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DI CONVIVENZA, TOLLERANZA E CONDIVISIONE

9 Mag

Leggo su Il Piccolo di ieri che il comune di Monfalcone ha bloccato per insufficienza della documentazione la costruzione della Centro culturale islamico in capo e proprietà dell’Associazione Baitus Salat. Non entro nel merito dei dettagli tecnici per incompetenza e aspetto che il direttore lavori e il presidente del associazione islamica producano al comune la documentazione suppletiva richiesta.

In chiusura dell’articolo noto però il richiamo della prima cittadina all’articolo 8 della Costituzione:

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze”

Secondo l’interpretazione della sindaca non sono possibili organizzazioni i cui statuti contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. Il riferimento da lei sostenuto è alla poligamia, alla pena di morte per adulti e omosessuali, alla superiorità dei musulmano sul non musulmano, nonché dell’uomo rispetto alla donna. La sindaca ricorda ancora come la Costituzione, «prevede che i rapporti delle confessioni religiose con lo Stato siano regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze. Un patto d’intesa da sottoporre alla Camera dei deputati».

Fatti salvi i timori seguiti all’11 settembre e i fenomeni di radicalizzazione islamista, cosa ben differente dall’islam moderato di cui stiamo parlando, presenti anche in internet, e che, come abbiamo visto anche ultimamente sono ben controllati e sventati dai servizi di intelligence italiani, dovremmo essere lontani dai tempi dei casi di via Jenner a Milano.

Esiste una proposta di intesa tra lo Stato italiano e le comunità islamiche ferma da tempo per motivi tecnici rappresentati dalla difficoltà di trovare un interlocutore unico, come per esempio per le Chiese valdesi e metodiste è il moderatore della Tavola Valdese (gli stessi valdesi hanno dovuto attendere fino al 1848 per vedere riconosciuti i loro diritti) ma questo non inficia l’art. 19 della Costituzione:

Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume”.

Tanto più che esistono diverse moschee in Italia, tra le quali quella di Roma, e il Ministro dell’interno nel febbraio dello scorso anno ha annunciato che si sono fatti passi avanti verso l’intesa.

Rattrista, dunque, questa presa di posizione che, partendo da questioni di carattere urbanistico, prendono di mira una comunità.

Sembra di essere ritornati ai tempi di Peppone e don Camillo quando il prete pretendeva che la costruzione delle nuove case popolari non fosse un pretesto per demolire una cappella votiva e il sindaco che faceva di tutto per abbatterla. Come si sa, però, i battibecchi tra i due finivano sempre con un accordo, spesso un compromesso che, ricordiamo, non è una brutta parola. Ho scritto l’altro giorno di come Primož Trubar si avvicinò al luteranesimo mentre era ospite dal vescovo cattolico di Trieste.

Convivenza non è sinonimo di tolleranza, che ne esalta gli eventuali aspetti negativi, né necessariamente di condivisione, perché non è obbligatorio accettare le idee altrui, ma accettazione delle diversità, come, racconta Ivo Andrić ne Il ponte sulla Drina, fiume che attraversa la cittadina bosniaca di Višegrad, il prete, il rabbino e l’imam, terminate le rispettive funzioni, si riunivano volentieri per un caffè assieme e uno scambio di idee.

Ciò anche in ossequio dell’art. 3 della Costituzione:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Questo articolo non si applica ovviamente ai bengalesi presenti a Monfalcone in quanto non italiani ma, rammentiamo, i mussulmani sono il secondo gruppo religioso in Italia, e tra loro molti sono italiani.

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CINQUE DONNE

25 Feb

Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo. Così comincia la genealogia di Gesù secondo Matteo, che parte da Abramo, capostipite degli ebrei. Una genealogia incompleta e simbolica, divisa in tre gruppi di sedici persone.

