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CREDERE È OBBLIGATORIO?

10 Set

“A cosa crede chi non crede?”, Zygmunt Bauman in “Žycie Duchowe” (Vita spirituale), 2000.

Provocazione o ossimoro?

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MELA

4 Set

La Grande Mela non è solo New York, quella celebrata da Liza Minetti, ma pure Carmela detta Mela per la solita storia delle omonimie.

Una ragazza di queste parti, grande perché alta un metro e settantatré, con un nome “di prima” e un fisico moderno.

INCONTRI

3 Set

Nel sermone dal monte (Matteo 5) di fronte ad una folla Gesù ribaltò i valori della Legge precisando che non era venuto ad abolirla ma a dare ad essa quella spiritualità che va ben oltre la lettera. Era un ebreo e come tale frequentava il Tempio di Gerusalemme e le sinagoghe, prendendo la parola quando gliela offrivano o lo riteneva opportuno, come fece a Nazareth (Luca 4), cittadina  dove lo conoscevano tutti e per questo motivo non fu accettato  (“Nessun profeta è ben accetto a casa sua”).

Più che alle folle, però, egli si rivolgeva ai singoli, uno per uno, quei malati che era venuto a cercare, perché i sani non hanno bisogno del medico e coloro che ritenendosi tali non sanno che farsene.

Uno delle prime persone incontrate fu Nicodemo (Giovanni 3) uno dei capi dei giudei, che andò da lui di notte di nascosto per evitare un’eventuale brutta figura con i suoi pari. A fine colloquio Gesù in due parole gli riassunse tutta la rivelazione “Ciò è nato dalla carne è carne, bisogna che nasciate di Spirito”. “Il vento soffia dove vuole” gli disse anche “senti il suo suono ma non sai donde viene né dove va. Così è di chiunque è nato dallo Spirito”… lascia agire lo Spirito, Nicodemo, e dimentica il tuo essere maestro d’Israele che sotto sotto, vedi, ti ha procurato dei dubbi.

Maestro buono, che debbo fare per ereditare la vita eterna?”. Questo è il giovane ricco (Matteo 19), che con una captatio benevolentia, lo chiamò buono. Gesù, dopo avergli rammentato i comandamenti balisari gli disse “vendi ciò che hai e dallo ai poveri, poi vieni e seguimi”. Non perché la ricchezza è negativa in sé, ma perché essa per il giovane era l’ostacolo alla fede (“una cosa ti manca”). Sappiamo, infatti, che preferì tenersi strette le ricchezze.

Con la samaritana al pozzo (Giovanni 4) Gesù ruppe due tabù in un solo momento, parlando con straniera, ma sappiamo che egli non chiedeva il passaporto ai suoi interlocutori e, peggio ancora, parlando una donna, cosa che sorprese i suoi discepoli ma non lei. Dopo averle fatto notare il disordine nella sua vita (“hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non lo è”) le dissipò i dubbi sulla differenza tra samaritani e giudei, “i nostri padri… voi dite…”, il solito “noi contro voi”, dicendole che la divisione sarebbe terminata perché l’Eterno vuole adoratori in spirito e verità. La donna, sappiamo, corse a dirlo agli altri che vennero a verificare, perché la testimonianza di una donna non aveva valore.

Il centurione di Capernaum (Matteo 8), un altro straniero, che, credendo, disse a Gesù che bastava una parola anche a distanza. Gesù lo lodò per la sua fede superiore a quella di Israele.

La prostituta portatagli per la lapidazione. Non soffermiamoci solo al “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, certo importante, ma consideriamo l’atto del perdono “va e non peccare più”. Tutti in Israele sapevano delle prostitute, e anche dove trovarle, così come tutti sapevano gli allevatori di maiali che esercitavano tale mestiere per venderli ai romani. Erano professioni tollerate per non far calare il PIL del paese, diremmo in termini moderni

Il nato cieco di Giovanni 9 è l’esempio della sincerità. Si domandavano perché fosse nato cieco. Di certo non per un suo peccato prenatale o perché avessero peccato i suoi genitori.  Quando però venne fermato e con insistenza interrogato  su chi l’avesse guarito, chiamando in causa anche i genitori, che si smarcarono, fino a portarlo davanti ai farisei ai quali egli rispose “Se sia un peccatore non lo so, so solo che prima non ci vedevo e ora ci vedo”, dando lode al Signore.

