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ORGOGLIO E UMILTÀ

13 Set

“«Grazie», disse il vecchio. Era troppo semplice per chiedersi quando avesse raggiunto l’umiltà. Ma sapeva di averla raggiunta e sapeva che questo non era indecoroso e non coportava la perdita del vero orgoglio”. (Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare).

Santiago, il pescatore, il “contadino” del mare, forse con la sola terza elementare come ce n’erano un tempo, ci dà una grande lezione di vita dimostrandoci di saper distinguere tra umiltà e sano orgoglio, che possono coesistere.

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DISUGUALI

7 Set

 Disuguale” non è “differente” o “diverso”. Dis-uguali, uguali ma diversi. Non è un gioco di parole o  un esercizio di stile,  è il senso del “Dio creò l’essere umano a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò” (Genesi 1.27).

Essere umano e non uomo, come troviamo nelle traduzioni in italiano, rende l’idea di הָֽאָדָם֙ in ebraico e di τὸν ἄνθρωπον in greco, lingua della traduzione chiamata “Settanta”, cui fanno riferimento tutte le citazioni nel Nuovo Testamento.

Essere umano, dunque, unico, diviso nel verso successivo in due identità, maschile e femminile.  Lo stesso concetto è espresso nella narrazione di Genesi 2:18-25, ed è bene espresso nelle parole dell’uomo, “Allora l’uomo disse, “Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta”, senza alcuna pretesa di superiorità da parte dell’uomo (l’ebraico, a differenza dell’italiano, ha lo stesso termine per uomo e donna, come i nostri cugino e cugina).

Dal punto di vista dell’ebraismo rabbinico non cambia gran che, perché la sottomissione della donna ha altre origini, per un certo cristianesimo neppure perché si fa forza del castighi dopo il peccato in Eden “Alla donna disse, “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà” (Genesi 3:16).

La storia, antica ma neppure recente, non si fa con i “se” e con i “ma”. Certo però che se per onestà si leggesse Genesi 1:27 per quello che dice e non per ciò che si vuole che dica oggi le cose cambierebbero.

 

L’ALTRO

3 Set

Nel sermone dal monte Gesù di Nazareth tra le altre cose dice: Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”, richiamando il comando in Levitico 19:18 “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Matteo 5:4)

La sconda parte, odierai il tuo nemico, non trova spazio nelle Scritture, ma è un’aggiunta di comodo dei rabbini che circolava all’epoca di Gesù. In Levitico 19, ai versetti 33-34, troviamo invece scritto “Quando un forestiero dimorerà presso di voi nella vostra terra, non lo opprimerete. Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto”.

Le mie citazioni sono quasi sempre dalla traduzione ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana. Sembra strano che un leader politico non le conosca, come ha dimostra nel suo show del febbraio scorso, “Gli ultimi saranno i primi”. Così Matteo Salvini in piazza Duomo sul palco di “Prima gli italiani. Ora o mai più, mostrando un rosario e citando “un Matteo più importante di me, che non è Renzi“. “Me lo ha regalato un don, fatto da una donna che combatte in strada, e non lo mollo più”, ha detto il leader della Lega. Il Matteo più importante di lui è con tutta evidenza l’evangelista della mia prima citazione.

Non si possono estrapolare le frasi della Bibbia che fanno comodo, facendo loro dire ciò che non dicono.

I nostri nonni o genitori, come gli ebrei della Bibbia (che andarono in Egitto in seguito a una carestia), sono stati forestieri per lavoro in Belgio, Germania, Sud America e Australia, e hanno sbattuto il naso di fronte a molti cartelli “È vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”. Senza andare all’estero basterà ricordare i cartelli “Non si fitta ai meridionali” a Torino, dove molti andavano a lavorare alla Fiat, quei terroni i nonni dei quali furono mandati a combattere sul fronte nordorientale della Ia guerra mondiale, senza sapere perché (“lì, dove le pietre le chiamano sassi”, come diceva un mio amico pugliese).

Prima – avverbio di tempo – ha senso solo se c’è un dopo, altrimenti in italiano si dice solamente, e di fronte alle chiusure spesso pretestuose, come sta succedendo a Monfalcone, con impedimenti burocratici contro la costruzione del centro islamico e il diniego della erezione di tre gazebo per la festa della fine del Ramadan perché è un evento contrario all’identità locale, quando poi scopri che nelle sagre – autorizzate – trovi dalla cucina romana a quella australiana (notizia di oggi è che anche il comune di Pordenone autorizza solo i cibi autoctoni) e tutta la polemica che ne è sortita dalla “quota 45” dei bambini stranieri, che a Monfalcone sono quasi esclusivamente bengalesi

Un vero peccato perché la vicina Trieste è sempre stata un meltin pot, una fucina di interscambio di idee il cui unico ostacolo poteva eventualmente essere quello linguistico (all’inizio dello scorso secolo, invece, la borghesia parlava indifferentemente italiano, sloveno e tedesco). Certo, “dispetti” di frontiera ce ne sono stati, ce ne sono e ce ne saranno prima con la Jugoslavia e ora con la Slovenia ma sono fenomeni fisiologici che non minano la convivenza. Trieste aveva (da molti anni è chiuso ma dall’esterno si vede la mezzaluna) anche il cimitero turco, proprietà del consolato della Turchia, ma dove turco va letto piuttosto nel senso di musulmano come nel detto di quando Dubrovnik era italiana e si chiamava Ragusa: “No semo (siamo) né turchi né ebrei, semo nobili ragusei”

Le statistiche ci dicono che la paura del diverso e il numero dei reati anche a sfondo sessuale commessi dagli stranieri sono in numero molto inferiore rispetto a quello che il martellamento dei media vuol farci credere. Certo, ci sono zone critiche, ma la microcriminalità quotidiana è anche italiana.

