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MEÐIUGORJE E DINTORNI

14 Ago

Poteva mancare alla vigilia di ferragosto, o festa dell’Assunta secondo alcuni, un tre quarti di pagina sulle infiltrazioni camorristiche a Međiugorje? L’ha pubblicata Il Piccolo di Trieste che cita il Mattino di Napoli.

Camorra o meno, lo stesso capo del Vaticano si è espresso sulla faccenda tre anni fa, dicendo chiaramente che questa non è “identità cristiana”, così come la Sacra Sindone, di cui parlano periodicamente, ammesso che non sia un falso non è assolutamente probabile che sia stato il lenzuolo di Gesù di Nazareth, così come il Vaticano ha riconosciuto che non è mai esistito un  San Gennaro, quindi neppure il suo sangue, e ha lasciato libertà di devozione ai napoletani, dando così un ottimo esempio di coerenza. Rammentate la madonna di Civitavecchia, questa sì smentita dal Vaticano, quando alcuni sostennero che le lacrime erano comunque della statua anche se fu provato avere un DNA maschile?

La fede, quella vera, non ha bisogno di prove tangibili, è questo il monito che Gesù diede all’apostolo Tommaso, quello che voleva assolutamente vedere.

Quanto a Međiugorje, paesino dell’Erzegovina di 2500 persone ha visto, dopo le presunte apparizioni, un forte incremento anche turistico, al pari di Loreto, dove dicono fu miracolosamente trasportata la casa natia di Maria di Nazareth, e altre località a vocazione religiosa, tanto che negli anni 80, ai tempi della Jugoslavia, fu edito un volantino che  reclamizzava senza il luogo far alcun accenno alla madonna e alle sue apparizioni.

Come si dice, business is business, anche croato bosniaco.

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“BEATI GLI OPERATORI DI PACE”

8 Lug

La prima “Giornata internazionale di preghiera per la pace”, organizzata da Giovanni Paolo II, si tenne il 27 ottobre 1986 ad Assisi, con rappresentanti di diverse religioni in cui, in una sorta di Woodstok religiosa, ognuno che pregava il suo dio. Già questo dovrebbe far pensare, perché invitare ciascuno a pregare il proprio dio è in contrasto con il giudaesimo prima e con il cristianesimo poi che riconosco uno e un solo Dio.

Grandi radunate, o incontri al vertice, come quello di ieri a Bari dimenticano che Gesù di Nazareth chiamò beati coloro che si adoperano alla pace, spesso senza far rumore, mettendoci la faccia come molte delle Ong tanto criticate in questi giorni o, per restare nel conflitto in terra di Palestina, la cantante israeliana Noa o lo scrittore, sempre israeliano, David Grossman che dopo la morte sul fronte del figlio ha voluto descrivere la guerra con gli occhi del nemico, che diventò il titolo di un suo libro.

La guerra si prepara a tavolino, ne sapevano qualcosa tutti i nostri meridionali mandati dal 24 maggio 1915 al 4 novembre 1918 sul fronte contro l’Austria Ungheria senza spiegare loro perché. Significativo pur se non riguarda l’Italia è il libro “Niente di nuovo sul fronte occidentale” nell’ultima pagina che gli dà il titolo.

La pace si costruisce giorno per giorno, dal basso, con le persone, non nelle stanze segrete degli “incontri riservarti” che ci sono stati anche ieri e che spesso sfociano spesso in un do ut des, con interessi che se serve, per la machiavellica ragion di stato, schiacciano le persone.

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”. Questo non esclude la preghiera per la pace, fatta senza ostentazione, nella nostra cameretta dopo aver chiuso l’uscio. Il resto è ricerca, spesso inutile, di visibilità.

LAODICEA SONO IO

1 Lug

Della comunità di Laodicèa, cittadina nell’odierna Turchia, non sappiamo nulla salvo un saluto di Paolo e dell’esistenza di una lettera da lui mandata e andata perduta, “Salutate i fratelli di Laodicea e Ninfa con la comunità che si raduna nella sua casa. E quando questa lettera sarà stata letta da voi, fate che venga letta anche nella Chiesa dei Laodicesi e anche voi leggete quella inviata ai Laodicesi. (Col. 4:15-16)

iGiovanni, l’autore dell’Apocalisse (traslitterazione del termine greco che significa rivelazione), il libro profetico del Nuovo Testamento assieme a qualche brano qua e là, come quello famoso di Matteo 24, la pone tra le sette chiese agli angeli delle quali manda un messaggio. L’unica che non riceve alcun segno di lode dal Signore, ma una riprovazione assieme all’invito al ravvedimento.

All’angelo della chiesa di Laodicea scrivi: Così parla l’Amen, il Testimone fedele e verace, il Principio della creazione di Dio: Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo . Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. Tu dici: “Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla”, ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità e collirio per ungerti gli occhi e ricuperare la vista. Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo. Mostrati dunque zelante e ravvediti. Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese”. (Apocalisse 3:14-22).

