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LA MORTE NELLA CIVILTÀ DELL’IMMAGINE

29 Mar

Di morte, anche in relazione alle disposizioni anticipate di trattamento, ho scritto più volte arrivando citare il paradosso per cui agli inizi del secolo scorso, considerate le comunicazioni dell’epoca, molte persone che emigravano in Australia pur non ammettendolo erano sicure di non vedere più i loro familiari, in una specie di morte bianca.

Pochi sono coloro che sanno definire il concetto di nascita e ancora meno coloro che sanno vincere il tabù della morte. Diverso è il caso delle sofferenze durante una malattia. Per il credente la vita eterna inizia dalla sua conversione e la morte, salvo il vuoto che lascia in famiglia e nella cerchia di amici, è solo una una tappa dell’esistenza. Il non credente la vede come il compimento della sue esistenza.

Nella cultura cristiana la sepoltura è un momento ristretto alla famiglia, a cui spetta la successiva rielaborazione del lutto, o al massimo alla comunità.

Le tradizioni funebri nel nostro Mezzogiorno sono molto elaborate. Il defunto viene trasportato dall’ospedale a casa dove viene allestita la camera ardente con le piagnone, donne pagate gemere e lamentarsi. Nei paesi c’è un andirivieni di persone, anche sconosciute, che passano per le condoglianze. Qualcuno porta del cibo per esentare la famiglia dalle faccende di cucina, poi, durante la cerimonia funebre, molte delle stesse persone si ripresentano. La cosa sta ridimensionandosi a livelli meno spettacolari, così come nella nostra società l’impatto con la morte si è un po’ ammorbidito. Oltre al venir meno dell’obbligo dell’abito nero per le vedove (e non per i vedovi, nota) per un anno, spesso dribblato con il fatto che il nero è diventato un colore di moda come gli altri e i carri funebri da neri sono passati a un più accettabile grigio.

L’aspetto negativo della società dell’immagine e dell’apparire si è però fatto sentire anche in nel mondo degli affetti.

Alla morte di un personaggio pubblico molti si sentono in obbligo di lasciare il loro pensiero in quel libro di presenze elettronico rappresentato da Twitter, con successivo controllo di coloro che avrebbero dovuto e non ha partecipato.

Negli ultimi anni molti funerali da fatto privato della famiglia sono diventati occasione di incontro pubblico e mediatico, da quello di una persona sconosciuta fino al giorno prima e morta in circostanze alle quali le televisioni hanno dato un’enfasi superiore a quella richiesta dalla cronaca.

Si è imposta l’usanza degli applausi all’arrivo e all’uscita dalla chiesa del feretro anche se non ne è chiaro il motivo e nel caso di bambini il rilascio nell’aria dei palloncini bianchi.

Senza nulla togliere alla persona di Fabrizio Frizzi, uomo buono e impegnato nel fare del bene senza palesarlo né al suo personaggio tanto amato da tanti spettatori di ogni età ieri in un twitt ho espresso le mie perplessità sulla trasmissione in diretta del suo funerale su Rai1 sia perché, come ho scritto più sopra, le esequie sono un fatto privato sia perché può essere un precedente non da poco che costringerà l’azienda alla valutazione di farlo o meno alla morte di un’altra persona dello spettacolo.

A Trieste c’erano due attori di teatro che lavoravano spesso assieme. Alla morte di lui gli hanno intitolato il teatro dove si esibivano. Mi chiedo cosa faranno alla morte di lei.

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VIVERE LA VITA, CON GIOIA

30 Gen

Di Massimo Recalcati sto leggendo Contro il sacrificio. Al di là del fantasma sacrificale, in cui spiega che quella sacrificale è una pratica solo umana e che al giorno d’oggi non ha più senso.

Non è un “libro da spiaggia o sotto l’albero”, ma come sempre l’autore è preciso nell’analizzare come le diverse persone affrontino il sacrificio.

In particolare parlando di Bernardo di Chiaravalle fondatore dell’ordine dei Cistercensi che vedeva nel cibo solo una necessità fisica a cui togliere ogni piacere, e che per questo fu richiamato anche da Tommaso d’Aquino, conclude “Qui non c’è più alcuna traccia dell’amore di Cristo per la vita…”. Rammentiamo che la prima uscita pubblica di Gesù fu durante una festa, le nozze di Cana.

Molto interessante è la risposta avuta da ragazzo dal padre, fioraio, nei confronti del dolore e della morte: “La malattia fa parte della vita, ma non devi avere paura”.

Qui la presentazione del libro a QuanteStorie di Rai3

L’IMPROVVISA FRETTA SUL FINE VITA

17 Nov

Questo, così come appare sull’Osservatore Romano, e non altri è il messaggio che Bergoglio ha mandato a Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita e a tutti i partecipanti al Meeting Regionale Europeo della World Medical Association sulle questioni del cosiddetto “fine-vita”, organizzato presso l’Aula Vecchia del Sinodo in Vaticano il 16 e 17 novembre 2017.