In tutta questa lista di nomi di uomini – sono essi quelli che contano – sono nominate cinque donne, Tamàr, Racàb, Ruth, la “vedova di Uria” e Maria di Nazareth. Donne sicuramente diverse tra di loro, per epoche e destini, ma lasciano un segno nella storia di Israele. Sappiamo che quella biblica non è solo una storia di gente per bene, almeno secondo il giudizio comune. Pensiamo alla facilità con cui Esaù cedette la primogenitura, il racconto del fatto si conclude con la considerazione “Tanto poco stimò Esaù la primogenitura”, o l’inganno con cui Giacobbe estorse la benedizione dal padre Isacco.

La prima donna, Tamàr, era la moglie che Giuda, fratello di quel Giuseppe venduto per invidia a una carovana di egiziani, aveva preso per il primogenito Er, come leggiamo in Genesi 38. Dopo la morte dei primi due figli, Giuda licenziò Tamar, che avrebbe avuto il diritto di sposare il più giovane, invitandola a tornare a casa di suo padre come vedova, per paura che anche il terzo figlio morisse. Che le donne portino sfortuna!? Tamar, per rivendicare il suo diritto, un giorno che Giuda salì dalle sue parti, si coprì fingendosi prostituta per passare una notte con lui nel tentativo, riuscito, di rimanere incinta di lui. Giuda fece una pessima figura, ma da quell’incontro nacquero due gemelli, il primo dei quali fu chiamato Perez, che ritroviamo in Matteo 1 con il nome di Farez.

La seconda donna della genealogia è Racàb. Di lei leggiamo in Giosuè 2, quando nascose gli esploratori mandati a Gerico da Giosuè. Potremmo avere molto da dire su questo tradimento verso il re di Gerico, che ella mise in atto per salvare la sua famiglia, ma la Scrittura ci dice che lo fece perché aveva riconosciuto la sovranità del Signore.

Di Ruth potremmo anche non parlare, tanto è famosa la sua promessa, “Ma Ruth replicò: “Non insistere con me che ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch’io, e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio. Dove morirai tu, morirò anch’io e lì sarò sepolta. Il Signore mi faccia questo male e altro ancora, se altra cosa, che non sia la morte, mi separerà da te”. Spesso è usato nei matrimoni, in realtà è detto, cosa non da poco, da una nuora a una suocera!

Tornate assieme al paese di Bet Lehem – che conosciamo meglio con il nome di Betlemme – Ruth comincia a lavorare come spigolatrice per Booz, un coltivatore del posto che scopriremo essere suo parente alla lontana. Questi la prende in ben volere perché ha udito parlare della sua fedeltà alla suocera, e finisce per sposarla.

È interessante notare che una storia da cronaca rosa come questa sia stata inserita nel canone ebraico, così come è stato inserito il Cantico dei Cantici, che, prima di una eventuale lettura in chiave spirituale, è una bella storia d’amore che sarà servita di insegnamento ai giovani.

Alla nascita del figlio di Booz e Ruth,le donne dissero a Noemi: “Benedetto il Signore, il quale oggi non ti ha fatto mancare uno che esercitasse il diritto di riscatto. Il suo nome sarà ricordato in Israele! Egli sarà il tuo consolatore e il sostegno della tua vecchiaia, perché lo ha partorito tua nuora, che ti ama e che vale per te più di sette figli”. Noemi prese il bambino, se lo pose in grembo e gli fece da nutrice. Le vicine gli cercavano un nome e dicevano: “È nato un figlio a Noemi!”. E lo chiamarono Obed. Egli fu il padre di Iesse, padre di Davide.

La storia di Betsabea, che Matteo non chiama per nome ma ricorda come “moglie di Uria”, è una storia triste fatta di meschinità e di abuso di potere, degna più degli imperatori romani che di un re di Israele. Qualcuno ha ricordato che è anche molto attuale, ma non è questo il punto che ci interessa.

Il re Davide, quello che da giovane fu scelto per la successione a Saul e che con un colpo netto di fionda uccise il gigante Golia, quello che ci ha lasciato gran parte dei centocinquanta salmi, fu artefice di un omicidio per riparare all’avventura di una notte, provocando la morte del marito di lei. Più avanti, messo di fronte all’evidenza del suo peccato da Nathan, se ne pentì, non però senza conseguenze.

