz, il “papà” dei Peanuts, è di aver messo i discorsi, le gioie e le tensioni degli adulti in bocca ai bambini con la stessa finzione scenica di molti racconti per ragazzi che in realtà sono rivolti agli adulti e, ogni tanto, aver affrontato quei temi seri che molte persone preferiscono rimandare o non vedere. Come in questa vignetta di uno dei tanti “dialoghi” tra Charlie Brown e Snoopy.

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Il tema della morte è spesso evitato anche dai credenti, eppure essa non è in contrapposizione alla vita ma alla nascita. È un passaggio della vita che, fino al ritorno del Signore tutti affronteremo.

Un giorno ci toccherà morire”, dice pensieroso Charlie Brown. La replica di Snoopy “Certo, però gli altri giorni no”, racchiude in modo semplice la certezza del credente che si basa sulla promessa di Gesù “Chi crede in me anche se muoia vivrà” (Giovanni 11:25). Passiamo sì attraverso la morte fisica, ma per cominciare a vivere in un altro stato, quello spirituale che oggi possiamo solo immaginare e sul quale molti hanno fatto inutili speculazioni, un po’ come voler spiegare ad un bambino la sfericità della terra.

C’è solo una morte che dobbiamo temere, quella che nel Cantico di frate Sole Francesco d’Assisi chiama “morte seconda”, distinguendola da quella corporale che chiama sorella.

Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare: guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male”.

ROTTAMIAMO LE DONNE?

18 Feb

Nel principio Dio creò…” (Genesi 1:1), così cominciano le Scritture sacre per gli ebrei, limitatamente all’Antico Testamento, e per i cristiani anche per il Nuovo.

Poco più avanti troviamo la creazione dell’essere umano.

E Dio disse: “Facciamo l’essere umano a nostra immagine, a nostra impronta, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”. Dio creò l’uomo a sua impronta; a impronta di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra (Genesi 1.26-28)

[…] allora il Signore Dio plasmò l’essere umano con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’essere umano divenne un essere vivente. (Genesi 2:7).

Qualcuno avrà notato che ho scritto “essere umano” e non “uomo”, perché a differenza dell’ebraico (lingua dell’Antico Testamento) e del greco (lingua del Nuovo Testamento), l’italiano non ha un termine neutro, se non “persona” o “essere umano”, termini generici che superano il maschile inclusivo della nostra lingua.

Quindi la creazione non riguarda l’uomo maschio ma l’essere umano. Il racconto di Genesi 1 specifica le due identità di genere, quello di Genesi 2, più avanti, narrerà la creazione della donna alla pari con l’uomo. In ebraico ciò viene rimarcato anche dall’uso delle stesso termine (hish, uomo e hisha, donna, come dire uomo e uoma).

Tutto, ma proprio tutto, ciò che è accaduto dopo è responsabilità degli appartenenti al genere maschile, con le loro prevaricazioni e, se del caso, anche una certa interpretazione disinvolta dei testi da parte di chi avrebbe dovuto osservarli e non manipolarli.

Sono cose che ben si sanno, o si dovrebbero sapere, dall’aver insegnato la Scrittura e in generale l’istruzione con poche eccezioni ai soli uomini, passando per Ipazia, assunta a simbolo delle vittime della misoginia, via via nei secoli.

Tanto che una bambina, alla fine di una mostra d’arte, chiese alla maestra, “Ma perché i nomi sono solo di uomini?”.

Gesù di Nazareth, al di là delle fantasie dei vangeli apocrifi, rivalutò le donne permettendo loro di seguirlo intrattendosi a parlare al pozzo con la samaritana (Giovanni 4:4-27). I suoi discepoli infatti non si meravigliarono che parlasse con una straniera ma con una donna (verso 27), e quando fece riporre le pietre a coloro che volevano lapidare l’adultera (non perché così voleva la Legge, ma per metterlo in difficoltà) (Giovanni (8:1-11).