Rattrista notare come alcuni politici, giornali e opinionisti lo hanno strumentalizzato con dei virgolettati che tali non sono o stravolgendo le parole, ma anche da cittadino di uno stato laico leggere di politici che cavalcano l’onda dicendo che c’è fretta di approvare la legge dopo anni di letargo in Parlamento, solo perché si è espresso il massimo esponente di una chiesa.

PENA DI MORTE

13 Gen

Ieri l’Ansa ha dato notizia della prima esecuzione capitale del 2017, in Texas, Stati Uniti.

L’opinione pubblica americana giustifica la pena di morte basandosi sul biblico “Frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente,” (Levitico 24:19-20), anche se pare che non sia stata mai applicata alla lettera dagli ebrei perché più che essere un comando poneva un limite alla vendetta

Pare che la notizia non abbia goduto di gran rilievo, né si è visto il Colosseo illuminato

In questo particolare momento di transizione tra l’amministrazione Obama a quella Trump forse i media hanno ritenuto opportuno aspettare gli sviluppi dell’insediamento del nuovo inquilino della Casa Bianca.

“SÍ, MA GLI ALTRI GIORNI NO!”

8 Gen

Il merito di Charles S. Schulz, il “papà” dei Peanuts, è di aver messo i discorsi, le gioie e le tensioni degli adulti in bocca ai bambini con la stessa finzione scenica di molti racconti per ragazzi che in realtà sono rivolti agli adulti e, ogni tanto, aver affrontato quei temi seri che molte persone preferiscono rimandare o non vedere. Come in questa vignetta di uno dei tanti “dialoghi” tra Charlie Brown e Snoopy.

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Il tema della morte è spesso un tabù evitato anche dai credenti, eppure essa non è in contrapposizione alla vita ma alla nascita. È un passaggio della vita che, fino al ritorno del Signore tutti affronteremo.

Un giorno ci toccherà morire”, dice pensieroso Charlie Brown. La replica di Snoopy “Certo, ma gli altri giorni no”, racchiude in modo semplice la certezza del credente che si basa sulla promessa di Gesù “Chi crede in me anche se muoia vivrà” (Giovanni 11:25). Passiamo sì attraverso la morte fisica, ma per cominciare a vivere in un altro stato, quello spirituale che oggi possiamo solo immaginare e sul quale molti hanno fatto inutili speculazioni, un po’ come voler spiegare ad un bambino la sfericità della terra.

C’è solo una morte che dobbiamo temere, quella che nel Cantico di frate Sole Francesco d’Assisi chiama “seconda morte”, distinguendola da quella corporale che chiama sorella.

Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare: guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male”.

 

 

CULTURE

26 Lug

C’è un film su Robin Hood di cui non rammento il titolo che sarebbe visibilissimo anche dai bambini se non fosse per la prima scena che mostra in modo cruento il taglio della mano ad un ladro in un paese musulmano.

Al di là della facile battuta che in Italia metà della popolazione avrebbe una mano sola, una pratica che in noi desta orrore è invece accettata in una cultura che ha una diversa concezione del corpo.

Discorso non uguale ma simile può esser fatto per il suicidio – non mi riferisco all’eutanasia, che è un’altra cosa -, che nella nostra cultura suscita interrogativi se non in casi particolari, come per esempio quello di Sansone nella Bibbia, del carabiniere Salvo d’Acquisto che si denunciò per salvare i suoi compagni, o di Jan Palach a scopo dimostrativo di protesta, che di recente è stato emulato più volte anche in Italia.

Notizia di oggi è l’uccisione di diciannove persone e il ferimento di altre venti in una casa di riposo da parte di un ventiseienne in Giappone.

I parallelismi con alcuni dei recenti attentati in Germania ci sono tutti ma la notizia è ancora troppo fresca per giustificarli. Può essere stato, come sembra, il gesto di uno squilibrato ma qualsiasi analisi non può prescindere dalla cultura giapponese, così lontana e così diversa dalla nostra.

Molte volte i giornalisti sono stati invitati a non usare il termine kamikaze in relazione agli attacchi suicidi degli islamisti, perché i due fenomeni hanno origini completamente diverse.

Aspettiamo e cerchiamo di capire, prima di “lanci di agenzia” che debbano essere smentiti.