L’ultima donna in ordine di tempo è Maria di Nazareth, di cui gli evangelici, per reazione a chi ne parla troppo, parlano poco.

Di lei sappiamo che era una tra le tante ragazze di Israele che speravano di dare alla luce il messia che doveva venire e per questo l’angelo Gabriele la chiama “favorita dalla grazia” e lei dice di se stessa “tutte le generazioni mi chiameranno beata”. Tanto per chiarirci le idee gli ebrei di quel momento non avevano del Messia l’idea che ci ha proposto Gesù, ma piuttosto una guida che li avesse liberati definitivamente dai romani.

I vangeli di questa donna dicono poco. Dopo gli avvenimenti della nascita, ricordati da Matteo e da Luca, la incontriamo a Gerusalemme quando Gesù a dodici anni si mette a discutere con i dottori, alle nozze di Canan, un paio di volte assieme agli altri figli a cercare Gesù, in ultimo sotto la croce e nel cenacolo alla discesa dello Spirito Santo. Di più non dice neanche l’apostolo Giovanni, cui era stata affidata se non materialmente almeno spiritualmente da Gesù sulla croce e che ha scritto il suo vangelo negli anni novanta.

Ma quello che più ci interessa di lei è il suo sì incondizionato, che non va sottovalutato. Se da una parte è un sì di meraviglia e di gioia per essere stata scelta tra tutte le giovani donne d’Israele per dare alla luce il Messia, è anche un sì di completa disponibilità, “ecco la serva del Signore, si faccia di me come hai detto tu”.

Un sì che, dopo la dipartita dell’angelo, forse le ha pesato per le conseguenze alle quali si esponeva. Maria era già fidanzata con Giuseppe, fatto che a quel tempo aveva un significato. Avrebbe dovuto chiedere il permesso a lui, e non rispondere di getto. Tutte cose secondarie rispetto all’annuncio dell’angelo, ma che la mettevano fuori dalla norma.

L’insegnamento che queste cinque donne inserite nella genealogia di Gesù ci danno è che le norme ci sono e vanno osservate, però con le dovute eccezioni.

Il comportamento di due di loro non è proprio esemplare, Tamar si spaccia per prostituta, Betsabea si concede a Davide tradendo il marito. Maria, come abbiamo appena visto, contravviene ad altre regole sociali. Quattro su cinque, inoltre, sono straniere.

È questo che dobbiamo imparare dalla genealogia secondo Matteo, che Gesù rompe gli schemi ancora prima di nascere.

CERTEZZE

23 Feb

Da questo conosceremo che siamo nella verità e renderemo sicuri i nostri cuori davanti a lui. Poiché se il nostro cuore ci condanna, Dio è piú grande del nostro cuore e conosce ogni cosa” (1a Giovanni 3:19-20).

APPROFITTARE DELL’IGNORANZA DELLA GENTE

25 Dic

 Dall’omelia di Bergoglio il 24 sera.

Andiamo indietro di alcuni versetti. Per decreto dell’imperatore, Maria e Giuseppe si videro obbligati a partire. Dovettero lasciare la loro gente, la loro casa, la loro terra e mettersi in cammino per essere censiti. Un tragitto per niente comodo né facile per una giovane coppia che stava per avere un bambino: si trovavano costretti a lasciare la loro terra. Nel cuore erano pieni di speranza e di futuro a causa del bambino che stava per venire; i loro passi invece erano carichi delle incertezze e dei pericoli propri di chi deve lasciare la sua casa”.

Durante i censimenti le persone tornavano alla propria città di origine. Giuseppe e Maria non erano migranti nel senso tecnico perché dalla Galilea dove Giuseppe lavorava si spostarono temporaneamente in Giudea (casomai Giuseppe sarebbe stato un migrante per lavoro dalla Giudea alla Galilea). Lasciarono la loro casa temporaneamente per poi farvi ritorno. Se proprio vogliamo chiamarli migranti possiamo farlo in relazione alla successiva fuga in Egitto, ma non al censimento.

