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SINTESI DELLA COMUNICAZIONE

22 Gen

Sia il vostro parlare sì, sì, no, no, perché il di più vien dal Maligno”

Detto dal Figlio di Colui che dettò le dieci parole.

CAMBIA LE PAROLE, CAMBIERAI IL MONDO

5 Nov

C’era un cieco seduto in una via della zona pedonale con il suo barattolo per le elemosine e il suo cartello “SONO CIECO. AIUTATEMI”.

Ogni tanto sentiva il rumore di un soldo, ringraziava e dopo averlo cercato lo metteva nel barattolo. Ben poca cosa, però, si sa… la gente va di fretta.

Passò oltre una persona (no, non il buon samaritano, ma quasi), tornò sui suoi passi, prese il cartello e, rovesciatolo, scrisse qualcosa.

Fu così che quasi ogni passante lasciò un soldo.

Quando il passante tornò fu riconosciuto dal cieco che gli chiese cosa avesse scritto. Il passante lesse il cartello. C’era scritto “OGGI È UNA BELLA GIORNATA. IO NON POSSO VEDERLA”.

Basta poco per convogliare un messaggio più efficace!

L’esempio forse più famoso è Gesù, quando dice di non essere venuto ad abolire la legge, ma a compierla. In Matteo 5 propone alcuni dei comandamenti principali. Non li annulla, anzi, li rafforza, portandoli dal piano giuridico al piano etico. Questa è la forza dell’espressione “ma io vi dico”.

A me torna in mente l’apostolo Paolo quando ad Atene vede gli altari dedicato i vari dei dell’Olimpo, compreso quello “al dio sconosciuto”… non si sa mai. Racconta Luca che “fremeva nello spirito”.

Quando incontrò gli ateniesi all’Aeròpago, il luogo dove si riunivano per discutere, disse loro così:

Ateniesi, vedo che, nonostante tutta la vostra cultura, i vostri filosofi epicurei e stoici, non avete capito niente, tanto che, pavidi come siete, avete costruito un altare “A un dio ignoto”. Siate seri e cercate di darvi una regolata! Io sono qui per spiegarvi proprio come funzionano le cose”.

Suona strano, eh? Un discorso così oltre che essere offensivo l’avrebbe lasciato solo, nella migliore delle ipotesi

Questo è il resoconto di come in realtà andò: “Allora Paolo, in piedi in mezzo all’Areopago, disse: “Ateniesi, vedo che, in tutto, siete molto religiosi. Passando infatti e osservando i vostri monumenti sacri, ho trovato anche un altare con l’iscrizione: “A un dio ignoto”. Ebbene, colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa: è lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio perché cerchino Dio, se mai, tastando qua e là come ciechi, arrivino a trovarlo, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come hanno detto anche alcuni dei vostri poeti: “Perché di lui anche noi siamo stirpe”. Poiché dunque siamo stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’ingegno umano. Ora Dio, passando sopra ai tempi dell’ignoranza, ordina agli uomini che tutti e dappertutto si convertano, perché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare il mondo con giustizia, per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti”. (Atti 17:22-31).

Paolo pone l’enfasi sulla qualità positive degli ateniesi “siete molto timorati degli dei”, e da questa realtà comincia ad evidenziare il loro errore e proporre loro la verità. Senza scendere a compromessi o mezze verità. Anche questo è farsi “giudeo con il giudeo e greco con il greco”, richiamando una sua espressione .

Diverso invece è l’atteggiamento di Gesù verso gli scribi e i farisei, che chiama “ipocriti”, perché loro sì conoscevano le Scritture.

Oggigiorno quasi tutti i discorsi importanti non sono pronunciati “a braccio” ma sono studiati e scritti in anticipo, spesso da uno speach writer (redattore di discorsi) che sceglie le parole giuste, le pause e tutto il resto”. Lo sappiamo perché spesso sono dati in anticipo alle agenzie di stampa con l’obbligo di non diffonderli, e quando l’oratore stravolge il discorso preparato o aggiunge qualcosa si dice che “parla a braccio”, cioè improvvisa.

E noi? Coscienti o meno siamo tutti comunicatori, anche se non abbiamo mai parlato in pubblico o in un’occasione ufficiale. La vita umana è fatta di relazioni, e le relazioni iniziano con la parola.

Scegliere le parole giuste non è segno di ipocrisia o mancanza di spontaneità. In molte occasioni è importante, ed è sicuramente un valore aggiunto al pensiero che trasmettiamo.

