Archivio | marzo, 2018

LA MORTE NELLA CIVILTÀ DELL’IMMAGINE

29 Mar

Di morte, anche in relazione alle disposizioni anticipate di trattamento, ho scritto più volte arrivando citare il paradosso per cui agli inizi del secolo scorso, considerate le comunicazioni dell’epoca, molte persone che emigravano in Australia pur non ammettendolo erano sicure di non vedere più i loro familiari, in una specie di morte bianca.

Pochi sono coloro che sanno definire il concetto di nascita e ancora meno coloro che sanno vincere il tabù della morte. Diverso è il caso delle sofferenze durante una malattia. Per il credente la vita eterna inizia dalla sua conversione e la morte, salvo il vuoto che lascia in famiglia e nella cerchia di amici, è solo una una tappa dell’esistenza. Il non credente la vede come il compimento della sue esistenza.

Nella cultura cristiana la sepoltura è un momento ristretto alla famiglia, a cui spetta la successiva rielaborazione del lutto, o al massimo alla comunità.

Le tradizioni funebri nel nostro Mezzogiorno sono molto elaborate. Il defunto viene trasportato dall’ospedale a casa dove viene allestita la camera ardente con le piagnone, donne pagate gemere e lamentarsi. Nei paesi c’è un andirivieni di persone, anche sconosciute, che passano per le condoglianze. Qualcuno porta del cibo per esentare la famiglia dalle faccende di cucina, poi, durante la cerimonia funebre, molte delle stesse persone si ripresentano. La cosa sta ridimensionandosi a livelli meno spettacolari, così come nella nostra società l’impatto con la morte si è un po’ ammorbidito. Oltre al venir meno dell’obbligo dell’abito nero per le vedove (e non per i vedovi, nota) per un anno, spesso dribblato con il fatto che il nero è diventato un colore di moda come gli altri e i carri funebri da neri sono passati a un più accettabile grigio.

L’aspetto negativo della società dell’immagine e dell’apparire si è però fatto sentire anche in nel mondo degli affetti.

Alla morte di un personaggio pubblico molti si sentono in obbligo di lasciare il loro pensiero in quel libro di presenze elettronico rappresentato da Twitter, con successivo controllo di coloro che avrebbero dovuto e non ha partecipato.

Negli ultimi anni molti funerali da fatto privato della famiglia sono diventati occasione di incontro pubblico e mediatico, da quello di una persona sconosciuta fino al giorno prima e morta in circostanze alle quali le televisioni hanno dato un’enfasi superiore a quella richiesta dalla cronaca.

Si è imposta l’usanza degli applausi all’arrivo e all’uscita dalla chiesa del feretro anche se non ne è chiaro il motivo e nel caso di bambini il rilascio nell’aria dei palloncini bianchi.

Senza nulla togliere alla persona di Fabrizio Frizzi, uomo buono e impegnato nel fare del bene senza palesarlo né al suo personaggio tanto amato da tanti spettatori di ogni età ieri in un twitt ho espresso le mie perplessità sulla trasmissione in diretta del suo funerale su Rai1 sia perché, come ho scritto più sopra, le esequie sono un fatto privato sia perché può essere un precedente non da poco che costringerà l’azienda alla valutazione di farlo o meno alla morte di un’altra persona dello spettacolo.

A Trieste c’erano due attori di teatro che lavoravano spesso assieme. Alla morte di lui gli hanno intitolato il teatro dove si esibivano. Mi chiedo cosa faranno alla morte di lei.

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ESSENZIALE

27 Mar

L’essenziale è invisibile agli occhi, ricorda la volpe al Piccolo Principe.

Di quanta roba inutile – “roba” nel senso verghiano – ci circondiamo? Inutile-inutile, nel senso che potremmo tranquillamente farne a meno e gettarla o che, come spesso succede, abbiamo comperato perché abbiamo dimenticato di averla già in casa.

