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LE PICCOLE COSE CHE CONTANO

2 Feb

Antonio era lì, a fumare la sua sigaretta dopo il caffè sulla soglia del bar prima di andare al lavoro e come in un film vedeva scorrere davanti a sé la gente.

Qualcuno ha detto che alle sette del mattino il mondo è ancora in ordine, erano le sette e mezzo e la cittadina di provincia si stava animando, con i suoi colori, il suo traffico, i suoi rumori. In campagna il tempo è scandito dalle stagioni e dal movimento del sole, in città dal cambio delle vetrine dei grandi magazzini e dai picchi della circolazione stradale, frenetica a quell’ora e quasi assente dopo le nove.

In quella gente cercò di vedere delle persone, anche se non le conosceva. Luigi, che di lì a poco sarebbe entrato in fabbrica e avrebbe indossato la tuta, Giovanna che voleva essere una dei primi a ritirare la pensione in posta per paura che finiscano i soldi, Marco e Michela che tenendosi per mano si dirigevano, forse, verso la scuola e tante altre, ognuna con la propria storia, come Giulia, commessa in una profumeria che apre alle nove ma era già per via perché si sarebbe fermata a leggere alcune pagine del suo libro, nella sua borsa non ne manca mai uno, lontana si fa per dire dal traffico nel parco comunale.

Improvvisamente Antonio si rese conto che non aveva il diritto di cucire storie addosso a ignari passanti e si ritrovò a chiedersi cosa pensassero gli altri di quell’uomo fermo sulla soglia del bar, e questo pensiero lo accompagnò tutto il giorno.

Non era narcisismo, tanto meno un tentativo maldestro di introspezione, ma la presa di coscienza che nessuno è solo al mondo. Come un uccello che plana a cerchi concentrici cominciò a prima a chiedersi quante persone lo conoscessero anche solo di vista, restrinse poi il campo a coloro che conosceva lui, ai colleghi e amici, ai familiari, giù giù fino ai compagni di scuola, all’amichetta del cuore dei tempi dell’asilo.

In una cittadina di provincia nessuno passa inosservato, ogni persona lascia tracce del suo passaggio che a pensarci prima gireremmo tutti con guanti in lattice, non tanto per i sistemi di videosorveglianza le cui registrazioni sono cancellate dopo quarantotto ore, quanto nelle persone più impensate e lontane dalla nostra mente che per qualche ragione serbano un ricordo di noi.

Questo pensiero gli riaffiorò più volte nella giornata, ma era una persona per bene e come tale, senza presunzione, pensò che da qualche parte ma soprattutto in qualche persona uno o più ricordi belli li aveva lasciati, perché sì, i grandi personaggi passano alla storia, ma la vita è un puzzle di tante piccole cose, che sono quelle che contano.

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APPUNTI SULL’OMOSESSUALITÀ

24 Gen

A porposito del titolo del quotidiano Libero di ieri, 23 gennaio 2019, sul quale si è espresso l’Ordine Nazionale dei Giornalisti.

La sessualità umana ha tre componenti: spirituale, emozionale e fisica.

Spirituale perché voluta da Dio e così da noi vissuta, emozionale perché siamo in grado di dominarla (e questo esclude i “raptus” tanto cari ad alcuni giornalisti nei casi di stupro) con la donna che la vive in modo diverso dall’uomo, fisica perché è così che la esprimiamo.

Il disegno di Dio per l’essere umano è la coppia monogamica maschio e femmina “maschio e femmina lo creò”… “crescete e diventate molti (moltiplicatevi)”… “Allora l’uomo disse “Questa è osso delle mie ossa e carne ella mia carne… per questo l’uomo lascia sua padre e sua madre e si attacca alla sua donna e i due diventano una cosa sola. Or ambedue erano nudi, l’uomo e la sua donna, ma non ne provavano vergogna”. (Genesi 1 e 2). Questo divenire una cosa sola è l’essenza del matrimonio, per questo non è codificato altrove nella Bibbia. La Scrittura parla di coppia, escludendo la poligamia che troviamo prima della Legge, il ripudio è stato concesso per un periodo come male minore, così come ha chiarito lo stesso Gesù.

