Tag Archives: bambini

SPIEGARE LA REALTÀ CON I FUMETTI

24 Lug

 Ieri, pigramente sotto l’ombrellone, mi è capitato di leggere un episodio di Dylan Dog.

Non conoscevo il personaggio, come non conosco Tex Willer… può succedere.

L’episodio è “Terrore” ed è ambientato a Londra presa dalla psicosi degli attentati. Un ragazzino con nome arabo viene intercettato mentre sta costruendo un programma che gli agenti pensano sia una bomba.

Storia attuale e istruttiva. Un bambino di dieci anni, però, ha bisogno che un adulto gliela contestualizzi nella realtà attuale. Chissà se i genitori lo faranno o hanno solo comperato distrattamente il fumetto.

I BAMBINI E LA GESTIONE DEL DENARO

22 Giu

Dialogo tra due bambini di nove – dieci anni arrivati in bicicletta davanti a una macchina su strada che distribuisce l’acqua a cinque centesimi al litro.

Francesco, dobbiamo farci la tessera per non girare sempre con gli spiccioli in tasca”.

Hai ragione, Nicola, però per comprarla ci vogliono tre euro…”.

Allora, uno ne metto io, l’altro tu, e poi domandiamo a Giovanni se vuol partecipare con il terzo euro”.

Il tutto davanti al cartello che informa che la tessera, anonima, è in vendita a tre euro con tre, euro di ricarica, praticamene gratis”.

Errori di valutazione in cui incorrono spesso anche molti adulti.

MEMORIE DI AZZURRO

12 Giu

L’altro giorno, tra una cosa e l’altra, ci siamo trovati a parlare delle vacanze estive dai nonni.

Quelle descritte da Celentano in Azzurro, che io passavo qualche volta da mia nonna, con l’obbligo formale del riposino pomeridiano. Formale perché, per quell’accordo non scritto che si può stipulare con i nonni che sono più permissivi dei genitori ogni tanto, novello Tom Sawyer, trasgredivo saltando dalla finestra al pian terreno della villetta.

Anche quel giorno che, cammina cammina sul lato sinistro della strada come mi avevano insegnato a scuola, percorsi cinque chilometri fino ad arrivare al paese vicino dove abitava uno zio mugnaio che aveva un mulino ad acqua, non proprio bianco come quello dei famosi biscotti, ma che mi affascinava ugualmente (forse già all’epoca mi stavo appassionando al tempo e il roteare della ruota mi ricordava un orologio). Interrogatomi sul cosa facessi lì e se mia nonna ne fosse al corrente, mio zio mi pagò il biglietto per il primo autobus di ritorno. Mia nonna non lo venne a sapere perché non aveva il telefono, neanche quello nero a muro con il disco.

Una signora più giovane ha raccontato di come veniva mandata dai suoi nonni in Sardegna e di come veniva coccolata dalla nonna che ogni giorno ne trovava una nuova per farla mangiare, preparandole se necessario le tagliatelle a merenda. Suo nonno era un pastore, un pastore sardo di quelli che avevo visto sui libri delle elementari. Incuriosito, le ho chiesto se parlassero in dialetto o in italiano. Mi ha risposto che sì, qualche parola in dialetto usciva, ma parlavano in italiano perché a suo modo suo nonno era una persona colta. Quando recava il gregge al pascolo portava con sé un libro di un autore italiano, D’Annunzio, Verga o qualche altro, assieme a un piccolo dizionario nel quale cercava le parole che non conosceva e scriveva i suoi marginalia.

Sono rimasto stupito e lei a sua volta mi ha detto di esserlo stato quando, da adulta, ha visto il film tratto dal romanzo Padre Padrone di Gavino Ledda, che certo non corrispondeva all’immagine del pastore sardo che le aveva trasmesso il nonno.

Questo per dire che ci sono luoghi comuni e stereotipi che non corrispondono affatto alla realtà, che non debbono essere presi per buoni ma verificati, e facilmente si trova che derivano da chiacchiere popolari senza fondamento.

Come quella che vuole il “contadino, scarpe grosse e cervello fino”. Scarpe grosse sicuramente, perché altrimenti affonda nel terreno bagnato, ma “cervello fino” non si riferisce ad una persona che non ci arriva ma piuttosto che sa ragionare. Forse non sempre come i libri di scuola ma, si sa, i libri sono la forma scritta in bella copia della pratica.

BAMBINI INDIFESI

8 Giu

Fino ad una certa età i bambini sono indifesi e dipendono in tutto e per tutto, anche per la loro vita, da una o più persone adulte.

È facile parlarne da fuori, come sto facendo anch’io, da persone per cui l’unica esperienza diretta dettata dalla fretta è quella di non rammentare dove si ha parcheggiato l’auto o di tornare a casa senza aver acquistato un articolo presente nella lista della spesa.

Dimenticare il proprio figlio in auto, dicono gli psichiatri, è frutto della frenesia del nostro tempo, una dissociazione dalla realtà come meccanismo di autodifesa che purtroppo non tiene conto delle altre conseguenze.

Ciò che è accaduto ieri in provincia di Arezzo non è il primo caso e, fatalmente non sarà l’ultimo. Anche mettere un post-it sul volante non serve perché come tutti gli avvisi permanenti col tempo perde la sua efficacia.

Come reazione spontanea spesso inizia un movimento di opinone, non solo sui Social Media, c’è una richiesta come quella di un uomo che nel 2015 ha perso nello stesso modo suo figlio e ha aperto fu Facebook una raccolta di firme per ottenere che sulle automobili venga inserito un segnale acustico simile a quello che suona quando non ci si allacciano le cinture.

Mi domando però se sia corretto in casi come questo citare il suo nome come ha fatto oggi un tg, rinnovando in lui quella ferita e quel senso di colpa che forse si porta addosso, salvo che non abbia dato il suo esplicito consenso.

Questa mattina ho visto una volta di più un bambino seduto in braccio alla madre senza cintura sul sedile accanto al guidatore. Questo modo di fare, che trae origine dall’errata convinzione che in città gli impatti non siano violenti, non è, a differenza dell’altro, dovuto a dissociazione dalla realtà ma un vero atto di incoscienza verso di sé e verso il bambino, che in caso di urto è il primo a sbattere contro il parabrezza.

GENOCIDIO

10 Mag

Non chiedete di Aleppo alla gente comune, ma ai Plato, agli Erode, ai Caifa di oggi che potrebbero fare ma non fanno.

IL VALORE DI UNA VITA

19 Apr

Quando, il 3 dicembre 1984, saltò in aria la centrale di Bhopal, per mera trascuratezza nella manutenzione degli impianti da parte della proprietaria americana Union Carbide India Ltd., che l’aveva costruita in India per non aver problemi con le autorità di protezione dell’ambiente americane, la compagnie assicurative non pagarono un solo dollaro perché non sapevano valutare “quanto vale la vita di un indiano”.

A Bari, ma non è il primo caso, una bambina è nata morta per la discussione su chi avesse avuto il diritto di usare la camera operatoria.

Quei signori si saranno posti il problema di quanto vale la vita di una bambina?!

Dopo aver scritto questo post ho appreso la notizia di un’infermiera di Treviso che fingeva di vaccinare i bambini. 😦

PESTE E BAMBINI SIRIANI

5 Apr

Perché cambiano le circostanze ma l’effetto è lo stesso. :-/

Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori. Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento.

Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, – no! – disse: – non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete –. Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: – promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così.

Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affaccendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come sur un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: – addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri –. Poi voltatasi di nuovo al monatto, – voi, – disse, – passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola.

Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccia, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato”.

I promessi sposi, capitolo XXIV.