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COME UN DENTE DI LEONE

14 Dic

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Le statistiche più o meno ufficiali ci informano periodicamente su quanto costa crescere una figlia o un figlio, nei suoi primi anni di vita e nel suo percorso scolastico fino alle superiori o all’Università.

Queste statistiche giustamente parlano di danaro e non tengono conto degli altri parametri. Di quanto sia impegnativo crescere una figlia o un figlio sul piano affettivo, educativo – che non è solo quello scolastico – emozionale, tutte variabili che non si possono ma sopratutto non si devono monetizzare.

Tirar su una figlia o un figlio, è un’esperienza bellissima, e anche i padri in questi ultimi anni cominciano volentieri ad esserne coinvolti fin dalla prima infanzia, per tradizione o – diciamolo pure – per comodo, compito fino a poco tempo fa delegato alle madri.

Nessuno nasce imparato” e a volte si sbaglia, anche questo fa parte del gioco, ma l’aspirazione di ogni genitore è dare il massimo alla propria figlia o al proprio figlio, quanto a educazione, scolarità e quanto serve per affrontare la vita una volta diventato indipendente.

Succede invece che per alcune e alcuni un brutto incontro, un incidente stradale o peggio qualcuno, in nome di un’ideologia che niente ha a che vedere con la fede, ponga fine a quella vita, come il soffio su un dente di leone che diverte tanto i bambini.

Dal di fuori non si può comprendere il vuoto lasciato da questa assenza. Pretendere di passarlo al colino spesso della dis-informazione è un atto offensivo verso il dolore altrui. Possiamo, al massimo, provare sentimenti di com-passione.

Dedicato a Antonio Megalizzi, giovane giornalista, che non c’è più.

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LA MORTE NELLA CIVILTÀ DELL’IMMAGINE

29 Mar

Di morte, anche in relazione alle disposizioni anticipate di trattamento, ho scritto più volte arrivando citare il paradosso per cui agli inizi del secolo scorso, considerate le comunicazioni dell’epoca, molte persone che emigravano in Australia pur non ammettendolo erano sicure di non vedere più i loro familiari, in una specie di morte bianca.

Pochi sono coloro che sanno definire il concetto di nascita e ancora meno coloro che sanno vincere il tabù della morte. Diverso è il caso delle sofferenze durante una malattia. Per il credente la vita eterna inizia dalla sua conversione e la morte, salvo il vuoto che lascia in famiglia e nella cerchia di amici, è solo una una tappa dell’esistenza. Il non credente la vede come il compimento della sue esistenza.

Nella cultura cristiana la sepoltura è un momento ristretto alla famiglia, a cui spetta la successiva rielaborazione del lutto, o al massimo alla comunità.

Le tradizioni funebri nel nostro Mezzogiorno sono molto elaborate. Il defunto viene trasportato dall’ospedale a casa dove viene allestita la camera ardente con le piagnone, donne pagate gemere e lamentarsi. Nei paesi c’è un andirivieni di persone, anche sconosciute, che passano per le condoglianze. Qualcuno porta del cibo per esentare la famiglia dalle faccende di cucina, poi, durante la cerimonia funebre, molte delle stesse persone si ripresentano. La cosa sta ridimensionandosi a livelli meno spettacolari, così come nella nostra società l’impatto con la morte si è un po’ ammorbidito. Oltre al venir meno dell’obbligo dell’abito nero per le vedove (e non per i vedovi, nota) per un anno, spesso dribblato con il fatto che il nero è diventato un colore di moda come gli altri e i carri funebri da neri sono passati a un più accettabile grigio.

L’aspetto negativo della società dell’immagine e dell’apparire si è però fatto sentire anche in nel mondo degli affetti.

Alla morte di un personaggio pubblico molti si sentono in obbligo di lasciare il loro pensiero in quel libro di presenze elettronico rappresentato da Twitter, con successivo controllo di coloro che avrebbero dovuto e non ha partecipato.

Negli ultimi anni molti funerali da fatto privato della famiglia sono diventati occasione di incontro pubblico e mediatico, da quello di una persona sconosciuta fino al giorno prima e morta in circostanze alle quali le televisioni hanno dato un’enfasi superiore a quella richiesta dalla cronaca.

Si è imposta l’usanza degli applausi all’arrivo e all’uscita dalla chiesa del feretro anche se non ne è chiaro il motivo e nel caso di bambini il rilascio nell’aria dei palloncini bianchi.

Senza nulla togliere alla persona di Fabrizio Frizzi, uomo buono e impegnato nel fare del bene senza palesarlo né al suo personaggio tanto amato da tanti spettatori di ogni età ieri in un twitt ho espresso le mie perplessità sulla trasmissione in diretta del suo funerale su Rai1 sia perché, come ho scritto più sopra, le esequie sono un fatto privato sia perché può essere un precedente non da poco che costringerà l’azienda alla valutazione di farlo o meno alla morte di un’altra persona dello spettacolo.

A Trieste c’erano due attori di teatro che lavoravano spesso assieme. Alla morte di lui gli hanno intitolato il teatro dove si esibivano. Mi chiedo cosa faranno alla morte di lei.

VIVERE LA VITA, CON GIOIA

30 Gen

Di Massimo Recalcati sto leggendo Contro il sacrificio. Al di là del fantasma sacrificale, in cui spiega che quella sacrificale è una pratica solo umana e che al giorno d’oggi non ha più senso.