Se invece di imporre divieti, alimentare paure, guardare all’altro con diffidenza, cominciassimo a parlargli, anzi, a parlarci l’un l’altro? Scopriremmo, come ha la fortuna di fare chi lavora nei centri di ricerca internazionali di Trieste (Ictp, Sissa e altri) o chi studia al Collegio del Mondo Unito di Duino, che le differenze ci sono – d’altronde sai che noia se fossimo tutti uguali! – che l’altro è prima di tutto una persona e come tale va rispettata, ma soprattutto che un cinese e un medio orientale hanno uno humor diverso dal nostro ma, fondamentalmente ridono o piangono come noi.

Il titolo del celebre libro di Charles Bukowski A sud di nessun nord dovrebbe rammentarci che siamo sempre il Nord e noi in Italia il Sud di qualcun altro. Certamente della Finlandia, ma anche della Germania e della Francia, che non ci impone terrore o diffidenza, ma ci sta mettendo i piedi in testa dal punto di vista economico.

C’è da riflettere.

BARAK

31 Ago

In Terra degli uomini, il racconto di uno dei naufragi di Antoine Sant-Exupéry, l’autore racconta delle traversie della liberazione di uno schiavo, di come egli dopo l’ebrezza della conquistata libertà avrebbe dovuto fare i conti in capo a tre mesi con la miseria di un un povero, ma libero. “Aveva il diritto di essere se stesso tra i suoi”.

– Su, vecchio Barak, va’ e sii uomo”

[…]

E noi facevamo gesti d’addio al nostro neonato di cinquant’anni, un po’ inquieti nel mandarlo verso il mondo

– Addio Barak!

– No.

– Come sarebbe a dire, no?

– Sono Mohammed ben Lhaoussin, Barak era il nome dello schiavo.

A differenza di noi, in cui è rimasta una traccia nel detto latino Nomen omen, il nome è un presagio, tra gli arabi così come tra gli ebrei il nome non viene imposto a caso o secondo la moda ma tenendo conto del suo significato. Durante la schiavitù Mohammed ben Lhaoussin non si sentiva una persona e poco gli importava se lo chiamavano Barak o in altro modo.

Dovremmo porre più attenzione anche noi, perché l’articolo 22 della Costituzione parla espressamente del diritto al nome. Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome”.

NOME E COGNOME, PER FAVORE

17 Ago

La disarmante facilità con la quale capi di stato, presidenti del consiglio, politici di ogni grado ma anche illustri sconosciuti fino al giorno prima di una tragedia (L’Aquila, Amatrice, Bologna, Genova e tutti le altre) sono chiamati per nome dai media, mancando così di rispetto ai vivi e ai morti.

Non si tratta di empatia, su cui sono tornato avant’ieri, che riguarda i singoli, ma di mancanza di rispetto da parte di chi dovrebbe dare un’informazione seria senza banalizzare. 

LA DOMENICA DELLE SCOPE

12 Ago

Oggi è domenica 12 agosto e questa, assieme a quella di domani, sarà la vera notte delle Perseidi.

Lontano nella memoria, e sconosciuta ai più, è la domenica 13 agosto del 1950, passata tra gli atti minori della storia come la domenica delle scope.

Con la ridefinizione dei confini seguita alla Seconda Guerra Mondiale, la città di Gorizia fu letteralmente divisa in due, prima con dei cavalli di cavalli di Frisia poi con una cortina di ferro ben strutturata, della quale dopo l’ingresso della Slovenia nell’area Schengen rimane qualche metro a inutile monito del passato, visto che in Europa le cose si ripetono.

Cortina di ferro”, locuzione che fino a quasi trent’anni fa identificava il blocco dei Paesi comunisti satelliti dell’Unione Sovietica, seppure la Jugoslavia del maresciallo Tito e Cuba non fossero allineati.

Il 13 agosto 1950 un gruppo di italiani che furono costretti a passare “di là”, diventando così iugoslavi, ruppe gli argini e per un giorno tornarono in Italia, e acquistarono i beni di prima necessità difficilmente reperibili a Nova Gorica NovaGoriza, nei negozi che fino a sera attuarono un’apertura straordinaria, tra i quali le scope di saggina. L’evento è narrato nel blog ilpinguinoviaggiatore dal figlio di uno dei protagonisti.