Va ricordato che la nostra situazione sessuale è legata alla vita fisica, in Cielo non si avrà moglie o marito.

In Levitico 18 è codificata tutta una serie di deviazioni sessuali, al verso 22 è condannata l’omosessualità (che sia citata solo quella maschile è dovuto alla forma verbale), ripresa poi dall’apostolo Paolo in Romani 1 e in 1a Corinzi 6.

In tutte e due i brani l’enfasi è posta sul vizio, così come all’epoca dei patriarchi lo fu con Sodoma e Gomorra.

Fino a non molto tempo fa l’omosessualità era considerata a tutti gli effetti una malattia, poi la scienza medica ha cominciato a parlare correttamente di adeguamento tra identità fisica ed identità psichica, riferendosi a quelle persone che hanno una mentalità maschile in un corpo femminile o viceversa, che non sono malate ma, detto in modo semplice, sono nate nel corpo sbagliato.

Cosa che né il redattore del Levitico, né l’apostolo Paolo potevano definire in senso scientifico (in 1a Corinzi 7 Paolo distingue bene ciò che è ordine del Signore da quelli che sono pareri e consigli suoi).

L’omosessualità, quindi, è condannata quando è un vizio, una moda, una cosa contro natura rispetto a quanto detto più sopra, anche quando diventa oggetto di spettacolarizzazione come molto spesso avviene nelle manifestazioni di “Gay pride”.

Poi, appunto, esistono coloro che sono nate e nati così, che non sono persone di serie B e meritano tutta la nostra solidarietà, il nostro rispetto e è stata emanata una legge che, non parlando di matrimonio, riconosce questo tipo di unioni di fatto.

A differenza del quotidiano Libero uso correttamente il termine italiano omossessuale, evitando il sostantivo americano gay, derivato dall’aggettivo che significa allegro.

LA CARA VECCHIA NETIQUETTE

27 Set

Mi rifaccio a quanti su Twitter e altri Social Media insultano con termini volgari e che nulla hanno a che vedere con i temi de twitt in particolare le donne. Gli esempi eclatanti sono diventati gli insulti contro Laura Boldrini e Maria Elena Boschi. Si può non essere d’accordo con operato di questa e o di quella, dissentire fa parte di quel privilegio chiamato democrazia. Altra cosa è l’offesa verso la persona. Ho citato due donne ma le offese, gratuite, pesanti e fuori contesto, vengono rivolte anche agli uomini.

Molte persone, e purtroppo questo succede anche per gli adescamenti delle e dei minori per scopi per nulla leciti, hanno una doppia morale. Quella in “giacca e cravatta” della vita fisica e quella “da tastiera”, dei dottor Jekyll e Mister Hide che dimenticano di essere la stessa persona anche se a tutela della propria privacy usano un nickname. Come quelle persone che iniziano il discorso dicendo “Sinceramente parlando…” e che dovrebbero essere interrotte domandando loro “Scusa, di solito come parli?”.

Così come stanno andando in disuso termini come “nuove tecnologie” e “nativi digitali”, bisogna far capire che non esiste una “vita virtuale” ma “da tastiera”, perché  persona che interagisce con una o più altre è la stessa.

I Social Media non sono degli sfogatoi nei quali esprimere gli istinti e i sentimenti più bassi, ma delle agorà virtuali in cui esprimere e condividere le idee che possono essere rese pubbliche, tenuto debito conto dei pericoli della Rete.

Emarginando e bloccando i i violenti verbali si va sicuramente verso un mondo, anche virtuale, più pulito e di dialogo, rispettoso delle opinioni altrui. Lo si può fare privatamente senza aspettare che i responsabili o la Polizia postale intervengano nei casi estremi.

Se una persona è isolata o non trova riscontri, può twittare finché vuole, ma finirà di farlo solo per se stessa.

Insomma, la cara vecchia Netiquette, sulla quale ogni tanto è il caso di portare l’attenzione.

