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MIGRAZIONI INTERNE E ACCOGLIENZA

24 Giu

 

Il primo giugno di anni or sono andai a lavorare a Firenze. Il 24 del mese, giorno di San Giovanni con la mia fidanzata, attuale moglie, andai in gita nell’allora romantica Venezia, senza tornelli e negozi di cineserie varie.

Dopo pranzo mi ritrovai, senza farci caso, a ordinare due “affè”.

Belli quei posti che posti che ti fanno sentire a casa senza che te ne accorga. In una ventina di giorni, infatti, persi la c forte e iniziai a parlare all’impersonale “si va, si viene, si dice” (che tutto sommato può tornare utile: “Chi, noi? No, è un’affermazione di principio” 🙂 ”.

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A NORD DI NESSUN SUD

23 Mag

Nel sermone dal monte Gesù di Nazareth tra le altre cose dice:

“Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”, richiamando il comando in Levitico 19:18 “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Matteo 5:43).

La seconda parte, odierai il tuo nemico, non trova spazio nelle Scritture, ma è un’aggiunta di comodo dei rabbini che circolava all’epoca di Gesù. In Levitico 19, ai versetti 33-34, troviamo invece scritto “Quando un forestiero dimorerà presso di voi nella vostra terra, non lo opprimerete. Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto”.

Le mie citazioni sono come quasi sempre dalla traduzione ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana. Sembra strano che un leader politico non le conosca, come ha dimostra nel suo show del febbraio scorso, “Gli ultimi saranno i primi”. Così Matteo Salvini in piazza Duomo sul palco di “Prima gli italiani. Ora o mai più, mostrando un rosario e citando “un Matteo più importante di me, che non è Renzi“. “Me lo ha regalato un don, fatto da una donna che combatte in strada, e non lo mollo più”, ha detto il leader della Lega. Il Matteo più importante di lui è con tutta evidenza l’evangelista della mia prima citazione.

Non si possono estrapolare le frasi della Bibbia che fanno comodo, facendo loro dire ciò che non dicono.

I nostri nonni o genitori come gli ebrei della Bibbia (che andarono in Egitto in seguito a una carestia) sono stati forestieri per lavoro in Belgio, Germania, Sud America e Australia, e hanno sbattuto il naso di fronte a molti cartelli “È vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”. Senza andare all’estero basterà ricordare i cartelli “Non si fitta ai meridionali” a Torino, dove molti andavano a lavorare alla Fiat. Quei terroni i nonni dei quali furono mandati a combattere sul fronte nordorientale della prima guerra mondiale, senza sapere perché (“lì, dove le pietre le chiamano sassi”, come diceva un mio amico pugliese).

Prima – avverbio di tempo – ha senso solo se c’è un dopo, altrimenti in italiano si dice solamente, e di fronte alle chiusure spesso pretestuose, come sta succedendo a Monfalcone, con impedimenti burocratici contro la costruzione del centro islamico e il diniego della erezione di tre gazebo per la festa della fine del Ramadan perché è un evento contrario all’identità locale, quando poi scopri che nelle sagre – autorizzate – trovi dalla cucina romana a quella australiana (notizia di oggi è che anche il comune di Pordenone autorizza solo i cibi autoctoni).

Un vero peccato perché la vicina Trieste è sempre stata un melting pot, una fucina di interscambio di idee il cui unico ostacolo può eventualmente essere quello linguistico (all’inizio dello scorso secolo, invece, la borghesia parlava indifferentemente italiano, sloveno e tedesco). Certo dispetti di frontiera ce ne sono stati, ce ne sono e ce ne saranno prima con la Jugoslavia e ora con la Slovenia ma sono fenomeni fisiologici che non minano la convivenza. Trieste aveva (da molti anni è chiuso ma dall’esterno si vede la mezzaluna) anche il cimitero turco, proprietà del consolato della Turchia, ma dove turco va letto piuttosto nel senso di musulmano come nel detto di quando Dubrovnik era italiana e si chiamava Ragusa: “No semo (siamo) né turchi né ebrei, semo nobili ragusei”.

Le statistiche ci dicono che la paura del diverso e il numero dei reati anche a sfondo sessuale commessi dagli stranieri sono in numero molto inferiore rispetto a quello che il martellamento dei media vuol farci credere. Ci sono zone critiche, nessuno lo nega, ma la microcriminalità quotidiana è anche italiana.

Se invece di imporre divieti, alimentare paure, guardare all’altro con diffidenza, cominciassimo a parlargli, anzi, a parlarci l’un l’altro? Scopriremmo, come ha la fortuna di fare chi lavora nei centri di ricerca internazionali di Trieste (Area Science Park, Ictp, MIB, Sissa e altri) o chi studia al Collegio del Mondo Unito di Duino, che le differenze ci sono – d’altronde sai che noia se fossimo tutti uguali! – che l’altro è prima di tutto una persona e come tale va rispettata, ma soprattutto che un cinese e un medio orientale hanno uno humor diverso dal nostro ma fondamentalmente ridono o piangono come noi.

Il titolo del celebre libro di Charles Bukowski A sud di nessun nord dovrebbe rammentarci che siamo sempre il Nord e noi in Italia il Sud di qualcun altro. Certamente della Finlandia, ma anche della Germania, e della Francia che non ci impone terrore o diffidenza ma ci sta mettendo i piedi in testa dal punto di vista economico.

C’è da riflettere.