Zone di confine nelle quali, nel corso di mezzo secolo, un persona si trovava facilmente a essere nata austroungarica, essere diventata italiana e poi iugoslava forse senza aver capito bene perché.

Più indietro nella storia, intorno al 25 dicembre 1914, il primo anno della Grande Guerra, sul fronte anglo-francese molti militari dei due Paesi cominciarono a scambiarsi dei regali e a organizzare perfino una partita di calcio, iniziative che furono duramente represse nel sangue dai rispettivi comandi ma che dimostrò, se ce ne fosse bisogno, che la guerra, quella che Jaque Prévert in Barbara chiama quelle cornerie, che follia, è organizzata da coloro che stanno a tavolino e che spesso i confini sono segnati con il righello senza tener conto delle realtà (date un’occhiata al perimetro del Texas o di alcuni stati africani, mi rifiuto di commentare quella regione della Turchia che vuole assomigliare a Batman 🙂 ). Questo episodio è ricordato come la tregua di Natale.

Quando udiamo l’espressione “essere nato col colore della pelle o nel posto sbagliato” pensiamo a questi due episodi. Solo così, forse, comprenderemo di far parte dello stesso mondo, della stessa umanità, come scrive Zygmund Bauman in Stranieri alle porte o che Siamo tutti sulla stessa barca, il motto molto significativo che Regata Barcolana ha scelto per l’edizione di quest’anno, riusciremo a guardare l’altro con occhi diversi.

VIVERE I SOBBORGHI

10 Ago

“Guai ai vinti” è una locuzione latina pronunciata da Brenno nel 390 o giù di lì, quando i Galli senoni vinsero e occuparono Roma.

La storia, passata e presente, è piena di slogan più o meno a effetto e più o meno dimenticati.

Sembra che per due anni dovremo dimenticare affermazioni come “teniamo i ragazzi lontano dalla strada”, “più sicurezza per le donne”, “riprendiamoci le piazze”.

L’unico fatto certo è che il governo si è finalmente accorto che “la coperta è corta” e se prometti da una parte devi per forza tagliare dall’altra. L’approvazione del decreto Milleproroghe avvenuta tre giorni fa ha accolto l’emendamento 13.2 che ha «differito al 2020 l’efficacia delle convenzioni» stipulate sulla base del “bando periferie”.

Quindi le periferie possono attendere, proprio quelle che sono a maggior rischio micro e mini criminalità, che in un futuro più o meno prossimo potrebbe anche perdere i prefissi.

La riqualificazione delle periferie serve anche per dare attualità alle tre affermazioni espresse più sopra. Rendendole qualcosa di più che agglomerati urbani dormitorio, con servizi pubblici, non solo il TPL, spesso al limite del “minimo sindacale”, le si trasformerebbero in sobborghi. Ormai periferia è diventato sinonimo di degrado, chiamarla sobborgo fa essere quello stesso luogo parte della città.

 Un mutamento del linguaggio non risolve il problema ma può aiutare, e forse servirà a richiamare ai suoi doveri l’amministrazione locale.

L’esempio che mi viene in mente è la “rotonda magica” di Swindon, che solo gli inglesi potevano inventare, dove c’è un corpo centrale con tanti satelliti più piccoli ma di pari dignità e con pari diritti del centro città.

Rotondamagica

I ragazzi si possono togliere dalle strada solo dando loro delle alternative valide, dei luoghi di aggregazione ben gestiti non per parcheggiarli ma per farli crescere nel rispetto della loro autonomia, le donne possono esercitare il loro diritto di tornare sicure a casa di sera solo se esiste un ambiente protetto, con le telecamere di sorveglianza e presidiato dalla silenziosa presenza delle forze dell’ordine che forse non fermano nessuno ma ci sono.

Le piazze come tante piccole agorà, luoghi di incontro dei cittadini onesti, soprattutto in estate, soprattutto in questa notte simbolo delle stelle cadenti fino a tardi che tanto i bambini il giorno dopo non vanno a scuola, per far capire ai malintenzionati che si è in tanti e non si ha paura di loro, per conoscersi e scambiare due parole con i vicini che sappiamo esistere perché ogni mattina prendiamo lo stesso bus.

Gran parte di ciò avviene, quasi ogni sera, nelle nelle piazze in centro, però se nelle periferie le piazze sono sporche perché non c’è un servizio adeguato, a parte l’inciviltà dei pochi contro i quali valgono solo le sanzioni, se i cestini sono pieni, se le panchine dimostrano la loro età, anche qui con un distinguo sui vandali che le danneggiano, se nell’illuminazione pubblica sono guaste tre lampade su cinque, vivere le periferie è difficile, le piazze non possono essere quel luogo di aggregazione sociale che dovrebbero essere.

Mi sono astenuto di proposito dall’addentrarmi negli altri problemi, che sono tanti e complessi, primi tra tutti la densità abitativa e i delicati equilibri con molti degli immigrati, perché ognuno conosce o dovrebbe conoscere quelli del proprio territorio per soffermarmi sull’aspetto della relazione interpersonale, che è alla base della vita umana.

Ci risentiamo tra due anni. 😦