ORGOGLIO E UMILTÀ

13 Set

“«Grazie», disse il vecchio. Era troppo semplice per chiedersi quando avesse raggiunto l’umiltà. Ma sapeva di averla raggiunta e sapeva che questo non era indecoroso e non coportava la perdita del vero orgoglio”. (Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare).

Santiago, il pescatore, il “contadino” del mare, forse con la sola terza elementare come ce n’erano un tempo, ci dà una grande lezione di vita dimostrandoci di saper distinguere tra umiltà e sano orgoglio, che possono coesistere.

DISUGUALI

7 Set

 Disuguale” non è “differente” o “diverso”. Dis-uguali, uguali ma diversi. Non è un gioco di parole o  un esercizio di stile,  è il senso del “Dio creò l’essere umano a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò” (Genesi 1.27).

Essere umano e non uomo, come troviamo nelle traduzioni in italiano, rende l’idea di הָֽאָדָם֙ in ebraico e di τὸν ἄνθρωπον in greco, lingua della traduzione chiamata “Settanta”, cui fanno riferimento tutte le citazioni nel Nuovo Testamento.

Essere umano, dunque, unico, diviso nel verso successivo in due identità, maschile e femminile.  Lo stesso concetto è espresso nella narrazione di Genesi 2:18-25, ed è bene espresso nelle parole dell’uomo, “Allora l’uomo disse, “Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta”, senza alcuna pretesa di superiorità da parte dell’uomo (l’ebraico, a differenza dell’italiano, ha lo stesso termine per uomo e donna, come i nostri cugino e cugina).

Dal punto di vista dell’ebraismo rabbinico non cambia gran che, perché la sottomissione della donna ha altre origini, per un certo cristianesimo neppure perché si fa forza del castighi dopo il peccato in Eden “Alla donna disse, “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà” (Genesi 3:16).

La storia, antica ma neppure recente, non si fa con i “se” e con i “ma”. Certo però che se per onestà si leggesse Genesi 1:27 per quello che dice e non per ciò che si vuole che dica oggi le cose cambierebbero.

 

L’ALTRO

3 Set

Nel sermone dal monte Gesù di Nazareth tra le altre cose dice: Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”, richiamando il comando in Levitico 19:18 “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Matteo 5:4)

La sconda parte, odierai il tuo nemico, non trova spazio nelle Scritture, ma è un’aggiunta di comodo dei rabbini che circolava all’epoca di Gesù. In Levitico 19, ai versetti 33-34, troviamo invece scritto “Quando un forestiero dimorerà presso di voi nella vostra terra, non lo opprimerete. Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto”.

Le mie citazioni sono quasi sempre dalla traduzione ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana. Sembra strano che un leader politico non le conosca, come ha dimostra nel suo show del febbraio scorso, “Gli ultimi saranno i primi”. Così Matteo Salvini in piazza Duomo sul palco di “Prima gli italiani. Ora o mai più, mostrando un rosario e citando “un Matteo più importante di me, che non è Renzi“. “Me lo ha regalato un don, fatto da una donna che combatte in strada, e non lo mollo più”, ha detto il leader della Lega. Il Matteo più importante di lui è con tutta evidenza l’evangelista della mia prima citazione.

Non si possono estrapolare le frasi della Bibbia che fanno comodo, facendo loro dire ciò che non dicono.

I nostri nonni o genitori, come gli ebrei della Bibbia (che andarono in Egitto in seguito a una carestia), sono stati forestieri per lavoro in Belgio, Germania, Sud America e Australia, e hanno sbattuto il naso di fronte a molti cartelli “È vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”. Senza andare all’estero basterà ricordare i cartelli “Non si fitta ai meridionali” a Torino, dove molti andavano a lavorare alla Fiat, quei terroni i nonni dei quali furono mandati a combattere sul fronte nordorientale della Ia guerra mondiale, senza sapere perché (“lì, dove le pietre le chiamano sassi”, come diceva un mio amico pugliese).