Ognuno faccia la propria lista, che non deve necessariamente di privazioni. Gesù, a chi obiettava che l’olio con cui la peccatrice gli ungeva i piedi asciugandoli con i capelli si sarebbe potuto vendere e il ricavato e darlo ai poveri, rispose “Lasciatela fare, i poveri li avrete sempre con voi”.

Scrive Luis Sepúlveda in Il potere dei sogni che ha fatto spazio nella sua biblioteca perché non ha senso tenere i libri di facile reperibilità.

Un buon esercizio è pensare a come riempiremmo la valigia per un volo low cost, perché si sa che le compagnie aeree si rifanno sul peso dei bagagli. “Questo sì, questo no, questo non so, questo mi è proprio indispensabile, questo costa poco e lo ricompro all’arrivo”.

Finiremo con fare spazio a casa, o sugli scaffali della libreria, ma soprattutto nel nostro stile di vita educandoci ad un acquisto e ad un consumo più consapevole. Il che di questi tempi – a prescindere dalle possibilità di ciascuno, frugalità non è sinonimo di povertà – non è da poco.

L’essenziale è invisibile agli occhi, passando dalla modalità dell’avere a quella dell’essere.

Nota utile anche ma non solo per coloro che per Pasqua saranno in viaggio.

CAMBIA LE PAROLE, CAMBIERAI IL MONDO

22 Mar

C’era un cieco seduto in una via della zona pedonale con il suo barattolo per le offerte e il suo cartello “SONO CIECO. AIUTATEMI”.

Ogni tanto sentiva il rumore di un soldo, ringraziava e dopo averlo cercato lo metteva nel barattolo. Ben poca cosa, però, si sa… la gente va di fretta.

Passò oltre una persona (no, non il buon samaritano, una quasi), tornò sui suoi passi, prese il cartello, lo girò e scrisse qualcosa.

Fu così che quasi ogni passante lasciò una moneta.

Quando il passante tornò fu riconosciuto dal cieco che gli chiese cosa avesse scritto. Il passante lesse il cartello. C’era scritto “OGGI È UNA BELLA GIORNATA MA IO NON POSSO VEDERLA”.

Basta poco per convogliare un messaggio più efficace!

L’esempio forse più famoso è Gesù, quando disse di non essere venuto ad abolire la legge, ma a compierla. In Matteo 5 propose alcuni dei comandamenti principali. Non li annullò, anzi, li rafforzò, portandoli dal piano giuridico al piano etico. Questa è la forza dell’espressione “…ma io vi dico”.

A me però torna in mente l’apostolo Paolo quando ad Atene vide gli altari dedicato i vari dei dell’Olimpo, compreso quello “al dio sconosciuto”… non si sa mai. Racconta Luca che “fremeva nello spirito”.

Quando incontrò gli ateniesi all’Aeròpago, il luogo dove si riunivano per discutere, disse loro così,

“Ateniesi, vedo che nonostante tutta la vostra cultura, i vostri filosofi epicurei e stoici, non avete capito niente tanto che, pavidi come siete, avete costruito un altare “A un dio ignoto”. Siate seri e cercate di darvi una regolata! Io sono qui per spiegarvi proprio come funzionano le cose”.
Suona strano, eh? Un discorso così oltre che essere offensivo l’avrebbe lasciato solo, nella migliore delle ipotesi.
Questo è come in realtà andò l’incontro: “Allora Paolo, in piedi in mezzo all’Areopago, disse: “Ateniesi, vedo che, in tutto, siete molto religiosi. Passando infatti e osservando i vostri monumenti sacri, ho trovato anche un altare con l’iscrizione: “A un dio ignoto”. Ebbene, colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa: è lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio perché cerchino Dio, se mai, tastando qua e là come ciechi, arrivino a trovarlo, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come hanno detto anche alcuni dei vostri poeti: “Perché di lui anche noi siamo stirpe”. Poiché dunque siamo stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’ingegno umano. Ora Dio, passando sopra ai tempi dell’ignoranza, ordina agli uomini che tutti e dappertutto si convertano, perché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare il mondo con giustizia, per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti”. (Atti 17:22-31).
Paolo pose l’enfasi sulla qualità positive degli ateniesi “siete molto timorati degli dei”, e da questa realtà comincia ad evidenziare il loro errore e proporre loro la verità. Senza scendere a compromessi o mezze verità. Anche questo è farsi “giudeo con il giudeo e greco con il greco”, richiamando una sua espressione .
Diverso invece è l’atteggiamento di Gesù verso gli scribi e i farisei, che chiama “ipocriti”, perché loro sì conoscevano le Scritture.