La peccatrice che gli lavò i piedi con l’olio di nardo misto alle sue lacrime (Marco 14). Quando si toccano i danari son sempre guai, allora come oggi, e ci fu chi lamentò lo spreco di un bene che si sarebbe potuto vendere e il ricavato darlo ai poveri. Gesù rispose, “I poveri li avete sempre con voi, lei ha scelto la cosa migliore”, aggiungendo, cosa di non poco conto “In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto”.

E si potrebbe continuare, con Maria Maddalena, lo storpio cui disse “Prendi la tua branda e cammina” l’emoroissa,che fu lodata per la sua umiltà, Natanaele che credette in Gesù sulla parola “Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!”, e ancora, in un elenco simile a quello delle persone di fede dell’Antico Testamento citate in Ebrei 11 fino a Pietro che, dopo essere stato perdonato, appena vide Giovanni chiese a Gesù: “Signore, che cosa sarà di lui?”. Gesù gli rispose: “Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi”. (Giovanni 21:21-22).

Questo per dire che la fede, seppur condivisa, è sempre una decisione e un conseguente stile di vita personali, e anche ciascuno dei cinquemila del sermone dal monte citato in apertura si interrogarono e personalmente decisero di credere in lui.

TU

13 Ago

Il profeta Giona fu mandato dall’Eterno a richiamare a ravvedimento la città di Ninive. Tralasciando per un attimo la giusta enfasi sul suo comportamento che lo portò a salpare per Tarsìs perché non riteneva giusta la decisione dell’Eterno, è molto importante la reazione dei niniviti.

“Fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore: “Alzati, và a Ninive la grande città e annunzia loro quanto ti dirò”. Giona si alzò e andò a Ninive secondo la parola del Signore. Ninive era una città molto grande, di tre giornate di cammino. Giona cominciò a percorrere la città, per un giorno di cammino e predicava: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”. I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo. Giunta la notizia fino al re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere.  Poi fu proclamato in Ninive questo decreto, per ordine del re e dei suoi grandi: “Uomini e animali, grandi e piccoli, non gustino nulla, non pascolino, non bevano acqua. Uomini e bestie si coprano di sacco e si invochi Dio con tutte le forze; ognuno si converta dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani. Chi sa che Dio non cambi, si impietosisca, deponga il suo ardente sdegno sì che noi non moriamo?”. Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si impietosì riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece”. (Giona 3:1-10, enfasi mia).

È importante notare come la conversione fu un atto collettivo ma allo stesso tempo personale, perché non imposto, dei membri della città seguito e non preceduto dalla decisione del re, che, avutane notizia, proclamò il lutto cittadino forse per adeguarsi e far passare per sua la decisione.

Allo stesso modo i dieci comandamenti sono rivolti, prima che al popolo di Israele, alle singole persone,

“Dio allora pronunciò tutte queste parole: Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d`Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dei di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi. Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano. Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro.  Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio. Non uccidere.  Non commettere adulterio. Non rubare.  Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo. Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo”.

Non dice “non vi farete” ma “non ti farai”, e questo va notato perché l’Esodo, come il resto dell’Antico Testamento è un patto tra l’Eterno e un popolo, prima che con la singola persona.

Ma in questo caso, prima di quando Gesù avrebbe rivalutato alcuni dei comandamenti nel sermone dal monte, c’è già un chiaro accenno alla responsabilità personale del singolo nei confronti dell’Eterno.

Del singolo, molto prima che qualcuno inventasse le chiese per come le conosciamo oggi.

PERSONE

24 Lug

È morto “Pizzicchicchio”, 89 anni, e con lui se ne n’è andato un pezzo dell’arredo urbano di Latiano.

Millecentogiardinetta

DEL DIRE E DEL FARE

14 Lug

Se solo riuscissimo a mettere in pratica le cose di cui siamo convinti in teoria, metà del lavoro sarebbe fatto, perché leggere e studiare serve a capire, alzarsi ed agire, cominciando dalle famose piccole cose di ogni giorno, serve a dimostrare di aver capito.

