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LAVORARE IN SQUADRA

15 Giu

Ieri sera ho guardato con piacere la Carmen di Bizet nell’allestimento di Valentina Carrasco dalle Terme di Caracalla con la direzione di Jesús Cobes Lópoz, in onda su Rai5.

Non è la prima volta che un’opera libera viene trasposta nei tempi moderni. Tempo fa ho visto quella della Bohème di Puccini. Impresa certo impegnativa per l’Aida di G. Verdi o altre ad alta ambientazione storia, che fa capire che i drammi di amore e di gelosia purtroppo non hanno una stagione precisa, ma anche che le opere liriche, come tutta la buona musica, che è poi quella che dura nel tempo e penso per esempio ai Beatles e a De Andrè, non ha età e se presentata “in jeans” può avvicinare anche i giovani.

Mi hanno colpito alla fine la freschezza e i sorrisi degli attori, anche dei protagonisti che più degli altri certo dovevano essere stanchi, e gli applausi all’orchestra, che in teoria dovrebbe avere l’attenzione principale. La lirica nasce come opera d’ingenio musicale al quale segue un libretto e una coreografia per la rappresentazione, ma spesso passa in secondo piano. Mi sono soffermato sull’orchestra.

Orchestrare, anche se ormai la prima definizione è legata principalmente alla musica, vuol dire fare in modo che, in un’azione cui prendono parte elementi diversi, questi concorrano all’effetto o al risultato voluto: quindi anche preordinare, predisporre a un dato fine con una organizzazione accorta ed efficace. Al profano può sfuggire ma l’orecchio allenato nota subito l’eventuale assenza di questo o di quello strumento.

Soprattutto nel mondo del lavoro usiamo altri termini come lavorare in squadra o, mutuati da altre lingue, in équipe o in team.

Come nella musica e nel lavoro un risultato di squadra, o ben orchestrato, si ottiene solo se gli obiettivi sono ben chiari e se tutte le persone coinvolte sono disposte a lavorare assieme dando il massimo e senza rivalità mettendoci del proprio ma seguendo le indicazioni del direttore d’orchestra.

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“SE TELEFONANDO…”

15 Giu

telefonomuro

Cinquant’anni fa Mina cantava “Se telefonando… io potessi dirti addio”, molto prima degli attuali addii (e licenziamenti) per WhatsApp. Canzone di grande successo, spunto per parlare dell’emancipazione femminile nel quale è citata Franca Viola (Alcamo, 9 gennaio 1948) la prima donna italiana a rifiutare il matrimonio riparatore.

MUSICA LINGUAGGIO UNIVERSALE?

27 Lug

Ieri sera nella splendida cornice della piazza dell’Unità d’Italia di Trieste si è tenuto il concerto degli Iron Maden che ha visto un pubblico di 15.000 persone provenienti da Austria, Italia, Slovenia e Ungheria, persone di lingue differenti ma tutti fan del complesso.

Non sarà però che il detto “La musica è un linguaggio universale” sia solo un luogo comune?

Perché, al di là del fatto che la musica non sempre è accompagnata da un testo in una lingua, cosa che avviene anche per alcuni inni nazionali e per l’inno dell’Europa Unita che è tratto dalla IX sinfonia di Beethoven senza le parole di Schiller, mentre l’inno dell’Austria–Ungheria (la cui musica è stata ripresa nell’inno della Repubblica federale di Germania) era cantato in ben diciotto lingue, quelle dell’impero. Che le parole sono spesso un accessorio non necessario è provato dalla lirica i cui testi sono cantati in tutto il mondo in italiano.

La musica metal, o dei mettallari come vengono chiamati simpaticamente e troppo spesso con disprezzo coloro a cui piace, per tornare a ieri sera, è un genere particolare ma a ben vedere, anzi, a ben ascoltare, tutti gli stili musicali sono particolari ognuno con una melodia e un ritmo diversi, si tratti di musica sinfonica, da camera, lirica, fino al più moderno rock, spesso incompatibili tra loro.

Sarebbe come pretendere di leggere le opere del dolce stil novo in lingua contemporanea. Sì, le trasposizioni ci sono, ma sono ad aiuto agli studenti, leggerle in lingua moderna è perdere gran parte di ciò che gli autori hanno voluto esprimere. Così c’è chi ha provato a proporre con scarso successo le romanze della lirica con musica moderna perché vanno ascoltate con la musica originale.

Sono passate e passeranno alla storia quelle canzoni dell’epoca moderna che con un termine inglese chiamiamo evergreen – sempreverdi – perché danno un’emozione nella musica o nelle parole che va ben oltre l’occasione per cui furono composte e molte di queste erano il “lato b”, espressione che ai tempi dei dischi a 45 giri si usava per indicare la canzone al momento di minor successo rispetto a quella che si voleva lanciare.

Musica linguaggio universale, dunque? Sì, no, forse. Sicuramente c’è bisogno di un minimo di educazione musicale che ci insegni a capire per poterle apprezzare quelle delle altre culture, altrimenti rimangono suoni indistinti e spesso non piacevoli, un po’ come quando non si conosce la lingua in cui gli altri allegramente conversano.