Il comando che leggiamo in Giosuè “Non si allontani dalla tua bocca il libro di questa legge, ma meditalo giorno e notte, perché tu cerchi di agire secondo quanto vi è scritto; poiché allora tu porterai a buon fine le tue imprese e avrai successo” (Giosuè 1:8), è un’iperbole che rende bene l’idea. Non va presa alla lettera, dobbiamo pur lavorare, mangiare, divertirci e dormire, così ci viene domandato di essere seri in tutte le occasioni della nostra vita.

Però ci viene chiesto  di non essere “cristiani della domenica” ma di avere un comportamento coerente con ciò che crediamo. L’affermazione che udiamo spesso “da cristiano farei…” è già una spia rossa che qualcosa non va. Un credente vive in un solo modo, da cristiano.

Il testo di Apocalisse citato è rivolto idealmente a una comunità, ma una comunità è composta da persone, da te e da me, e può essere letto anche in chiave personale.

Ognuno faccia le sue proprie riflessioni e verifichi, per restare nella metafora a qual livello di temperatura, è la sua fede, il suo impegno con il Signore, rammentando che, come facciamo con i nostri figli, i rimproveri sono a fine educativo, e il Signore sta bussando alla nostra porta, se qualcosa non va.

DI CONVIVENZA, TOLLERANZA E CONDIVISIONE

9 Mag

Leggo su Il Piccolo di ieri che il comune di Monfalcone ha bloccato per insufficienza della documentazione la costruzione della Centro culturale islamico in capo e proprietà dell’Associazione Baitus Salat. Non entro nel merito dei dettagli tecnici per incompetenza e aspetto che il direttore lavori e il presidente del associazione islamica producano al comune la documentazione suppletiva richiesta.

In chiusura dell’articolo noto però il richiamo della prima cittadina all’articolo 8 della Costituzione:

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze”

Secondo l’interpretazione della sindaca non sono possibili organizzazioni i cui statuti contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. Il riferimento da lei sostenuto è alla poligamia, alla pena di morte per adulti e omosessuali, alla superiorità dei musulmano sul non musulmano, nonché dell’uomo rispetto alla donna. La sindaca ricorda ancora come la Costituzione, «prevede che i rapporti delle confessioni religiose con lo Stato siano regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze. Un patto d’intesa da sottoporre alla Camera dei deputati».

Fatti salvi i timori seguiti all’11 settembre e i fenomeni di radicalizzazione islamista, cosa ben differente dall’islam moderato di cui stiamo parlando, presenti anche in internet, e che, come abbiamo visto anche ultimamente sono ben controllati e sventati dai servizi di intelligence italiani, dovremmo essere lontani dai tempi dei casi di via Jenner a Milano.

Esiste una proposta di intesa tra lo Stato italiano e le comunità islamiche ferma da tempo per motivi tecnici rappresentati dalla difficoltà di trovare un interlocutore unico, come per esempio per le Chiese valdesi e metodiste è il moderatore della Tavola Valdese (gli stessi valdesi hanno dovuto attendere fino al 1848 per vedere riconosciuti i loro diritti) ma questo non inficia l’art. 19 della Costituzione:

Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume”.

Tanto più che esistono diverse moschee in Italia, tra le quali quella di Roma, e il Ministro dell’interno nel febbraio dello scorso anno ha annunciato che si sono fatti passi avanti verso l’intesa.

Rattrista, dunque, questa presa di posizione che, partendo da questioni di carattere urbanistico, prendono di mira una comunità.

Sembra di essere ritornati ai tempi di Peppone e don Camillo quando il prete pretendeva che la costruzione delle nuove case popolari non fosse un pretesto per demolire una cappella votiva e il sindaco che faceva di tutto per abbatterla. Come si sa, però, i battibecchi tra i due finivano sempre con un accordo, spesso un compromesso che, ricordiamo, non è una brutta parola. Ho scritto l’altro giorno di come Primož Trubar si avvicinò al luteranesimo mentre era ospite dal vescovo cattolico di Trieste.

Convivenza non è sinonimo di tolleranza, che ne esalta gli eventuali aspetti negativi, né necessariamente di condivisione, perché non è obbligatorio accettare le idee altrui, ma accettazione delle diversità, come, racconta Ivo Andrić ne Il ponte sulla Drina, fiume che attraversa la cittadina bosniaca di Višegrad, il prete, il rabbino e l’imam, terminate le rispettive funzioni, si riunivano volentieri per un caffè assieme e uno scambio di idee.

Ciò anche in ossequio dell’art. 3 della Costituzione:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Questo articolo non si applica ovviamente ai bengalesi presenti a Monfalcone in quanto non italiani ma, rammentiamo, i mussulmani sono il secondo gruppo religioso in Italia, e tra loro molti sono italiani.