Al giorno d’oggi quasi tutti i discorsi importanti non sono pronunciati “a braccio” ma sono studiati e scritti in anticipo, spesso uno speach writer che sceglie le parole giuste, le pause e tutto il resto”. Lo sappiamo perché spesso sono dati alle agenzie di stampa, e quando l’oratore stravolge il discorso preparato o aggiunge qualcosa si dice che “parla a braccio”, cioè improvvisa.

E noi? Coscienti o meno siamo tutti comunicatori, anche se non abbiamo mai parlato in pubblico o in un’occasione ufficiale. La vita umana è fatta di relazioni, e le relazioni iniziano con la parola.

Scegliere le parole giuste non è segno di ipocrisia o mancanza di spontaneità. In molte occasioni è importante, ed è sicuramente un valore aggiunto al pensiero che trasmettiamo.

Possiamo dire l’ineccepibile “TI VOGLIO BENE”, che però è un po’ abusato oppure “SEI IMPORTANTE PER ME”, che è la stessa cosa, ma trasmette certamente un messaggio positivo a chi lo riceve,

V COME VITTORIO

15 Mar

Oggi ricorrono le idi di marzo, giorno in cui nel 44 d.C. fu ucciso Caio Giulio Cesare. Cesare, tappa obbligata di chiunque studia(va) latino per il suo Gallia est omnia divisa in partes tres, l’incipit del De dello gallico ma anche oggetto di di svago, sempre in Gallia, per Asterix e Obelix quando avevano voglia di menare le mani per distrarsi un po’.

Nella letteratura ricordiamo la tragedia Giulio Cesare di William Shakespeare, nella quale l’orazione funebre di Antonio (III, II) rimane una delle massime espressioni di cerchiobottismo politico che speriamo non dover più rivedere.

Meno nota è la recente scoperta dell’equipe della Libera Università di Vattelapesca secondo la quale il liberto adottato da Cesare non si chiamava Bruto ma Vittorio (Tojo per gli amici), per cui la celebre frase “Tu quoque, Bruto, fili mi” andrebbe riletta in “Tu quoque, Tojo, bruto fiol de un can”, ricerca supportata anche dalla celebre canzone di Lelio Luttazzi perché, ricordiamolo, sia il Friuli (Forum Juli) sia il Venezia Giulia, attori come spesso succede di campanilsmo, derivano il nome da Giulio Cesare.

Semel in anno eccetera eccetera.

CREDIBILITÀ DELLE NOTIZIE

11 Mar

La calunnia è un venticello dal Barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini è una delle romanze più famose della lirica italiana. Con il suo crescendo anche terminologico – la calunnia da venticello diventa colpo di cannone – vuol far notare come ciò che all’inizio è una diceria pian piano diventa sospetto fino a affermarsi come realtà, ovviamente non verificata.

Stando ad uno studio del MIT le bufale corrono più veloci delle notizie vere, vuoi perché spesso i quotidiani non verificano le fonti vuoi perché nell’epoca dei Social Media il passaparola la fa da padrona senza che chi legge una notizia la verifichi.

Una notizia palesemente falsa è quella della disponibilità dei moduli presso i Caf e gi Uffici postali per la richiesta del Reddito di cittadinanza che è nel programma del Movimento 5 Stelle. Palesemente falsa perché il Governo non è stato formato e di conseguenza nessun partito o movimento può promulgare un decreto legge. A tal proposito è dovuta intervenire la Polizia Postale (@poliziadistato) per mettere in guardia dai falsi annunci sui Social Media.