L’IMMAGINARIO FEMMINILE

7 Nov

Intervista a tutto campo di Michela Murgia a Guillermo Mariotto, stilista, sul corpo della donna. Com’è cambiato in questi anni l’immaginario femminile? Quali forze segnano, agiscono sul corpo delle donne?

In cui si parla della taglia 48, dei canoni imposti dalla moda, delle libertà, del tempo che passa, dei “cataloghi” delle mise delle signore – mai visti per gli uomini – ma anche dell’uso insistente, di conseguenza fastidioso, del turpiloquio da parte di una donna di successo.

E SE NON CI “SELFASSIMO”?

26 Lug

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È di una decina di giorni fa la notizia della signora che per farsi un selfie in una mostra di Londra ha provocato un effetto domino dal costo di 200.000 dollari.

Questa mattina La Stampa riporta la notizia di una quindicenne morta nel tentativo di farsi un selfie estremo.

TriestePrima invece ci racconta di un giovane che si è fatto filmare mentre si tuffava dal molo Audace di Trieste per sfidare la tempesta, con il risultato della figuraccia di essere salvato dalla Guardia Costiera.

Tutti comportamenti estremi, che si accompagnano all’uso irresponsabile del cellulare o dello smartphone alla guida, che ha visto l’inasprimento delle sanzioni, ma anche da parte di molti pedoni che, guardando lo schermo, vanno a sbattere il naso da qualche parte.

Fenomeno del momento? Se così fosse speriamo finisca presto, però sembra più mania di protagonismo e ansia di risposta, per non parlare dei gesti estremi degli adolescenti sui binari ferroviari, fenomeni ormai monitorati dalla Polizia Ferroviaria.

Cose già dette, ma val bene ripetere che è più importante la persona che le sue troppe fotografie che uno smartphone ci permette di fare, che una telefonata vale dieci messaggi WhatsApp, e che le relazioni faccia a faccia, quando possibili, valgono molto di più.

Senza sottovalutare il rischio di eventuali divieti indiscriminati che andrebbero a colpire tutti, anche coloro che delle tecnologie fanno un uso cosciente e responsabile, e che rammentano i cartelli in alcuni esercizi commerciali “PER COLPA DI QUALCUNO NON SI FA CREDITO A NESSUNO”.

Pensiamoci.

P.s. Mio nipote, 10 anni, al mare ha comperato un bastone per i selfie… mi sono tranquillizzato quando ho visto che lo usa per grattarsi la schiena. 🙂

“MATRIMONIO DA FAVOLA”

17 Giu

Leggo sui giornali di un matrimonio da favola a Trieste, quello tra Viktoria Swarovski, l’erede della famiglia dei famosi brillanti e Werner Murz, manager.

Niente da dire sulla concessione del colle da parte del comune di Trieste come avviene per le grandi occasioni – domani piazza Unità d’Italia sarà interdetta alla circolazione anche pedonale per il concerto della Filarmonica della Scala patrocinata da Allianz – anche per il ritorno in termini di visibilità turistica che questi eventi possono portare. “Con l’approssimarsi dell’ora fatidica, intanto, il parcheggio antistante la cattedrale è stato blindato con nastro a strisce bianche e rosse. Vi avevano accesso solo automobili battenti targa tedesca e austriaca”.

Diverso è, o dovrebbe essere, la cessione della chiesa, intesa come edificio, che a differenza dagli evangelici e protestanti, per i cattolici è un luogo sacro, per un evento che ha tutti gli estremi per definirsi mondano altrimenti i due si sarebbero sposati tranquillamente in Austria.

Il matrimonio, anche quello cattolico, è un contratto tra due persone (la parola è brutta ma richiama in Italia gli articoli del Codice civile), che dovrebbe esulare dalla spettacolarizzazione e dalla ricerca di location particolari ma, soprattutto, per il suo significato di condivisione e testimonianza, dovrebbe essere aperto a tutti, mentre “Sin da ora di pranzo un paio di agenti di sicurezza hanno iniziato a impedire ai visitatori di avvicinarsi all’altare”.

Resto in attesa di leggere l’opinione di Giampaolo Crepaldi, sempre attento ai costumi e alle esagerazioni, o chi per lui sul settimanale Vita nuova della diocesi di Trieste.

(I virgolettati sono citazioni dall’articolo de Il Piccolo di Trieste).

GIOCHI D’INFANZIA

18 Giu

porton

Parlavamo giorni fa dei giochi dei bambini. No, niente videogame, ma quelli di società quando piove, come il “Non t’arrabbiare”, il “Gioco dell’oca”, la dama e soprattutto il domino, che noi abbiamo relegato ai bambini mentre è molto in uso tra gli adulti nei paesi dell’Est, disponibile nei bar e nelle hall degli alberghi al pari delle carte da briscola nelle nostre trattorie, e poi quelli da cortile, oltre al calcio improvvisato, la corsa dei tappi con piste disegnate col gesso, ormai quasi limitata alla spiaggia, dove i tappi a corona sono sostituiti dalle biglie e quello nella fotografia, proposta da su Twitter da @gegola, e che dalle mie parti si chiama “Porton”.

Lo si trova nei nostri cortili, qualche volta sui marciapiedi,  e anche sui ponti delle navi da crociera.

Mi ha colpito vederlo nel tristissimo film La sposa bambina, ambientato nello Yemen, segno che esiste un linguaggio dell’infanzia che travalica i confini e che, troppo spesso, gli adulti riescono a rovinare.