E proprio lì, in quella realtà che era una sfida, Maria ci ha regalato l’Emmanuele. Il Figlio di Dio dovette nascere in una stalla perché i suoi non avevano spazio per Lui. «Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto»” (Gv 1,11)

Questo passo del Vangelo di Giovanni, che assieme a quello di Marco non tratta la natività, ha una forte valenza spirituale in relazione non alla nascita di Gesù ma al rifiuto della maggior parte di Israele di riconoscerlo come il Messia.

Maria e Giuseppe, per i quali non c’era posto”

Non c’era posto per loro non perché la cittadina era affollata per il censimento ma perché nessun luogo pubblico avrebbe accettato una gestante agli ultimi giorni e di conseguenza una puerpera in vista della sua impurità (Levitico 12:1-5).

Un tanto per una corretta esegesi delle Scritture ed evitare che qualcuno le strumentalizzi per dire ciò che non dicono.

Qui il testo integrale riportato da TusciaWeb.

NATALE 2017

22 Dic

Ha senso per il cristiano di oggi ricordare il Natale, soprattutto sapendo che il 25 dicembre non c’entra nulla, perché i Romani erano sufficientemente avveduti da non indire un censimento in inverno, ma è la sostituzione della festa del dio Sole, qualche giorno dopo l’equinozio d’inverno, e più in generale, ha senso condividere le altrui feste religiose?

Sì e no, a seconda delle circostanze, di proposito ho scritto ricordare e non celebrare. Può aver senso farlo per spiegare ai bambini piccoli cos’è, visto che con tutta probabilità ne avranno già parlato a scuola e forse imparato qualche canzoncina, un po’ come gli ebrei spiegavano e spiegano ai bambini cosa significa per loro il rito della Pasqua (Esodo 12:26-27) . Ai più piccoli è bene lasciare le loro innocenti illusioni, Babbo Natale, Befana eccetera (e ai genitori l’illusione che i bambini ci credano 🙂 ) che se ne andranno di qua a qualche anno, con i più grandi in famiglia si può cominciare a spiegare che non ha nessuna importanza sapere il giorno esatto, magari evidenziando il controsenso del censimento d’inverno, perché d’inverno anche in Palestina fa freddo, ma la cosa importante è che Gesù sia venuto al mondo e perché è venuto, magari leggendo assieme le narrazioni che ne fanno Luca e Matteo, suscitando le loro domande.

Possiamo cogliere l’occasione per parlarne, a seconda delle convenienze sociali, con i nostri amici e colleghi, ovviamente nel rispetto delle altrui opinioni, e far notare che il 25 dicembre non è una data fissa perché i milanesi, che seguono il rito ambrosiano, e i cristiani ortodossi lo celebrano in altra data, e pure a loro far notare che la data non è importante.

Il natale ormai è una festa essenzialmente consumistica, ed è anche su questo aspetto che possiamo e dobbiamo dire la nostra, con convinzione ed evitando la retorica.
Riscontro una ipocrisia o almeno incoerenza in quei cristiani che dicono di non credere al Natale, non lo celebrano, però il 25 dicembre telefonano per fare gli auguri. Io preferisco un neutro “buone feste”, che copre il periodo dal 25 dicembre a capodanno, sia perché non credo al natale in quanto festività sia perché non so se ci crede chi riceve il mio augurio.

Certo, non parteciperò alle processioni e agli eventi squisitamente religiosi presenti specialmente nei paesi  e nelle piccole città,  ma parteciperò alla cerimonia di matrimonio di amici cattolici o ebrei, pur dissociandomi nelle parti essenziali dei loro riti. Anche questo è rispetto per le convinzioni (o presunte tali) altrui.

Non possiamo estraniarci dalla realtà, senza passare per asociali, anche perché da fine novembre al 6 gennaio siamo, soprattutto nelle città e dai media, avvolti in una full immersion di stucchevole pubblicità e di insistenti inviti dalle Onlus a essere più buoni. Io cestino senza aprirle tutte le email di richiesta fondi che ricevo sotto natale nella convinzione che o si è buoni tutto l’anno o è un buonismo di facciata.