Possiamo dire l’ineccepibile “Ti voglio bene”, che però è un po’ abusato oppure “Sei importante per me” che è la stessa cosa ma trasmette certamente un messaggio positivo a chi lo riceve, oppure, con persone che non vediamo da un po’ evitiamo il “Come stai?”, ma salutiamo con un “Dimmi di te.”

“ABBI CURA”

19 Mar

Ci sono delle espressioni che in un’altra lingua o in un dialetto sono più pregnanti ed esprimono il concetto in un modo che l’italiano non rende.

Una di queste, che mi piace molto, è l’inglese take care, che esprime molto di più del nostro abbi cura.

Quando il Signore domandò a Caino dove fosse Abele questi rispose, “Non lo so, sono forse il custode di mio fratello?” penso che il Signore gli avrebbe ribattuto, “Sì, lo sei, perché io ho affidato lui a te e te a lui in un rapporto di reciproci amore e solidarietà” se la tragicità del momento non avesse richiesto una risposta ben più dura.

Take care of yourself corrisponde al nostro riguardati, che va dalla raccomandazione della mamma premurosa di indossare la famosa maglietta di lana a occasioni più serie riguardante la salute.

(In Italia abbiamo conosciuto l’espressione I care durante una campagna elettorale. I care, mi interesso (di te) ).

Ma il semplice take care, usato come saluto di commiato fisico o in calce a un’e-mail (sì, anche a una lettera, esistono ancora 🙂 ) o alla fine di una telefonata tra due persone che si vogliono bene, esprime l‘ἀγάπη agapé, l’amore fraterno e la  ϕιλία, l’amore fra amici che una persona prova per l’altra, a differenza del nostro ciao o del tedesco servus, che etimologicamente esprimono solo disponibilità.

Non va usato verso tutti, proprio affinché non diventi banale come gli americani sono riusciti a fare con love, amore.

DISUGUALI – 2

9 Mar

Ho ricevuto in regalo una T-shirt di Robe di Kappa. Il logo, che non riproduco perché abbastanza famoso mi piace, e lo cito spesso per indicare la parità di genere.

Pare che l’abilità del fotografo sia stata di fotografare i due giovani seduti schiena contro schiena durante una loro pausa di riposo. Le foto spontanee sono spesso le migliori.

Mi piace perché i due non sono uno di fronte all’altra, posizione che farebbe pensare forse solo all’atto sessuale, ma seduti con la schiene che si sostengo l’una l’altra, in un reciproco aiuto.

La seguente è una mia riflessione sulla parità tra uomo e donna scritta un paio di anni fa.

Disuguale” non è “differente” o “diverso”. Dis-uguali, uguali ma diversi, non è un gioco di parole o un esercizio di stile, è il senso del “Dio creò l’essere umano a sua immagine, a immagine di Dio lo creò (al singolare!), maschio e femmina li creò (al plurale)” (Genesi 1.27).

Essere umano” e non “uomo”, come troviamo nelle traduzioni in italiano, rende l’idea di הָֽאָדָם֙ in ebraico e di τὸν ἄνθρωπον in greco, lingua della traduzione chiamata “Settanta”, cui fanno riferimento tutte le citazioni nel Nuovo Testamento.

Essere umano, dunque, unico, diviso nel verso successivo in due identità, maschile e femminile. Lo stesso concetto è espresso nella narrazione di Genesi 2:18-25, testo che sappiamo essere antecedente a Genesi 1, ed è bene espresso nelle parole dell’uomo, “Allora l’uomo disse, “Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta”, senza alcuna pretesa di superiorità da parte dell’uomo (l’ebraico, a differenza dell’italiano, ha lo stesso termine per uomo e donna, come i nostri figlio e figlia, cugino e cugina).

Dal punto di vista dell’ebraismo rabbinico non cambia gran che, perché la sottomissione della donna ha altre origini, per un certo cristianesimo neppure perché si fa forza del castigo dopo il peccato in Eden “Alla donna disse, “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà” (Genesi 3:16).

La storia, antica ma neppure recente, non si fa con i “se” e con i “ma”. Certo però che se per onestà si leggesse Genesi 1:27 per quello che dice e non per ciò che si vuole che dica, oggi le cose potrebbero cambiare.

SINTESI DELLA COMUNICAZIONE

22 Feb

Sia il vostro parlare sì, sì, no, no, perché il di più vien dal Maligno”

Detto dal Figlio di Colui che dettò le dieci parole.

Φιλία

14 Dic

Siamo amici?” Così i bambini si invitano reciprocamente al parco, non sapendo di esprimere uno dei più complessi concetti del mondo  degli adulti.

