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METÀ DI CHI!?

10 Gen

Nella fiction Romanzo famigliare, trasmesso a puntate da Rai1 tre cose, per ora, sono saltate all’orecchio:

Il termine famigliare, su cui è intervenuta il 9 gennaio con un twitt esplicativo l’Accademia della Crusca (essendoci libertà di scelta io continuerò a scrivere famigliare).

La pronuncia veneta dell’allieva che almeno a me ha rammentato l’appuntato della saga “Pane, amore e…”, quello impacciato soprattutto nei rapporti con la “Marescialla”.

Ma ancor di più mi ha colpito una frase del Comandante dell’Accademia Navale di Livorno e un’allieva nel colloquio sul comportamento di lei e sulle conseguenti divergenze di opinioni tra i due circa i compiti della Marina Militare (da 16’17”).

I[…] In marina abbiamo fatto entrare delle ragazze, non dei mezzi maschi esaltati, per fare questa vita non deve sacrificare niente, neanche la possibilità di fare dei figli”.

Delle ragazze, non dei mezzi maschi (esaltati o meno che siano) è senza timor di dubbio un’espressione sessista che ben si colloca nell’attuale dibattito sulla parità di genere e parità salariale.

Probabilmente lontana dalla realtà, che visto che il servizio militare femminile è stato introdotto in Italia nel 1999 e dopo il legittimo stupore causato da ogni novità oggi è un fatto normale. Ciò non toglie che siano casi di molestie così come esistono i casi di nonnismo.

Ciò che proprio non va è considerare la donna metà dell’uomo, nel servizio militare come in ogni altra occasione.

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BORDERLINE

29 Dic

In questi tempi di rivendicazioni su Gerusalemme questo è un romanzo d’amore non privo di risvolti politici che purtroppo coinvolgono tutti quelli che, ai due fronti di un  confine, quel confine lo subbiscono.

Libro per chi segue la questione israelo-palestinese, che vede in conflitto i due popoli dal 1948, quando con la risoluzione Onu 181 del 1947 la Palestina fu divisa in due e abbia letto, tra gli altri, i due libri dell’israeliano David Grossman, “La guerra che non si può vincere”, in cui l’autore, politicamente impegnato, non vede come si possa realizzare l’idea di “una terra due nazioni” e “Con gli occhi del nemico”, in cui si sforza di guardare con obiettività il conflitto dal punto di vista dei Palestinesi.

Dorit Rabinyan, ebrea e israeliana, nel romanzo Borderline (Linea di confine) racconta della relazione tessuta a New York, in territorio neutro, con un coetaneo palestinese. Romanzo di grande successo in Israele anche grazie al divieto di leggerlo nelle scuole, così come Israele lo scorso anno annullò il premio letterario nazionale per non conferirlo a Grossman.

Le difficoltà di convivenza non sono evidenziate dalle due lingue differenti ma affini, perché i due parlano tra loro in inglese, ma dalle divergenze culturali su ciò che è la Palestina e su ciò che è stata e è l’occupazione israeliana.

Lait, la donna, rimane scioccata da un filmato del fratello di Hilmi, l’uomo, nel quale in una ripresa dal nono piano di un edificio a Ramallah vede praticamente casa sua. L’idea del muro che Israele ha eretto, uno dei tanti muri della vergogna, uno di quelli che noi europei abbiamo cominciato a conoscere dopo la caduta del muro di Berlino, quello di ferro tra Gorizia e Nova Gorica /Nova Gorìza/ la mezza città passata prima alla Jugoslavia e poi alla Slovenia, smantellato all’ingresso della Slovenia nell’area Schengen. Improvvisamente sono sorti quello tra Israele e Palestina, quelli di filo spinato dell’Ungheria e della Slovenia a difesa dei loro confini dai migranti del ventunesimo secolo, quello minuscolo ma significativo dell’Arcella, un rione di Padova, a difesa dagli spacciatori, fino a quello che divide gli Stati Uniti dal Messico e che l’amministrazione Trump ha intenzione di completare… noi che alle elementari avevamo imparato solo la Grande Muraglia Cinese. Un muro nel quale c’è sempre un varco non sorvegliato ma che non può fermare le idee, anche se espresse in due lingue diverse, i colloqui telefonici con lo stesso prefisso e fatti in quella moderna lingua franca che è l’inglese.