Nello stesso tempo in nel quale la Chiesa cattolica celebra il Natale gli ebrei dal 18 al 25 dicembre, festeggiano hanno la “festa delle luci” (hanukkah), o festa della dedicazione, in ricordo della ridedicazione del Tempio, ricordata in Giovanni 10:22, questa sì avvenuta d’inverno (il 25 dicembre). Non la si trova nelle bibbie evangeliche ma in fonti ebraiche extra bibliche tra  le quali 1° Maccabei 4:36-61 (per inciso il Concilio di Trento, quello della controriforma ha inserito 1° e 2° Maccabei tra i libri dueterocanonici, quei sette testi scritti in lingua greca che non appartengono al canone ebraico ma si trovano, assieme ad altri sette, in alcuni manoscritti della LXX, che noi chiamiamo apocrifi, e agli ebrei è vietato leggerli).

Quanto ai simboli, il presepe, con tutto rispetto per Francesco d’Assisi che fu il primo a proporlo lo escludo, per insegnare anche ai bambini che la fede non ha bisogno di rappresentazioni.

L’albero di natale è un simbolo di origine pagana, che niente ha a che fare con la festività, e può essere usato per ornare la casa come elemento estraneo alla natività ma legato al periodo festivo (in un ospedale nel periodo pasquale ho visto un bell’albero di Pasqua, composto da una pianticella con delle uova appese ai rami).

Ben fanno questa volta gli americani e i canadesi che hanno spostato il valore religioso della festa al Ringraziamento (Thanksgiving, in inglese, festa in cui la famiglia si riunisce, e al natale riconoscono solo l’aspetto commerciale). Non dimentichiamo che il Babbo Natale vestito di rosso che conosciamo oggi è un prodotto della Coca Cola.

Di sicuro è triste, molto triste, riscontrare che ogni anno il natale continua a essere ostaggio di quelle “guerre di religione” politiche tra i due schieramenti natale sì contro natale no nelle scuole fino ad arrivare a quel dirigente scolastico che ha vietato la distribuzione di biglietti gratuiti al luna park ai bambini di una scuola primaria perché non è consono con gli obiettivi della scuola.

L’ULTIMA SIGARETTA

17 Dic

Tra due giorni ricorrerà l’anniversario della nascita dello scrittore triestino Italo Svevo.

Michele Hunzker nota donna di spettacolo ma anche fondatrice assieme all’avvocata Giulia Bongiorno di Doppia Difesa contro la violenza sulle donne coautrice libro Con la scusa dell’amore, è nata nella Svizzera italiana.

All’inizio del suo libro Una vita apparentemente perfetta, diario della sua esperienza in una setta e di come ne è uscita, a proposito dell’alcolismo di suo padre scrive

Mio padre era alcolizzato […] In più fino agli anni Ottanta era socialmente accettato che gli uomini bevessero tanto la sera. Basta vedere un film di James Bond, se oggi un padre trangugiasse quella quantità di Martini agitati, non mescolati e champagne ci preoccuperemmo; all’epoca non succedeva. Mia madre, mio fratello e io eravamo convinti che per smettere di bere bastava deciderlo ed enunciare il solenne proposito: “Questo è il mio ultimo bicchiere”. Non avevamo mai letto Italo Svevo”.

Il riferimento è all’ultima sigaretta di Zeno Cosini, protagonista del romanzo La coscienza di Zeno, che procrastina di giorno in giorno la sua decisione di smettere di fumare.

Propongo questa citazione dal libro di Michelle Hunziker chiedendomi a quanti italiani, nell’attuale fenomeno di analfabetismo funzionale e di ritorno, sarebbe tornato in mente questo romanzo di Svevo.