Paolo apostolo, ingiustamente definito misogino, non sovvertì l’ordine sociale e disse che a quei tempi era opportuno che le donne tacessero nelle assemblee, perché avrebbero provocato confusione a causa dell’ignoranza in cui erano tenute e riconosce la patria potestà sulle figlie , così come sui figli, ma esprime il meglio del suo pensiero quando scrive che il marito è padrone del corpo della moglie ma anche viceversa (1a Corinzi 7:4). Questo sul piano sociale e di coppia, ma per quanto riguarda la spiritualità ricorda che “non c’è dunque più giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna, ma tutti siete uguali” (Galati 3:28). Tentate di leggere questi passi con la mentalità del 1° secolo d. C.

Sì, certo, sappiamo di alcuni stimati teologi, tra i quali spicca Agostino d’Ipponia, che vedevano la donna solo come una consolazione dell’uomo e una fattrice, considerando l’atto sessuale una sorta di peccato giustificato ai soli fini della procreazione. La chiesa cattolica per molto tempo ha identificato il cosidetto peccato originale con l’atto sessuale, mettendo in crisi molte persone, per lo più donne.

Scrivo queste note, già scritte e riscritte più volte, in risposta alla dichiarazione di tempo fa del “Consiglio dell’Ideologia Islamica” che vede anti Islamica l’esistenza stessa delle donne.

E si parlava di Tommaso d’Aquino!

All’inizio di questa nota ho scritto che le Sacre Scritture sono tali per gli ebrei e i cristiani. L’ho precisato perché più di qualcuno insiste a parlare delle “tre religioni monoteistiche”.

A chi non ha dimestichezza con la Bibbia suggerisco di leggere la storia di Abramo, in Genesi, di come abbia avuto un figlio, Ismaele, dalla serva (tutto legale, a quei tempi, non è questo il punto), e successivamente l’erede, Isacco, dalla moglie.

La sua discendenza passa per Isacco e non Ismaele. Questi, allontanato assieme alla madre, formerà il popolo arabo (non ancora islamico).

L’Islam inizia nel 610 d. C. e si propone come una nuova rivelazione, che nulla ha a che fare con l’ebraismo e il cristianesimo, tanto è vero che manipola la stessa Scrittura, affermando che in Genesi Abramo sarebbe stato pronto a sacrificare Ismaele – che non era con lui! – anziché Isacco.

Del ruolo subordinato della donna nel pensiero islamico forse non occorre parlare, visto che nella sura (capitolo) “del Misericordioso” si parla del paradiso con le vergini a disposizione degli uomini.

Non stupisce pertanto una decisione come quella pakistana, ma fa male pensare a questa ulteriore umiliazione di tante donne e a come reagiranno i tanti musulmani onesti costretti loro malgrado ad adeguarsi.

CREDERE È OBBLIGATORIO?

14 Feb

“A cosa crede chi non crede?”, Zygmunt Bauman in “Žycie Duchowe” (Vita spirituale), 2000.

Provocazione o ossimoro?

DISCORSI SCOMODI

10 Feb

Detesto quell’usanza nel mondo evangelico e protestante che, con un neologismo di cui mi assumo la paternità definisco versetteotologia, cioè l’arte di coloro che sostengono le loro tesi citando la Scrittura con versi estrapolati qua e là dal loro contesto facendo assumere loro un significato spesso molto lontano da quello inteso dagli scrittori ispirati, un po’ come i titoletti delle diverse edizioni della Bibbia.

Do per scontato, anche se purtroppo so che nella realtà non è così, che ogni credente ha una buona conoscenza della Scrittura, perché è la base della sua fede e della sua crescita spirituale.