Differenze culturali che emergono durante una cena con amici palestinesi di lui quando la discussione va su di tono e lei cita la Shoà, pentendone subito di averlo fatto.

Paura che la sua relazione con un arabo, oggetto di sicura riprovazione, nelle email alla sorella e nelle telefonate a casa sia scoperta a causa di una sua parola di troppo o inopportuna, la sua naturale paura femminile di rimanere incinta di un arabo. Lui chei rimane ferito da tutte queste ritrosie e queste azioni prudenti di lei, quasi che lei si vergognasse della relazione.

Ma tanta dolcezza in quelle telefonate di venerdì sera, che per gli ebrei è l’inizio del sabato (il giorno ebraico comincia al tramonto, il “fu sera e fu mattina” della creazione secondo la Bibbia).

Shabbat shalom” (letteralmente pace sabbatica), l’amorevole saluto familiare della cena del sabato in cui la famiglia si ritrova. Il primo comandamento dato all’uomo, e ribadito al popolo di Israele quando, con Mosè, esso prese coscienza di essere una nazione, è il riposo del sabato, come il Signore si riposò dopo la creazione.

La cena di pasqua celebrata assieme, per ricordare ma anche per insegnare ai piccoli il suo significato che, in tono minore, riunisce ogni venerdì sera in un gesto di amore le famiglie.

La nostra società invece, non le singole persone o famiglie, è riuscita a banalizzare tutto con i regali di natale, le uova di pasqua, e con il detto “Natale con i tuoi e pasqua con chi vuoi”, dimenticando che la pasqua è per antonomasia la festa da trascorrere in famiglia.

Senza appropriarci del senso della pasqua ebraica che non ci appartiene, dovremmo però far nostro il senso di famiglia che essa ci insegna, soprattutto in questo momento nel quale da più parti si invoca il dialogo con i figli.

Cominciando a insegnare loro fin da piccoli il senso dell’amore della famiglia forse si riescono a superare assieme pur sui fronti opposti le battaglie proprie dell’adolescenza – fatta spesso di “tu non capisci niente!”, età balorda ma indispensabile nella formazione di uomo e di una donna

TU VIVRAI

27 Dic

Vent’anni fa Lucio Battisti cantava Io vivrò, storia di un uomo lasciato dalla sua donna, conosciuta forse di più con l’incipit “Che non si muore per amore”. Riascoltatela e notate tutte le cose che quest’uomo si propone di fare, anche quando lei gli torna nella mente.

L’unica azione assente è io ti ammazzerò, entrata però così prepotentemente nella quotidianità dei giorni nostri.

Sarebbe bello che diventasse realtà, e gli uomini di fronte ad un amore naufragato riuscissero a farsi da parte civilmente.

UOMINI E DONNE GIOCATTOLO

19 Dic

Italo Svevo nacque il 19 dicembre 1861 in quella Trieste che lo vide compagno di Umberto Saba e James (Giacomo) Joyce.

Nel romanzo Senilità, ambientato a Trieste, racconta della vita di Emilio Brentani, un impiegato senza troppe aspirazioni in una compagnia di assicurazioni, e delle sue presunte avventure amorose con Angiolina Zarri, donna totalmente diversa da lui.

L’incipit del romanzo è la descrizione di un uomo che considera la donna come un oggetto usa e getta, come, purtroppo ce ne sono anche nella realtà.

Subito, con le prime parole che le rivolse, volle avvisarla che non intendeva compromettersi in una relazione troppo seria. Parlò cioè a un dipresso così: – T’amo molto e per il tuo bene desidero ci si metta d’accordo di andare molto cauti. – La parola era tanto prudente ch’era difficile di crederla detta per amore altrui, e un po’ più franca avrebbe dovuto suonare così: – Mi piaci molto, ma nella mia vita non potrai essere giammai più importante di un giocattolo. Ho altri doveri io, la mia carriera, la mia famiglia.