LETTURA, STUDIO, PRATICA

19 Nov

Il merito di Martin Lutero fu di ricordare all’umanità che la Parola di Dio non è proprietà esclusiva di qualcuno ma è disponibile a tutti. Tanto per essere chiaro ne fece la prima traduzione in tedesco, seguito poco dopo da altri nelle loro lingue nazionali.

Il concetto di libero esame, dove libero vuol dire senza interpretazioni di parte, non può essere messo in pratica senza conoscere ciò che si deve esaminare.

La Parola di Dio va copiata, va letta, va studiata, va messa in pratica.

Va scritta, nel senso che, a cominciare dal re, ogni uomo doveva trascrivere una copia ad uso personale (Deuteronomio 17:18). Questa fase è ormai superata. Una copia della Bibbia si trova ormai a poco prezzo, ma resta l’ammonimento ad averla sempre a portata di mano, magari scaricata gratuitamente sullo smartphone.

La lettura della Bibbia, invece, non è un fatto secondario. È una cosa da fare con costanza, da fare da soli prima che in comunità. A prima vista può sembrare banale, superflua, anche perché subito dopo parleremo del fatto che la Parola va studiata. Leggere la Bibbia non è un atto liturgico, di abitudine, al contrario è una pratica che aiuta a “farla nostra”, a considerarla parte della nostra vita. Da molto tempo, per non disturbare chi ci sta vicino, non leggiamo più ad alta voce. Provate a farlo e ne gusterete i vantaggi, primo tra tutti quello di saper leggere in un’assemblea senza difficoltà. Come tutte le cose nuove richiede esercizio e applicazione.

Ricordiamo poi che è ispirato il testo, non le sue traduzioni e che nella nostra copia personale possiamo cambiare le parole difficili senza tradire il testo, salvo che non siano significative. Può essere utile per esempio cambiare fanciulla in ragazza o talamo in letto, per citare due parole che non usiamo più.

Gli ebrei dividono la Torah (che noi chiamiamo Pentateuco) in cinquanta parti da leggere durante il corso dell’anno. È interessante che, quando arrivano all’ultimo brano del Deuteronomio, finiscono la lettura con l’inizio della Genesi, per indicare continuità di una lettura senza interruzione.

Lo studio della Scrittura prima che comunitario deve essere personale. Delegare ad altra persona questo compito è rinunciare alla libertà che abbiamo di andare direttamente alla Parola di Dio ma è anche venir meno alla responsabilità che ogni singolo credente ha di confrontarsi con essa. Non si tratta di mancare di fiducia a nessuno.

L’applicazione nella vita pratica della Parola di Dio sembra non aver bisogno di commenti. La Parola di Dio è valida oggi come ieri. Un po’ più difficile potrebbe sembrare il suo confronto con i problemi di oggi. Per questo motivo bisogna studiarla e ricavarne non le indicazioni precise, che non ci sono, ma dei principi, che come tali sono sempre validi anche se la loro applicazione sarà diversa tra dieci o venti anni.

La Bibbia non è un testo monolitico. Va letta tenendo conto degli stili degli scrittori e dei generi letterari.

Non si può farne una lettura letterale perché il primo intoppo lo troviamo già in Genesi quando è detto che il Signore “prese l’uomo e lo mise nel giardino di Eden” oppure “poi udirono il rumore dei passi del Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno”.

Un errore che fanno gli ebrei è la proibizione che si sono imposti di pronunciare il tetragramma YHWH, senza considerare che la proibizione di pronunciare il nome di Dio è limitata alla pronuncia inutile, vana, e di certo la lettura della Bibbia non lo è.

Ragionando di queste cose gli ebrei prima e i cristiani del primo secolo dopo non si ponevano il grosso problema della società attuale di non avere tempo. Non è questione di non averlo, ma di non trovarlo.

È un tema che non affronto neppure, provate ad immaginare la vita quotidiana di una persona di allora, e vedrete che non era meno indaffarata della, ma avevano messo la Parola di Dio, nella teoria della lettura e dello studio e nella pratica della vita al primo posto.

Tutto, ma proprio tutto, era secondario e conseguente.