Non si tratta di emulare gli ebrei, uomini, che a tredici anni conoscevano la Torah a memoria. I tempi e i mezzi sono cambiati e certamente non è il caso impararla a memoria, una copia della Bibbia in italiano costa pochi euro e tutta la Bibbia sta su uno smartphone in pochi Mb. Mi piace molto l’espressione dell’autore di Ebrei quando scrive “Qualcuno ha scritto in qualche parte” citando un passo di Isaia, a specificare che non sempre serve citare la fonte.

Si tratta piuttosto di conoscerne la struttura, dove e soprattutto perché trovare questo o quello. Certo, conoscere i testi fondamentali aiuta, e questo si può e si deve fare anche insegnandolo ai bambini, perché è nostra responsabilità dare un’educazione alle nostre figlie e ai nostri figli, senza peraltro imporla.

Si tratta anche di non affidarsi ad una sola traduzione – che molti ritengono quasi ispirata – perché ha in essa tutti i limiti culturali del traduttore, che non fanno parte dell’ispirazione del testo.

Il paradosso è che da Lutero in poi credenti si sono battuti per il libero esame della Bibbia, cosa non scontata in Italia fino agli anni ‘70 del secolo scorso, ma quanti sono ora i credenti che la leggono con costanza e quanti, soprattutto, coloro che la studiano? Se superato lo scoglio storico-linguistico continuiamo a dire che la Scrittura è difficile, entriamo in quel gioco pericoloso che autorizza interpreti più o meno ufficiali, ma sempre detentori della Verità e quindi mediatori da noi delegati, come gli ebrei finirono con l’autorizzare gli scribi e i farisei con le conseguenze che sappiamo.

Ritengo che vada rivisto tutto l’attuale “essere chiesa”, intesa come comunità e non istituzione.

La chiesa non è un monolite costruito come un patchwork mettendo assieme i brani in cui Luca nel libro degli Atti e l’apostolo Paolo ne scrivono. È,piuttosto, una realtà dinamica, mutevole nel tempo e nello spazio.

Le comunità che troviamo negli Atti e nelle lettere di Paolo ma anche l’esempio delle sette chiese dell’Apocalisse ci presentano realtà molto diverse tra loro, con stili di vita e tradizioni differenti, che trovano l’unità nella fede in Cristo dei loro membri. Il cosiddetto Concilio di Gerusalemme di Atti 15 ne è la dimostrazione. Mette infatti d’accordo il pensiero giudaico-cristiano e quello etnico-cristiano senza appiattire nessuno dei due, e dei tre divieti imposti in quell’occasione ne sopravvive solo uno, quello relativo ai disordini sessuali, che prescinde da quella decisione e dalle tradizioni più strettamente ebraiche.
In questa luce va letto ciò che Paolo scrive ai Corinzi, lettere che sono state spesso strumentalizzate per far dire all’apostolo le cose più diverse.

Qual è la discriminante per considerare alcune imposizioni superate, magari a metà, del Nuovo Testamento, cito ad esempio il velo, e altre no, come la sottomissione della donna nella comunità? In altre parole, quale legame di civiltà esiste tra il primo e il ventunesimo secolo dopo Cristo? Le donne di oggi sono ignoranti come quelle del primo secolo?

Ricordiamo piuttosto che la chiesa è stata costituita sulle realtà delle parole di Pietro, “tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Tutto il resto, anche alcune direttive di Paolo, è burocrazia, intesa come organizzazione, che viene dopo e non è detto che oggi serva. Pensiamo all’insuccesso della comunione dei beni nella chiesa di Gerusalemme e alla conseguente necessità di una colletta di sostentamento.

Gesù promise che dove due o tre sono riuniti nel suo nome sarebbe stato in mezzo a loro, questo è essere chiesa. Gli olandesi invece usano dire che un cristiano è un credente, due formano una chiesa, tre producono una divisione, ed è quello che sta succedendo anche in Italia da troppo tempo.