 

LASCIAMO DIO FUORI DALLE DISGRAZIE

16 Lug

Di fronte alle catastrofi, agli incidenti stradali e agli attentati, pur tenendo conto dell’emotività del momento dei sopravvissuti che si dicono “miracolati”, dimenticando o forse non conoscendo la riflessione che ne fa Primo Levi in “Se questo è un uomo”, è certamente inopportuno addossare responsabilità all’Eterno come ha fatto il vescovo di Andria ai funerali delle vittime dello scontro ferroviario, richiamando l’incipit del salmo 22 “Dio mio, Dio mio, perché ci hai abbandonato? Perché hai permesso che succedesse tutto questo a tanti nostri fratelli, sorelle, padri, amici?

Le responsabilità dell’incidente, che saranno definite dalla magistratura, così come l’arretratezza del nostro Mezzogiorno non sono certo causa sua, che non fa il capostazione né conduce treni, né vale il detto “abbandonati da Dio e dagli uomini” o il titolo del libro “Cristo si è fermato a Eboli”, scritto da un altro Levi, Carlo, nel 1945, che vi fu mandato al confino dal regime fascista nel quale l’autore denunciava l’arretratezza del Mezzogiorno, assieme a Fontamara di Ignazio Silone e ai molti saggi scritti sulla “questione meridionale”, ma potremmo fare lo stesso ragionamento distinguendo tra chi è morto e chi è rimasto in vita il giorno dopo a Nizza e via citando.

L’esclamazione di Gesù sulla croce va intesa nel contesto del salmo 22, da cui è tratta, è simile all’espressione “Tutto è compiuto” riportata alla morte di Gesù da Giovanni (19:30).

Gesù, va rammentato, era un ebreo e citava i salmi al loro modo. All’epoca, si sa, non erano numerati e venivano citati con il primo verso anche per richiamare tutto il testo

“Dioo mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Tu sei lontano dalla mia salvezza”: sono le parole del mio lamento. Dio mio, invoco di giorno e non rispondi, grido di notte e non trovo riposo. Eppure tu abiti la santa dimora, tu, lode di Israele. In te hanno sperato i nostri padri, hanno sperato e tu li hai liberati; a te gridarono e furono salvati, sperando in te non rimasero delusi. Ma io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo. Mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo: Si è affidato al Signore, lui lo scampi; lo liberi, se è suo amico”. Sei tu che mi hai tratto dal grembo, mi hai fatto riposare sul petto di mia madre. Al mio nascere tu mi hai raccolto, dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio. Da me non stare lontano, poiché l’angoscia è vicina e nessuno mi aiuta. Mi circondano tori numerosi, mi assediano tori di Basan. Spalancano contro di me la loro bocca come leone che sbrana e ruggisce. Come acqua sono versato, sono slogate tutte le mie ossa. Il mio cuore è come cera, si fonde in mezzo alle mie viscere. È arido come un coccio il mio palato, la mia lingua si è incollata alla gola, su polvere di morte mi hai deposto. Un branco di cani mi circonda, mi assedia una banda di malvagi; hanno forato le mie mani e i miei piedi, posso contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano, mi osservano: si dividono le mie vesti, sul mio vestito gettano la sorte. Ma tu, Signore, non stare lontano, mia forza, accorri in mio aiuto. Scampami dalla spada, dalle unghie del cane la mia vita. Salvami dalla bocca del leone e dalle corna dei bufali. Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo allassemblea. Lodate il Signore, voi che lo temete, gli dia gloria la stirpe di Giacobbe, lo tema tutta la stirpe di Israele; perché egli non ha disprezzato né sdegnato l’afflizione del misero, non gli ha nascosto il suo volto, ma, al suo grido d’aiuto, lo ha esaudito. Sei tu la mia lode nella grande assemblea, scioglierò i miei voti davanti ai suoi fedeli. I poveri mangeranno e saranno saziati, loderanno il Signore quanti lo cercano: “Viva il loro cuore per sempre”. Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra, si prostreranno davanti a lui tutte le famiglie dei popoli. Poiché il regno è del Signore, egli domina su tutte le nazioni. A lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra, davanti a lui si curveranno quanti discendono nella polvere. E io vivrò per lui, lo servirà la mia discendenza. Si parlerà del Signore alla generazione che viene; annunzieranno la sua giustizia; al popolo che nascerà diranno: “Ecco lopera del Signore!”. (Salmo 22)

Inizia con un interrogativo e con la constatazione che prima di morire Gesù si sentiva lontano dal Padre, perché portava il peso del peccato dell’uomo, ma finisce con un inno di celebrazione e lode con il quale Gesù, nel momento della morte dimostrava la sua coerenza nella missione affidatagli, sintetizzata nel “Tutto è compiuto” secondo Giovanni.

Estrapolare un testo, biblico, storico o letterario che sia, e citarne solo la parte più famosa può essere fuorviante, soprattutto se lo si associa ad una riflessione propria. Gesù, nelle beatitudini cita un ordine del Levitico al quale i rabbini avevano agggiunto del proprio, “Avete udito che fu detto, “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico” (Matteo 5:43), la seconda parte in Levitico non c’è.