Prima – avverbio di tempo – ha senso solo se c’è un dopo, altrimenti in italiano si dice solamente, e di fronte alle chiusure spesso pretestuose, come sta succedendo a Monfalcone, con impedimenti burocratici contro la costruzione del centro islamico e il diniego della erezione di tre gazebo per la festa della fine del Ramadan perché è un evento contrario all’identità locale, quando poi scopri che nelle sagre – autorizzate – trovi dalla cucina romana a quella australiana (notizia di oggi è che anche il comune di Pordenone autorizza solo i cibi autoctoni) e tutta la polemica che ne è sortita dalla “quota 45” dei bambini stranieri, che a Monfalcone sono quasi esclusivamente bengalesi

Un vero peccato perché la vicina Trieste è sempre stata un meltin pot, una fucina di interscambio di idee il cui unico ostacolo poteva eventualmente essere quello linguistico (all’inizio dello scorso secolo, invece, la borghesia parlava indifferentemente italiano, sloveno e tedesco). Certo, “dispetti” di frontiera ce ne sono stati, ce ne sono e ce ne saranno prima con la Jugoslavia e ora con la Slovenia ma sono fenomeni fisiologici che non minano la convivenza. Trieste aveva (da molti anni è chiuso ma dall’esterno si vede la mezzaluna) anche il cimitero turco, proprietà del consolato della Turchia, ma dove turco va letto piuttosto nel senso di musulmano come nel detto di quando Dubrovnik era italiana e si chiamava Ragusa: “No semo (siamo) né turchi né ebrei, semo nobili ragusei”

Le statistiche ci dicono che la paura del diverso e il numero dei reati anche a sfondo sessuale commessi dagli stranieri sono in numero molto inferiore rispetto a quello che il martellamento dei media vuol farci credere. Certo, ci sono zone critiche, ma la microcriminalità quotidiana è anche italiana.

Se invece di imporre divieti, alimentare paure, guardare all’altro con diffidenza, cominciassimo a parlargli, anzi, a parlarci l’un l’altro? Scopriremmo, come ha la fortuna di fare chi lavora nei centri di ricerca internazionali di Trieste (Ictp, Sissa e altri) o chi studia al Collegio del Mondo Unito di Duino, che le differenze ci sono – d’altronde sai che noia se fossimo tutti uguali! – che l’altro è prima di tutto una persona e come tale va rispettata, ma soprattutto che un cinese e un medio orientale hanno uno humor diverso dal nostro ma, fondamentalmente ridono o piangono come noi.

Il titolo del celebre libro di Charles Bukowski A sud di nessun nord dovrebbe rammentarci che siamo sempre il Nord e noi in Italia il Sud di qualcun altro. Certamente della Finlandia, ma anche della Germania e della Francia, che non ci impone terrore o diffidenza, ma ci sta mettendo i piedi in testa dal punto di vista economico.

C’è da riflettere.

BARAK

31 Ago

In Terra degli uomini, il racconto di uno dei naufragi di Antoine Sant-Exupéry, l’autore racconta delle traversie della liberazione di uno schiavo, di come egli dopo l’ebrezza della conquistata libertà avrebbe dovuto fare i conti in capo a tre mesi con la miseria di un un povero, ma libero. “Aveva il diritto di essere se stesso tra i suoi”.

– Su, vecchio Barak, va’ e sii uomo”

[…]

E noi facevamo gesti d’addio al nostro neonato di cinquant’anni, un po’ inquieti nel mandarlo verso il mondo

– Addio Barak!

– No.

– Come sarebbe a dire, no?

– Sono Mohammed ben Lhaoussin, Barak era il nome dello schiavo.

A differenza di noi, in cui è rimasta una traccia nel detto latino Nomen omen, il nome è un presagio, tra gli arabi così come tra gli ebrei il nome non viene imposto a caso o secondo la moda ma tenendo conto del suo significato. Durante la schiavitù Mohammed ben Lhaoussin non si sentiva una persona e poco gli importava se lo chiamavano Barak o in altro modo.

Dovremmo porre più attenzione anche noi, perché l’articolo 22 della Costituzione parla espressamente del diritto al nome. Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome”.