SULLA PROPRIETÀ

6 Dic

Riflessione prenatalizia.

Nella lingua ebraica non esiste il verbo avere, “ho una casa” sarà espresso quindi con la locuzione “una casa è a me”.

Ciò rispecchia l’insegnamento per cui l’essere umano non è proprietario, ma solo prestatario, e gli ebrei lo ricordavano con il giubileo (Levitico 25:8-17) in cui le proprietà terriere tornavano al proprietario precedente.

Basterebbe pensare qualche volta secondo la sintassi ebraica, quando diciamo “mia moglie”, “la mia compagna” o “i miei figli”, per rammentare che essi vivono di vita propria prima di essere in relazione con noi.

(Questa) moglie/compagna o (questi) figli sono a me” sposta l’enfasi dalla falsa proprietà al dono ricevuto.

AFFETTO, AMORE E INIBIZIONI

1 Ott

JoBaez

Ripropongo questo post a beneficio di quanti hanno ironizzato sulla maldestra traduzione in italiano della frase di Donald Trump a proposito dei rapporti con Kim.

Questa è la copertina di un’autobiografia di Joan Beaz, del 1969 negli Oscar Mondadori, lire 1500, ma chi di noi al di sopra di una certa età non ha in casa una biografia di Joan Beaz, di Bob Dylan o dei Beatles?

Il titolo originale è Daybreak, ma voglio soffermarmi sulla scelta dell’editore italiano. Amore e love sono termini inflazionati – c’è chi dice di “amare” un colore per dire che lo preferisce – e dovremmo tornare alla distinzione della lingua greca tra i diversi tipi d’amore.

Direi quindi, “Saresti imbarazzata/o se ti dicessi che ti voglio bene?”.

Posta così, superati gli equivoci, è una domanda molto interessante che dovremmo rivolgere alle nostre amiche e ai nostri amici, perché provare affetto, “voler bene” appunto, come l’amore in una coppia, è qualcosa che va maturata e rinnovata di giorno in giorno, aggiungendo ogni giorno un tassello o un mattoncino Lego, qualche volta accadrà di togliendone uno per un’incomprensione, ma se la relazione è forte resisterà.

Voler bene” è abbassare le difese, fidarsi. A un’amica o a un amico non bisogna “raccontare tutto”, lasciamolo fare alle adolescenti (gli adolescenti sono più riservati), ma essere pronti a farlo quando serve.

Relazione. Una dei maggiori esperti in assoluto, la Volpe del Piccolo Principe, dice che va costruita ogni giorno.

Per questo ogni tanto bisognerebbe salutare un’amica o un amico con un “piacere di conoscerti”, perché nel tempo io sono cambiato, tu sei cambiato, ma continuo volerti bene per come sei, per la ricchezza interiore che solo tu hai.

AFFETTO, AMORE E INIBIZIONI

5 Lug

JoBaez

Questa è la copertina di un’autobiografia di Joan Beaz, del 1969 negli Oscar Mondadori, lire 1500, ma chi di noi non ha in casa una biografia sua, di Bod Dylan o dei Beatles?

Il titolo originale è Daybreak, ma voglio soffermarmi sulla scelta dell’editore italiano. Amore e love sono termini inflazionati – c’è chi dice di amare un colore per dire che lo preferisce – e dovremmo tornare alla distinzione della lingua greca tra i diversi tipi d’amore.

Direi quindi, “Saresti imbarazzata/o se ti dicessi che ti voglio bene?”.

Posta così, superati gli equivoci, è una domanda molto interessante che dovremmo rivolgere alle nostre amiche e ai nostri amici, perché provare affetto, voler bene appunto, come l’amore in una coppia, è qualcosa che va maturata e rinnovata di giorno in giorno, aggiungendo ogni giorno un tassello o un mattoncino Lego, qualche volta accadrà di togliendone uno per un’incomprensione, ma se la relazione è forte resisterà.

Voler bene è abbassare le difese, fidarsi. A un’amica o a un amico non bisogna raccontare tutto, lasciamolo fare alle adolescenti, ma essere pronti a farlo quando serve.

Per questo ogni tanto bisognerebbe salutare un’amica o un amico con un “piacere di conoscerti”, perché nel tempo io sono cambiato e tu sei cambiato, ma continuo volerti bene per come sei, per la ricchezza interiore che solo tu hai.

φιλία

25 Giu

Siamo amici?” Così i bambini si invitano reciprocamente al parco, non sapendo di esprimere uno dei più complessi concetti degli adulti.