La sua famiglia? Una sola sorella non ingombrante né fisicamente né moralmente, piccola e pallida, di qualche anno più giovane di lui, ma più vecchia per carattere o forse per destino. Dei due, era lui l’egoista, il giovane; ella viveva per lui come una madre dimentica di se stessa, ma ciò non impediva a lui di parlarne come di un altro destino importante legato al suo e che pesava sul suo, e così, sentendosi le spalle gravate di tanta responsabilità, egli traversava la vita cauto, lasciando da parte tutti i pericoli ma anche il godimento, la felicità. A trentacinque anni si ritrovava nell’anima la brama insoddisfatta di piaceri e di amore, e già l’amarezza di non averne goduto, e nel cervello una grande paura di se stesso e della debolezza del proprio carattere, invero piuttosto sospettata che saputa per esperienza”.

Molti uomini la pensano ancora così. 😦

L’IMMAGINARIO FEMMINILE

7 Nov

Intervista a tutto campo di Michela Murgia a Guillermo Mariotto, stilista, sul corpo della donna. Com’è cambiato in questi anni l’immaginario femminile? Quali forze segnano, agiscono sul corpo delle donne?

In cui si parla della taglia 48, dei canoni imposti dalla moda, delle libertà, del tempo che passa, dei “cataloghi” delle mise delle signore – mai visti per gli uomini – ma anche dell’uso insistente, di conseguenza fastidioso, del turpiloquio da parte di una donna di successo.

GUIDARE E NON SOLO

27 Set

L’annuncio della futura libertà delle donne dell’Arabia Saudita a mettersi alla guida di un’automobile, cosa scontata per noi, se da una parte può farci gioire per la fine di questo assurdo divieto deve farci anche riflettere che se le donne italiane hanno questa libertà, sono ancora private di molte altre. Quella di decidere del proprio corpo, di tornare a casa da sole di sera, di avere la stessa opportunità di lavoro e la stessa retribuzione degli uomini. Tutte cose garantite dalla Costituzione ma delle quali di scontato non c’è proprio nulla.

PARLARNE OGNI GIORNO

17 Ago

Scrivere della violenza di genere è ormai diventato una necessità quotidiana. Scriverne sui giornali, sui Social Media, parlarne alla macchinetta del caffè soprattutto agli uomini, al bar, in televisione, ognuno a modo suo, per far comprendere anche al più distratto che è un’emergenza sociale sempre più grave.

Parlarne con le figlie e i figli anche piccoli, perché come sappiamo che le bambine e i bambini sono spesso più ricettivi di noi. Non diciamo alle piccole e ai piccoli “tu non puoi capire”, perché capiscono benissimo, se usiamo il linguaggio rapportato alla loro età. Se non siamo capaci di spiegare questo tema a livello infantile chiediamo aiuto, i tempi dei cavoli e delle cicogne sono finiti.

Parlarne e scriverne in modo serio e asciutto, senza cadere nella trappola dei “secondo me” e senza entrare in quegli inutili dettagli che tanto piacciono ai giornali scandalistici e, purtroppo, anche ad alcuni programmi televisivi che trovano una facile platea più ampia.

Parlarne e scriverne evitando il fai-da-te su un argomento così delicato, ma affidandosi e sostenendo le associazioni del proprio territorio dotate di personale specializzato.

Parlarne in modo semplice, secondo le proprie capacità e il proprio stile, non sostituendosi agli inquirenti e agli psicologi, cose che la maggior parte di noi non siamo.

Basta un pensiero di disapprovazione, un “non ci sto!” deciso, se poi ne siamo capaci anche un discorso o uno scritto più corposo.

Insistere con le Istituzioni, a tutti i livelli, per pretendere l’attuazione di ciò che avevano promesso e non hanno fatto oppure essendo propositivi.

Il tutto, però, con garbo e Netiquette, per evitare l’effetto contrario.

Diciamo spesso che nel 2017 l’ignoranza è una scelta di vita. Ciò può andar bene se ha effetti sulla persona che la sceglie, ma non quando ne coinvolge o ha effetti negativi anche solo su un’altra.

Parlarne, scriverne e agire ogni giorno senza però indispettire l’altra parte, per non provocare l’effetto assuefazione.

L’alternativa è continuare con la triste conta delle vittime, dei femminicidi ma anche delle molestie, che lasciano una traccia indelebile nella psiche di chi le subisce.