CINQUE DONNE

25 Feb

Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo. Così comincia la genealogia di Gesù secondo Matteo, che parte da Abramo, capostipite degli ebrei. Una genealogia incompleta e simbolica, divisa in tre gruppi di sedici persone.

In tutta questa lista di nomi di uomini – sono essi quelli che contano – sono nominate cinque donne, Tamàr, Racàb, Ruth, la “vedova di Uria” e Maria di Nazareth. Donne sicuramente diverse tra di loro, per epoche e destini, ma lasciano un segno nella storia di Israele. Sappiamo che quella biblica non è solo una storia di gente per bene, almeno secondo il giudizio comune. Pensiamo alla facilità con cui Esaù cedette la primogenitura, il racconto del fatto si conclude con la considerazione “Tanto poco stimò Esaù la primogenitura”, o l’inganno con cui Giacobbe estorse la benedizione dal padre Isacco.

La prima donna, Tamàr, era la moglie che Giuda, fratello di quel Giuseppe venduto per invidia a una carovana di egiziani, aveva preso per il primogenito Er, come leggiamo in Genesi 38. Dopo la morte dei primi due figli, Giuda licenziò Tamar, che avrebbe avuto il diritto di sposare il più giovane, invitandola a tornare a casa di suo padre come vedova, per paura che anche il terzo figlio morisse. Che le donne portino sfortuna!? Tamar, per rivendicare il suo diritto, un giorno che Giuda salì dalle sue parti, si coprì fingendosi prostituta per passare una notte con lui nel tentativo, riuscito, di rimanere incinta di lui. Giuda fece una pessima figura, ma da quell’incontro nacquero due gemelli, il primo dei quali fu chiamato Perez, che ritroviamo in Matteo 1 con il nome di Farez.

La seconda donna della genealogia è Racàb. Di lei leggiamo in Giosuè 2, quando nascose gli esploratori mandati a Gerico da Giosuè. Potremmo avere molto da dire su questo tradimento verso il re di Gerico, che ella mise in atto per salvare la sua famiglia, ma la Scrittura ci dice che lo fece perché aveva riconosciuto la sovranità del Signore.

Di Ruth potremmo anche non parlare, tanto è famosa la sua promessa, “Ma Ruth replicò: “Non insistere con me che ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch’io, e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio. Dove morirai tu, morirò anch’io e lì sarò sepolta. Il Signore mi faccia questo male e altro ancora, se altra cosa, che non sia la morte, mi separerà da te”. Spesso è usato nei matrimoni, in realtà è detto, cosa non da poco, da una nuora a una suocera!

Tornate assieme al paese di Bet Lehem – che conosciamo meglio con il nome di Betlemme – Ruth comincia a lavorare come spigolatrice per Booz, un coltivatore del posto che scopriremo essere suo parente alla lontana. Questi la prende in ben volere perché ha udito parlare della sua fedeltà alla suocera, e finisce per sposarla.

È interessante notare che una storia da cronaca rosa come questa sia stata inserita nel canone ebraico, così come è stato inserito il Cantico dei Cantici, che, prima di una eventuale lettura in chiave spirituale, è una bella storia d’amore che sarà servita di insegnamento ai giovani.

Alla nascita del figlio di Booz e Ruth,le donne dissero a Noemi: “Benedetto il Signore, il quale oggi non ti ha fatto mancare uno che esercitasse il diritto di riscatto. Il suo nome sarà ricordato in Israele! Egli sarà il tuo consolatore e il sostegno della tua vecchiaia, perché lo ha partorito tua nuora, che ti ama e che vale per te più di sette figli”. Noemi prese il bambino, se lo pose in grembo e gli fece da nutrice. Le vicine gli cercavano un nome e dicevano: “È nato un figlio a Noemi!”. E lo chiamarono Obed. Egli fu il padre di Iesse, padre di Davide.

La storia di Betsabea, che Matteo non chiama per nome ma ricorda come “moglie di Uria”, è una storia triste fatta di meschinità e di abuso di potere, degna più degli imperatori romani che di un re di Israele. Qualcuno ha ricordato che è anche molto attuale, ma non è questo il punto che ci interessa.

Il re Davide, quello che da giovane fu scelto per la successione a Saul e che con un colpo netto di fionda uccise il gigante Golia, quello che ci ha lasciato gran parte dei centocinquanta salmi, fu artefice di un omicidio per riparare all’avventura di una notte, provocando la morte del marito di lei. Più avanti, messo di fronte all’evidenza del suo peccato da Nathan, se ne pentì, non però senza conseguenze.

L’ultima donna in ordine di tempo è Maria di Nazareth, di cui gli evangelici, per reazione a chi ne parla troppo, parlano poco.