DISCORSI SCOMODI

25 Giu

Detesto quell’usanza nel mondo evangelico e protestante che, con un neologismo di cui mi assumo la paternità definisco “versetteotologia”, cioè l’arte di coloro che sostengono le loro tesi citando la Scrittura con versi estrapolati qua e là dal loro contesto facendo assumere loro un significato spesso molto lontano da quello inteso dagli scrittori ispirati, un po’ come i titoletti delle diverse edizioni della Bibbia.

Do per scontato, anche se purtroppo so che nella realtà non è così, che ogni credente ha una buona conoscenza della Scrittura, perché è la base della sua fede e della sua crescita spirituale.

Non si tratta di emulare gli ebrei, uomini, che a tredici anni conoscevano la Torah a memoria. I tempi e i mezzi sono cambiati e certamente non è il caso impararla a memoria, una copia della Bibbia in italiano costa pochi euro e tutta la Bibbia sta su uno smartphone in pochi Mb. Mi piace molto l’espressione dell’autore di Ebrei quando scrive “Qualcuno ha scritto in qualche parte” citando un passo di Isaia, a specificare che non sempre serve citarla la fonte.

Si tratta piuttosto di conoscerne la struttura, dove e soprattutto perché trovare questo o quello. Certo, conoscere i testi fondamentali aiuta, e questo si può e si deve fare anche insegnandolo ai bambini, perché è nostra responsabilità dare un’educazione alle nostre figlie e ai nostri figli, senza peraltro imporla.

Si tratta anche di non affidarsi ad una sola traduzione – che molti ritengono quasi ispirata – perché ha in essa tutti i limiti culturali del traduttore, che non fanno parte dell’ispirazione del testo.

Il paradosso è che da Lutero in poi credenti si sono battuti per il libero esame della Bibbia, cosa non scontata in Italia fino agli anni ‘70 del secolo scorso, ma quanti sono ora i credenti che la leggono con costanza e quanti, soprattutto, coloro che la studiano? Se superato lo scoglio storico-linguistico continuiamo a dire che la Scrittura è difficile, entriamo in quel gioco pericoloso che autorizza interpreti più o meno ufficiali, ma sempre detentori della Verità e quindi mediatori da noi delegati, come gli ebrei finirono con l’autorizzare gli scribi e i farisei con le conseguenze che sappiamo.

Ritengo che vada rivisto tutto l’attuale essere chiesa, intesa come comunità e non istituzione.

La chiesa non è un monolite costruito come un patchwork mettendo assieme i brani in cui Luca nel libro degli Atti e l’apostolo Paolo ne scrivono. È,piuttosto, una realtà dinamica, mutevole nel tempo e nello spazio.

Le comunità che troviamo negli Atti e nelle lettere di Paolo ma anche l’esempio delle sette chiese dell’Apocalisse ci presentano realtà molto diverse tra loro, con stili di vita e tradizioni differenti, che trovano l’unità nella fede in Cristo dei loro membri. Il cosiddetto Concilio di Gerusalemme di Atti 15 ne è la dimostrazione. Mette infatti d’accordo il pensiero giudaico-cristiano e quello etnico-cristiano senza appiattire nessuno dei due, e dei tre divieti imposti in quell’occasione ne sopravvive solo uno, quello relativo ai disordini sessuali, che prescinde da quella decisione e dalle tradizioni più strettamente ebraiche.
In questa luce va letto ciò che Paolo scrive ai Corinzi, lettere che sono state spesso strumentalizzate per far dire all’apostolo le cose più diverse.

Qual è la discriminante per considerare alcune imposizioni superate, magari a metà, del Nuovo Testamento, cito ad esempio il velo, e altre no, come la sottomissione della donna nella comunità? In altre parole, quale legame di civiltà esiste tra il primo e il ventunesimo secolo dopo Cristo? Le donne di oggi sono ignoranti come quelle del primo secolo?

Ricordiamo piuttosto che la chiesa è stata costituita sulle realtà delle parole di Pietro, “tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Tutto il resto, anche alcune direttive di Paolo, è burocrazia, intesa come organizzazione, che viene dopo e non è detto che oggi serva. Pensiamo all’insuccesso della comunione dei beni nella chiesa di Gerusalemme e alla conseguente necessità di una colletta di sostentamento.