Non è un “libro da spiaggia o sotto l’albero”, ma come sempre l’autore è preciso nell’analizzare come le diverse persone affrontino il sacrificio.

In particolare parlando di Bernardo di Chiaravalle fondatore dell’ordine dei Cistercensi che vedeva nel cibo solo una necessità fisica a cui togliere ogni piacere, e che per questo fu richiamato anche da Tommaso d’Aquino, conclude “Qui non c’è più alcuna traccia dell’amore di Cristo per la vita…”. Rammentiamo che la prima uscita pubblica di Gesù fu durante una festa, le nozze di Cana.

Molto interessante è la risposta avuta da ragazzo dal padre, fioraio, nei confronti del dolore e della morte: “La malattia fa parte della vita, ma non devi avere paura”.

Qui la presentazione del libro a QuanteStorie di Rai3

L’IMPROVVISA FRETTA SUL FINE VITA

17 Nov

Questo, così come appare sull’Osservatore Romano, e non altri è il messaggio che Bergoglio ha mandato a Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita e a tutti i partecipanti al Meeting Regionale Europeo della World Medical Association sulle questioni del cosiddetto “fine-vita”, organizzato presso l’Aula Vecchia del Sinodo in Vaticano il 16 e 17 novembre 2017.

Rattrista notare come alcuni politici, giornali e opinionisti lo hanno strumentalizzato con dei virgolettati che tali non sono o stravolgendo le parole, ma anche da cittadino di uno stato laico leggere di politici che cavalcano l’onda dicendo che c’è fretta di approvare la legge dopo anni di letargo in Parlamento, solo perché si è espresso il massimo esponente di una chiesa.

PENA DI MORTE

13 Gen

Ieri l’Ansa ha dato notizia della prima esecuzione capitale del 2017, in Texas, Stati Uniti.

L’opinione pubblica americana giustifica la pena di morte basandosi sul biblico “Frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente,” (Levitico 24:19-20), anche se pare che non sia stata mai applicata alla lettera dagli ebrei perché più che essere un comando poneva un limite alla vendetta

Pare che la notizia non abbia goduto di gran rilievo, né si è visto il Colosseo illuminato

In questo particolare momento di transizione tra l’amministrazione Obama a quella Trump forse i media hanno ritenuto opportuno aspettare gli sviluppi dell’insediamento del nuovo inquilino della Casa Bianca.

“SÍ, MA GLI ALTRI GIORNI NO!”

8 Gen

Il merito di Charles S. Schulz, il “papà” dei Peanuts, è di aver messo i discorsi, le gioie e le tensioni degli adulti in bocca ai bambini con la stessa finzione scenica di molti racconti per ragazzi che in realtà sono rivolti agli adulti e, ogni tanto, aver affrontato quei temi seri che molte persone preferiscono rimandare o non vedere. Come in questa vignetta di uno dei tanti “dialoghi” tra Charlie Brown e Snoopy.

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Il tema della morte è spesso un tabù evitato anche dai credenti, eppure essa non è in contrapposizione alla vita ma alla nascita. È un passaggio della vita che, fino al ritorno del Signore tutti affronteremo.

Un giorno ci toccherà morire”, dice pensieroso Charlie Brown. La replica di Snoopy “Certo, ma gli altri giorni no”, racchiude in modo semplice la certezza del credente che si basa sulla promessa di Gesù “Chi crede in me anche se muoia vivrà” (Giovanni 11:25). Passiamo sì attraverso la morte fisica, ma per cominciare a vivere in un altro stato, quello spirituale che oggi possiamo solo immaginare e sul quale molti hanno fatto inutili speculazioni, un po’ come voler spiegare ad un bambino la sfericità della terra.

C’è solo una morte che dobbiamo temere, quella che nel Cantico di frate Sole Francesco d’Assisi chiama “seconda morte”, distinguendola da quella corporale che chiama sorella.

Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare: guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male”.

 

 

CULTURE

26 Lug

C’è un film su Robin Hood di cui non rammento il titolo che sarebbe visibilissimo anche dai bambini se non fosse per la prima scena che mostra in modo cruento il taglio della mano ad un ladro in un paese musulmano.

Al di là della facile battuta che in Italia metà della popolazione avrebbe una mano sola, una pratica che in noi desta orrore è invece accettata in una cultura che ha una diversa concezione del corpo.

Discorso non uguale ma simile può esser fatto per il suicidio – non mi riferisco all’eutanasia, che è un’altra cosa -, che nella nostra cultura suscita interrogativi se non in casi particolari, come per esempio quello di Sansone nella Bibbia, del carabiniere Salvo d’Acquisto che si denunciò per salvare i suoi compagni, o di Jan Palach a scopo dimostrativo di protesta, che di recente è stato emulato più volte anche in Italia.

Notizia di oggi è l’uccisione di diciannove persone e il ferimento di altre venti in una casa di riposo da parte di un ventiseienne in Giappone.

I parallelismi con alcuni dei recenti attentati in Germania ci sono tutti ma la notizia è ancora troppo fresca per giustificarli. Può essere stato, come sembra, il gesto di uno squilibrato ma qualsiasi analisi non può prescindere dalla cultura giapponese, così lontana e così diversa dalla nostra.

Molte volte i giornalisti sono stati invitati a non usare il termine kamikaze in relazione agli attacchi suicidi degli islamisti, perché i due fenomeni hanno origini completamente diverse.

Aspettiamo e cerchiamo di capire, prima di “lanci di agenzia” che debbano essere smentiti.