Di lei sappiamo che era una tra le tante ragazze di Israele che speravano di dare alla luce il messia che doveva venire e per questo l’angelo Gabriele la chiama “favorita dalla grazia” e lei dice di se stessa “tutte le generazioni mi chiameranno beata”. Tanto per chiarirci le idee gli ebrei di quel momento non avevano del Messia l’idea che ci ha proposto Gesù, ma piuttosto una guida che li avesse liberati definitivamente dai romani.

I vangeli di questa donna dicono poco. Dopo gli avvenimenti della nascita, ricordati da Matteo e da Luca, la incontriamo a Gerusalemme quando Gesù a dodici anni si mette a discutere con i dottori, alle nozze di Canan, un paio di volte assieme agli altri figli a cercare Gesù, in ultimo sotto la croce e nel cenacolo alla discesa dello Spirito Santo. Di più non dice neanche l’apostolo Giovanni, cui era stata affidata se non materialmente almeno spiritualmente da Gesù sulla croce e che ha scritto il suo vangelo negli anni novanta.

Ma quello che più ci interessa di lei è il suo sì incondizionato, che non va sottovalutato. Se da una parte è un sì di meraviglia e di gioia per essere stata scelta tra tutte le giovani donne d’Israele per dare alla luce il Messia, è anche un sì di completa disponibilità, “ecco la serva del Signore, si faccia di me come hai detto tu”.

Un sì che, dopo la dipartita dell’angelo, forse le ha pesato per le conseguenze alle quali si esponeva. Maria era già fidanzata con Giuseppe, fatto che a quel tempo aveva un significato. Avrebbe dovuto chiedere il permesso a lui, e non rispondere di getto. Tutte cose secondarie rispetto all’annuncio dell’angelo, ma che la mettevano fuori dalla norma.

L’insegnamento che queste cinque donne inserite nella genealogia di Gesù ci danno è che le norme ci sono e vanno osservate, però con le dovute eccezioni.

Il comportamento di due di loro non è proprio esemplare, Tamar si spaccia per prostituta, Betsabea si concede a Davide tradendo il marito. Maria, come abbiamo appena visto, contravviene ad altre regole sociali. Quattro su cinque, inoltre, sono straniere.

È questo che dobbiamo imparare dalla genealogia secondo Matteo, che Gesù rompe gli schemi ancora prima di nascere.

CERTEZZE

23 Feb

Da questo conosceremo che siamo nella verità e renderemo sicuri i nostri cuori davanti a lui. Poiché se il nostro cuore ci condanna, Dio è piú grande del nostro cuore e conosce ogni cosa” (1a Giovanni 3:19-20).

APPROFITTARE DELL’IGNORANZA DELLA GENTE

25 Dic

 Dall’omelia di Bergoglio il 24 sera.

Andiamo indietro di alcuni versetti. Per decreto dell’imperatore, Maria e Giuseppe si videro obbligati a partire. Dovettero lasciare la loro gente, la loro casa, la loro terra e mettersi in cammino per essere censiti. Un tragitto per niente comodo né facile per una giovane coppia che stava per avere un bambino: si trovavano costretti a lasciare la loro terra. Nel cuore erano pieni di speranza e di futuro a causa del bambino che stava per venire; i loro passi invece erano carichi delle incertezze e dei pericoli propri di chi deve lasciare la sua casa”.

Durante i censimenti le persone tornavano alla propria città di origine. Giuseppe e Maria non erano migranti nel senso tecnico perché dalla Galilea dove Giuseppe lavorava si spostarono temporaneamente in Giudea (casomai Giuseppe sarebbe stato un migrante per lavoro dalla Giudea alla Galilea). Lasciarono la loro casa temporaneamente per poi farvi ritorno. Se proprio vogliamo chiamarli migranti possiamo farlo in relazione alla successiva fuga in Egitto, ma non al censimento.

E proprio lì, in quella realtà che era una sfida, Maria ci ha regalato l’Emmanuele. Il Figlio di Dio dovette nascere in una stalla perché i suoi non avevano spazio per Lui. «Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto»” (Gv 1,11)

Questo passo del Vangelo di Giovanni, che assieme a quello di Marco non tratta la natività, ha una forte valenza spirituale in relazione non alla nascita di Gesù ma al rifiuto della maggior parte di Israele di riconoscerlo come il Messia.

Maria e Giuseppe, per i quali non c’era posto”

Non c’era posto per loro non perché la cittadina era affollata per il censimento ma perché nessun luogo pubblico avrebbe accettato una gestante agli ultimi giorni e di conseguenza una puerpera in vista della sua impurità (Levitico 12:1-5).

Un tanto per una corretta esegesi delle Scritture ed evitare che qualcuno le strumentalizzi per dire ciò che non dicono.

Qui il testo integrale riportato da TusciaWeb.