Gesù promise che dove due o tre sono riuniti nel suo nome sarebbe stato in mezzo a loro, questo è essere chiesa. Gli olandesi invece usano dire che un cristiano è un credente, due formano una chiesa, tre producono una divisione, ed è quello che sta succedendo anche in Italia da troppo tempo.

Lasciando da parte i grandi raduni americani di risveglio evangelico degli anni ’70 che spesso in buona fede rammentavano i movimenti hippy nel famoso raduno di Woodstock del 1969, e il fenomeno dei telepredicatori, molti dei quali ne hanno fatto un business, come in altre realtà anche la spiritualità, l’essere chiesa, ha assunto anche un’altra dimensione. Di certo non le chiese nazionaliste (d’Inghilterra, di Scozia, di Norvegia eccetera) o peggio le chiese segregazioniste di colore tuttora esistenti negli Stati Uniti.

Ma poiché siamo umani una certa empatia, che non è quella “io son di Paolo, io di Apollo e io di Cefa” di 1a Corinzi 1 e non nega le fondamenta dell’unità ma le esprime in altro modo, va messa in conto.

Spesso si è chiesa, si è cioè comunione con credenti solo fisicamente lontani, ma con una forte unione nello Spirito, e poco importa se ci si incontra di persona solo di rado. Se Gesù, o l’apostolo Paolo, avesse avuto a disposizione i mezzi di comunicazione e i Social Media di oggi, li avrebber certamente usati. Lo Spirito, ricordiamolo, soffia dove vuole, sta a noi coglierne l’attimo.

Quando Giosia, re d’Israele, trovò i rotoli della Legge e si avvide che il popolo aveva deviato dalla volontà del Signore, non cominciò con i “ma” i “se” e i “forse”, i “vedremo”, ma si pentì e distrusse tutto ciò che aveva contribuito all’allontanamento di Israele dal Signore, si mise in preghiera e in ascolto e ricostruì il rapporto con l’Eterno.

Dobbiamo imparare a farlo!

La nostra civiltà progredisce a tappe di rivoluzioni – se siano evoluzioni o involuzioni si può giudicare solo a posteriori -. Per sommi capi i più recenti macro cambiamenti sono stati conseguenza della scoperta dell’America, dell’invenzione della stampa a caratteri mobili, dell’illuminismo e della rivoluzione industriale. Veri e propri “terremoti culturali” che hanno portato dei vantaggi e contemporaneamente hanno posto delle nuove domande.

Dalla seconda metà del secolo scorso ne stiamo vivendo un’altra che ha toccato quasi tutti i campi della nostra vita – etica, sociale, politica, tecnologica, sanitaria – ponendoci dei nuovi interrogativi cui, come credenti, dobbiamo saper rispondere, o almeno tentare di farlo.

Di certo non troveremo una risposta chiara e univoca nella Bibbia, perché quei temi allora non si ponevano. La Bibbia non è un “prontuario medico” della fede, ma una raccolta di principi.

Alcuni di questi temi, come il prolungamento della vita grazie alle scoperte mediche o un diverso approccio rispetto a quello dell’apostolo Paolo all’omosessualità, che ora sappiamo essere non sempre un vizio, che come tale va condannato, ma anche un fattore di nascita che va rispettato, altri hanno solo cambiato nome.

Formalmente la schiavitù è stata abolita e in Italia è un reato, ma uno schiavo pedagogo di Roma era un signore rispetto ai raccoglitori nei campi del foggiano.

Altri temi sono nuovi, come il concetto di guerra preventiva inventato da George W. Bush e che neanche strateghi romani come Cesare o Adriano erano riusciti a concepire, le grandi migrazioni dall’est e dal Magreb e dal vicino oriente, che ci trovano tuttora impreparati e l’etica negli affari dopo il crollo delle borse del 2008, assieme a tutti i temi etici e pratici sui quali i nostri giovani, sbandati anche dall’incertezza del loro futuro, si interrogano e ci interrogano. Domande a cui dobbiamo saper dare una risposta per non deludere la fiducia che pongono in noi che vedono, prima che nell’Eterno che non vedono.

Non sono certo temi da “Bar dello Sport”, ma non si può rispondere con un no aprioristico, come alcuni fanno parlando di “principi non negoziabili”.

Questa è politica dello struzzo.