Lasciando da parte i grandi raduni americani di risveglio evangelico degli anni ’70 che spesso in buona fede rammentavano i movimenti hippy nel famoso raduno di Woodstock del 1969, e il fenomeno dei telepredicatori, molti dei quali ne hanno fatto un business, come in altre realtà anche la spiritualità, l’essere chiesa, ha assunto anche un’altra dimensione. Di certo non le chiese nazionaliste (d’Inghilterra, di Scozia, di Norvegia eccetera) o peggio le chiese segregazioniste di colore tuttora esistenti negli Stati Uniti.

Ma poiché siamo umani una certa empatia, che non è quella “io son di Paolo, io di Apollo e io di Cefa” di 1a Corinzi 1 e non nega le fondamenta dell’unità ma le esprime in altro modo, va messa in conto.

Spesso si è chiesa, si è cioè comunione con credenti solo fisicamente lontani, ma con una forte unione nello Spirito, e poco importa se ci si incontra di persona solo di rado. Se Gesù, o l’apostolo Paolo, avesse avuto a disposizione i mezzi di comunicazione e i Social Media di oggi, li avrebbero certamente usati. Lo Spirito, ricordiamolo, soffia dove vuole, sta a noi coglierne l’attimo.

Quando Giosia, re d’Israele, trovò i rotoli della Legge e si avvide che il popolo aveva deviato dalla volontà del Signore, non cominciò con i “ma” i “se” e i “forse”, i “vedremo”, ma si pentì e distrusse tutto ciò che aveva contribuito all’allontanamento di Israele dal Signore, si mise in preghiera e in ascolto e ricostruì il rapporto con l’Eterno.

Dobbiamo imparare a farlo!

La nostra civiltà progredisce a tappe di rivoluzioni – se siano evoluzioni o involuzioni si può giudicare solo a posteriori -. Per sommi capi i più recenti macro cambiamenti sono stati conseguenza della scoperta dell’America, dell’invenzione della stampa a caratteri mobili, dell’illuminismo e della rivoluzione industriale. Veri e propri “terremoti culturali” che hanno portato dei vantaggi e contemporaneamente hanno posto delle nuove domande.

Dalla seconda metà del secolo scorso ne stiamo vivendo un’altra che ha toccato quasi tutti i campi della nostra vita – etica, sociale, politica, tecnologica, sanitaria – ponendoci dei nuovi interrogativi cui, come credenti, dobbiamo saper rispondere, o almeno tentare di farlo.

Di certo non troveremo una risposta chiara e univoca nella Bibbia, perché quei temi allora non si ponevano. La Bibbia non è un “prontuario medico” della fede, ma una raccolta di principi.

Alcuni di questi temi, come il prolungamento della vita grazie alle scoperte mediche o un diverso approccio rispetto a quello dell’apostolo Paolo all’omosessualità, che ora sappiamo essere non sempre un vizio, che come tale va condannato, ma anche un fattore di nascita che va rispettato, altri hanno solo cambiato nome.

Formalmente la schiavitù è stata abolita e in Italia è un reato, ma uno schiavo pedagogo di Roma era un signore rispetto ai raccoglitori nei campi del foggiano.

Altri temi sono nuovi, come il concetto di guerra preventiva inventato da George W. Bush e che neanche strateghi romani come Cesare o Adriano erano riusciti a concepire, le grandi migrazioni dall’est e dal Magreb e dal vicino oriente, che ci trovano tuttora impreparati e l’etica negli affari dopo il crollo delle borse del 2008, assieme a tutti i temi etici e pratici sui quali i nostri giovani, sbandati anche dall’incertezza del loro futuro, si interrogano e ci interrogano. Domande a cui dobbiamo saper dare una risposta per non deludere la fiducia che pongono in noi che vedono, prima che nell’Eterno che non vedono.

Non sono certo temi da “Bar dello Sport”, ma non si può rispondere con un no aprioristico, come alcuni fanno parlando di “principi non negoziabili”.

Questa è politica dello struzzo.