Eppure, ci informa Arianna Ciccone (@_ciccone), contro ogni logica se non la perdita di credibilità il Mattino ha pubblicato la fotografia di una fila fin fuori ad un Ufficio Postale. La fotografia è del 2010 ma volendo la si può scattare ogni primo del mese nei paesi quando gli anziani, quelli che vogliono “toccare” la pensione (come voleva mia nonna) si mettono (s)pazientemente in fila bloccando l’accesso agli altri servizi.

Ci sono notizie, come questa, che è facile smontare subito, altre che che siano vere o false non cambiano la vita, altre che, pur essendo false, si trasformano in convinzioni.

Per fare un esempio letterario, nell’immaginario popolare il “dubbio amletico” vuole che il principe di Danimarca, nella tragedia di Shakespeare, pronunci il suo “Essere o non essere? Questa è la domanda.” con un teschio in mano. Teschio che non compare in questa scena (Atto III, scena I) ma più avanti (Atto V, scena I), quando in cimitero Amleto si trova a discutere con un becchino e allora prende in mano il teschio di Yorik, buffone del re.

Amleto_con_teschio

Questo non cambia nulla nella vita delle persone e interessa solamente i cultori di William Shakespeare ma ci sono, e ci sono state anche prima del Social Media, molte altre informazioni volutamente false e tendenziose che hanno avuto effetti diretti e indiretti nella vita dei singoli e della società.

È brutto doverlo dire, ma soprattutto di questi tempi, ogni notizia va verificata. Per rimanere sull’onda dell’Amleto purtroppo “C’è del marcio nelle notizie!”.

A PROPOSITO DI SOVRANITÀ

4 Mar

Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite, poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna. I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver da temere l’autorità? Fa il bene e ne avrai lode, poiché essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora temi, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male. Perciò è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza. Per questo dunque dovete pagare i tributi, perché quelli che sono dediti a questo compito sono funzionari di Dio. Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi il tributo, il tributo; a chi le tasse le tasse; a chi il timore il timore; a chi il rispetto il rispetto”. (Romani 13:1-7)

In vista delle elezioni di oggi questo appello dell’apostolo Paolo è quantomai attuale. Rimane un discorso difficile, se consideriamo alcuni capi di stato e di governo passati e presenti. Bisogna però rammentare che Paolo lo scrisse nel 57 a. C. quando Roma governava su quasi tutto il mondo allora conosciuto con i suoi motti “Si vis pacem para bellum”, “Divide et impera” e “Dura lex sed lex”, che tanto democratici non erano, riscuotendo i tributi ma anche lasciando relativa autonomia ai popoli che si sottomettevano. Di certo non andava molto per il sottile, se pensiamo a quante persone crocifisse c’erano a monito sulle vie consolari. Un occhio di riguardo lo aveva per i suoi cittadini come l’apostolo Paolo che in Atti 22:27 rivendicò la sua cittadinanza romana.

Quella di Paolo è un’affermazione di principio. Non parla di specifiche persone né, in termini moderni, di partiti, piuttosto del fatto che una società ha bisogno di regole e non può reggersi nell’anarchia.

Lo stesso Gesù in risposta ai farisei che gli avevano psto una domanda oziosa per tendergli un tranello, disse: Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”di, avallando con queste parole la sovranità di Roma, deludendo coloro che nel Messia aspettavano un liberatore di Israele dalla sudditanza da Roma

Oggi, dopo tanto tempo, ci troviamo di nuovo nella possibilità di eleggere il nuovo Parlamento. In quei limiti previsti dall’articolo 1: “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nei limiti previsti dalla Costituzione”. Paletti che sono stati messi per non cadere nell’anarchia, nella quale ognuno agisce come vuole.

Di certo, soprattutto dopo l’estensione del voto alle donne, abbiamo molti più diritti e libertà dei sudditi e degli stessi cittadini romani, e sta in noi, nei limiti della legalità, fare in modo che ci governa lo faccia nel modo migliore.