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PARLARSI

27 Ott

Scritto il 15 maggio scorso, lo ripropongo, senza pretese di originalità.

I primi furono i due libri di Luciano Doddoli, giornalista, Lettera di un padre alla figlia che si droga del 1982 seguito da Lettera a Francesca che non si droga più del 1985, due diari in cui il giornalista racconta il dramma di sua figlia e conseguentemente della famiglia e di come lei sia riuscita a uscire da quell’orrendo tunnel.

Poi arrivò l’epoca dei manuali, tra i quali Etica per un figlio e Politica per un figlio di Savater e delle spiegazioni, i vari “Questa cosa spiegata a mio figlio”.

Il filone delle lettere, dei manuali e delle spiegazioni non è mai cessato e, se la loro pubblicazione può servire a far riflettere altri ben vengano ma sia le lettere sia i manuali danno l’idea di una cosa calata dall’alto, che giustamente i figli rifiutano.

La cosa peggiore che possiamo fare e dare in mano ai figli un libro, perché la vita non è una scienza esatta, ma un romanzo scritto giorno per giorno, con una scaletta che comprende degli obiettivi ma tiene conto anche dei fallimenti.

Proprio perché gli adulti hanno fatto quelle esperienze positive o negative che agli adolescenti mancano queste vanno trasmesse a voce.

Ricavare le pause per parlare con i figli, parlare loro del nostro lavoro per farli sentire partecipi, non da pari perché molti dimenticano che i ruoli sono diversi, ma in confidenza, seduti comodi senza le notifiche degli smartphone, aiuta loro a crescere ma anche i genitori a capire che non hanno un estraneo in casa e la frase ad effetto “questa casa non è un albergo” non avrà più quel tono di rimprovero perché la famiglia sarà vista per quello che realmente è, una comunità.

Senza stendere lettini e senza scomodare Freud.

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