AMOS

9 Feb

Ecco ciò che mi fece vedere il Signore Dio: il Signore stava sopra un muro tirato a piombo e con un filo a piombo in mano. Il Signore mi disse: “Che cosa vedi, Amos?”. Io risposi: “Un filo a piombo”. Il Signore mi disse: “Io pongo un filo a piombo in mezzo al mio popolo, Israele; non gli perdonerò più. Saranno demolite le alture d’Isacco e saranno ridotti in rovina i santuari d’Israele, quando io mi leverò con la spada contro la casa di Geroboamo”.
Amasia, sacerdote di Betel, mandò a dire a Geroboamo, re d’Israele: “Amos congiura contro di te, in mezzo alla casa d’Israele; il paese non può sopportare le sue parole, poiché così dice Amos: “Di spada morirà Geroboamo, e Israele sarà condotto in esilio lontano dalla sua terra””. Amasia disse ad Amos: “Vattene, veggente, ritrati nella terra di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare, ma a Betel non profetizzare più, perché questo è il santuario del re ed è il tempio del regno”. Amos rispose ad Amasia e disse:
“Non ero profeta né figlio di profeta; ero un mandriano e coltivavo piante di sicomòro.Il Signore mi prese, mi chiamò mentre seguivo il gregge.Il Signore mi disse: Va, profetizza al mio popolo Israele”.
Come rammenta anche Qohelet 3 “un tempo per tacere e un tempo per parlare” arriva il momento in cui bisogna alzare la voce e denunciare i malaffari, con garbo, legalmente, ma con decisione, anche se ci sarà chi vorrà mettere a tacere la verità volgendosi

BASTA UN ATTIMO

5 Feb

Eravamo giovani, sposati da poco, e Flavio figlio unico più giovane di noi quando litigava con i suoi genitori veniva a trovarci. Ci aveva eletto una sorta di famiglia-bis. I suoi genitori lo sapevano e ne erano contenti.

Un Natale sapevamo che sarebbe dovuto andare a Napoli ma lo incontrammo da amici comuni a Lecce, perché aveva messo gli occhi su una ragazza di lì. Gli chiesi se i suoi lo sapessero, mi disse di no, lo accompagnai a una cabina e lui candido disse a sua madre “Ciao mamma, sono a Lecce, con ardovig e Cos”, come avesse detto: “Butta la pasta che sto arrivando”.

Poi successe. Successe, che da figlio unico di genitori iperprotettivi come succede a molti, un sabato pomeriggio prese il ciclomotore del cugino, che non sapeva usare, non fece ritorno presso gli zii e lo ritrovarono il giorno dopo in un fosso.

Ricoverato al Traumatologico di Udine, quando andai a trovarlo era in un letto di quelli inclinati di 45°, ma si scusò perché non sarebbe potuto venire in campeggio con noi. “Sta come un cristo in croce”, pensai senza dirglielo “e pensa a scusarsi”.

Perse l’uso degli arti inferiori ma riuscì ad accettare il fatto e cominciò a fare dei progetti per il suo nuovo stato di vita.

Dagli amici di qua e di Lecce ricevette molte telefonate e lettere di sostegno e incoraggiamento.

Quaranta giorni dopo l’incidente ebbe un’emorragia interna e morì. All’orazione funebre, da credente, invitai a non pretendere di comprendere ma di accettare i disegni del Signore, che vanno oltre la nostra condizione umana.

Scrivo questi ricordi che non ho potuto evitare pensando a Manuel Bortuzzo, che non camminerà più la cui vita, prima della carriera sportiva, è stata spezzata da un colpo di pistola che gli è arrivato per caso.

Mi fermo qui, per me è facile perché dopo questo post mi alzerò e andrò a sedermi in poltrona, cosa che Manuel non potrà più fare.

Per quel che vale da uno sconosciuto, ti lascio un forte abbraccio, Manuel!